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4 gennaio 2014

Editoriale. Sullo stato di salute dei pesci rossi (o tropicali, ma è lo stesso)

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Sullo “specchio magico”, i media e in particolare il cinema, ha scritto molto Alberto Abruzzese, sociologo e mediologo. Non tutti gli specchi sono da infrangere, anzi, temo che una certa politica ci induca a infrangere anche l’ultimo specchio magico plausibile.

La declinazione maschile del potere è certamente lo specchio classico, una rifrazione patologica di sé all’infinito, una patologia comune, diffusa tra chi nella politica “si” vede, ma non vede. O meglio, ci osserva dalla distanza siderale che lo separa dal display: pesci tropicali in un acquario, lo sfondo animato del suo tablet…

Sullo stato di salute dei pesci rossi (o tropicali, ma è lo stesso). Sulla dicotomia tra tecnici, politici e società civile (i pesci rossi) dovremmo, a mio avviso, chiarirci le idee. Se per tecnico si intende uno che sa di scienze politiche, sociologia, antropologia, economia e giurisprudenza, e per politico uno che sa non nulla, ma raccoglie una barca di voti al mercato delle vacche… Beh, allora, come minimo dovremmo ripensare le nostre modalità di composizione delle liste e di scelta nel segreto dell’urna. Tuttavia, quel che mi preme sottolineare, non è tanto una selezione di candidati “sapienti” nelle liste (che male non farebbe), quanto l’assenza di concetti, di ricerca, e la riduzione, sulla bocca dei politici, della scienza a senso comune, quando, ovviamente, la politica senso ne ha.

Che siano i termini-concetto in uso nei mondi della vita quotidiana, ma anche nelle comunità scientifiche, a determinare le categorie che ci consentono di descrivere e interpretare il mondo è, ormai, cosa certa. La politica è, dunque, un termine-concetto, come società e cultura.

Sospendo la definizione dei concetti e mi interrogo sui confini tra politica, società e cultura che siamo soliti rimarcare, o meglio ancora, tra struttura e sovrastruttura. Salvo poi ritrovarci a dover inventare qualche ghiandola pineale che connetta l’immanenza della prima alla trascendenza della seconda.

Allo stesso modo la società tutta sarebbe una sorta di mondo organico preso tra le due trascendenze, della politica da un alto e della cultura dall’altro. O il virtuale (l’io digitale, il web, i social network)) una sorta di reale antropomorfizzato che soggiace a una mutazione genetica dell’umano.

E, dunque, possiamo chiederci se sia corretto individuare un problema politico che si fa problema culturale e che permea la società tutta, o viceversa, attribuire a una “cattiva cultura” la degenerazione della politica in mercato delle vacche, voti e tessere. O, ancora, quale sia la differenza tra le manifestazioni di piazza e la piazza digitale delle manifestazioni.

Non ne usciamo senza aggiornare il nostro vocabolario. Senza riconnettere ogni nostro frammento, gesto, parola, ogni interstizio del quotidiano, privato, pubblico, reale e virtuale, e poi osservarlo dalla distanza siderale che separa il nostro occhio “fissato” sullo sfondo animato di un display, un acquario di pesci tropicali, che nuotano tra bolle e fondi colorati, oppure, se vogliamo, un sistema solare miniaturizzato, un sole giallo-arancio fiammeggiante, con i suoi pianeti che ruotano lentamente e in orbite improbabili.

Quel che li accomuna è il tempo, o meglio la sua assenza, nell’infinitamente piccolo mondo di pesci rossi e nell’infinitamente grande del sistema solare.

E poi, alla distanza zero della massima “internità”, farsi pesce rosso che inverte direzione con un colpo di coda e nuota negli acquari della “rete”, o farsi pianeta nelle orbite in cui ogni giorno consumiamo scarpe e suole, che improvvisa sorprendenti rivoluzioni attorno al suo sole e interrompe” il “senza tempo” del display.

Per esempio, l’ultimo pesce rosso (io, tu?), quello ai margini della vasca digitale, ha lasciato le vacche al mercato, il governo alla Politica e le tessere nell’album delle figurine Panini, poi ha inventato una app che ha cambiato le regole del gioco con un atto, lui dice, che è pubblico, privato, politico, reale, virtuale, nella piazza falsa/vera delle sue manifestazioni. In una parola, atto culturale nel senso pieno del termine, e virale perché altre vasche di altri display si stanno popolando di pesci disubbidienti. E ora anche nei mercati digitali circola voce che lo spread è sceso…

Il pesce rosso ha inaugurato una rimodulazione antropologica e politica che sta oramai entrando nelle viscere del display.

La recessione ha accentuato non solo la sofferenza sociale, ma anche e soprattutto le difficoltà di controllo di quel ceto politico allenato a mantenere distanze siderali dalla vasca di pesci rossi (il ceto medio impoverito e i poveri di ogni stagione), che ha dimenticato il tempo in cui era lui pesce rosso, e che siede ai tavoli delle mediazioni sul nulla, per giocarsi la partita con l’ultimo pacchetto di voti e tessere del notabile locale, il vero vulnus di questo nostro equivoco sistema.

Una buona pratica è, allora, inventare tre app, la prima ci trasforma da pesci-clienti di tristi mercanti della politica in cittadini con diritto al voto e alla partecipazione democratica alle scelte che ci riguardano, la seconda app inventa l’impresa che investe in ricerca e in un piano di rinnovamento industriale, e la terza app è per il lavoro sicuro, per un futuro possibile di ben-essere.

La cartina di tornasole sono, come è noto, le urne.

Politica comunicazionale. Il digitale ha rilanciato la sfida di una nuova e differente politica comunicazionale che non è parola di uno verso molti, che parla alle masse, ma è parola del soggetto nella sua peculiarità e specificità, della centralità della sua presa di parola, che non è competizione o conquista di spazi di potere, ma creazione di inedite modalità di agire la politica, per politiche generative di un altro futuro.

Così la digitalizzazione della parola si fa corpo e spazio individuale dell’esperienza, diritto ad essere nello spazio discorsivo dei mondi virtuali della vita quotidiana e della politica.

La competenza politica e comunicativa messa in campo dai social network è del tutto altra da quelle fino ad ora conosciute, ribalta quella verticalità della parola che allarga la forbice tra i vertici e la base.

La politica comunicazionale dei new-media si fa corpo singolare e plurale. Inaugura una categoria nuova, la democrazia digitale, capillare, pervasiva, includente: è lo spazio delle molte voci che prendono parte, e di diritto, alle pratiche discorsive della politica, ma del tutto fuori dalle stanze asfittiche dei partiti.

Dunque a fronte della frammentazione, della dissoluzione delle forme e dei luoghi tradizionali di comunità, la famiglia mononucleare, la piazza e il partito, che da più parti è stata rilevata, i social-network stanno alimentando inedite ed eterogenee forme di aggregazione, nuove e imprevedibili sensibilità politiche.

Potrebbe essere utile partire da una riflessione sulle modalità di aggregazione, sulle rete amicali che si autoalimentano, prendono forma e si dilatano a partire da interessi comuni e condivisi.

Ci sono profili, gruppi e pagine che contano centinaia e anche migliaia di iscritti. Il contenuto dei messaggi è chiaro, breve, diretto, sintetizzato in poche ed essenziali parole chiave.

Questa capacità di raggiungere molti e con immediatezza condividere messaggi essenziali, incisivi, fa pensare che forse le forme stesse della comunicazione, saltellanti e tutte dentro un click, ci stanno suggerendo un altro modo di fare politica: random. Altalenante. E per questo non inquadrabile o iscrivibile nelle forme di aggregazione tradizionali.

Così la finestra della chat o del commento è lo spazio in cui ognuno fa emergere la propria differenza, l’assenso e/o dissenso, un caotico assemblaggio di riflessioni, di ridondante reiterazione di messaggi , un coro dissonante e discontinuo che dà forza, legittimità e autorevole spazio alla auto-rappresentazione.

Un riflessione e una domanda.

Un controllo organizzato ex alto e totale sul digitale, come di fatto è possibile nella più tradizionale struttura piramidale delle organizzazioni sociali e politiche del Novecento, è difficilmente praticabile.

Possono oggi le forme partitiche di aggregazione e partecipazione raccogliere questa sfida?

Può essere rimodellata sulle forme sovversive e disordinanti della comunicazione politica digitalizzata non solo la struttura organizzativa dei partiti ma anche una nuova forma di democrazia digitale, di partecipazione e di rappresentanza?

Da un’economia fondata sulla stanzialità della fabbrica all’economia random delle reti. Il passaggio in atto da un’economia fondata sulla stanzialità della fabbrica all’economia random delle reti, chiede da un lato alle istituzioni preposte alla formazione percorsi di apprendimento che mettano a fuoco le nuove professionalità, e dall’altro alle aziende di inseguire le sorprendenti creazioni dei nativi digitali, di sviluppare progetti innovativi per raccogliere e rilanciare la domanda crescente di prodotti e servizi in mobilità, di applicazioni per smartphone e tablet.

Le applicazioni sono, infatti, uno strumento efficace per aumentare la notorietà del marchio e per stabilire una continuità interattiva, in tempo reale, con il target di riferimento.

I vantaggi sono notevoli, una maggiore visibilità e il consolidamento della brand identity, la fidelizzazione di nuovi e potenziali clienti, la conquista di nuove nicchie di mercato che l’implementazione di sofisticati sistemi di web marketing delineano all’orizzonte dell’economia delle reti.

Investire, allora, sulla formazione in uno dei settori che registra attualmente una crescita esponenziale è la sfida che le istituzioni deputate alla formazione, università ed enti di formazione, devono raccogliere e rilanciare.

In un mercato del lavoro sempre più in crisi è sorprendente l’emergente offerta di ruoli professionali di alto profilo nel settore dell’editoria digitale, un settore sorprendentemente in crescita in un contesto più generale di recessione economica.

Tra le nuove merci immateriali in prima istanza è il sito web, la Home virtuale di eccellenza, il suo design, le sue architetture che raccontano identità anch’esse immateriali: il logo e il brand del padrone di casa, le loro potenzialità virali nelle attività di seduzione e promozione on line di prodotti e servizi (social media marketing), anche grazie alle numerose applicazioni per la gestione dei contenuti in mobilità, a immagini, testi, video, foto, posta elettronica personalizzata, newsletter e molte altre app.

Se inizialmente la demarcazione tra ruoli e competenze dei professionisti della rete non era netta, e il webmaster li comprendeva tutti, oggi l’esperto web è uno specialista dei panorami digitali, che intercetta la domanda e la declina in narrazioni, in flussi eXtesi di immagini e contenuti per il web. Racconta e promuove l’identità e il valore di un brand, di un prodotto, di un progetto, gli dà visibilità e riscontro di pubblico, cartina di tornasole della sua qualità di professionista digitale.

Il professionista digitale è la risposta al cambiamento che il web rappresenta nella comunicazione e nella globalizzazione dei mercati. Lungi dall’essere il mago o lo sciamano della rete, ha maturato le sue competenze sul campo, in discipline specifiche e complementari in un settore, quello della digitalizzazione dei contenuti, ma per essere credibile deve specificare e qualificare le sue competenze, percorsi, processi, obiettivi.

In primo luogo deve mettere a fuoco l’idea, poi il progetto, in terzo luogo le strategie comunicative più efficaci che, dalla struttura del sito web alle immagini fino ai testi, rendano con efficacia un concept, definiscano un piano di comunicazione d’immagine che si materializzi sul web nei pixel multiformi del display.

Definire un progetto vuol dire, infatti, dargli una forma, costruire un’architettura delle informazioni, un design accattivante e personalizzato di grande impatto visivo, che sappia cogliere e rilanciare i codici e linguaggi espressivi della contemporaneità, sulla base di competenze acquisite teoriche e applicative.

L’architettura delle informazioni, l’organizzazione e l’intuitiva reperibilità di contenuti, testi, immagini e video, consentono all’utente di esplorare le pagine web, completare il suo percorso e raccogliere le informazioni rilevanti e disponibili.

La pianificazione digitale dei media, la messa a fuoco delle strategie di presenza e visibilità in rete, la progettazione editoriale e la realizzazione di contenuti e, infine, le app per smartphone di ultima generazione, sono oggi tra le più richieste dalle imprese che scelgono la rete come semplice vetrina di attività svolte altrove, offline, o come spazio privilegiato di commercializzazione e vendita di prodotti e servizi, un mercato virtuale da attraversare e conquistare. Il nuovo orizzonte eXteso nei mercati del lavoro, che mette in rete nuovi saperi e nuove competenze, accese passioni e eXterminate culture.

Essere un professionista digitale vuol dire, allora, fare di se stessi un tableau vivant – o se vogliamo un abile faker – che mette in scena le liturgie profane del web negli interstizi illimitati della rete.

Biblio-web-grafia

http://www.rivistadiscienzesociali.it/professioni-digitali/

http://www.rivistadiscienzesociali.it/cultura-e-politica-comunicazionale/