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2 giugno 2016

André Gorz, Ecologia e libertà – Recensione di Giovanni Coppolino Billè

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André Gorz, Ecologia e libertà, a cura di E.Leonardi, Orthotes, Napoli 2015

 

Giovanni Coppolino Billè

La ripubblicazione di questo piccolo libro uscito in Francia nel 1977 (e pubblicato nello stesso anno da Feltrinelli con il titolo Sette tesi per cambiare la vita) ha il doppio merito di ricordare un pensatore troppo presto dimenticato (è morto tragicamente nel 2007) e una serie di proposte di natura politica che potrebbero soprattutto oggi costituire un programma per un nuovo progetto di civiltà. Il punto di partenza è il cosiddetto realismo ecologico formulato per la prima volta dall’economista Nicholas Georgescu-Roegen (e che ha permesso a Gorz di “fondare” l’ecologia politica negli anni settanta del secolo scorso): le risorse naturali sono limitate e pertanto è necessario gestirle per non esaurirle troppo presto. Per fare questo è necessario invertire la crescita esponenziale dei bisogni e dei consumi in vista di una società della decrescita (termine che negli ultimi anni ha assunto un preciso significato politico grazie agli scritti di Serge Latouche). Il paradosso dell’homo oeconomicus di oggi è che non consuma più ciò che produce, né produce ciò che consuma (una frase che ricorre spesso anche negli ultimi lavori di Gorz).

L’ecologia nasce nel momento in cui si ha la consapevolezza che le risorse naturali non sono inesauribili, ammonendo l’economia a non oltrepassare i limiti esterni fisiologici. Con la sua razionalità diversa, l’ecologia ci mostra come l’attività economica, per usare il linguaggio di Gorz, nel tentativo di superare una scarsità relativa genera al contrario una scarsità assoluta e insormontabile distruggendo le risorse naturali. In molti casi l’aumento della produzione comporta un aggravarsi della condizione di scarsità, cioè delle controproduttività (per usare un termine caro a Ivan Illich che cita spesso), come ad esempio la crescita delle vendite delle automobili e dei medicinali per uso privato, oltre all’aumento esponenziale dei consumi energetici. Pur proponendoci la via alternativa della limitazione o riduzione della produzione materiale, l’ecologia ci porta di fronte a un bivio tra due opzioni entrambe percorribili: la convivialità (altro concetto chiave di Illich) o il tecno-fascismo (cioè l’ingegneria applicata ai sistemi viventi).

Secondo Gorz è solo la prima che ci permette di formulare una proposta di civiltà alternativa alla razionalità capitalistica in cui viviamo; di fatto però, soprattutto per interessi economici e finanziari, è stata la via autoritaria affidata ad istituzioni centralizzate e a tecnologie oppressive a prevalere negli ultimi decenni (e in questo il pensatore francese è stato davvero profetico). La scelta ecologista è, a suo avviso, del tutto compatibile con il socialismo libertario o autogestionario che rifiuta il socialismo marxista tradizionale (già criticato dall’autore in scritti fondamentali come Il socialismo difficile e Addio al proletariato). Si può aspirare a una società diversa soltanto se si trasformano gli strumenti tecnici e i mezzi di produzione in modo che siano rispettosi dell’ambiente di vita e diano una maggiore autonomia nella produzione economica alle collettività locali e regionali. Bisogna prima trasformare i mezzi di produzione se vogliamo realisticamente cambiare la società.

La crisi economica attuale, di cui Gorz ha intravisto la fase iniziale alla fine degli anni settanta del secolo scorso e previsto gli ulteriori sviluppi futuri, è innanzitutto una crisi di sovrapproduzione, in quanto è aumentata la ‘composizione organica del capitale’, cioè il capitale investito in nuovi macchinari per aumentare la produzione riducendo la manodopera e i salari. Per evitare la tendenza ravvisata da Marx alla caduta tendenziale del saggio di profitto, i capitalisti intervengono per aumentare la quantità di merci vendute oppure il prezzo con prodotti sempre più sofisticati. Pertanto aumentano i prodotti meno durevoli, la cui usura è programmata (l’obsolescenza programmata di cui parla oggi Latouche):

È così che abbiamo assistito alla sostituzione della latta con l’alluminio, la cui produzione richiede un quantitativo di energia quindici volte superiore; alla sostituzione dei trasporti ferroviari con quelli stradali, che consumano sei o sette volte di più pur usurandosi ben più rapidamente; alla scomparsa di oggetti con viti e bulloni in favore di oggetti saldati o incastonati e dunque non riparabili; alla riduzione della durata di vita delle cucine e dei frigoriferi attorno ad un limite di sei o sette anni; alla sostituzione delle fibre naturali e del cuoio con materiali sintetici poco resistenti; alla diffusione del vuoto a perdere, tanto costoso in termini energetici quanto i recipienti in vetro; all’introduzione di tessuti e vasellame usa-e-getta; alla costruzione di edifici in alluminio e vetro, la cui refrigerazione estiva richiede tanta energia quanto il riscaldamento invernale, ecc. (pp.54-55).

Strettamente legata alla sovrapproduzione è la crisi di riproduzione che, a partire dalla metà degli anni sessanta del secolo scorso, ha intaccato anche i cosiddetti beni non producibili: l’aria, l’acqua, la fertilità naturale del suolo, le foreste, i pesci, le materie prime. Ci troviamo in questo modo nella condizione di dover riprodurre (e oggi anche privatizzare) ciò che è stato sempre abbondante e gratuito, come l’acqua e l’aria. Questo comporta un aumento della composizione organica del capitale e una ulteriore caduta tendenziale del saggio di profitto per il mancato aumento della produzione di merci. Ormai l’efficienza del sistema industriale è diminuita in quanto gli ostacoli alla crescita sono diventati fisici, a causa della distruzione di risorse non rinnovabili e dell’eccessivo sfruttamento di risorse rinnovabili che nel frattempo sono diventate rare. Bisogna pertanto declinare ‘meglio’ con ‘meno’ anziché con ‘più’: «creare pochi bisogni minimali, soddisfarli con il minor dispendio possibile di materia, energia e lavoro, provocando il minor grado di nocività possibile» (p.59).

In altri termini, si vive meglio se si produce meno, secondo uno slogan che oggi ci viene ricordato ad esempio dai movimenti ambientalisti e da quelli che fanno riferimento alla decrescita. Interessante è l’analisi di Gorz sulla povertà che, a differenza della miseria, che è mancanza di risorse necessarie alla sopravvivenza, è per essenza relativa alla privazione di beni che sono accessibili solo ai ricchi. Le cause della povertà sono sostanzialmente tre: l’accaparramento di risorse da parte dei ricchi; il diritto di accesso esclusivo e il consumo distintivo di beni rari non disponibili e alla portata di tutti. Riprendendo Illich, l’autore propone una vera e propria rivoluzione culturale: bisogna eliminare la disuguaglianza dei poteri e dei diritti che causano la povertà rendendo accessibili a tutti i beni prodotti socialmente. La sua proposta è quanto mai attuale nel sognare un progetto di civiltà alternativo alla società dei consumi: è necessario infatti che tutti i lavori socialmente utili abbiano lo stesso riconoscimento sociale e che la riduzione prima graduale e poi generalizzata dell’orario di lavoro consenta a tutti di dedicarsi ad attività libere per realizzare le proprie capacità e progettualità.

Per fare questo occorre partire da una profonda riforma della scuola e dell’insegnamento, che non deve più fornire diplomi da spendere sul mercato del lavoro, ma incrementare le capacità creative e autonome degli individui. Lo scopo della scuola attuale è, infatti, «fornire alle industrie, al commercio, alle professioni e allo Stato lavoratori, consumatori e utenti fatti su misura» (p.72). In questo modo il capitale (e lo Stato) tendono a dominare e controllare il lavoratore sia nel lavoro che nel tempo libero orientandolo nei consumi. Nessuno infatti consuma più quei beni e servizi di cui sente autonomamente il bisogno (perché gli sono utili), ma i bisogni eteronomi indotti da altri con la pubblicità. L’obiettivo dell’ecologismo di Gorz è di rafforzare la società civile rispetto allo Stato, in quanto soltanto la prima promuove la coesione e la solidarietà tra le persone con le associazioni di volontariato e le cooperative.

Alla crisi del capitalismo bisogna rispondere con un nuovo modo di produzione che «si fondi sul risparmio controllato delle risorse rinnovabili e sul consumo decrescente di energia e di materie prime» (p.79). Si può ridurre il tempo di lavoro a vantaggio delle attività libere e autogestite; si può vivere meglio lavorando e consumando meno. È utopica come proposta o si può realizzare concretamente? Intanto Gorz ci indica il tipo di politica che ci vuole descrivendo il programma utopistico di un nuovo governo francese prossimo venturo che si basi su tre punti fondamentali: “Lavoreremo meno”; “Consumeremo meglio”; “Integreremo la cultura alla vita quotidiana di tutti”. Se è indispensabile immaginare un’altra società per poterla progettare, è ancora più difficile volerla costruire. Per farlo serve la volontà politica e un chiaro progetto di civiltà.