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13 marzo 2014

Privata, mostra itinerante sulla violenza di genere

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La rappresentAzione “altra” della violenza maschile sulle donne che questo progetto mette in campo cambia la nostra prospettiva, ci disloca. Ed è, appunto, in questa autorappresentAzione dislocante che la mostra itinerante “Privata” dispiega a tutto tondo il potere delle donne di delineare un orizzonte plausibile e possibile di cambiamento.

La radicalità di questo nuovo orizzonte sta non tanto dentro una strategia di contrasto alla violenza di genere, agita dalle istituzioni nelle campagne contro il femminicidio e per conto di un “sesso debole” senza presa nella storia, quanto piuttosto nel ribaltamento dell’ordine del discorso sulla violenza. Il nuovo orizzonte è il potere delle donne di farsi protagoniste, non più oggetto ma soggetto che agisce e incarna differenti modalità relazionali nella cultura di genere.

Il femminicidio, che ha radici nel rapporto tra i sessi e chiama in causa una sessualità maschile fuori controllo del tutto intrisa di vecchi e nuovi patriarcalismi, richiede un radicale cambiamento di ottica, una rivoluzione paradigmatica capace di decostruire stereotipi, alimentare processi formativi, forme di relazionalità, politiche di promozione degli spazi di autonomia delle donne.

È saltato, di fatto, sia il confino delle donne nei perimetri del domestico che la separazione tra sfera del pubblico e del privato. Fuori dal recinto la libertà delle donne invade lo spazio pubblico. Ed è, appunto, nella mancata elaborazione maschile del cambiamento la radice di questa fenomenologia che riporta alla superficie la pulsione al femminicidio. Occorre, allora, indagare le metamorfosi del presente, le sue viscere e i suoi grumi, perché la dimensione securitaria delle politiche di contrasto alla violenza di genere non è sufficiente, non intreccia le dimensioni culturali, sociali e antropologiche, in una parola materiali e simboliche, della relazione tra sessi.

Certo, la costruzione di un immaginario e, dunque, di pratiche non violente nella relazione m/f, sta anche nelle capacità delle agenzie educative, famiglia, scuola e media, di disseminare capillarmente una pedagogia alla socializzazione paritaria tra generi. Sono pedagogie necessarie, ma non sufficienti. Le stesse agenzie educative, ed è questo il paradosso, sono storicamente, culturalmente e materialmente determinate da quella cultura patriarcale, di dominio e subordinazione di un sesso sull’altro, in cui la violenza di genere si autoriproduce.

La soluzione di continuità rispetto alla cultura della violenza, alla riduzione della violenza alla privatezza domestica, è tutta nel potere di autorappresentAzione delle donne, nell’esercizio di questo potere nella relazione, nell’interlocuzione che educa l’altro alla dialogica tra pari. E, dunque, non tanto nella tutela e nella rappresentanza delle fragilità nelle macchine sociali del sessismo, quanto piuttosto nelle pratiche delle donne, nella costruzione di immaginAzioni, nella capacità delle donne di manifestarsi in un performativo messaggio in cui l’arte si fa, finalmente, politica.

Ribaltare le relazioni di potere vuol dire, allora, agire negli interstizi dei processi di soggettivazione m/f, senza tuttavia ridurre la molteplicità e la differenza a un’essenza, o a una media statistica, valorizzando piuttosto quella differenza e quella molteplicità nello spazio del confronto.

La contraddizione più radicale della contemporaneità: quella tra la libertà femminile, che tenta la scalata al mondo,  e la crisi maschile, che non sa stare più adeguatamente al mondo. [Elettra Deiana 26 Novembre 2013]

La contraddizione qui annunciata è, dunque, un ribaltamento di prospettiva, racconta lo specchio delle fragilità maschili che si riflettono dentro e fuori dalle pareti domestiche, nei luoghi di lavoro, della politica, nella dimensione pubblica e privata del quotidiano. L’obiettivo è, e deve essere, la produzione di scarti tra un’obsoleta rappresentazione del “femminile”, la vittima, e rappresentAzioni “altre” della libertà delle donne, della autodeterminazione della loro esistenza.

La rappresentAzione di questo altro che la donna è, si fa allora argine e limite invalicabile al controllo maschile nelle residuali stagioni del patriarcato, nelle pratiche del suo potere, mettendo a dura prova la sua sempre più fragile identità.

In questa prospettiva la violenza sulle donne racconta non tanto il “sesso debole”, quanto le derive del post patriarcato, la crisi maschile dell’essere-nel-mondo nel tempo in cui implodono certezze e si fa fatica a reinventare altri modelli di identità sociale e soggettiva, altri percorsi dello stare insieme.

Dislocarsi. La pratica attiva di uno spostamento radicale dello sguardo sulle cose, sollecitata dalle tecnologie dell’arte e dai suoi artefatti, cambia il punto di vista, la prospettiva, una posizione. Ci disloca, appunto, nella stessa esperienza delle donne, produce slittamenti paradigmatici e ci insegna a vedere di nuovo. Le donne, non più tra parentesi declinate dal maschile, o un’aggiunta nella storia dell’altro, ma autentici soggetti di una vicenda umana plurale.

Lo sguardo laterale delle donne nella storia, già a partire dal pensiero femminista, si è fatto parola e segno, traccia e percorso per la libertà femminile, per modalità altre dello stare insieme di uomini e donne.

La bellezza di questo sguardo in questa mostra itinerante mette a nudo, decostruendo ideologie e false rappresentazioni della “vittima”, il grumo oscuro, la zona grigia della contiguità relazionale, come di fatto è nell’intimità della relazione nei casi di femminicidio. E forza e devia su altri percorsi, scrive altre mappe in cui la gerarchia del potere non trova spazio né riscontro, in cui matura il passaggio dall’afasia alle figure della rappresentAzione, della conoscenza della parola che rompe schemi e priorità, dell’immaginario femminile. Segna inesorabilmente l’uscita dalla caverna del rimosso della sessualità maschile, dal lato oscuro del rapporto tra i sessi.

“Privata” mette in gioco, dunque, il significato e il significante, la capacità di rappresentare un rovesciamento di prospettiva, come di fatto è stato nella storia, in ogni processo umano di liberazione, in cui nuove soggettività hanno preso parola per riaffermare non la nuda vita,  ma il diritto pieno di libertà dai vincoli in cui essa è costretta.

Anna Maria Di Miscio

a cura di Federica Mariani
con il patrocinio del Comune di Ancona
in collaborazione con Donne e Giustizia ONLUS, CNA Impresa Donna di Ancona ed ExpoMarche

Artisti: Federica Amichetti, Alessandra Baldoni, Mirko Canesi, Mandra Cerrone, Giovanni Gaggia, Francesca Romana Pinzari, Rita Soccio

8 marzo – 6 aprile 2014

Mole Vanvitelliana
Banchina Giovanni da Chio 28, Ancona

Orari: da giovedì a domenica 18.00-20.00 e su appuntamento

Info: +39 334 3621624
progettoprivata@gmail.com
www.onsur.it
www.fondazionerobertalanzino.it