0

2 gennaio 2014

La regressione immortale: dall’operaismo alla Val di Susa attraverso “comune”

image

-1. I concetti di “comune”, “natura”, “bio” cui -politica diventa mera appendice, “poveri”, “amore”, “pensiero unico”, “moltitudine” stanno diventando da tempo un mazzo di chiavi rotondo che nei film horror anni ’50 determinavano il carceriere e che ora dovrebbero aprire le porte del comune “pubblico/privato”. La prospettiva metodologica con cui viene presentata la sequenza chiavi-in-mano è semplice e costante: a partire da operai e capitale, contropiano, autonomia del politico, un gruppo indistruttibile e immodificabile di intellettuali ripete sempre le stesse cose, con variazioni minime interne allo stesso ”paradigma”, senza minimamente immaginare una sosta o una riflessione diciamo critica sui propri fallimenti, errori, imprecisioni, catastrofi.

Ad ogni fase, in verità, si percepisce una sosta, ma solo per  modificare alcuni tratti secondari e per inventare nuove parole-chiave seduttrici e far così funzionare il modello precedente ovvero costante: dall’autonomia operaia, dal ciclo capitalistico agli autonomi fuori/dentro l’accumulazione, dagli imperi extra-statuali alle moltitudini del comune, fino all’attuale riscoperta del capitale finanziario. In questi fuochi d’artificio concettuale, rimaneva solida sempre la stessa visione, esattamente la stessa concezione del “capitale” anni 60 (1962). Lui, il “capitale”, è inessenziale. È una superfetazione che è uscita da se stessa e rimane là, esterna ai processi produttivi, succhiando il plusvalore non più prodotto dalla quantità di lavoro socialmente necessario, bensì dall’intera società. Anzi dalla bio-natura del sociale.

Tutta la teoria (o meglio l’ideologia) operaista fin da Panzieri è basata sull’autonomia operaia dal ciclo capitalista. Durante la recessione, invece di accettare la subordinazione dei salari al capitale, la lotta di classe avrebbe dovuto spezzare il ciclo in generale e spingere verso rotture rivoluzionarie. Lo stesso Tronti afferma che è la lotta operaia che spinge il capitale alla ristrutturazione. Per Arrighi, la forza strutturale dell’autononomia operaia muove il ciclo e lo spezza.

Certo, ci sono differenze dagli operaismi alle moltitudini, fino al “comune” di Negri, ma c’è un filo che accomuna tutta questa sinistra operaista in questo: il capitale è una escrescenza, una specie di “sovrastruttura” appiccicata ai processi di valorizzazione operaia, trasfigurato in puro dominio. Se questo era criticabile già nell’era industriale anni 50-70, figuriamoci ora con la new economy o come vogliamo chiamare la rivoluzione digitale. Di conseguenza, quello che era operaio sociale diventa – senza discontinuità alcuna – quel “bene comune” di Hardt/Negri posseduto dall’agape dell’amore.

Fare ricerca empirica come i Quaderni Rossi suggerirono all’inizio, traducendo l’inchiesta operaia così come la Scuola di Francoforte l’aveva riscoperta e applicata agli studi sull’autorità e la famiglia, era ormai inessenziale. Capire i movimenti delle ristrutturazioni era ridicolo, spiegate a priori in quanto risposte alle lotte operaie. Osservare il processo post-industriale già confermava il noto “l’avevo detto”, anche se tutto, ma proprio tutto, stava mutando. L’idea del capitale cognitivo derivante dai tecnici, basato su lavoro produttivo e improduttivo (distorcendo Krahl, Altvater, Negt), e “ontologicamente”, per così dire, applicato al post-fordismo, fu la penultima capovolta.

Infine, di fronte all’espansione tecno-digitale, le innovazioni materiali/immateriali, le trasformazioni del trittico cultura-consumo-comunicazione dentro i processi di valorizzazione basati sulla qualità “indefinibile” dell’innovazione (che ogni Apple Store presentava alla ricerca inquieta e presenta ancora): tutto questo si volatilizza in quanto indifferente o inessenziale rispetto all’idea di comune, poveri, amore, natura. Invece di sforzarsi di capire come si crea e funziona una piattaforma, si ripete fino alla noia dispositivo e si passa subito al bios.

Arriva e muore Steve Jobs, che trasforma i processi digital-comunicazionali in valore e valori condivisi quanto trasformati globalmente, intaccando poteri, narrazioni, codici, ma è ignorato o preclassificato come concausa della bolla edilizia e Nasdaq.

-2. “La lotta per combattere il male implica un’educazione e una disciplina all’amore”. Questa frase di Lutero può essere studiata, come è stato fatto da autori classici come Weber e Marcuse, in relazione all’etica protestante e all’obbedienza introiettata dall’individuo e come si sia dispiegata in quanto ideologia suprema del capitalismo emergente. Ora invito a rileggere la citazione: non è di Lutero. È di M.Hardt e T.Negri a pag, 199. Se il lettore pensa che è assurdo e lo sto manipolando, prego. Basta aprire il libro Comune.

Di citazioni come queste ne potrei fare a decine, ma ho scelto solo due perchè più perturbanti quanto chiarificanti dell’ideologia nazionale. I processi di mutamento quotidiani , che mescolano livelli geniali e truffaldini, corruzioni e invenzioni, sono rimossi dentro la più classica ontologia: quella basata sulla lotta tra il bene e il male. Neanche l’al di là – cui sono personalmente ancora affezionato – è rimasto in queste macerie scintillanti della copertina celestiale-Rizzoli.

Bene e male sono valori ridotti a natura, come appunto l’ideologia ha sempre tentato di fare. Ricordo che per Marx ideologia era falsa coscienza che tentava – idealizzandoli – di camuffare e trasfigurare i propri interessi di classe (e anche di sesso, genere, razza, religione e così via) facendoli passare per oggettivi. Ideologia come biologia, appunto, nel senso di Destutt de Tracy e non di Foucault. Bio-politica come ideologia. La natura è chiaro cosa sia: la Val di Susa. Su suggerimento di difensori No-Tav, mi sono andato a sentire Don Gallo e Dr. Travaglio. La critica allo sviluppo più moderno, nel senso proprio ottocentesco del termine, cioè lo sviluppo ferroviario veloce contro i padroni di autostrade, automobili, Ryanair ecc., in un contesto italiano vicino al collasso economico generale, è basata sulla nostalgia della natura incontaminata che i padroni delle ferriere e ferrovie continuano a distruggere.

Don Gallo è persona rispettabile, ovvio, ma quando parla di Madre Natura e Dio Padre nell’intervista in cui contesta il TAV, mi domando come è possibile che una qualsiasi persona di buon senso critico non gli faccia presente che tali concetti, a parte la loro ingenua antropomorfizzazione, hanno costituito l’asse portante dell’espansione coloniale europea nel mondo intero. E che la natura non è madre di nessuno o almeno non certo mia, così come dio non è assolutamente mio padre.

Eppure tali concetti semplificati e buonisti, quasi lacrimosi, che evocano mamma e papà, diventano ideologie contro il processo che dovrebbe essere salutato da tutti come finalmente il potersi muovere rapidamente. Ma l’elogio della lentezza è un altro dei capisaldi dell’ideologia antagonista. Tra la velocità della comunicazione digitale decentratam o sicuramente ancor più decentrabile di Jobs, e il rallentamento tartarugoso di Viriolo, il No-Tav non ha dubbi: usa l’iphone e viaggia in macchina. Si apre la nuova Tiburtina a Roma e quelli stanno là a evocare lentezze valligiane.

-3. Bene : Male – Madre Natura : Dio Padre. Ascoltando l’intervento di Travaglio da Santoro, che ha entusiasmato e commosso l’intero pubblico di sinistra per 14’ esatti, ho avuto la netta impressione che l’arte della retorica populista, che sceglie alcuni elementi indimostrabili, che sollecita paure incoffessate, che ironizza sessualmente contro persone invisibili, con parole fluide, sguardo in camera e sugli appunti, sorrisi compiaciuti durante gli applausi: bene qui la razionalità dell’irrazionale dell’ideologia assume la sua forza oggettiva.

La nuova figura del demagogo inquisitore, che fustiga qua e là, affine al coprololaio Grillo, è figlia delal discorso sul comune così come si è sviluppato (solo in Italia) per 50 anni, cambiando pelle, ma rimanendo esattamente identico come un gattopardo leninista: cioè, che il capitale è solo una escrescenza, che basta sploverarsi di dosso questa crosta per essere liberi e felici in comune, che i poveri hanno l’amore dalla loro parte e i ricchi no. L’alleanza coi filosofi per eccellenza del dualismo e dell’origine, dei mari e dei sentieri, è evidente. Qui nè Heidegger tantomeno Schmidt sono figure storiche, casualmente legate al nazismo. Sono pensiero. E un pensiero del dualismo originario, che illumina l’ideologia italiana antagonista senza incrinature da un paio di generazioni.

Poi si vedono i ragazzi antagonisti che a Roma lanciano estintori e, una volta fermati, si scusano; o nella valle lanciano parole irripetibili a un poliziotto che, registrate, causa immediate scuse da parte dello stesso. Quando si sta in comune, cioè, si può fare tutto. La strada è nostra. E pure le valli d’or. Da soli è diverso. NO-TAV è la morte delle ideologie antagoniste. O la sua noia riproducibile. Una visione antagonista nazionale, in quanto è solo nazionale tutta l’interminabile storia dall’autonoma operaia al comune povero. L’irrazionalismo demagogico indossato dai campioni della razionalità televisiva definisce l’ideologia antagonista senza concetto.

Tale razionalità irrazionale basata sull’immobilità anti-tecnologica, che usa il digitale giornalmente, ha come centro il concetto altrettanto eterno di società. È interessante notare che, per uno come me che detesta lo storicismo, sono costretto a sottilieneare che tale concetto ha una sua dimensione storica. Anzi, forse è il più storico dei concetti della modernità, la quale è tale in quanto afferma l’antagonismo irriducibile tra Stato e società civile, appunto.

Nell’immanenza del concetto storico di società si incorpora la dialettica, che nasce nel senso moderno solo grazie a lei, prima in Hegel e poi in Marx, ovviamente. La dialettica come strumento logico della trasformazione scientifica di questa stessa società attraverso l’analisi teorica ed empirica delle contraddizioni al suo interno. La dialettica come sintesi, che assume una visione del mondo universale, affine alle expo, di cui la dialettica è più figlia di quanto si immagini (nello stesso anno a Londra c’è l’expo universale e nasce il partito comunista). Dialettica come fondamento del partito rivoluzionario e del partito in quanto tale. Dialettica come mossa dalle classi sociali.

Eppure tutto questo – sintesi/classi/partito – da tempo non funziona più proprio in quanto la società non morde nè interpreta o modifica lo stato di cose. Società è diventato un artificio retorico che evoca mondi passati come se fossero ancora attuali, tipo i romanzi di Balzac o Dostojewski.

I movimenti che stanno trasformando lo stato di cose ex-presenti non hanno nulla a che vedere con le dinamiche o le dialettiche sociali. Le rivoluzioni californiane, nordafricane, brasiliane o del Bric hanno ben altri nessi. Gli intrecci tra comunicazione digitale, produttività allargata, innovazione transculturale – e come tutto questo cambi gli spazi del consumo performatico o gli stili delle culture metropolitane – sono al di là della società così come era stata individuata. È una diversa metropoli da quella benjaminiana che avanza sulle macerie senza Angelus della città industriale.

Anzichè una moltitudine omogenea che persegue l’amore, quello che emerge è un nuovo concetto di soggettività, che deve essere accompagnata, dialogata, interpretata con ben altri metodi.

Qui arriva il secondo e ultimo passo: “nuovi costumi devono essere formati mediante l’organizzazione collettiva dei desideri: un processo educativo al contempo sentimentale e politico” (Negri/Hardt, 2009:200). Prego la massima attenzione: queste frasi sono estremamente pericolose, un mix di autoritarismo pedagogico e messianesimo da padre della chiesa. Personalmente, ho un ironico timore dell’ organizzazione collettiva dei desideri. Tertulliano e Lutero sono vivi e lottano insieme a noi. In Val di Susa.

– 4. L’ipotesi su cui sto lavorando è la seguente.

A partire dagli anni ’90, le mie ricerche hanno tentato affermare la sfida dell’antropologia contemporanea attraverso la tensione polifonica, la dialogica sincretica e il conflitto comunicazionale tra etero e auto-rappresentazione. Ricerche, posizionamenti e sfide sono affrontate secondo procedure non più unificate bensì decentrate, multiple, alterate.

Le procedure metodologiche secondo cui tradizionalmente il politico o l’antropologo rappresentava l’altro con le sue logiche esterne, con scritture aliene, con le sue autorità discutibili si sono – se non esaurite – almeno attenuate. Questo transito sta avvenendo sotto le spinte post-coloniali, che hanno denunciato un persistente contesto politico-culturale mondiale; e sia grazie all’affermarsi di minoranze non minoritarie tra flussi metropolitani e digitali material/immateriali.

In conseguenza di ciò, appare evidente che il “chi ha il potere di rappresentare chi” sta diventando un nodo centrale che si aggroviglia sul dominio “scientifico” e che una parte maggioritaria dell’Occidente continua ad esercitare verso e contro l’altro.

Detto in un altro modo, una critica sul potere dominante si posiziona tra una spinta esterna post-coloniale e una interna sull’autorità della rappresentazione. La questione “di-chi-rappresenta-chi” in tutti i risvolti di potere riprende e amplia la critica sulla divisione del lavoro così come Marx l’aveva presentata, rendendo insufficienti le letture otto-novecentesche basate sulla centralità strutturale di stratificazione sociale e processi produttivi. L’attuale fase post-industriale e l’accelerazione delle tecnologie digitali, infatti, includono ulteriori “divisioni” tra soggetti appartenenti a culture ed esperienze diverse: la divisione tra chi comunica e chi è comunicato, tra chi ha storicamente il potere soggettivo di narrare e chi sta nella sola condizione di essere un oggetto narrato.

Per cui tra “chi-rappresenta” e “chi-è-rappresentato” vi è un nodo politico specifico, relativo a quella che chiamo divisione comunicazionale del lavoro, che va affrontata nei metodi e nelle pragmatiche. Tra chi ha il potere di inquadrare l’altro e chi dovrebbe continuare ad essere inquadrato – eterno panorama umano – si è ossificata una gerarchia della visione che è parte di una logica dominante da mettere in crisi nella sua presunta oggettività. È insopportabile – politicamente ed etnograficamente – che nella comunicazione digitale si riproponga un neo-colonialismo mediale con una divisione gerarchica tra chi rappresenta e chi è rappresentato, tra chi filma e chi è filmato, chi narra e chi è narrato, chi inquadra e chi è inquadrato.

Le nuove soggettività – che stanno affermandosi come “altre” – hanno il vantaggio di poter usare le tecnologie digitali che favoriscono questo decentramento con un effetto dirompente non paragonabile con quello analogico. Facilità di uso, abbassamento dei prezzi, accelerazione dei linguaggi, decentramento di ideazione, editing, consumo. La divisione comunicazionale del lavoro tra chi narra e chi è narrato – tra auto ed etero-rappresentazione – penetra dentro l’aporia emergente tra produzione delle tecnologie digitali (legate ai centri del potere occidentale anche se dislocato in Cina) e uso di queste stesse tecnologie da parte di soggetti con una autonoma visione del mondo. Tale divisione e tale contraddizione ridefiniscono lo scenario di potere dentro il quale i soggetti della comunicazione digitale si dispongono per confliggere contro e oltre ogni persistente tentativo di appiattire, folklorizzare o ammutolire l’altro (Canevacci, 2012).

La società è collettiva, la comunicazione è connettiva.

-5. La metropoli includeva la società, ne era anzi determinata e classificata. A partire dagli ultimi decenni del ‘900 ha iniziato a corroderla e a sfinirla con gli eccessi delle sue mutazioni. Tale processo è simmetrico all’affermazione tendenziale (quanto auspicabile) extra-statuale delle stesse metropoli. La trasformazione della tradizionale città verso una fluttuante metropoli è il contesto all’interno del quale collocare la critica all’ideologia.

Le pratiche delle culture digitali su siti-web, design, architetture, musiche, moda, pubblicità; la fine del lavoro fisso e l’affermazione di identità fluide; le soggettività performative nel consumo e nelle estetiche; le individualità diasporiche che attraversano e incrociano luoghi, spazi, zone, interstizi; i processi di ibridazione tra frammenti glocal espansivi; l’accelerazione politica della comunicazione: tutto questo delinea la transizione in atto dalla città industriale alla metropoli comunicazionale.

Tale metropoli dissolve la società con la sua dialettica dualista e la centralità del lavoro industriale; frantuma la cultura nel suo significato omogeneo in miscelazioni sincretiche; dilata la comunicazione, determinante per penetrare e modificare “tutto quello che è solido” che svanisce nell’aria-dei-pixel.

Anziché usare terminologie che si sono rivelate inadeguate (post-moderno su tutte), le esplorazioni più interessanti – intrecciando antropologia e architettura – individuano nel transurbanesimo il contesto fluido dove si pratica un tale mix di corpi e spazi (Mulder). Tale trasformazione si basa sull’innovazione di panorami corporei e urbani tra le zone metropolitane, e sulle possibilità per un soggetto-multividuo di transitare negli interstizi, produrre comunicazione, e quindi metropoli, con identità altrettanto transitive. In altre parole, più che il lavoro è il nesso architetture/urbanesimo/comunicazione che crea identità e si relaziona con un sentire metropolitano esteso oltre i confini materiali della città. La metropoli comunicazionale è materialimmateriale.

I nessi tra tecnologie digitali e stili corporei liberano potenziali identità diasporiche, sincretismi tecnologici, paesaggi sonori, immaginazioni visuali, oralità iconiche. Questa pulsante metropoli accende mescolanze tra pubblico-privato, natura-cultura, organico-inorganico, familiare-straniero che oltrepassano le semplificazioni binarie, gli universalismi filosofico-religiosi, gli strutturalismi antropologici, le neutralità interpretativiste. Nelle pratiche processuali transurbane, il mutamento – il transito – trasforma la città in metropoli. Non è la produzione industriale il centro economico-politico che definisce e inquadra la società civile: il trittico cultura-consumo-comunicazione dissolve il tradizionale concetto di società, sincretizza stili e visioni-del-mondo, fluidifica territori, matrimoni, lavori, sessi, generazioni, etnicità. Transitare significa attraversare, incrociare e assemblare spazi, zone, selves, identità.

Trans-urbanesimo altera le condizioni del vedere prospettive, scorci, ritmi. Da qui l’attenzione critica per ogni dettaglio, che ha come indicatori privilegiati le relazioni tra divisione comunicazionale del lavoro e feticismi visuali emergenti: cioè le attrazioni dialogiche tra corpi panoramatici e luoghi-spazi-zone-interstizi.

Bibliografia

Canevacci, M., 2012, Digital Auratic Reproducibility: Ubiquitous Ethnographies and Communicational Metropolis, in “An Ethnography of Global Landscapes and Corridors” (edited by Loshini Naidoo), InTech Publisher http://www.intechopen.com/articles/show/title/digital-auratic-reproducibility

Hardt, M.-Negri, A., 2010, Comune. Oltre il pubblico e il privato, Milano, Rizzoli

Mudler, A. (a cura di) 2002 Transurbanism, V2_Publishing, Rotterdam