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2 gennaio 2014

Nella crisi non solo dissolvenze

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Antropologia Politica – Le grandi domande sono cambiate. Non sono più quelle di una volta. Questo il messaggio reiteratamente promosso da una banca di nuova generazione, che mette in scena una giovane e bella donna, apparentemente affascinata dalla profondità del cielo davanti a lei e altrettanto apparentemente turbata dall’interrogativo se esistano altre vite nell’universo. Ma il turbamento dura lo spazio di un sospiro perché subito dopo, con mossa decisa, la medesima giovane volge lo sguardo verso i telespettatori e afferma che le vere domande sono oggi altre. Perché mai, per esempio, dover pagare per un’operazione di bancomat? Un attimo di sospensione, una suggestione dell’anima persa nell’infinito, poi la frase ad effetto, che acquista forza proprio da ciò che c’è prima. Tutto è niente, nell’assordante carosello di immagini del niente virtuale che affastella una dietro l’altra le cose della pubblicità, in un’orizzontalità dei valori, dei significati, delle suggestioni.

Le grandi domande sono cambiate? Più che altro non ce ne sono più. Si sono dissolte anch’esse, come le grandi narrazioni, le ferree ideologie e le sistematiche costruzioni filosofiche che interpretavano l’esistente

Ma forse servirebbero ancora – le grandi domande – per aiutarci a capire il turbinio dell’esistente. Dovrebbero vedere protagoniste le nuove generazioni, con insistenza, in prima persona e senza pudori né mediazioni di sorta. E le donne, che invece sempre più rischiano di essere attratte dal ruolo di comprimarie di seconda o terza fila, in paesaggi politici e simbolici in regressione, ancora con troppo affollamento maschile – per di più di uomini in crisi di autorevolezza e autorità – sulla tolda di comando. E dunque nel protrarsi di una crisi della politica che dissolve qualsiasi idea di ripresa di un agire pubblico degno di questo nome, a cui le donne non riescono a dare un contributo che sia davvero tale.

Grandi domande sulla crisi della contemporaneità, innanzitutto, che porta il segno della globalità e di una inestricabile concausità, crea disagio crescente e viene ridotta invece, nei talk show che fanno opinione conforme, allo stare o non stare ai formulari di Bruxelles. È invece crisi strutturale di tutto, dominata da potenti processi di finanziarizzazione dell’economia che tendono a depotenziare o annullare, dissolvendoli, i poteri politici, e sottoposta all’incombenza di crescenti emergenze ambientali, di cui continuamente si parla per inciso, che intanto moltiplicano i punti di fragilità del territorio, spingendoli al limite estremo di tenuta.

Il paesaggio del pianeta viene così ridisegnato sotto gli occhi distratti dei contemporanei, nell’obsolescenza delle mappe cognitive di antichi manuali di geografia, delle certezze di confini e passaggi artici. La mediatizzazione delle catastrofi ambientali sta creando assuefazione, dopo ogni messa in scena di globali lutti liberatori. Rimangono le tracce delle tragedie, ma le scelte che farebbero bene davvero non arrivano. Bisognerebbe per esempio ristudiare gli antichi manuali dedicati all’agricoltura, per fare i conti con la millenaria cura di quella cultura, che fino a un certo punto ha tutelato la terra, ma poi è andata anch’essa in dissolvenza. Riportarla in vita, come senso delle cose che dovrebbero essere fatte.

Tutto mentre mutano i rapporti di potere e di forza tra Paesi e continenti e il baricentro, che aveva fatto dell’Occidente il punto focale dei processi di modernizzazione capitalistica del mondo, si sposta verso la sponda asiatica e mette al centro la Cina di Marco Polo. Incubo di George W. Bush e del suo Nuovo Ordine Mondiale, finito a catafascio in mezzo a guerre che ancora durano e hanno solo moltiplicato i problemi. Che Obama non vuole o forse non sa affrontare. Come finiscono gli imperi, i grandi regni, le grandi civiltà e declina l’antropologia umana che ne è stata artefice. Un interrogativo che da sempre ha mosso la ricerca di molti studiosi e appassionati di storia e oggi interroga il destino dell’Occidente e in particolare dell’Europa, di quell’Unione che non riesce a compiere il percorso decisivo per mettere insieme se stessa e rimettersi in gioco nella globalizzazione. O Germania, algida madre, fa intendere Barbara Spinelli nei suoi fulminanti editoriali del mercoledì sulla Repubblica. Voce solista, non a caso di donna, che ritorna insistente, come quella di una profeta disarmata che nessuno vuole ascoltare e che, anzi, il patriarca Eugenio Scalfari, custode di un ordine gerontocratico al declino, si permette di riprendere come un maestro l’alunna ribelle. La crisi dell’ordine maschile svolta verso il patetico. Ma continua a fare danni.

Europeista convinta, ma insubordinata ai diktat di Bruxelles, direbbe Spinelli di se stessa. Servirebbe un passaggio di antropologia politica di questo tipo, una nuova corale generazione di attivisti sul campo, donne e uomini, che si cimentino continuativamente nelle sfide della contemporaneità, oltre l’episodicità di insorgenze e movimenti, che pure ci sono, e sollecitano la ricerca di soluzioni alle grandi domande dell’oggi. Ma quei movimenti sembrano durare lo spazio di un mattino. Moltitudini in blow up e poi in dissolvenza. Perennemente.

L’ intreccio delle molte crisi che opprimono duramente anche la parte del mondo dove viviamo, e l’Italia in modo particolare, rischia di essere fatale. C’ è una vecchiezza della civiltà che la crisi sociale e simbolica crudelmente mette in evidenza. Ha già lasciato il segno, profondo; cambiato non solo la vita ma l’approccio umano alle cose, il senso e la misura della vita. Viviamo in una dimensione segnata da un individualismo estremo, autoreferenziale, al limite dell’autismo, tipico della vecchiezza, dove non sono in gioco soltanto i valori della persona, ma lo sfaldamento dei legami. È l’ individualismo della crisi che distrugge le appartenenze collettive e perciò stesso i fondamenti personali di ciascuno, ciascuna di noi. Implosione delle connessioni, dei vincoli, delle semantiche di contiguità, relazionalità, socialità. Un vero e proprio passaggio d’epoca, che già viviamo, in un deleterio processo di assuefazione e adattamento ai suoi aspetti peggiori – come è successo sempre nella vicenda umana e Hannah Arendt ha magistralmente ricostruito per uno dei periodi più truci e inquietanti della storia europea. Ne sono visibili i segni ovunque, in Europa, nell’esplosione dei populismi e nelle crisi di identità nazionale, che colpiscono tutti i Paesi, mettendo in discussione riferimenti storici e sentimentali, a cominciare dal mito della grandeur francese, che è stata per l’Europa un segno distintivo della modernità. Crisi di identità francese, viene ripetuto da più parte e se ne indagano le origine, le forme, le suggestioni. Il successo del Front Nationale, arrivato oggi al 24 per cento nei sondaggi, è il sintomo più evidente di una crisi di identità della Repubblica francese che sembra lasciarsi alle spalle, nel successo dell’estrema destra, i grandi percorsi emancipativi fondati sul rifiuto della tradizione. Liberté, egalité, fraternité, addio per sempre? Il successo del Fn, spiegano gli studiosi Hervé Le Bras e Emmanuel Todd, nel loro Le mystère francais, non può essere spiegato soltanto per gli effetti della crisi economico-sociale, che pure si fa sentire. Il disagio ha ormai radici culturali profonde, legate ai cambiamenti traumatici di cui il Paese è investito, la paura dell’assedio da parte di chi viene da fuori – la dimensione globale delle migrazioni che non trova risposte, ma pone domande di fondo – la percezione di un tramonto del ruolo internazionale del Paese, lo smarrimento di fronte alle incertezze del mondo globalizzato, dove ogni Paese può perdersi. E Hollande che riesce soltanto a impersonare, nel suo già declinante mandato presidenziale, la crisi storico-antropologica della sinistra che fu, ridotto lui, le Président, al ruolo del vecchio patriarca del tutto incapace di misurarsi col presente, perché incapace di immaginare un futuro dell’Europa oltre i confini francesi.

Di questi cambiamenti le ultime generazioni neanche hanno la percezione o ne hanno frammenti privi di reale significato per le loro vite, per il loro mettersi in dialogo col mondo. Nascono che già le cose stanno così e crescono nella dissolvenza in atto del diritto ai diritti, della certezza delle tutele e garanzie pubbliche, dell’idea antica del rapporto tra lavoro e esistenza. Di tutto quello che è stato in Europa il passaggio d’epoca del magico nesso tra il grande costituzionalismo democratico e il welfare. Nascono nello sfinimento di tutti quei riferimenti culturali e rappresentazioni simboliche che nella modernità avevano accompagnato i processi di soggettivazione politica e emancipazione sociale, innervato e inverato l’idea della società come democratica comunità di appartenenza e del progresso come orizzonte di senso. E nascono in pieno nel turbinio del loro essere nativi digitali nell’epoca della crisi dell’ordine delle cose e del senso delle cose. Ragazze e ragazzi alla ventura in terre straniere, in connessione con tutto e in relazione con nessuno, sensibili agli impulsi della rete e apparentemente silenti nelle rovine dei paesaggi metropolitani che la crisi sconvolge. Alfabetizzati tecnologici già da tre, quattro anni, come molte ricerche mettono in evidenza, orientati con desiderio compulsivo al multitasking, e sospesi, crescendo, tra il rischio di “demenza digitale” come preconizza il neuro scienziato tedesco Manfred Spitzer, e invece la straordinaria possibilità di sviluppare nuove misure di creatività, intelligenza critica, socialità, come altri studiosi e studiose ritengono. E comunque già capaci di smuovere le cose, di connettere le piazze virtuali con le piazze reali, lanciare un sasso, occupare una piazza, salire sui tetti. E poi ritirarsi. Perché i tempi sono quelli che sono e i passi quelli che possono essere fatti. Intanto abitano terre materne inaridite, che non sono più materne, materialmente e sentimentalmente, da cui fuggono alla ricerca delle promesse perdute o in cui ci si rintanano cercando scampo in asfittici ambiti familiari, troppo spesso unica sponda alla grande crisi. In Italia più che altrove. Mentre la cura del mondo, come nuovo paradigma femminista della politica, resta sepolta nell’album delle utopie o di nuovo ridotta a dimensione femminil-familistico che troppe donne non criticano più. Le grandi domande dovrebbero partire da qui. Da questa inedita dimensione delle esistenze e delle cose. D essere poste innanzitutto da loro, dalle giovani generazioni. Ragazze e ragazzi. Da chi, altrimenti? In parte sono però già poste. Si tratta di ascoltare, capire.

Legislatori del futuro? Sono loro, ma senza più idea di che cosa sia la legge e in che cosa consista, nell’epoca della dissolvenza della politica, della crisi della rappresentanza e del disordine istituzionale, il nesso tra legittimità e legalità. Tutti i populismi infatti lo fanno saltare e nessuno lo difende più, perché in uno stato d’eccezione come quello che viviamo tutti legittimano la non legittimità di atti compiuti da chi legittimamente, in altri momenti, è stato messo là dove si trova. Dissolvenza degli articoli 87 e 91 della Costituzione.

Legislatori del futuro, loro, i ragazzi e le ragazze di oggi, a partire dalle loro esigenze di vita e di futuro, come l’idea di un nuovo welfare che abbia al centro l’idea di un reddito di cittadinanza, che rideclini il principio di eguaglianza, affinché l’esistenza delle persone non sia resa suddita dei diktat e degli scombussolamenti del mercato e dei capricci della finanza.

La crisi tocca globalmente il mondo ma il segno è diverso da zona a zona, da continente a continente e il peso spesso ancora opprimente di antichi retaggi negativi in molte zone del mondo convive con dinamismi generazionali in quegli stessi Paesi. Questo è un dato del cambiamento in atto o potenziale che, nel mondo globale, non potrà non riguardare anche l’Italia e l’Europa.

La scena pubblica italiana è piena di figure femminili che parlano per questa o quella sigla politica. Sono tutte addestrate alla ripetizione di un formulario comunicativo concettualmente paratattico, senza piegature riflessive né suggestioni critiche. Devono spiegare con la massima semplicità, rassicurare, fare ordine nella testa “degli italiani”, come ormai va di moda dire. Politica della post politica. Al seguito di nuovi leader. Ovvero qualcosa che con la politica c’entra ormai pochissimo. Ma ne fa le veci, in attesa che nuove forme nuovi paradigmi, nuove passioni civili subentrino. Intanto ripetizione meccanica, come in automatico. Anche le figure maschili sono addestrate allo stesso format, ma le donne lo fanno meglio, sono più grintose, guardano senza un battito di ciglia nella telecamera, non si perdono in chiacchiere attaccano e via. Il format. Non le ferma nessuno. Di una parte politica o dell’altra, non importa. Il format è lo stesso. Siamo a questo. In completa dissolvenza è la politica che si nutriva di un’intensa ricerca intellettuale, di teorie e tesi che facevano la differenza tra i partiti e di quel diffuso dibattito delle idee, talvolta aspro ma sempre carico di un forte richiamo storico-sociale e di una coinvolgente dimensione simbolica che aveva la forza di stabilire campi di appartenenza, prospettive di impegno personale e collettivo, senso del mondo. Come stabiliamo oggi i campi di appartenenza? Che cosa fa davvero la differenza? Le domande importanti ancora ci sono.

In Italia siamo a questo punto, oggi, ma altrove non è così. E così non sarà sempre neanche da noi. Bisogna imparare di nuovo a leggere i fatti, sfuggire ai ripiegamenti prodotti dalle dissolvenze. Guardare alle dinamiche, misurarsi con la complessità non come se fosse un retaggio del passato, ma per come è oggi, come una sfida del presente. La realtà è sempre diversa dalla nostra immaginazione, soprattutto quando la nostra immaginazione si nutre di nostalgie o di certezze fondate su contesti che non ci son più. Come possono declinarsi oggi i tre grandi principi della Rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité? Già il femminismo, negli anni d’oro di quella stagione, li decostruì e rideclinò, svelandone l’asfittica dimensione storico-simbolica di quel rivoluzionario 1789. Maschi adulti, bianchi e proprietari scrissero la storia, chiudendo anche la bocca a chi aveva altro da dire. Borghesia contro aristocrazia, ma non solo. Olimpia De Gouges, per aver rivendicato uguali diritti per le donne, fu mandata al patibolo da quei maschi che avevano inalberato il vessillo della libertà. I fatti sono sempre più forti di ipotesi e prefigurazioni, che valgono se fanno i conti con la realtà e dai fatti traggono gli elementi di verifica.

Dissolvenze e insorgenze stanno insieme e saper leggere le prime può utilmente servire a capire ciò che si muove nell’oggi. La natura, la traiettoria, le potenzialità delle insorgenze. Oppure può offrire scuse e motivi per ripiegarsi nella nostalgia. Vedete voi.