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19 aprile 2015

Tanz Berlin: un’etnografia desiderante oltre il muro del clubbing

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Giorgio Cipolletta

In un cervello urbano cariato di speculazione multinazionale, nelle strane alleanze tra conflitto e lavoro creativo, pulsa il vettore esplorativo di un percorso autobiografico, quello di Francesco Macarone Palmieri (in arte War Bear) che si intitola Tanz Berlin ed edito dal Manifesto Libri. Macarone Palmieri ci racconta Berlino da una posizione angolare specifica: il clubbing.

Nella metropoli tedesca il mercato dell’entertainment è uno dei motori economici portanti, su cui si concentrano i nuovi flussi migratori sia sul piano del consumo che su quello della produzione. Proprio attraverso le sue location, i suoi muri di casse, i suoi suoni, i suoi dancefloor, le sue line-up, le sue droghe, le sue sessualità, i suoi assembramenti, stili e culture, la metropoli diventa una sirena impazzita.

Questo strano attrattore polarizza oceani umani in eneidi transnazionali, pronti al viaggio, alle veglie infinite, alle peggiori intemperie, alle file di ore, all’arresto cardiaco, per finire dentro scantinati bui e umidi o tetti di grattacieli in disuso, con una pressione uditiva ai limiti della sordità. Danzare contiene nella sua grammatica liberatoria il movimento dei corpi, attraverso cui si scioglie la facoltà di dis-perdersi fino a diventare evanescenti, dove il tempo consuma persino la bussola dei contatori e delle lancette cronometrate e il giorno e la notte si con-fondono verso un alba “astrale” fluttuando tra mille piani.

Cadute, frontiere, metamorfosi, revival, attentati, street parade si muovono dentro un mix danzante e pulsante. Francesco Macarone Palmieri ci consegna una ricerca etnografica desiderante: “eroptica”. Sotto il cielo di Berlino si attraversa con curiosità conoscitiva, quasi spirtituale, una metro-polis plurale, disseminante, polimorfa, multividuale, dove ogni angelo è terribile, mentre i fantasmi ballano e tutto si trans-forma in un concentrato di eXistenze generative e processi transculturali.

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La capitale tedesca, povera ma sexi (Arm aber Sexy), come venne definita dallo stesso ex-sindaco Klaus Wowereit, transita attraverso terzi paesaggi, non luoghi, intersitizi desideranti (desiderabili) di qualcosa d’altro. Dentro una Berlino ricca di storia si raccolgono cadute, crolli, ri-costruzioni, occupazioni e allo stesso tempo si nasconde un cambiamento radicale, spesso controproducente, in direzione di una gentrificazione che invece di unire, separa e cancella la memoria, che proprio la capitale tedesca ha rigenerato sopra le macerie e i ricordi.

Berlino se la si conosce ti appartiene con tutte le sue contraddizioni fin sotto le viscere, nella sua decadenza rivoluzionaria: così vicino, così lontano. Attraversando la città (le città plurali) si respira quell’aria di trans-formazione, di mutamenti, di ricerche intime, artistiche, esperienziali, coinvolgendo ogni sensorialità.

Quando si scende fin dentro le mura dei clubbing, oltre, e ancora oltre, qualcosa cambia. War Bear documenta in maniera intima, profonda (quasi a con-fonderci) la metropoli che mescola identità e generi fino ad impazzire. Nel giro di giostra montato da Macarone Palmieri si gioca infatti una lotta corpo a corpo nella frenesia del ballo. Tanz Berlin si presenta come un’ecologia della mente risorta, migrante, metropolitana e ancora desiderante, conservando contemporanemente un tessuto transurbano così dolce e amaro, a tratti piccante, che smuove sensorialità durante le lunghe notti berlinesi.

Il merito di Francesco Macarone Palmieri è stato proprio quello di consegnarci una autobiografia (la sua), dove la grafia si mixa con un’etnografia delle emozioni, stati d’ansia, incubi, allucinazioni, vergogne e inibizioni. Nel testo si ritrova il coraggio di scoprire sotto la superficie di Berlino una molteplicità linguistica, un’eteropia multiplanare che converge in uno sbandamento psicogeografico situazionista, come una performance sociale dell”esperire.

Il soggetto è War Bear che attraversa le frontiere addirittura “proibite” (la lunga fila prima dell’entrata) del Berg/hain (deriva territoriale che incrocia i quartieri di Kreuzberg e di Friederichshain), passando per uno spazio analogico come l’About:// Blank per poi raggiungere la giostra umana del Kit Kat e raccontandoci anche la sua esperienza di organizzatore eventi come il Gegen.

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Proprio questo evento nasce da un incontro-scontro linguistico, integrazione-disintegrazione, contro se stesso, intorno, oltre tempo e spazio, superando i generi sessuali desiderabili di una performance pisco-drammatica, scavalcando i meccanismi del mercato dell’entertainment. Gegen è sovversivo, mette in crisi tutta la mappa sub-culturale musicale dei club e dei dj e spezza la catena tra produzione e comunicazione.

Elevando a cifra linguistica le contraddizioni, il piacere, l’ingoto, l’eccitazione e le “per-fomance”, Gegen assume il valore alto di politica. Gegen è un’esperianza poliamorosa, verso un’ecologia della mente dissolvente, in cui qualsiasi connessione diventa possibile tra soggetti molteplici nel loro divenire.

La metamorfosi che compie Francesco devia attraverso l’About:// Blank, in cui microecologie territoriali si narrano per l’evento Homopatik, in cui i confini si dilatano e le paure si sciolgono in un immaginario di transizione: tutto diviene liscio, nuovo, esperibile, ricodificabile attraverso i sensi.

Questa inversione del processo ordinario, ci fornisce uno straordinario incontro-scontro. Tanz Berlin è un dentro e fuori, buio e luce, silenzi e casse risonanti pulsanti: vive. Tanz Berlin è il dominio dell’esperienza al Berghain, dove il ritmo della vita è allo stesso tempo cupo e solare in una com-presenza desiderante, ma senza toccarsi, sentendosi però vivi e regalandoci un’esperienza trans-dimensionale.

Dalle frontiere del Berghain alla cellula neuronale del Kit kat, la ricerca etnografica di Francesco pulsa e danza tra dance floor, piscine, bar, palcoscenici per una performance “transgenderazionale”. Si mescolano elementi fetish, psichedelici, colori violenti, de-generati, dove saltano fuori personaggi di fiabe, animali, robot, macchine rizomatiche e ribelli, trans-identitarie e schizofreniche, oltre le dualità, come una geografia corporea viva.

Esotismo, invisibilità, pischedielia, immaginazione e desiderio riempie quindi l’atlante di Tanz berlin: lo per-fora. Tanz Berlin è questo e molto altro per un’etnografia visuale attraverso anche il contributo fotografico di Aghia Sophie che “cattura” corpi che danzano nelle differenti location. Tanz Berlin infine è curiosità, come perdersi nella foresta tanto amata da Walter Benjamin.

Perfino il filosofo tedesco avrebbe desiderato danzare e attraversare territori plurali, linguisitici visuali, in un”incredibile passages metropolitano e fluttuando sotto le vene gonfie nelle notti fredde di Berlino: un trauma che sa di bellezza. Tanz Berlin contiene al suo interno, negli organi vitali, una metodologia stupefatta che palpita sotto pelle, stupisce, erotizza, dilata, dissemina, si perde, oltrepassando qualsiasi muro e confine per danzare fino al mattino e ancora oltre…

Vieni a Berlino a ballare!!! Vieni !!!

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