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2 gennaio 2014

La politica dell’Alien(azione)

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Nello spazio nessuno può sentirti urlare, Alien 1979

 

 

Charles Wright Mills definiva immaginazione sociologica, la capacità di fissare ricorrendo a una frase, a un’idea, la realtà nella sua interezza. Tra i sociologi più apprezzati, sebbene meno conosciuti in Italia, lo studioso statunitense ricordava Thorstein Veblen e le sue opere sature di intuizioni fulminanti e disincanto quasi profetico: «Ci aprono la mente, ci fanno uscire dal chiuso, ci consentono di vedere al di là dell’impostura ufficiale. Soprattutto ci insegnano a capire quale folle base abbia il realismo di quegli spiriti pratici che vorrebbero portarci a una onorevole distruzione.» (Mills, 1981)

Nel 1899 fu data alle stampe l’opera più conosciuta di Veblen, ossia «La teoria della classe agiata». Analizzando il modus vivendi della leisure class (classa agiata, nonostante la traduzione più vicina al pensiero vebleniano potrebbe essere classe improduttiva), il sociologo ed economista introdusse il concetto di “emulazione finanziaria” (agiatezza vistosa) quale fondamento della società capitalistica.  In estrema sintesi, il rispetto degli altri si conquista dimostrando la propria capacità di spendere, conseguentemente adottando stili di vita in cui il fil rouge è il consumo improduttivo del tempo reso possibile dallo sfruttamento del lavoro altrui. L’iniziale agiatezza vistosa sarebbe andata trasformandosi in consumo ostentato, ossia in spreco di beni non guadagnati.

Nel 1904 vide la luce il secondo libro di Veblen, ossia «La teoria dell’impresa».

Con largo anticipo, lo studioso americano mise in guardia sulle perniciose conseguenze della gestione affaristica dell’economia. La ricerca del profitto dei capitani dell’industria avrebbe portato alla creazione di una ricchezza effimera, sempre più fondata sulle speculazioni finanziarie, sempre più a detrimento della realtà produttiva.

Seconda questa profetica visione, la “proprietà assenteista” avrebbe preferito Wall Street alle fabbriche, seminando vulnerabilità nella società capitalistica. Sulla scorta di questa preferenza le società si ritroveranno costrette a fare i conti con continue crisi, la cui utilità è quella di mantenere alti i profitti degli uomini del mondo della finanza, a discapito dell’occupazione e della produzione. La crisi del 1929 ne fu riprova, mentre quella che attanaglia il mondo occidentale attuale dovrebbe indurre alla riflessione su quanto miopi siano state le politiche dei tanti governi che, da quel momento, si sono succeduti.

Per il sociologo statunitense, spentosi proprio nel corso di quel terribile anno, non si risponde alla crisi del capitale con la richiesta di “flessibilità” da sottoporre ai lavoratori, generando sempre meno forza lavora e sempre più vittime della standardizzazione dei processi produttivi e dei business men.

Alla popolazione attiva si richiede di essere standardizzata, mobile e intercambiabile in un modo altrettanto impersonale delle materie prime o semi lavorate delle industrie. (Veblen, 1970, pag. 251)

La finanza, per il massimo esponente della corrente sociologica della Critica sociale, Zigmund Bauman, ha creato un’economia immaginaria, virtuale, spostando capitali da un posto all’altro e guadagnando interessi. Il capitalismo produttivo della società solida funzionava sulla creazione di beni, mentre ora le vie del business non passano attraverso la produzione di cose, ambendo direttamente al denaro. Tutto ciò non può che determinare una continua instabilità dei livelli occupazionali e degli stessi mercati. È possibile concludere che la sola solidità attribuibile alla società liquida è quella della resistenza al cambiamento che cristallizza gli obiettivi in termini di speculazione e consumismo spinto. (Bauman, 2007)

In una continua vampirizzazione di risorse (umane e non), di sprechi incontrollati e forse anche incontrollabili, alla luce di una lettura non solo organizzativa, ma anche e soprattutto etica, profetiche appaiono le suggestioni del film Alien (1979), le cui vicende ruotavano attorno a una terrificante specie aliena che nella storia veniva identificata con la generica definizione di xenomorfa. In estrema sintesi, perfetti predatori assassini che si riproducono parassitando altri esseri viventi, procurando loro la morte.

Alien come alienus come altro, come non simile, estraneo.

Se il concetto di alienazione trova la sua più ampia fioritura con Marx ed Engels all’indomani dell’avvento della società industriale, in termini di disagio e di distanza dal mondo naturale, l’alienato della società contemporanea non è così distante da questa interpretazione. È, infatti, l’uomo-ingranaggio di un sistema sempre più economico-finanziario che sovrasta e allontana dall’umano.

Una sorta di alieno da sé.

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx scrive: «Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato». (pag.336-337)

In questo angosciante quadro, è ancora possibile parlare di politica? È possibile ricordare ancora la vera e reale essenza della democrazia?

Proviamo a rispondere, azzardando ben più di un passo indietro nella storia.

Politico, militare ateniese, ma soprattutto oratore di fama, Pericle nacque nel 495 a.C. e morì nel 429 a.C.. Plutarco, nell’opera Vita di Pericle sostiene: «Da Anassagora derivò la conoscenza dei fenomeni celesti e le speculazioni elevate, profondità di pensiero e l’altezza di eloquenza, un’eloquenza peraltro immune da qualsiasi forma di ciarlataneria banale e plebea […]» (Plut., Per. V, 1).

Dei discorsi di Pericle vi sono le tracce più rappresentative nella Guerra del Peloponneso di Tucidide, laddove per tre volte lo stratega si rivolge direttamente agli Ateniesi.

Mentre ad Atene la peste imperversa, seminando vittime, gli Spartani invadono l’Attica. L’esito della guerra è incerto e gli ateniesi, esasperati da continue vessazioni, si interrogano sulle cause del conflitto. È Pericle a cercare di infondere la speranza tra i suoi concittadini, cercando di allontanare da sé critiche e malumori.

L’Epitafio, il discorso tenuto da Pericle in memoria dei caduti del primo anno della guerra del Peloponneso (431) e conservato da Tucidide (II, 35-46), è considerato il manifesto della democrazia atenies, della polis come giusta città.

Dopo una lunga introduzione di ossequio alla tradizione degli epitafi, Pericle guarda allo stile di vita della città di Atene, domandandosi attraverso quali principi di condotta (epitedeusis), quale costituzione (politeia) e quali tratti di carattere (tropoi) Atene sia divenuta grande (Thuc. II, 36, 4).

La democrazia, della cui paternità si pregia Atene, sembra dovere il suo tratto fondante al “che tutto dipende non dai pochi, ma dalla maggioranza”.

Riprendendo il concetto di demos, ossia di popolo nel suo complesso, essa è il governo dei pleiones (maggioranza) rispetto ad una minoranza di non pari valore rappresentativo (II, 37, 1).

Libertà personale e rispetto della legge convivono nella città democratica. La libertà del singolo è garantita dal rispetto per le Leggi che non discende dal timore ma dal credere profondamente nel valore democratico della norma stessa.

La rigidità collettivistica degli spartani, dunque, contro la visione liberale dell’uomo e della giusta città degli ateniesi. Stasis contro homonoia.

Al di là della complessa questione dell’etica, di ciò che è giusto, buono e morale, nella società l’uomo si rapporta con tre possibili altri: il singolo, lo Stato, gli Stati nella loro reciprocità.

Una domanda di grande attualità è qual’é il foedus (patto) che lo Stato ha stipulato con i suoi cittadini? In che misura è possibile definirlo equo e ancor più eticamente valido?

Nulla, infatti, quanto il concetto di etica è da contestualizzare proprio alla luce del tentativo di oggettivare l’inoggetivabile, ossia la cultura e la norma.

Se la democrazia è la forma della politica, quest’ultima è la sostanza della democrazia. Mancando la sostanza come potrebbe essere ancora possibile parlare della validità dell’involucro, esso stesso sarebbe privo di senso, manifestando esclusivamente il tratto dell’inganno.

Ben oltre la possibile mistificazione, l’enfasi di Pericle sembra sottendere un’indubbia verità: se il potere non si dà un fine in grado di auto-trascendersi, non c’é politica e meno che meno democrazia.

Nelle Supplici di Euripide, Teseo si rivolge al simbolo del potere privo di senso, l’araldo, per rimarcare come non sia possibile chiedere obbedienza senza l’invocazioni di quelle buone ragioni che ne giustificano l’esistenza stessa.

È indubbio che a tutti i livelli i legami sociali, che dovrebbero essere sottesi dal riconoscimento dell’altro come simile, si stanno inasprendo. La società contemporanea sembra dominata da quello che i sociologi critici definiscono il ressentiment: quello dei poveri contro i ricchi, dei cittadini medi, per enfatizzare come in una eterna competizione il potere personale rispetto ai propri simili, dei cittadini contro gli stranieri e i profughi. Alien (Altro) vs Altro (Alien) in un più ampio e indefinito tutti contro tutti.

L’etica ha solo se stessa a proprio sostegno: è meglio prendersi cura di qual­cuno che lavarsene le mani, essere solidali con l’infelicità dell’altro piuttosto che esservi indifferenti, e, in ultima istanza, è meglio essere morali, anche se questo non rende più ricchi gli individui, né le imprese. È la decisione (dalla storia lunga e gloriosa) di assumersi le proprie responsabilità, la decisione di misurare la qualità di una società in relazione alla qualità dei suoi standard morali, ciò che oggi è più importante che mai sostenere. (Bauman, 2007, pag. 97)

Per Benedetto Croce, agli inizi degli anni Trenta, l’onestà politica altro non è che la capacità politica. Se il politico che le cronache ci restituiscono è colui che fa tutto tranne che il bene della polis, è ancora pensabile una democrazia reale? Intaccati usi, costumi e tradizioni, le masse alfabetizzate non sono mai state tanto ignoranti (ossia che ignorano).

Così come riporta lo scrittore e partigiano Nuto Revelli, nel suo libro postumo (2013), se il secolo scorso è stato quello delle invenzioni, quello attuale è il secolo dell’ignoranza. La politica non sembra più suscitare interesse nella gente. La stessa fa fatica a vedersi rappresentata. Eppure mai come oggi la politica è specchio di una società senza valori e qualità, all’insegna dell’assenza di etica e con una profonda dedizione al consumo come capriccio.

Al vecchio sistema valoriale, sembra subentrato una sorta di vuoto, o meglio, l’unico sistema possibile: quello del nulla che rincorre se stesso senza mai trovarsi e soddisfarsi pienamente.

Una medietà totalizzante e standardizzata che con una mano offre la propria indignazione e con l’altra la rassegnazione di chi non crede nella possibilità di un’alternativa. Solida nel suo immobilismo, la società non riesce a cambiare, cedendo alla sopportazione percepita come ineluttabilità della politica del familismo immorale, dell’interesse personale, della cialtronesca vanità, dell’ossequiosa e narcisistica omertà, della malefatta come pratica sistematica.

Verrebbe da chiedersi: c’è ancora possibilità per una classe dirigente e politica educata al pensiero creativo, all’etica, alla capacità di giudizio, all’orientamento verso il bene della polis, entità peraltro sempre più sovranazionale?

È ancora pensabile, o forse, finalmente pensabile una politica regno della persona umana e non esclusivamente del profitto? La risposta potrebbe essere affermativa solo ritornando all’uomo, alla forza aggregante della cultura umanistica che rimarca l’individualità nella sua accezione più ampia, e meno praticata, di ricchezza della diversità.

In estrema sintesi bisognerebbe favorire l’etica della negazione del troppo Io a vantaggio di un Noi- Altro che non è estensione di un individualismo escludente e distruttivo, ma di una forza addensante e generatrice.

Più che un auspicio, giunti a questo punto, si tratta di una ineluttabile necessità.

Bibliografia

Bauman Z., Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Erikson, Trento 2007 Ibidem, pag. 97

Marx K.,Manoscritti economico-filosofici in Marx e Engels Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1976, Vol. III, pag. 336-337

Mills C. W., prefazione a T. Veblen, La teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1981 p. XXV

Revelli N., Il popolo che manca, Einaudi, Torino, 2013

Veblen T., La teoria della impresa, FrancoAngeli, Roma, 1970, p.251