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2 gennaio 2014

Dalla “premura” del potere all’”assoluto” del virtuale. La politica come linguaggio del Comune.

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Il teatro della vita umana è la drammatizzazione del tempo e della libertà, ma anche l’attingimento di questi nella presa gioiosa di un innominabile enigma che li avvolge, li bracca ma gli dà fiato.

Quello che Blanchot nel saggio La follia per eccellenza chiama l’”aorgico”, eterna veglia del nulla, insensatezza ed elevazione, spavento e luce disperata, forra dell’essere e increspatura dell’apparire, miseria della lacerazione e virtù affermativa della vita, là dove “la verità dell’esistenza nel suo insieme, divenuta la pura affermazione poetica, sacrifica le condizioni normali della possibilità, continua a risuonare dal fondo dell’impossibile come pura parola, la più vicina all’indeterminato e tuttavia la più alta, parola non fondata, fondata sull’abisso – il che si annunci con questo fatto: il mondo è distrutto”.

Ecco che comincia ad apparire una sorta di “fissità” che è divenire, un conato cosmico, potremmo definirlo, che si sforza di consistere, di sfuggire alla morte, di sacralizzare lo smarrimento prendendone vigore, l’infinita potenza del possibile, la folle fuga da ogni costrizione. La rovina dell’umano è la sua salvezza. L’abisso espropria e rende degni. E la parola è, dunque, veicolo di questo formarsi, di questa partenogenesi dal vuoto al reale.

È questo che si “ripete” allora? Che Cosa si ripete? Si ripete questa “coseità” amorfa, afona, balbettante, sincopata, gli embrioni, le molecole e poi i gruppi, gli insiemi, le sostanze, i movimenti, frutto del Nulla, esposti dalla notte, senza un fine e un perché. Fondamentalmente si ripete l’incertezza, il mal di vivere, il grido inespresso di un’origine macchiata, l’ampio spettro di un “inconscio larvale”, per dirla alla Lacan, che non è solo “rimozione” ma istante, divergenza, rizoma, “errore” positivo, parola produttiva di senso. Storia.

Linguaggio. Il Linguaggio è Storia, e la Storia non può che essere Linguaggio, sforzo del dire, pathos della poiesi, verminazione, affaccio, luccichìo, a partire da quel significante puro che io chiamo signific-ante, (ma che è anche un gioco di signific-anti, poiché non esiste che nella lotta e nelle molteplicità, e nel perenne ripristino, all’interno delle condizioni storiche, di un’eguaglianza che accomuna tutti come comune co-appartenenza). Un “ante” che riguarda un “prima” che ci sormonta e ci spiazza in ogni manifestazione della nostra libertà. Un ante che è sempre incarnato in qualcosa, in qualcuno di divenuto.

Al “segno della percezione” Lacan attribuiva il valore del significante perché è nel contatto corporeo con ciò che ci circonda che l’essere è secreto, fiotta, fiammeggia, schiuma. Mostrandosi, il linguaggio, non come un “mediatore neutro”, ma un “operatore” – sottolineano Francois Ansermet e Pierre Magistretti in Gli enigmi del piacere–  che ritrova il suono primigenio, la “comune lallazione” (come dice Michel Serres nel saggio Non è un mondo per vecchi) che è proprio un sillabare disarticolato ma tenace, tipico dei bambini che vanno-verso le cose, le appropriano, suggellandole/sigillandole quasi con un ritorno di note che diventano ricordo, e poi circuito, e poi senso e logos.

È sempre Lacan, nel Seminario VII, riprendendo Freud, a sottolineare la valenza dell’angoscia “come il fondo in cui si produce il suo segnale, ovvero l’Hilflosigkeit, l’impotenza, in cui l’uomo, nel rapporto con se stesso che è la propria morte… non può attendere l’aiuto di nessuno”.

La parola è una anti-scienza del segno muto, o non è. Dice Cacciari nell’articolo Se il valore dell’ascolto è quello di sentire le pause, su Repubblica del 16 settembre 2012: “Nel silenzio la parola si fa cosciente che essa non è nell’inizio. All’inizio la parola non è che in potenza. Prima sta il silenzio-ascolto, presupposto e condizione dell’atto del pensare”. Ecco che allora “insieme, nel rammemorare il suo “primo” silenzio, la parola scopre l’abisso che la sua forma in sé custodisce”, quell’”inesprimibilità del senso della vita”, “l’irripetibile singolarità di ogni cosa… che eccede in quanto tale la rete di connessioni, che costituisce il discorso”.

Un assoluto, dunque, pura energheia, che deve dimenticare ogni soggezione ad un principio eterno, incoercibile, sovraempirico, comprese le forme della razionalità (la psicanalisi, ad esempio) verso cui la vita sembra essere solo segno, traccia, sintomo, e che deve, altresì, evitare qualsiasi rispecchiamento originario fra Io e Mondo. L’assoluto è il pre-ontologico, il “mostruoso” della coscienza sartriana, quello che, come abbiamo detto, Lacan chiamerà l’”inconscio larvale”, ovvero il dischiudersi dell’essere nella sua vastità e indeterminatezza, psicotica e creatrice al tempo stesso, la morfogenesi, l’infinita, antepredicativa ramificazione e incessante rigenerazione delle cose, dei fatti, degli insiemi. Senza memoria, senza cammini a ritroso, senza verità certificate e date per sempre, ma solo con il “virtuale” esposto alla prova del reale.

Lacan usò la “larva” perché, con questo rimando biologico-religioso, veniva richiamata tutta un’area semantica che porta al sogno, al fantasma, all’ombra, alla forma adulta in potenza, alla maschera, figurazioni di un non-ancora e di un forse-mai che inchiodano l’apparire alla sua natura inumana, opaca, irriducibile, inoggettivabile se non con le forzature delle teofanie e dei determinismi. L’assoluto è un processo non trascendente, differenziazione, “pura fame d’essere, pura fame di determinazione”, dice Rocco Ronchi in Come fare. Per una resistenza filosofica. Questo informe che è come un gorgo, una notte che cerca luce, un appetito cosmico, lacanianamente è il “Grande Fuori” che preme sul simbolico, sul dettato linguistico e istituzionale che fa da tessuto securitario dei rapporti sociali e interpersonali, dunque una radice pre-parlata, un germe della sovversione sempre schiuso che fa della jouissance, del godimento puro, lo slancio verso qualcosa di mai definitivamente assimilabile. Il linguaggio è lo spartiacque di questa vita dis-organicamente vissuta, e che si apre a nuovi orizzonti di soggettività e di politica.

Bisogna, allora, andare a rintracciare proprio dietro la dimensione “modulare” del linguaggio ridotto a cliché, a detonatore di risposte automatiche, ad amministrazione dei corpi e del consenso, a mero consenso pubblicitario e disinformato, quel “perturbante” che ci scatena l’orrore verso le condotte totalitarie e macchiniche, e che promuove l’”esitazione” come cifra di libertà, problematizzazione, non allineamento ai dettami del potere vigente, esistenza di una “comunità tragica di uomini liberi e uguali”, secondo la bella immagine di Ronchi.

Una comunità del genere è esattamente l’opposto del linguaggio di massa che ordina le nostre rappresentazioni mentali giorno per giorno, burocratizzato e banalizzato, i cui segni, ridotti a micce, a dispositivi di innesco, fanno deflagrare dentro di noi, come esplosivo, i comportamenti e le logiche che i detentori del potere si aspettano. Ne I principi della Neolingua, appendice a 1984, dice Orwell: “Per le finalità della vita quotidiana era indubbiamente necessario, o almeno lo era talvolta, riflettere prima di parlare, ma un membro del Partito, quando viene sollecitato ad emettere un giudizio etico o politico, doveva essere in grado di sputar fuori le opinioni corrette con lo stesso automatismo con cui una mitragliatrice spara i suoi proiettili”.

Cosa siamo allora rispetto ai Media-Partito in chiave orwelliana? Armi efficienti, strumenti ben tarati, ingranaggi ben oliati? Cosa sono le nostre parole private di sentimenti e autocontrollo, di voglia di cambiare e di affrescare, così com’è per davvero, il nostro mondo? Cartucce con cui centrare un bersaglio, palle di cannone, traiettorie già perfettamente sagomate. È come se ci trovassimo in un vero e proprio poligono di tiro di tipo poliziesco dove spariamo senza responsabilità a lenzuoli di cartone.

Ma se, allora, il munus (dono) cui si richiama un’etimologia della parola “comunicazione” non è il sentirci a casa nostra in una tradizione linguistica che ci viene data e sulla quale interveniamo fattivamente e costruttivamente ogni giorno, da cittadini e intellettuali, ma il Lego-system fatto di mattoncini indistruttibili, sequenze a incastro, piani montabili e smontabili, secondo un preciso libretto delle istruzioni, allora solo un “materialismo radicale e non riconciliato”, come lo definisce Ronchi, figlio dell’eterogeneo e di “stati di eccezione”, senza agganci salvifici e soggezioni totalitarie, potrà evitarci quella dimensione prefabbricata, coartata, che ci offre solo l’illusione della parola e del posizionarci nelle cose della politica, intesa come polis.

Ma, allora, il verbo sarà “evento” solo se non avvicinabile al sacro e al sacrificio, solo se declinato secondo un’ontofenomenologia acefala del dissidio – e come altrimenti-, solo se storia e utopia, nulla e lotta, parola e dissenso, sono, nell’infinitezza delle scissioni e riappropriazioni, l’uno guscio e polpa dell’altro.

È l’elogio del virtuale come rigetto del dominio, della parola come presagio, abbrivio, foglio bianco su cui l’individuo pensante inizia a far scorrere le linee d’inchiostro, è l’etereo, ipertesto, soffio che disperde e crea mucchio, il pulviscolare che si coagula e si fa sangue e pelle, il limine che marca ciò che scompare anche quando accade. Dice Pierre Levy in Il Virtuale: “Il virtuale, a sua volta, non si oppone al reale ma all’attuale. Contrariamente al possibile, statico e già costituito, il virtuale è come il complesso problematico, il nodo di tendenze e di forze che accompagna una situazione, un evento, un oggetto o un’entità qualsiasi, e che richiede un processo di trasformazione: l’attualizzazione”.

L’attuale si aggrappa, si aggancia, è una cognizione aperta, fuori da ogni erudizione ed evoluzione, da ogni codifica permanente e stato di efficienza. È l’eccentrico che si manifesta, si dirige, si profonde, si annoda collettivamente, spargendosi, defluendo, seguendo solchi di rigore e arborescenze spontanee. È l’essere interrogante. È il chiamarsi vicendevole, non la chiamata di un Sé supremo. “Il reale assomiglia al possibile; l’attuale, invece, non è affatto simile al virtuale: gli risponde”, conferma Levy. Fra i primi due c’è un rapporto di “insistenza”, fra i secondi, di “esistenza”; dunque, il virtuale si incarna come il limite della virtù intesa come posizionamento sempre cangiante di un mondo comune. Il virtuale è il vincolo metafisico che diventa vettore di sapere condiviso. In questo scatenamento dinamico, in questo farsi-legge/fuori-legge, in questa configurazione sempre congetturale, trasversale e de-proferita, beckettianamente, c’è solo rischio, intelligenza dell’indeterminato, assunzione di responsabilità, moltitudine interattiva, gettatezza compassionevole. Una morale nomade deterritorializzata che inventa giorno per giorno i processi della macchina-vivente.

Esattamente il contrario dell’Osceno che parte dal fattore-macchina per neutralizzare il potenziale infinito del virtuale e spostare il nihil, il nulla, nelle passioni stesse dello stare al mondo, miniaturizzandole, sterilizzandole, sussumendole come merce, inibendole e asservendole a logiche eterodirette (introdotte da governi, caste, lobbies, sistemi di immagini, valvole comunicazionali, personaggi “mitici”). Ancora Levy con chiarezza: “La virtualizzazione, in generale, è una lotta contro la fragilità, il dolore, il logoramento. Alla ricerca di sicurezza e di controllo, inseguiamo il virtuale perché ci conduce verso regioni ontologiche non più minacciate dai pericoli comuni”.

Il virtuale è vitale immediatamente, perché pro-viene e pro-duce, ovvero è l’”avanti” di una nuda pro-prietà che il soggetto esercita su se stesso e in relazione alla stessa degli altri. È il turbinio artistico-conoscitivo dell’essere-dilaniati. Altrimenti, è il grande Rimosso della storia e dell’estetica di massa, l’orribile sostantivazione dell’essere da parte dell’Osceno. Levy: “La virtualità non ha assolutamente niente a che fare con quel che se ne sente dire alla televisione. Non è affatto vero che si tratta di un mondo falso o immaginario. Anzi, la virtualizzazione è la dinamica stessa del mondo comune, è ciò in virtù del quale noi condividiamo una realtà. Lungi dal circoscrivere la dimensione del falso, il virtuale è precisamente la forma di esistenza da cui nascono sia la verità sia la finzione”.

Completando il concetto: il virtuale è il grembo di ogni possibile, pur nella loro opposizione irriducibile e antinomicità; il potere fa dei termini di questo rapporto verità/finzione un compromesso/compromissione, dunque una cerniera dell’irrazionalità e della repressione, un nichilismo su vasta scala, una oscenizzazione mutante del vivente, che non ha più nulla a che fare col movimento e le trasformazioni dello psichismo globale. Il potere rende l’immaginazione non più una spaziosa/spaziata piattaforma per l’avvenire, ma l’arsenico con cui corrodere le basi stesse del reale e della vita, un principio avulso e utile, una pura leva di casualità soporifere, di festose soggezioni. “Basta che la virtualizzazione si blocchi perché s’instauri alienazione, perché i fini non possano più reistituirsi né possa compiersi l’eterogenesi: macchinazioni viventi, aperte, in divenire, si trasformano improvvisamente in meccanismi morti”, chiosa il filosofo francese.

Ecco allora il signific-ante e il gioco dei signific-anti, come li abbiamo visti apparire prima. Il prima è già atto e ogni atto è un porsi, un proporsi, un opporsi.

Pena la caduta terribile e straziante in quello che chiamo il significando, ovvero l’imperativo progressivo, che ci svelle dall’orizzonte sterminato e arioso dell’essere, e ci imprigiona nelle militarizzazioni del pensiero e nell’eterno ritorno limitato del potere che si auto-promuove e che “canta” così: cioè che è deve essere e dovrà essere, per un’investitura non sottoponibile a dubbio e smarcamento. Dice Maurizio Zanardi nel saggio Per una critica del realismo politico: “Ma poiché lo sfondo enorme è, in quanto enorme, assolutamente indeterminato, e come tale enormemente pericoloso, bisogna mettere in campo una difesa adeguata, sproporzionata, in cui quell’enorme sia evocato – non può essere taciuto – ma nello stesso tempo assuma una determinazione, sia ricondotto, attraverso l’enorme forza, appunto alla forza. Si faccia predicato della forza piuttosto che sfondo impredicabile della predicazione… La guerra è una sfida all’enorme. Una indisponibilità ad obbedirgli. Una volontà di aggiogarlo. La sfida è metafisica”.

Tutto questo io lo chiamo Osceno, geometrica potenza del nascondimento, assunzione dell’”enorme” nella ripetizione e nella reificazione, cancellazione delle pratiche di liberazione a meno che non travestano la libertà come democrazia armata, desiderio di merci, baratro dello sproloquio tele-patetico. Lo spettro del Capitalismo è questo “fantasma fondamentale”, per dirla alla Zizek, che crea una sorta di universale ingessato, non singolarizzato, ma di inaudita forza vessatoria e predace. Dice Zizek in Difesa dell’intolleranza: “Il soggetto – lungi al confrontarsi con l’abisso della sua libertà, cioè di caricarsi sulle spalle il peso della responsabilità che non può più essere alleviato dalla mano soccorrevole della tradizione o della natura – è preso forse oggi più di ieri, in un’inesorabile costrizione che determina concretamente la sua vita”.

L’assoluto che si dà a vedere, al contrario, volendo usare un termine preso dalla fisica, è il cut off dell’apparire, quella soglia al di sopra e al di sotto della quale non è percepibile o non si dà altro. Non c’è una particolarizzazione che sia “sotto” l’atto vitale, non ce n’è un’altra che sia “sopra”, che superi per ampiezza di possibilità l’assoluto stesso. Non c’è una sub-esistenza, non c’è un Dio. Non c’è un reale dato per sempre che eviti la processualità, non c’è una corteccia pensante che scavalchi il gioco dei signific-anti. Solo un “particolare elemento che è strutturalmente spostato, “fuori dai cardini”… cui è impedito di attualizzare la propria specifica e completa identità che si pone come la sua dimensione universale”, rimarca Zizek.

L’assoluto è l’anti-logica degli “scarti” umani che dimostrano nella loro individualità sconfitta o marginalizzata, nel loro sentire deliberatamente degradato, il disastro metafisico metto in atto dal Capitale e dalla sua scena-Oscena, fatta di parole e immagini che rimandano solo all’Inganno.

E invece i custodi del potere che ancora credono (e fanno credere) a una metafisica del rappresentazionale e dell’identitario, questo temono, come dice Francois Laplantine in Identità e meticciato, “di ritrovarsi orfani della trascendenza. Ciò che fa loro orrore è il tempo, il linguaggio, il carattere contraddittorio della realtà dell’esistenza, che provoca in loro una tale contrarietà che si danno un gran da fare per neutralizzare l’angoscia che scatena. Comprendono assai bene che i nemici sono il linguaggio e la storia, fantasmi che conviene non frequentare troppo”.

Il linguaggio e il sociale diventano, allora, due perfetti emisferi, superfici che pattinano una sull’altra senza attriti, senza sfasature, lubrificate e centripete; il linguaggio rispecchia, riproduce, registra il reale, e questo si fa adescare nella sua stabile certezza. La temporalità, l’orizzonte della finitudine e dell’incompletezza, la flessibilità degli indici e dei convincimenti vengono dimenticati, e come ingabbiati in un universo semiotico fatto di segni stanchi e fatti avvizziti, di un ordine ortodosso e restaurativo e di una realtà che “brilla” di facilità, di effimera maneggevolezza, senza scarti, distanze, differenze, sussulti. Idee e realtà sono in un rapporto fiduciario perenne, concertano la loro immutevolezza, sono come catatonici, fradici, coincidenti, gemellari, attutiti, integrati senza scampo in una sintassi univoca e omogenea. Disegnano l’orbita di un “pensiero docile” sotto l’effetto psicotropico di un “calmante ontologico”, per dirla ancora alla Laplantine. Sono come fotoimpressi, accalcati.

La parola non rivela la cosa, non la descrive nei suoi contrasti, non la costeggia umilmente né la assalta per graffiarla, semplicemente la deduce.

La politica sta tutta qui: ritrovare un universale singolare che sappia, nella sofferenza e nelle caratteristiche specifiche di ognuno, ricostruire la forza dei principi e la messa in fuga dalla distruzione, una grana comune e la sollevazione in nome del Nulla che ci fonda ma non ci fonde e confonde come il “nulla” fatto scivolare dentro di noi. Ovvero, non un umanesimo di conforto, alato e accademico, ma una connessione attivo-sovversiva fra soggetti che ritrovano nella cittadinanza la loro infondatezza e il bisogno di parola, e dunque una sorta di programma di azione basato, più che su speculazioni dottrinarie, su punti di rottura, divaricazioni, fuochi, sulle foucaultiane “più ampie relazioni di punti di non accettazione”.

Per spiegare il versante opposto di questa auspicabile, non-utopistica e non-oscenizzata posizione, Zanardi usa un’immagine ben precisa che ci dà la cifra della bassezza cui le nostre governance, i nostri congegni sociali e immaginari si sono ridotti, quella della premura, che lo porta a dire che le opere di quest’ultima sono “operazioni di sutura dello spazio e di sottomissione: una risposta alla finitezza, all’infinita esposizione del finito”, e che “il realismo è un pensiero triste”.

La premura non ha in questa accezione nulla di solidale e di soccorrevole, non è sollecitudine, prontezza nell’aiutare il vicino, non è valore aggiunto della prossimità. Per Zanardi è “pressione” sui fenomeni, un premere, un comprimere, uno stare-presso di loro per imbrigliarli, non farli sfociare, impedirne la contagiosa fluidità, strutturarli senza passaggi di luce. È uno sbrigarsi per spingerli a tacere. Essa è, dunque, la forza abnorme, la violenza estetica e marziale cui il Sistema ricorre non tanto per imporre una legge o punire un colpevole (ché queste sono fasi supplementari) quanto per prevenire l’allargamento del senso dei fatti stessi, irrigidire la loro dicibilità, cloroformizzare gli istinti di ribellione e di riappropriazione, proteggersi dalla “sovranità” con cui l’uomo che ha abiurato la paura dentro di sé vuole tornare a “mettere sotto controllo il tempo”  secondo la nota espressione di Ernst Junger in Trattato del ribelle.

In questo modo, con l’agilità sopraffattoria delle sue pratiche operative, il potere scardina il gioco linguistico che, dopo il collasso delle grandi Narrazioni collettive ben chiarito da Lyotard in La condizione postmoderna (l’Aufklarung illuminista e il suo dispositivo scientista che legittima il patto conoscenza-etica nell’autonomia razionale dei dialoganti; e la Bildung tedesca del diciannovesimo secolo, intesa come “formazione filosofica” e pedagogia che discende da una Vita divina fin nelle maglie dello Stato e in quelle della coscienza singola), si ritrova a essere l’unica possibile architettura per ricondurre a un logos elastico i saperi pullulanti della postmodernità, ridando vita a una sorta di democrazia metodologica dal basso, se così possiamo definirla, all’interno della quale il “gioco” è accettato e condiviso, wittgensteiniamente, non per obbedienza alla emanazione di un’Idea o di un Apriori, ma solo se questo è sorretto da valide argomentazioni, o se una nuova capacità euristica scalza queste e ne ramifica altre.

Le regole, insomma, si accettano e si arricchiscono, o si rovesciano e dimostrano. Tradotto in termini pratici: la parola è libera di scorrere, ma con una sua pregnanza semantica ed esistenziale, pena la stupidità, il delirio, la prevaricazione illiberale o persuasiva, tipiche armi affilatissime del sistema Media-Mercato, colloide venefico in cui siamo immersi da una miseria indotta. Lyotard è icastico: “L’orizzonte di tale procedura è il seguente: essendo la “realtà” ciò che fornisce le prove per l’argomentazione scientifica ed i risultati per le prescrizioni e le promesse d’ordine giuridico, etico e politico, ci si impadronisce delle une e degli altri impadronendosi della “realtà”, ciò che è consentito dalle tecniche. Rinforzando queste ultime, si “rinforza” la realtà, dunque le probabilità di essere giusti e di aver ragione. Inversamente, è tanto più agevole rinforzare le tecniche quanto più si dispone del sapere scientifico e dell’autorità decisionale. Prende così forma la legittimazione attraverso potenza”.

L’Osceno come positivismo efficientista, organizzazione pianificata delle identità e dei comportamenti, loro schematizzazione etico-politica, fascismo/fatalismo delle attribuzioni collettive, spezza ogni felicità empirica, disancora il dissenso e l’innovazione, ingiuria l’avanguardismo, e la “catastrofe” non è più foriera di rivoluzione dei parametri guida e di ossigenazione mentale, ma è la tragedia del non-senso che subito il potere rimbocca e recupera nel Senso normativo condiviso e a-storico. Dice Pierre Klossowski in La moneta vivente: “L’unico interesse del regime industriale è che il produttore e il consumatore manifestino spontaneamente un aspetto di se stessi modulando sulla forma della fabbricazione o del consumo il modello della loro sussistenza e del loro modo di esistere in quanto “unità individuali””. Il significante del dolore primordiale stavolta diventa, per me, significanza, ovvero beanza del significante, ovvero ancora: merce che entra nei gangli della vita, nelle sue membrane, che inchioda l’essere, vellicandolo stavolta nella sua chimica interna, vezzeggiando la dimensione valoriale, creando puri choc visivi, associazioni libere, negando ogni transfert, ridicolizzando l’auto-riflessione nel disincanto della estroflessione schermata e condivisa sui network sociali, rendendo traslucido ogni riscontro sensoriale, intrattenendo il nostro permanente dispiacere con l’infantilismo di colori e suoni televisivi spesso giustapposti senza un perché. Merce e immagine diventano un dèmone che ci possiede con l’odoroso sussiego di un angelo custode.

Dunque, precipitiamo in un eterno crogiolo ludico-spottistico, o ritroviamo il coraggio di chiedere a imbonitori, conduttori, informatori, ingegneri del nostro cervello, pettinatori delle nostre anime: scusi, ma che vuol-dire?, scusi, ma col suo lavoro dove vuol-farmi-arrivare?

Bibliografia

Ansermet F. – Magistretti P., Gli enigmi del piacere, Bollati Boringhieri, Torino 2012

Levy P., Il virtuale, Raffaello Cortina, Milano 1997

Blanchot M., La follia per eccellenza, in Jaspers K., Genio e Follia, Raffaello Cortina, Milano 2001

Ronchi R., Come fare. Per una resistenza filosofica, Feltrinelli, Milano 2012

Cacciari M., Se il valore dell’ascolto è quello di sentire le pause, Repubblica del 16 settembre 2012

Zanardi M., Per una critica del realismo politico in AA.VV. Comunità e politica, a cura di Zanardi M., Cronopio, Napoli 2011

Zizek S., Difesa dell’intolleranza, Città Aperta, Enna 1998

Laplantine F., Identità e meticciato, Elèuthera, Milano 2004

Junger E., Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 2010

Jean-Francois Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 2010

Pierre Klossowski, La moneta vivente, Mimesis, Milano 2008

Serres M, Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri, Torino 2013