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19 ottobre 2015

Quaderni Gitani – Giovanni Princigalli

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Quaderni Gitani è il DVD di una trilogia sui rom rumeni di Bari, girata nella stessa famiglia e comunità di rom tra il 2001 ed il 2014 da Giovanni Princigalli. Al DVD è allegato a un libretto a colori con un’introduzione del sociologo e deputato Franco Cassano e di Onofrio Introna e alcuni scritti di critici cinematografici, quali Roberto Silvestri (Rai Hollywood Party, Il Manifesto, Festival cinema di Sulmona), i docenti di storia del cinema Viva Paci, Silvestra Mariniello e Luca Caminati (rispettivamente delle università UQAM, Udem e Concordia, di Montréal), il politologo Ivan Scarcelli dell’università di Bari, personalità rom come Santino Spinelli (musicista, saggista e presidente di feder arte), Dafina Savic (rom serbo-canadese fodnatrice della ONG Romanipe) e il Garante dei diritti dei minori del Consiglio della regione Puglia, Rosy Paparella. Infine, le fotografie del libretto sono state realizzate da Giovanni Princigali.
Quaderni gitani è edito da Teca del Medterrano, dal Garante dei diritti dei minori del Consiglio regionale pugliese e dall’università di Bari e da Héros fragiles productions, ed è distribuito da Distribuzioni dal basso http://www.distribuzionidalbasso.com/quaderni-gitani/, dove è possible visionare i trailer e gli estratti dei film, e da Libreria universitaria http://www.libreriauniversitaria.it/quaderni-gitani-japigia-gagi-mela/libro/0627843436522

 

 

I campi: ghetti o comunità

 

 
Intervista a Giovanni Princigalli realizzata da Dafina Savic
Rom Serbo-Canadese, fondatrice e presidente della ONG Romanipe

 

D.S.: Nel campo dei Rom di Bari hai girato tre film. Ma come nasce e si organizza un campo?

G.P.: In Italia ci sono circa 150.000 Rom di cui il 60% sono italiani discendenti dalle prime popolazioni rom giunte dal 1400 in poi. Il restante 40% proviene dall’ex Jugoslavia e dalla Romania ed è di recente migrazione. A finire nei campi sono quest’ultimi, discriminati due volte, in quanto stranieri e Zingari. Da una parte mancano politiche abitative, dall’altra è raro trovare un italiano che affitti loro un appartamento o che offra un lavoro non sfruttato. I primi campi nomadi furono creati in Italia tra gli anni ‘70 e ‘80 per controllare e tenere fuori dalle città questi nuovi Rom provenienti dall’Est Europa, che in patria non erano nomadi, quindi vivevano in case. A volte i Comuni che gestiscono i campi, vi ci raggruppano etnie non conciliabili tra loro, creando così, profondi conflitti interni. Altre volte, i campi sono fondati dagli stessi Rom e sono autogestiti. In tal caso, chi trova un terreno su cui costruire un campo, generalmente, chiama attorno a sé fratelli, sorelle, figli/e, nuore, cognati/e, oltre ai cugini di primo grado. Molti restano nei campi quanto basta (e magari ci passano 15 anni come è successo ai Rom rumeni di Bari) per racimolare i soldi necessari per comprare una casa nel paese d’origine. Con una giunta comunale di destra, il campo rischia di essere sgomberato, come raccontato nel 2002 in Japigia Gagì. Se invece al governo della città c’è la sinistra, è probabile che il campo sia tollerato. Ne è un esempio il nuovo campo di Bari, dove ho girato La mela rossa nel 2013, è autogestito e sorge su un terreno comunale. La giunta progressista ha provveduto a installare dei bagni in comune e ad allacciare la corrente elettrica, oltre a promuovere la scolarizzazione dei minori. Il loro leader (e protagonista di Japigia Gagì ), Dainef Tomescu, è tale perché oltre ad essere il perno che tiene assieme i vari legami di parentela, possiede grandi doti di politica interna e diplomazia verso l’esterno (scuole, questura, volontari, comune, ospedali, ecc). Si organizzano turni per la pulizia, c’è anche un bar, accesso a Internet, oltre ad una cooperativa e una sartoria finanziate dalla Regione. Visto così, il campo sembra la riproduzione in miniatura dei quartieri che i Rom hanno lasciato nel paese d’origine con tanto di sindaco, reti di parentela, vita sociale, ecc. Ma anche se le loro abitazioni di legno hanno orticelli, cortili, pareti e porte colorate, tappeti e tendine, sempre di baracche prive di riscaldamento e acqua si tratta. Le condizioni igieniche e la campagna attirano anche i topi. Certo è una comunità, ma è anche un ghetto. Il partito di Sinistra e Libertà ha candidato al Municipio Dainef Tomescu, ma non è stato eletto. Sua moglie e sua figlia hanno voluto prendere il diploma di scuola media, e lui stesso è divenuto mediatore culturale. Ecco, ci provano a fare i bravi cittadini, ma constato due cose: la prima è che la scelta alla legalità porta alla miseria; la seconda è che chiediamo loro doveri senza concedere diritti e la baracca non è un diritto.

 

D.S.: In Italia si propone spesso il prefabbricato in alternativa alla baracca.

G.P.: Santino Spinelli, Rom abruzzese, affermato musicista, insegnate e saggista, mi ha detto: “Sempre di ghetto si tratta”. Ma sono in tanti a pensare: meglio il prefabbricato che la baracca, meglio quest’ultima che dormire sotto un ponte. I Rom spesso sono costretti ad accettare il male minore. Ma i prefabbricati non si danno temporaneamente ai terremotati? Per i Rom dell’Est Europa vogliamo che l’emergenza sia permanente. Per fortuna alcuni comuni italiani cominciano a ipotizzare soluzioni abitative vere, ossia case.

 

D.S.: Sono una Rom serba cresciuta in Canada. Non ho mai vissuto in un campo. Sono laureata, mia sorella è giornalista e mia madre è psicoterapeuta. Viviamo in case decenti. Sono tantissimi i Rom che hanno raggiunto posizioni importanti, che sono integrati e non assimilati, ma non se ne parla mai, neanche nei tuoi film. Perché?

G.P.: Spinelli mi ha fatto la stessa domanda, ma se racconto la marginalità non è certo per legittimarla. Sei la prova che per essere una donna rom non è necessario avere la gonna lunga, abbandonare gli studi e vivere in un campo. Ma la sopravvivenza nella segregazione necessita strutture organizzative e culturali adeguate, più rigide e conservatrici, come la distinzione netta tra uomo e donna. La famiglia diventa indispensabile anche sul piano economico e i giovani si sposano presto interrompendo bruscamente scuola e adolescenza. I mass media sono puntuali nel rilevare l’identità rom di un individuo quando è protagonista di un fatto di cronaca, ma lo sono anche nell’omettere l’origine rom di personalità famose del mondo dello spettacolo e dello sport. Rifiuto però l’idea che i Rom dei campi non siano altro che degli scarti. Hanno una cultura fatta di lingua, rituali, musica, ingegno, fierezza, dignità, conoscenze e norme complesse. Ma attenti a non guardare i campi come una sorta di riserva o di museo vivente, come accade a me, giovane etnografo e di sinistra, perché hanno il gusto dell’incontaminato e dell’alterità. Non è vero che i Rom autentici siano solo quelli dei campi, e non tu, perché porti i jeans e vivi in una casa. Inoltre, il Rom emarginato alimenta il nostro sentimento di carità oppure la nostra ricerca del capro espiatorio. Invece il tuo accesso ai diritti, fa di te una Rom libera da queste politiche di assistenzialismo o di segregazione, schematizzazioni e preconcetti.

 

D.S.: Perché i campi sono un fenomeno quasi esclusivamente italiano?

Secondo una ricerca dell’americana Pew Research Center, in Italia il tasso di rom-fobia è il più elevato d’Europa. Eppure paesi come Grecia e Spagna, hanno rispettivamente il doppio e il quintuplo di popolazione rom rispetto all’Italia. Abbiamo rimosso il massacro di 500.000 Rom nei campi di sterminio nazisti e il loro internamento in campi prigione sotto il fascismo, anche in Puglia, alle Isole Tremiti. Di recente, con la ratifica della carta europea delle lingue minoritarie, molti paesi hanno riconosciuto il romanes come lingua minoritaria, ma non l’Italia, eppure è uno dei suoi più antichi idiomi. In un paese in cui, il vice presidente del Senato e il ministro agli interni, usano espressioni razziste sugli immigranti, è difficile far valere il diritto alla casa per i Rom dell’Est Europa (anche se molti sono Rumeni, quindi cittadini europei). Nei miei film non ho mai negato la pratica del furto tra i Rom (ma la violazione della legge è diffusissima anche nel nostro mondo ed in tutte le classi sociali), ma riconosco la loro determinazione ed il loro reinventarsi da quasi 700 anni, con metodi che ci piacciono o no, per sottrarsi al rischio costante di annientamento e di deculturazione.