0

2 gennaio 2014

Il nuovo che avanza e il vecchio che incalza tra logos, mito e realtà

image

Le recenti competizioni elettorali, per intenderci quelli della frammentazione disorganica che ha condotto all’anomia di un Parlamento senza maggioranza, poi ovviato con delle larghe intese, che man mano si sono sfinate, e la comparsa con conseguente discesa in campo di movimenti più o meno forcaioli, mi hanno posto un interrogativo sull’idea della politica oggi e su chi possa incarnare la tanto vituperata idea di rinnovamento.

Cosa cerca l’elettore nel qui e ora?

È davvero affascinato da una rivoluzione che spazzi via tutto o più incardinato nella volontà che la medesima altro non sia che la proposizione di una nuova idea politica, che però si concretizza attraverso atavici schemi criticati?

Per essere più chiari, il problema posto a chi cerca di traghettarci oltre, dove l’oltre sia la costruzione di destre o sinistre lontane dagli schemi ideologici che le avevano caratterizzate in quanto tali nel passato, passa per la demolizione di un modello con un metodo, però, che ha originato lo stesso prodotto da demolire.

Perversione o logica sistemica?

Non dimentichiamo che la cosiddetta fiducia posta all’idea di novità passa per la individuazione di una figura carismatica, che sia incoronata in uno strumento tanto affascinante quanto perverso come le primarie elettorali. Chi è questa figura? Sicuramente, qualcuno che abbia le doti di incarnare i desideri sopiti di un popolo che, seppur circondato da hi-tech e immerso in una rete di informazioni, denuncia uno stato di disperazione e miseria, e la disperazione stessa la si concretizza tramite costosi strumenti come i-phone o ipad di ultima generazione, feticci con cui ripartire per richiedere la disgregazione sistemica dell’agire politico passato.

Ma la storia ci insegna che proprio la scollatura economica tra denunciante e denunciato cela il malcontento. Il fautore delle denunce non può comprendere colui che non accede ai servizi minimi essenziali. Insomma chi accede ai massimi livelli del futile come può convincere colui o colei che vivono il dramma del nulla?

E in mezzo l’alchimia di questo benedetto semplice rinnovamento.

Orbene, l’idea della rottamazione avviene sic et simpliciter o gradualmente come le più celebri operazioni in materia di automobili? E il valore aggiunto delle donne come può manifestarsi se la politica stessa ripropone modelli femminili incardinati nel potere maschile superbo e impositivo?

Chi scende in piazza è affascinato da chi sembra non avere nulla, carismatica e galeotta risulta chi non ha nulla. Essere come la folla.

È il desiderio di riproporre i maiali di Orwell?

Ecco, però, che nelle operazioni che conducono verso questa direzione, qualsiasi schieramento preferisce essere sorretto dai mercanti di voti e giochi di scambio. Il vecchio smette di essere in prima linea. Al nuovo il compito di incardinare le nuove istanze. E come farà a tradurre in fatti le parole proferite? Certamente giocando sul logos. Eppure proprio quel logos, che dovrebbe travolgere come fiume in piena ciò che è stato, annovera tra le schiere di chi deve mettere in pratica il nuovo coloro che sono stati i fautori del vecchio e delle sue pecche. Tutto questo non è uno svilimento dell’ondata di novità che era stata reclamata dall’inizio? Vi è solo una diversa disposizione delle figure. I volti conosciuti sullo sfondo, con il potere accumulato sul campo criticato, e la forza dei voti di scambio ad ingrassare la presunta novità. Certo che il Nuovo potrebbe scegliersi di non piegarsi a questo, ma sicuramente converrà che la forza del logos non è sufficiente ad imporsi nella pratica e la stessa cosa si consuma dalla notte dei tempi.

Infatti, nel mito greco ritroviamo molte delle risposte sul perché le menti politiche si servano di strumenti discutibili per mettere in pratica ciò che reclamano. Il mito ci fa comprendere che la volontà di chi fa politica può concretizzarsi tramite l’ausilio di personaggi molto discutibili. Cercherò di chiarire questa mia personalissima e forse fantasiosa opinione dovendo necessariamente fare un passo indietro (un po’ di più di un passo).

Zeus tradì Era sua moglie con la ninfa Maia e da quel rapporto nacque Ermes. Uno strano fanciullo quello generato dal padre degli dei. Nato all’alba, a metà dello stesso giorno era in grado di uscire dalla culla. Stava per iniziare le gesta il più bugiardo e ladro tra tutti gli immortali. Ingannò una tartaruga promettendole di divenire un animale sacro al suo culto. Dopo averla circuita uccise e trasformò il suo carapace nel nuovo strumento: la lira. Dopo aver udito il suono del suo strumento, conobbe la notte e la considerò piacevole per commettere nuove avventure, come rubare cinquanta vacche sacre al dio Febo e solo al primo giorno di vita studiò dei calzari, realizzati con intrecci di rami di mirto, che avrebbero confuso un eventuale inseguitore sembrando un gigante. Non male per avere solo ventiquattro ore di vita, ma non aveva considerato che lo avrebbe osservato un contadino compiere il gesto. La madre scoprì l’azione commessa, nonostante il bimbo avesse un sorriso innocente e una voce soave. Dopo aver tentato di ingannare la madre, si decise a rivelarle che la sua arte d’ingannare il prossimo si sarebbe rivelata la loro arma vincente. La loro vita sarebbe stata contraddistinta dalla ricchezza.

Attenzione, ripeto: La loro vita sarebbe stata contraddistinta dalla ricchezza.

Quando Febo si recò presso la grotta del dio, lo trovò nella culla coperto e, con voce trasformata in un suono dolce e angelico, gli disse che non avrebbe potuto compiere un gesto simile visto che era nato da poche ore. Febo non era un comune mortale, ma un potente dio. Era consapevole della falsità delle affermazioni, ma la sfrontatezza di un bimbo così dolce lo commosse e, giunti al cospetto di Zeus, anche questi fu commosso dalla sua dolcezza ma, avendo in quanto padre degli dei poteri infiniti, era consapevole dell’inganno di Ermes e con un prodigio costrinse lo stesso a portare Febo al cospetto delle vacche sacre. E mentre Febo ottenuto il maltolto pensò di punirlo, ecco che Ermes iniziò a suonare con voce soave la lira riuscendo a trasmettere sentimenti diversi rispetto a quelli che provava. A quel punto Febo riuscì a cedere dinanzi a tanta dolcezza e nacque la salda amicizia che durò per sempre e, dopo essersi scambiati doni magici in segno di un’amicizia nata per strane vie, ecco che la scaltrezza e l’abilità di Ermes gli fecero conquistare il titolo di messaggero degli dei.

Un abile truffatore, colui che riesce ad ingannare viene scelto da Zeus, padre degli dei, per poter veicolare i suoi messaggi.

E il piccolo Ermes aveva detto alla madre proprio che la sua capacità di ingannare gli altri lo avrebbe portato ad avere una vita contraddistinta dalla ricchezza.

Per me questa è la straordinaria riproposizione di quel che accade oggi. Di quel che succede nelle primarie delle competizioni con una ripetizione del mito in tempi molto più miserevoli.

Omero definirà Ermes: “Dalle molte risorse, gentilmente astuto, predone, guida di mandrie, apportatore di sogni, osservatore notturno, ladro ai cancelli, che fece in fretta a mostrare le sue imprese tra le dee immortali”.

Platone fa sostenere anche a Socrate che “si dice” che: «Ermes è dio interprete, messaggero, ladro, ingannatore nei discorsi e pratico degli affari, in quanto esperto nell’uso della parola; suo figlio è il logos», pur ritenendo che in realtà di questi dei non sappiamo nulla. Quando era rappresentato nella sua accezione di “Hermes Logos“, ovvero il simbolo della divina eloquenza, generalmente teneva un braccio alzato in un gesto che accentuava l’enfasi dell’orazione.

Un ladro, colui che riusciva ad aggirare gli altri, diveniva messaggero degli dei. Ecco il mito risponde al problema della traduzione di quel disagio che noi avvertiamo, in quella scollatura tra il detto e il prodotto. Non sono le idee ad essere monche di innovazione, ma è tutto il sistema incardinato. Anche il potente Zeus scelse di affidarsi ad Ermes per veicolare i suoi messaggi, e questi aveva il potere di indurre al sonno e di piegare la volontà altrui. Il messaggero divino era anche il protettore degli dei. Mi immagino questa rappresentazione iconografica in coloro che appoggiano le liste degli innovatori, in questi numeri due o tre chiamati a ripristinare le antiche gesta, mentre un adorabile oratore veicola nuove esigenze.

E non finisce qui. Al messaggero degli dei veniva riconosciuta una potenza sessuale esuberante. Prima del VI secolo a.C. una divinità fallica con un enorme fallo, pronto a creare idealmente una commistione tra sessualità e potere della parola e della politica. Anche in questo caso i miti ci ricordano tutte le vicende e gli scandali sessuali che hanno caratterizzato un recente passato. Un dominio fallico, che sorreggeva la parola, ma anche determinava un ruolo secondario della donna che Zeus completa attribuendo un ruolo minore, secondario a Iride. Le discriminazioni, infatti, viaggiavano già dall’epoca. Infatti Iride ha la funzione di inviare messaggi funesti mentre Ermes quelli propizi. Iride svolge il suo compito di messaggera grazie a grandi ali d’oro con le quali corre rapida a portare gli ordini di Zeus. Mitica è la rappresentazione che la vede comparire nella drammatica rappresentazione della morte di Didone, mentre le recide il capello con una formula rituale che le consentirà di porre fine all’agonia della regina abbandonata.

Ma Ermes rappresenta tutti i difetti dei galoppini della politica, di coloro che devono raggranellare quel che serve a dimostrare che il rinnovamento non può essere solo l’idea, ma anche i fatti che concorrono a porla in essere. Esopo, infatti lo definisce vanitoso nella favola che lo vede andare dallo scultore sotto sembianze umane. Vedendo una statua di Zeus chiese il costo e lo stesso fece con quella di Era. Avendo ammirato una sua statua chiese il prezzo tronfio di poter sentire che la medesima sarebbe costata un prezzo ancora più alto. Ma lo scultore rispose: ‘Se si acquista quelle altre due, mi butto in questa gratis!”

E Luciano cercherà di immedesimarsi in Ermes offrendoci una descrizione degna delle enfasi di quei politici, che non riuscendo o non volendo a tradurre l’obiettivo di un’idea, si descrivono in modo quasi pietoso. Infatti le fonti, seppur con riferimento al corrispondente Mercurio della mitologia romana, lo descrivono come un essere lamentoso, stanco di quello che deve fare dalla mattina alla sera, al punto di augurarsi di essere venduto come avviene per gli schiavi sulla terra.

Ladro, bugiardo, affabulatore, traghettatore, ma soprattutto messaggero… ieri, come oggi, chi traduce in fatti concreti il nuovo che avanza?