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30 aprile 2016

Yann Marussich:  la peau créatrice per un’immobilità danzante

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Giorgio Cipolletta

Scrivere non del corpo, ma il corpo
stesso. Non la corporeità, ma il corpo.
Non i segni, le immagini, cifre del
corpo, ma ancora il corpo. Questo è
stato, e probabilmente già non è più, il
programma della modernità. (Nancy)

 

Toute transe est un langage commun à toutes nos cultures.
Le transe immobile parle du mouvement intérieur.
La transe immobile donne au silence de l’espace.
(Yann Marussich, Notes d’inemploi (de la performance))

 

liminality represents the midpoint of transition
in a status-sequence
between two positions, outsiderhood
refers to actions and relationships
which do not flow from a recognized social status
 but originate outside it,
while lowermost statusrefers to the lowest rung
 in a system of social stratification in which unequal rewards
are accorded to functionality differentiated positions. (Turner)
Mein Körper ist das Ereignis  (Günter Brus)

 

«Che cosa può un corpo?» si domanda Baruch Spinoza. Per il filosofo olandese, che fa tremare il cuore a Deleuze, il corpo individuale si definisce come una composizione frutto di un rapporto specifico di movimento e riposo. La conoscenza dei rapporti tra mente e corpo è, per Spinoza come per Deleuze, sempre pratica: ciò che è in gioco è un concreto incrociarsi e scontrarsi di rapporti di potere, affetti e costruzioni sociali. Lo stesso corpo individuale è una costruzione sociale. Seguire il corpo, scoprirne le potenzialità, esprimere “l’ignoto” attraverso esso e la nostra capacità di apprendere con esso è il corpo vivo, corpo-carne che Deleuze individua nel “microscopio” di Spinoza, è là che si svolge il suo fraintendimento. Non si sa mai in anticipo che cosa può un corpo, non si conosce come essi si organizzano e come si sono sviluppati i modi d’esistenza in qualcuno, Spinoza ci spiega che il nostro proprio corpo non è mai un corpo qualunque, ma è ciò che noi possiamo, proprio noi. Il corpo quindi è un infinito processo di composizione, costruzione mediale ed anagrammatica. E cosa è rimasto del corpo dell’opera d’arte? L’opera si rivela come situazione, esperienza e stimolo di reazione, essa muta il suo paradigma estetico e articola i suoi spostamenti che si dissolvono nello spazio fino a frammentarsi: l’arte si fa corpo tra corpi.

Nella quantità sfinita di immagini si racchiudono infiniti corpi, folle, ammassi, mischie, mucchi, file, assembramenti, sciami, bande, massacri, carnai, sovrabbondanza, eccesso di corpi e corpi eccessivi o eccedenti, intervallati nell’ossessione caotica del mondo. La pressione dei corpi, la loro pesantezza, supera la forza di gravità, librandosi nella loro inevitabile ascesa. Il corpo resta nudo nella sua utopia, tocca a terra, fluttuando sul suo limite, sfiorando il margine, andando oltre … superando la soglia: l’orizzonte che non è altro che la sua moltitudine che viene. Corpo come luogo di utopia.

Yann Marussich

In questo mosaico corporeo, ho avuto la fortuna di conoscere Yann Marussich*, performer svizzero, che compone la sua geografia emozionale, dove l’immobilità crea movimento e pulsione. Egli trema attraverso e con il suo corpo, un corpo in cui è iscritto il peso del mondo. Scrivere non del corpo, ma il corpo stesso che mette fuori, diventa il pretesto per rendere unico e significativo il processo di significazione corporeo.

Il corpo è presente nella sua assenza di movimento, che allo stesso tempo tocca il toccante e guarda pensante. Il corpo mescolato a se stesso o attraverso e con gli altri produce una con-fusione giocando in maniera inquieta e desiderante, sfiorando l’unità a favore di una dis-unità. Il corpo toccato perché tocca, toccante perché toccato trova la sua ragione d’essere nel suo orientamento a sé e oltre sé.  Esso si espone, ossia si mette a dis-posizione dei bisogni,delle funzioni, richiamando la propria messa in scena con il fuori dei corpi. Il corpo esce fuori dalla sua forma, in-formando. Il cuore batte al ritmo frenetico e palpitante, ansima, inspira un soffio di vite plurali, mentre le sue membra si deformano e ricostruiscono zone liminali disorientate affinché si costruisca la cattedrale eccittante di un atlante corporeo. Il corpo è geografia su cui si espandono tutte le possibilità per una ricomposizione completa. Un corpo da dove riparte tutto, dal seno, al palmo, al ventre.

Il corpo “esasperante” di Marussich dà luogo all’esistenza, attraverso la sua pelle piegata, ri-piegata, s-piegata, distesa, legata e slegata. In altre parole il corpo che Yann in-scena, ex-pone è un segno che a sua volta non è altro che significante, ossia corpo. L’assunzione ultima del corpo significante/significato è un atto politico, dove il senso della propria intimità organica, il suo sentirsi e toccarsi è la totalità dell’essere al mondo.

Tutto è corpo nella sua ricomposizione e vocazione, esso è testimone e testimonia la sua indeterminatezza esplodendo una liquidazione organica e sociale. Bocca, occhio, narice, orecchio, sesso, ano, pelle allarga il corpo nella sua interezza e sfocia attraverso la sua porosità per un’andatura sincopata che viola i confini, sconfinando, illimitando e il suo ritmo dà misura all’immenso.

La libertà di ogni individuo, ci racconta Yann attraverso le sue svariate performance (1989-2015),  impiega il proprio corpo come mezzo espressivo della propria sensibilità artistica attraverso le mutazioni corporee. Secondo Le Breton, infatti il corpo stesso diventa medium, un “accessorio della presenza” e il dolore un’apertura al mondo, come una “colonia penale” di memoria kafkiana.

Chi altri al mondo conosce qualcosa come il corpo?

Gli uomini reagiscono in maniera diversa a una stessa ferita o ad un identico disturbo, secondo Le Breton. La loro soglia di sensibilità non è la medesima. L’atteggiamento nei confronti del dolore non è mai fisso, è sempre in potenza. La relazione intima con il dolore, per l’antropologo francese dipende dal significato che esso riveste nel momento in cui tocca l’individuo. Il dolore, continua, appartiene alla vita ancor prima che al corpo dell’individuo. Il sintomo viene paragonato ad uno schermo e il corpo diviene la strada privilegiata per far comprendere la mancanza a livello dell’essere che viene ad intaccare il rapporto con il mondo. Le Breton riflette sul corpo immerso nella società dello spettacolo che diventa la protesi di un ego eternamente in cerca di un’incarnazione provvisoria, per assicurare una traccia significativa di sé. Per prendere finalmente carne nella sua esistenza, importa moltiplicare segni corporali in modo visibile, mettersi fuori di sé per diventare sé.

Proprio attraverso la messa in scena del nostro-corpo-mente, la performance ci consegna un modo possibile di operare una riflessione critica su alcuni aspetti cristallizzati del sociale e a volte provoca un cambiamento in alcuni livelli della società stessa. Quindi la performance in altri termini può essere una risposta critica al mutamento socioculturale e nello stesso tempo può anche generarlo se assume caratteri oppositivi e propositivi. Turner ci spiega che il termine performance deriva dall’antico francese parfournir che significa letteralmente “fornire completamente o esaurientemente”. To perform significa quindi produrre qualcosa, portare a compimento qualcosa, o eseguire un dramma, un ordine o un progetto. Nel corso dell’“esecuzione” si può generare qualcosa di nuovo. La performance trasforma se stessa. Le regole possono “incorniciarla”, ma il “flusso” dell’azione e dell’interazione entro questa cornice può portare ad intuizioni senza precedenti e anche generare simboli e significati nuovi, incorporabili in performance successive. La performance ha quindi un carattere sperimentale e nello stesso tempo critico: attraverso l’agire psicofisico è possibile vivere e portare a compimento un’esperienza e nella messa in scena del nostro corpo è possibile riflettere sull’esperienza stessa. Yann Marussich utilizza ad esempio nel suo corpus artistico le trasformazioni biochimiche interne del suo corpo (secrezioni) nella manifestazione dell’immobilità corporea. Con la performance Bleu Remix, egli mette in atto una “coreografia biochimica”, in cui l’artista svizzero gradualmente posizionato dentro un cubo di vetro, inizia a sudare “blu”.

Il risultato è dato dall’iniezione di una sostanza, blu di metilene, all’interno del suo corpo. L’effetto finale della performance restituisce allo spettatore l’affascinante percorso tra il mondo interno organico e quello esterno, aprendo i passaggi segreti direttamente alla coscienza. Gli angoli dei corpi vengono indagati dall’artista in un “bloodless flaying of the body” (volare esangue del corpo), dove la pelle acquista la funzione di interfaccia tra il corpo fisico-chimico e l’esterno: sk-interface. La peau créatrice nel lavoro di Yann Marussich diventa metafora sia dei confini instabili del corpo che delle nostre vite. Marussich lavora sull’immobilità, un’immobiltà che danza, si trasforma, esangue vive, pulsa, e ci consegna una sorta di manifesto del corpo e della pelle, come in un viaggio che attraversa le secrezioni corporee immerso dentro un’atlante anatomico perfomante della geografia umana. L’immobilità si traduce in movimento che lo spettatore incorpora fino a che, anche egli può danzare. Proprio l’azione del danzare possiede la sua misura in sé, nella possibilità nell’ apertura di una ripresa verso l’immanenza. L’affermazione del gesto non è la sua ripetizione, bensì la sua andatura “immobile”, il suo “monogramma”, un disegno fluttuante tra le esperienze diverse superando la determinatezza dell’immagine fissa.  Il corpo di Yann diviene specchio su cui la scultura immobile giace, produce “immobilismi mobili”, con una lentezza che supera il tempo, lo annulla mixando la realtà fisica con quella biologica ed esperienziale che lo spettatore fruisce.

In Blue Remix il colore si mescola al rosso sangue del corpo in un quadro corporeo vivo. Il corpo muta, diviene laboratorio permanente su cui sperimentare la potenza del corpo stesso. Corpo interno e corpo esterno, corpo a corpo tra dolore e resurrezione. Il corpo è presente, sorgente musicale e flusso interocettivo, imperscrutabile, libero, fino a mutare in una materia fluida primordiale. Il corpo di Yann registra e attiva una sensibilità danzante, il suo sentir-si e sentir-ci in una comunione reciproca interminabile racchiude contemporaneamente l’inizio e la fine del mondo, il mondo stesso che di per sé è molteplice, pluriverso e multicentrico. Il raccordo tangenziale ed emozionale del corpo nella sua distanza-vicinanza finita e s-finita apre lo scarto “esplorativo” per una “meditazione corporea”: pratica fondamentale e a priori per ogni lavoro di Yann.

Yann Marussich 3

La meditazione per Marussich sconfina, apre l’infinitamente aperto dove il corpo evapora, si distende, rompe, liquefatto danza nella sua tangenza intima tra i mondi.  In questo movimento e non-movimento si instaura una trans-formazione che transita e trasforma il corpo coniugando un ricongiungimento “spirituale” verso se stessi e verso gli altri.

Attraverso il suo lavoro Blessure (ferita) Yann invece attiva un percoso esteriore ed interiore sul filo dell’immobilità e del movimento. Al centro dello spazio un divano rosso, a terra un tappeto di piume su cui il corpo di Yann è disteso (leggerezza e pesantezza). Lentezza, dolcezza, impercettibiltà sono stati gli ingredienti che hanno mescolato la lunga performance dell’artista svizzero dove si sono liberati tempi e spazi in direzione di luoghi s-conosciuti.

Blessure si è rivelato con la sua potenza un corpo a corpo con lo spettatore nel suo movimento interiore e un viaggio individuale nell’esperienza collettiva della partecipazione, accompagnato dalle note musicali dell’artista Juliee Semoroz. Proprio l’inafferrabilità del corpo con la sua pesantezza, si libra come piuma nella sua sfuggente immagine che mobilita la sua immobilità in una sorta di in-divenire a sé, in-tensione dove il gesto e la cadenza disegna il mondo e ritaglia in esso un frammento: misura propria dell’immenso, come in un incredibile scontro (Crash).

Proprio in Crash altra opera di Marussich, l’artista riflette sul rapporto contemporaneo e sempre più incorporato con la macchina. L’uomo e la macchina si scontrano in un agghiacciante duello dove il metallo taglia la scultura del corpo umano per una celebrazione effimera della carne, premendo sulla morte, assorbendola per assaporarla, prima facoltà affinché si comprenda. Il corpo di Crash, che recupera il lavoro letterario di Ballard e quello cinematografico di Cronenberg è la narrazione di uno scontro-incidente, dove la carne passiva è intrappolata dentro le gabbie sociali, e la violenza dello scontro-incontro non è che l’immagine-specchio deformante della realtà. In Crash si plasma il rapporto che l’essere umano ha con il corpo mescolando la sua sessualità, i suoi tabù con gli innesti tecnologici e macchinici, dove regna la mescolanza dell’organico del corpo con l’inorganico della macchina. La ferita, la lacerazione del corpo si completa con l’impatto della carrozzeria  aprendo ad una zona erogena con violenta eccitazione, e l’incidente funziona da catalizzatore emozionale inquietante tra corpo e lamiera. Crash diviene il manifesto erotico dove è la ferita che stimola l’eccitazione, la geometria delle cicatrici sostitusce gli organi sessuali, rovesciando la pro-vocazione in resurrezione. Yann ci restituisce l’immaginario dell’incidente-scontro per un incontro nell’orizzonte universale tra normalità e devianza, tra lacerazione ed eccitazione. Lo schianto provoca emozione.

Proprio nella distruzione Yann cerca di ri-emergere con la perfomance Bain Brisé. Egli è schiacciato dal peso eccessivo di vetri rotti. L’artista nel rischio del corpo tagliato e ferito, soffocato e schiacciato cerca di riportare il riflesso corporeo alla luce con una lentezza quasi immobile, ansimando il respiro di resurrezione. La volontà di Marussich ad uscire fuori dalla vasca supera la fatica “immensa” e dolorosa di destreggiarsi “danzante” tra la possiblità di rimanere intrappolato e quella di sfuggire alla crudeltà. Yann riporta in vita un mosaico dove il limite gioca sulla soglia del gesto evandendo oltre il tempo che strappa il bordo verso la riva della vita s-piegata, strabordando oltre il corpo stesso. La pelle è zona liminale su cui si manifesta la condizione di essere esposto di ogni corpo.

Il corpus e la cifra stilistica di Marussich ci consegnano con estrema “delicatezza indelicata”, quelle sensazioni che si arrovellano sui nostri corpi:, sfiorare, rasentare, premere, conficcare, serrare, lisciare, strofinare, accarezzare, palpare, tastare, abbracciare, stringere, battere, pizzicare, mordere, succhiare, bagnare, lasciare, leccare, annusare, gustare, portare …

Il corpo è questo incredibile cortocircuito: pesa, soppesa in maniera leggera in direzione dell’estensione del mondo.

Yann attraverso le sue performance ci consegna un corpo plurale che all’improvviso nel chiarore dell’alba ci dona la sensazione che il corpo creato è là, cioè tra qui e là, abbandonato e liberato e perfino  ri-creato. Corpo come fondamento immanente, radice che si dis-piega e subito muta e cambia. Nella sua immobilità Yann sfugge con la sua potente posizione del corpo mobile, e attraverso i suoi micromovimenti si libra come farfalla abbandonando la sua sospensione in un volo pindarico che si culla ondeggiando, sfregando, il desiderio palpitante di misurarsi con il contatto del fuori: premere e spremere fuori verso un’es-pressione che la completi.

*Nato nel 1966, italo-francese Yann Marussich è un’eccezione della danza contemporanea e della performance. «Graffiante, spiazzante, provocante, autentico», ci offre delle performance da cui non si esce mai del tutto indenni. Dal 1989, firma une trentina di performance e coreografie diffuse in tutta Europa, in America del Sud e in Asia. Dal 1993 al 2000, evolve parallelamente nell’ambito della programmazione artistica come direttore del Théâtre de l’Usine (Ginevra) dove programma quasi esclusivamente danza contemporanea e più nello specifico le nuove forme d’espressione.
È stato inoltre il fondatore di ADC Studio (Ginevra) creato nel 1993.
Oggi, si dedica esclusivamente alla performance. Nel  2001 Yann Marussich firma Bleu Provisoire, il suo primo lavoro  totalmente immobile. Da quel momento sprofonda nell’introspezione e nella padronanza dell’immobilità esponendo il suo corpo al confronto di diverse sollecitazioni, ma anche aggressioni: è là che si situa lo spazio poetico del performer, nel contrasto spesso violento tra ciò che il corpo subisce e un’impassibilità assoluta da dove traspare una grande calma. Il suo campo di esplorazione si situa tra la body art e la bio art. I suoi ultimi lavori sono degli assoli performativi, che considera come un genere totalmente a parte. Rideau! (2014), Crash (2012), Hyphos (2012), Glassed (2011), L’Arbre aux clous (2011), L’oeuf du serpent (2011), Bain brisé (2010), Ex-pression (2009), Brisures (2009), Bleu Remix (2007), Nuit de Verre (2007), Soif (2006), Blessure (2005), Traversée (2004), Autoportrait dans une fourmilière (2003), Morsures (2004), e molte altre ancora, sono state presentate in numerosi contesti e festival in Svizzera e all’estero.
Nel dicembre 2015 è stata inaugurata la retrospettiva del lavoro di Yann Marussich Experience of immobility presso il BAC – Le Commun a Ginevra con il sostegno del FMAC. Nel 2008, riceve il premio Ars Electronica nella categoria Hybrid Art con la performance Bleu Remix. Yann Marussich è stato artista associato al Théâtre du Grütli per la stagione 2010-2011. Dal 2011 Yann Marussich è sovvenzionato dal Dipartimento della cultura e dai Fondi per l’Arte Contemporanea (FMAC) della città di Ginevra.

 

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