Commenti disabilitati su La Cura. Una recensione di Giorgio Cipolletta

27 aprile 2016

La Cura. Una recensione di Giorgio Cipolletta

image

 

Un manifesto biopolitico per una performance ubiqua e open source

 

Codice Edizioni Euro: 15 € – Tot. pagine: 346 – ISBN: 978-88-7578-584-0

la cura di cipo

Questo non è un libro, e questa non è una recensione, questa non si chiama lesione, ma cancro (una malattia con le gambe). La Cura è dedicata a chi ha reso e sta rendendo possibile questo processo-progetto a chi già (oppure lo sta facendo, o lo farà) ha divorato, incorporato, digerito, ispezionato questo viaggio.

Perché in qualche modo di un viaggio si tratta, o meglio di un’autobiografia che si trasforma in multigrafia, dove le parole graffiano e la grafia danza nel labirinto dei titoli per un inno alla vita e alla condivisione. La storia di Salvatore e Oriana non sto qui a raccontarvela, per una questione se vogliamo di intimità (la mia quella personale) o di fatti accaduti e fatti che stanno accadendo e accadranno.

La Cura è un diario, ma non solo, non ha un lieto fine, ma possibili possibiltà, alternative che si scoprono sfiorando queste incredibili parole che pulsano e toccano fino al fondo del cuore. Questo non libro è diviso in sezioni, come quando si mappa la massa celebrale affetta da glicoma (Glio, lo battezza Oriana e Salvatore impara a conoscerlo, osservarlo, vederlo, per poi affrontarlo), si seziona la massa maligna, e si tenta di estrapolarla. Ogni sezione narra con intimità che diviene pubblica il proprio viaggio, singolo, condiviso, dove paure, pensieri, aspettative, speranze si intrecciano.

S, O, R e W sono le sigle che raccontano un viaggio. S sta per Salvatore che ci narra con la sua quasi s-piegata dolcezza di un mohoc (moicano punk), di un guerriero pronto alla battaglia quella più vera e straordinaria contro il cancro e contro ogni forma di burocratizzazione che comprime fino ad annullare l’umanità a favore di un dato, un numero, un algoritmo X che diventa paziente che si deve rapportare con il medico Y. X-Y dialettica sfrontata e purtroppo invasiva fatta di tabù, file apparentemente aperti ma destinati solo agli specialisti (dicom). Una diagnosi rinchiusa in una cartella clinica, un protocollo, quello ospedaliero, da e-seguire, nonché una dose massiccia di farmaci destinati a consumare e consumarsi nei corpi malati ed esposti per dare sollievo alle aspirazioni capitalistiche farmaceutiche.

O come Oriana, la nuda parte di questo viaggio, attraverso il quale, tra  dentro e fuori, lacrime e speranze, tra colpa e assoluzione, tra intimità pubblica e pubblica intimità, tra silenzi e urlanti pensieri, emerge in modo potente e coinvolgente, una ricerca verso una Cura fatta di multividualità. Come se il sé si rovesciasse indiscipinato nella sua grafia per una nuova autobiografia. Un vortice, quello di Oriana, che fa sobbalzare qualsiasi cuore anche quello più indurito dai tempi.

Sempre più immersi nella spettacolarizzazione della condizione medica (gossip medico), la Cura, attraverso il coraggio di Oriana e la forza di Salvatore, nonché di tutti gli infiniti messaggi salvifici e i consigli più specifici provenienti da tutto il mondo, hanno girato e continuano a rigirare e disseminarsi in questo immeso e incredibile universo polifonico di persone, identità, culture, che hanno contribuito (e tuttora contribuiscono) a creare un nuovo spazio. Un terzo giardino (il terzo paesaggio di Clement, il terzo spazio di Soja, la città di terza generazione di Casagrande), dove erbe indisciplinate crescono su spazi di transizione, dove terre incolte, paludi, torbiere accolgono la molteplicità della biodiversità.

Ecco come la Cura diviene spazio decodificato, lato luminoso del paesaggio, dove l’ecosistema remixa differenze molteplici per addestrare il nostro sguardo/i verso un nuovo senso estetico, possibile, sorgente di conoscenza e coscienza, in cui perfino le rovine sono linfa vitale per uno spazio emergente, emersivo, dove ogni microstoria compone una macrostoria planetaria e  nuove sensibilità rinnovate.

R come ricerca, La Cura è anche un modo di cercare e ri-cercare nuove modaltà di curare, di curararsi, per creare nuovi strumenti partecipativi. La ricerca è fuori dallo spazio comune, quello ospedaliero, è esperienza che si fa interazione. L’evoluzione della medicina, i media ubiqui, le nuove tecnologie, rumore, senso, information overload, dagli open data al dibattito sulla privacy,  fino alle vite dentro ai social, tutto questo appartiene alla sezione R. Foucault, Baudrillard, Bateson, Basaglia, De Certeau, Guattari.

La Cura è anche spazio di mutazione variabile, una zona temporanea autonoma (TAZ), per una ricerca transdisciplinare, dove le discipline si attraversano, si abbracciano, si consumano e curano.  Infine, the last, but not least, la sezione W che sta per Workshop dove si racchiude un archivio come base di conoscenza aperta e dinamica in cui chiunque può partecipare, farne uso, addirittura creare nuovi materiali alle domande poste in ogni workshop.

S,O,R,W si intrecciano, si incastrano, si scontrano, non c’è un inizio e una fine, si possono consumare vicendevolmente, oppure seguire ogni lettera, in altre parole spetta al lettore, al consumatore, incorporarlo come meglio crede e desidera salvifico per lui/lei/loro. Non ci sono regole, ma solo opzioni, infinite.

La Cura diviene tattica che sovverte la strategia. La Cura è un toolkit, una cassetta per gli attrezzi, un bene comune, una risorsa aperta. La Cura è relazione e connessione, interfacce sfacciate che trasformano la percezione delle forme e delle sfere pubbliche e private. Ecco come proprio La Cura si muove come una performance partecipativa biopolitica, dove ciò che si valorizza sono le emozioni, i linguaggi,  le relazioni umane. L’essere paziente malato di cancro si trasforma in un essere umano, dentro una società, una comunità con le sue storie e le sue complessità. Questa in-credibile perfomance sta dentro a quella soglia tra salvezza (trovare una forma di cura) e desiderio di umanità, di immaginari e di tempi.

L’arte e il codice sono i segnali che si sono insinuati fin dentro la cartella clinica e il tumore di Salvatore è divenuto parte vitale e virale per ognuno che ha deciso di partecipare alla Cura. Hanno ragione Salvatore e Oriana quando raccontano che quando ci si ammala, in qualche modo si ammalano anche tutti coloro che sono vicini ai tuoi spazi, che fanno parte della tua vita, dalla famiglia, al fruttivendolo, agli studenti (Oriana e Salvatore insegnano Near Future Design presso l’ISIA di Firenze).

La bellezza di Salvatore è quella di scrivere e usare i software (racconta Oriana) come se fosse un rave, creando metafore, hakerando la malattia e soprattutto decodificando l’etichetta ospedaliera del paziente, licenziandosi da quello stato per una nuova e prolifica condizione di umanità. Trasformare il cancro in un’opera d’arte è l’atto di r-esistenza immenso e sublime, inserendo la malattia in un contesto più ampio. Una Cura peer-to-peer ecosistemica, simile alla vita.

La Cura ha dato la possibilità di far esplodere la diga affinché qualsiasi flusso di acqua (e di coscienza) potesse liberarsi, eXsistere. La Cura nasconde anche quella specie di empatia, sentire l’altro è qualcosa di straordinariamente forte che coinvolge l’intero corpo e la propria mente. Un ibrido, un meticciato di possibilità praticamente infinite. La Cura si trasforma in un diario dove dialogare, discutere, conversare, annotare, pubblicare foto, poesie, consigli medici e diversi stili di vita (alimentazione e meditazione).

Gli artisti come dei sensori percepiscono mondi possibili e la Cura è divenuta il contenitore dove gli astri brillano di luce proria come bussola per orientarsi e proiettrasi altrove. Il cancro viene ripensato cercando, come spiegato anche da Per Mario Biava (un “hacker delle cellule”, medico e ricercatore), che quest’ultime si possono riprogrammare. La Cura è  questo viaggio nella rottura dei codici, come atto biopolitico. Chiunque partecipi alla Cura (racconta Salvatore), si trova in una sorta di stato di yoga nidra, ossia quello stato di sospensione del dubbio e di visualizzazione performativa in cui il flusso, di informazione, conoscenza, emozione, socializzazione, si ripristina e diviene esperienza condivisa.

La Cura è infine un atto di amore tra Romeo e Juliet, tra un medico e un antropologo, tra un designer e un osteopata, tra un hacker e un neochirurgo, tra la disciplina e l’indisciplina. La Cura è qualcosa che rimane cicatrizzata dentro, come una ferita rimarginata dopo l’operazione, e proprio la ferita diviene la grafia che scolpisce le microstorie plurali, i corpi separati che si uniscono oltre i propri confini, si mescolano, si moltiplicano, uno, nesso e centomila, e  i desideri diventano infiniti in quel ritmo cosmico universale che si chiama vita, dove si  intrecciano corpi e pensieri, nuove idee possibili, e progetti realizzabili, fin dentro quell’oceano vasto in cui si compie ogni giorno un gesto  per regolare il concerto della vita.

La Cura è un atto poetico rivoluzionario, una performance straordinariamente stupefacente, dove attraverso affinità empatiche e telepatiche ognuno partecipa alla vita. Un discorso amoroso che cura… è solo l’inizio di un’incredibile sfida e ci sono tutte le basi per continuare a viaggiare in questa nave indisciplinata oltre ogni paura, per un vita rinnovata.

 

 

Giorgio Cipolletta