Commenti disabilitati su Le foche, gli iceberg e le uova: Boas e il legame letterario

20 aprile 2015

Le foche, gli iceberg e le uova: Boas e il legame letterario

image

 

 

Maja Nazaruk con il contributo di Andrea Priviteria e del Dr. Fabio Lorenzini

Nel suo ruolo di figura madre dell’antropologia moderna, il contributo decisivo di Malinowski s’incentra su una contestazione dei fondamenti della disciplina. Svelando che il legame fra letteratura e antropologia è connaturato alla definizione e performatività della praxis etnografica, l’autore compie un’analisi diacronica degli scritti di Franz Boas, prodotti sull’Isola di Baffin, dove il ricercatore americano aveva vissuto a contatto con gli Inuit.
In questo saggio mi concentrerò su due questioni: a) la traduzione di un frammento dell’opera di Boas negli Eschimesi del Centro e b) un’analisi degli aspetti letterari della scrittura etnografica, mettendo in luce il ruolo del trasfert nella carica delle sensazioni, presenti in modo particolare solo in produzioni testuali. L’analisi dimostra le anticipazioni di Boas sulle congetture accademiche dell’epistemologia del XX secolo.

:::

L’obiettivo dell’esercizio letterario in antropologia è di mettere assieme testi – estratti dal labirinto verticale dell’interrogazione ontologica dell’umanità, per formulare una teoria costruttiva dell’essere. Essa sarebbe costituita nella specie per riflettere sul dualismo epistemologico: fisicamente e spiritualmente, corps/esprit. Il contenuto di questa riflessione ruota intorno alla parola chiave antropos: riflessività, civiltà.
Lo studio dell’umanità è legato, dunque, a una diversità di scritti: appunti di viaggio, note di campo, lettere, pubblicazioni e monografie varie. Ho sottolineato quest’aspetto in analogia con l’affermazione che l’antropologia è letteratura (Nazaruk 2014b). Studio testi antropologici per capire, appunto, il mondo immaginario che sta dietro l’incontro sociale, intellettuale, psicologico con l’alterità.

La traduzione
Per prima cosa, propongo una mia traduzione dei racconti degli Eschmesi del Centro, raccolti da Franz Boas sull’Isola di Baffin. Il testo fu composto durante una missione geografica, che intendeva studiare le condizioni migratorie degli Inuit, fu pubblicato nel 1888 nel 6th Annual Report from the Bureau of American Ethnology.
Le mie traduzioni (assistite da 2 editori madrelingua) sono un tentativo di dare importanza a un testo trascurato dal mondo accademico e assente nelle traduzioni italiane, nonostante si tratti di testi fondamentali per l’etnografia americana. La traduzione è parziale, perché si focalizza solo su un frammento della prima monografia realizzata da Boas. Inoltre, questo frammento serve alla mia ipotesi, nel senso che documenta il consistente legame fra letteratura e antropologia.
La produzione letteraria di Boas può essere interpretata come incarnazione di un fenomeno efficace nelle congetture teoretiche delle scienze sociali: la trasposizione del fatto sociale. E questo intervento è a cavallo fra l’empirismo e il tessuto di una discorsività, tautologicamente definita per i suoi aspetti letterari.
La traduzione è il luogo di complicazioni significative, data la necessità di assumere correttori di madre lingua italiana per perfezionare l’espressione linguistica. Senza il loro contributo, questo progetto non sarebbe stato possibile. Dal punto di vista tecnico il processo delle parafrasi è oscuro.
Ad esempio: il testo è composto di frasi corte e preposizioni coordinate per asindeto. Molteplici frasi principali sono state unite in una sola proposizione, costruendo un stile di narrazione semplificata, per restituire la qualità dell’oralità degli Eschimesi che aveva dato vita a questi testi.
Tuttavia, le semplificazioni non sarebbero mai state usate in questo modo nella lingua italiana. La risultante dissonanza della traduzione rispetto all’originale può diventare motivo di contestazione.
Durante il processo dei trasferimenti di significati, sentivo la necessità di tagliare le frasi principali in subordinate, riorganizzando la sintassi, per addomesticare lo spirito dei racconti all’orizzonte delle attese del lettore. Le opzioni erano due: lasciare il testo intatto per mantenere l’essenza originale oppure modificare o normalizzare il testo per favorirne la ricezione, con il rischio di perdere in autenticità.
Il tessuto originale era colpevole dell’étrangeté, anche nella lingua di produzione del codice verbale, allo stesso tempo la conservazione linguistica di un’alterità narrativa rappresentava la sfida di una traduzione infedele. Trasporre la specificità dello stile di Boas, che è in se stesso un trascritto dell’imperfezione immacolata del dialogo fra interlocutori, è diventato una ginnastica con ossimori inappagati: ogni modo di procedere simboleggiava un impasse di decifrazione e una cancellazione dello spirito originale.

Legame fra antropologia e letteratura
In un secondo tempo, dopo le traduzioni eseguite à béquilles a causa della mia mancanza d’immersione nella lingua di Dante, offro un’analisi di questi testi nel contesto della simultaneità asimmetrica fra letteratura e antropologia. Queste riflessioni appartengono al campo teoretico e discorsivo, iniziato da Clifford Geertz nel libro Works and Lives: the Anthropologist as Author (Geertz, 1988). Lì venne al luce il problema dell’io narrativo. La soggettività e l’auto-determinismo letterario sono sensibilmente legati al loro referente: il determinismo scientifico.
La consapevolezza di questo momento nella teoria dell’antropologia ha visto la sua nascita nel paradosso malinowskiano del diario (l’argomento della mia tesi dottorale; Nazaruk 2016), che aveva spezzato il paradigma della ragione scientifica: un doppio gioco.
Da una parte, questa strategia s’impostava nell’enfasi sulla metodologia basata sull’empirismo, tramite il distacco fra il privato e il pubblico, che Malinowski praticò durante tutta la sua vita.
Dall’altra parte, esisteva l’evidenza del diario, deliberatamente lasciata alla posterità, si pensa con motivazioni ulteriori, che annullava il distacco, il distanziamento – in una sola notte. Da allora in poi, la ricerca nelle scienze sociali non sarà più concepita in termini di causalità, correlazione e argomentazione, perché è la soggettività che guida la ricerca e fa dubitare del modello scientifico.
Le traduzioni di Boas dimostrano che questo paradosso esisteva cinquant’anni prima di Malinowski. La mia ricerca e la mia traduzione offre una prova materiale che la tensione fra soggettività e oggettività è connaturata all’antropologia fin dall’inizio: essendo tracciata alle radici dell’auto-conoscenza dell’uomom, smentisce l’originalità del soggettivismo di Malinowski. Inoltre, la discordanza epistemologica è un elemento innato nella fusione del determinismo scientifico con le discipline umanistiche.

L’etnografia di Boas
I testi di Eschimesi del Centro sono, quindi, un esempio di letteratura: sono testi narrativi raccolti nel momento della loro mise-en-parole e succesivamente trascritti in un libro. Servono come un’illustrazione della verità dell’indagine scientifica. Suggeriscono che l’antropologo è veramente stato sul campo e che lì abbia sfiorato l’autenticità di questa cultura. Da un lato, esiste l’elemento letterario – la descrizione, la narrazione, l’ispirazione, l’esito della motivazione, dall’altro, l’intero sistema si basa su un’ipotesi scientifica da verificare con prove prese dall’empirismo etnografico, tabulazioni, ipotesi e deduzioni.
L’oggettività pura di un modello empirico non esiste nelle scienze sociali. Quel che appare come oggettività è, infatti, ispirato da correnti soggettive, legate alla memoria. Questi correnti figurano come la fonte nascosta del motore scientifico, che attribuiscono al avoro sul campo i modelli cartesiani delle scienze – recentemente ripresi da Karl Popper come nell’argomento della falisificazione, etc. (Popper 1934).
Ma la scienza ha bisogno di essere consapevole di sé stessa. Non c’è bisogno che sia romantica (ad esempio provando pietas per sé stessa), tuttavia è necessario sottolineare l’importanza di questa soggettività (con intrusione dell’intimità, del je du narrateur) per un progetto oggettivo (cioè guidato dalla ragione) di un’antropologia di significazione.
Questa tensione rappresenta una contraddizione dell’indagine scientifica nelle Gewissenschaften, che la lettura di testi antropologici mette in valore. Sono testi che accelerano la caduta di un modello ormai desueto.
Esiste un’ossessione per il metodo scientifico in antropologia (l’empirismo della raccolta dei dati, la precisione delle misure e giudizi, la proposizione di una logica esistente nell’anatomia del fatto sociale: come nella grammatica linguistica, nello strutturalismo delle relazioni di parentela, nella ripetizione del rituale, etc). Ma le scelte usate per costruire i modelli sono inficiate da preferenze personali che modificano i risultati, perché è la stessa esperienza umana sul campo a metterli in discussione.
È, dunque, importante riconoscere che tali testi, come i racconti di Boas, dimostrano un tessuto umano, letterario, consapevole (benché la consapevolezza possa essere rimossa), e polifonico: un’espressività vivente dell’essere-nel-mondo, potenzialmente vulnerabile. Un’analisi di questi aspetti duri vs molli dei testi scientifici apre un vaso di Pandora per la ricerca scientifica.

La traslocazione, il sfogo e la scrittura
È chiaro che la scienza non è un risultato confinato in misure matematiche, equazioni, griglie e quadrature incoraggiate da dati empirici (Nazaruk 2016), è piuttosto astrazione filosofica di elementi trasfigurati, e trascritti (tramite la grafia), sublimati come suggerito prima, in una co-creazione letteraria, ispirata dalla forza dei transfert.
Dello sviluppo del transfert argomento qui per la prima volta. È parte della mia teoria sulla discorsività dell’opera etnografica, cui sto lavorando presso l’Università di Montréal nel Dipartimento di Lettere Comparate.
Nella psicanalisi tradizionale, il transfert è definito come un meccanismo mentale dell’individuo che tende a spostare schemi di sentimenti, emozioni e pensieri, da una relazione significante passata a una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Si tratta di una proiezione sull’altra persona di immagini provenienti dal mondo interiore.
La relazione interpersonale di cui parla un antropologo è una testualizzazione della discorsività, la sede di negoziazione dove l’essere si materializza per diventare un’entità segnata dall’impronta umana. Questo corso infaticabile è proprio dell’antropologia, perché la disciplina è in se stessa una messa-in-scena della discorsività, cioè è un processo di scrittura.
Due riflessioni sono importanti. La prima: nel rapporto tra sé stesso e il testo, che l’autore mette in scena tramite la scrittura, laddove il testo rappresenta una determinata alterità, se il testo diventa un luogo defamiliarizzante dell’io, allora lo scrittore non riesce a ottenere un rispecchiamento di sé e delle sue pulsioni nella scrittura. Il risultato è una sfigurazione. La scrittura non segue la parola orale – metafora per la agency dell’antropologo.
La seconda: questa traslitterazione ha luogo nel rapporto dell’io con l’interprete di questo testo, l’interprete che legge l’auto-costruzione dell’ o tramite il testo. Qui c’è, inoltre, una mise-en-abyme perché l’io é un’immagine rispecchiata dentro l’opera, formando quindi un’immagine dentro un’altra imamgine. Il rapporto è dunque un doppio rapporto.
La fonte originaria di questi rapporti è da ricercare nelle prime esperienze dell’infanzia, che la scrittura cerca di colmare e di ricalcare, cioè di riprodurre. Nella scrittura, l’autore – come nella psicanalisi il paziente, nel suo ruolo di soggetto del discorso – riproduce le esperienze latenti di sentimenti sfigurati legati alle sue ansie in una forma intuibile, attuale (Freud, 392).
Il testo è, allora, un luogo dove i transfert prendono corpo, tramite la sublimazione. Rappresentano uno sforzo sovraumano di materializzazione scritturale dell’essere, potenzialmente e metaforicamente l’incarnazione del Geist oppure del Weltgeist, concepito come un modo di filosofare la storia tramite l’esperienza di universali concreti, come Napoleone (Hegel 1807), Boas o Malinowski.
I transfert sono certo derivati dell’interno cespuglioso della psiche, ma sono una modalità dell’essere tramite il quale l’artista-antropologo rivive la questione ontologica dell’umanità. Il prodotto di un transfert è una testualizzazione, ma dietro quest’apparizione grafica, esiste un cosmo di connessioni intime, sottigliezze, eccessi e processi intellettuali. I manufatti testuali rappresentano solo la punta dell’iceberg.

La performatività
La spazio di questa riproduzione scritturale sta nella testualità che rilavora, innova, riforma l’originale attraverso modifiche e traslitterazioni (réécritures; Nazaruk 2016). Questo spazio è infatti il luogo di una performatività, che secondo Austin sarebbe analoga a quella messa in atto nei processi di costruzione dell’identità (Austin 1955, 1987).
Non c’è differenza tra Doing gender (Butler) o Doing Anthropology (Malinowski), perché quel che è rilevante è la performatività, nel senso che le parole mettono in scena atti difficilmente catturabili dalla descrizione, ma che esistono nella praxis sociale come fenomeni eccedenti l’interazione. C’è una trasposizione degli aspetti chiave di questa interazione vivente nella scrittura del testo, au pied de la lettre. Il testo riproduce i Sprachspiel del rapporto, la dinamica ampollosa della relazione. Il testo è sempre performativo.
Benché il processo sia inconscio, è chiaro che sono le emozioni e gli affetti che strutturano il divenire di un’opera, piuttosto che induzioni e deduzioni logiche sostenute da prove empiriche.
Il testo diventa in questo modo un fieldwork filosofico (Bourdieu 1987), performativo perché tramite il testo c’è la possibilità di rivivere un’esperienza sociale antecedente, come nell’immersione nel terreno etnografico. Tramite il testo, si può rivivere il caos psicanalitico e il processo di costruzione della propria identità.
Ho parlato della relazione fra performatività ed etnografia in un intervento presso all’Università di Czestochowa (Nazaruk, 2014). Ribadisco che, essendo una derivazione della ricerca sul campo, il fatto sociale è già di per sé una metonimia della performatività. Il testo è, dunque, un’imitazione ambiziosa e una riproduzione autorevole della ricchezza eterogenea del vissuto dell’essere, potenzialmente aperto ad un’analisi psicanalitica.
Ma non è possibile conoscere l’inconscio di Boas, Malinowski o di Geerz. È difficile provare a ricostruire il labirinto mentale di un’entità come l’inconscio. Non esistono prove materiali dell’incidenza di umori, preferenze, attitudini sociali, intellettuali e morali, della predisposizione genetica, senza parlare della trasfigurazione dell’io nella materialità di un’opera d’arte – intesa come complesso di funzioni non corporee.
In un certo senso, il testo – quindi la scrittura autobiografica e le monografie teoretiche che gli antropologi scrivono – è una trasferimento dello stato psichico, oppure almeno la reminescenza di un’esperienza vissuta in un momento particolare, nell’ambiente in cui l’antropologo studia le tradizioni e consuetudini dei popoli che sta osservando. Perciò si tratta di antropologia sociale. Ma questa scienza è una scienza di natura letteraria, data la trasmutazione dell’esperienza del vissuto tramite il codice verbale in forma scritta.
Alla fine dunque, ci sono i racconti degli Eschimesi del Centro di Boas. Rappresentano il solo manufatto della co-presenza fisica e materiale nel terreno. Come suggerito, non c’è evidenza della psiche di Boas in questi scritti. Sembrano presi, parola dopo parola, dagli Eschimesi. Ma da qualche parte nel testo esiste un antecedente, un interstizio sul quale non si può che congetturare, perché è paraverbale. Dentro questa interstizio c’è quel vissuto interiore espunto dal testo.

Per un’archeologia testuale
Gli Eschimesi del Centro è un testo pubblicato nel 1888, ciò che prova che a) Boas aveva già anticipato il legame fra letteratura e antropologia, b) che questo elemento è un aspetto impresso nell’ontologia antropologica fin dall’inizio.
Il tema delle riscritture è un tema ricorrente. La riscrittura avviene sempre nel lavoro antropologico: per prima cosa, esiste nella presa di appunti. La fusione dell’io del narratore con la raccolta dei dati forma lo spazio necessario per la formulazione di una sublimazione che alza l’opera ad un tale livello di personalizzazione da rompere ogni possibile legame con l’oggettività attribuita alle scienze sociali. La scrittura di Boas, Malinowski, Geerz, ne dimostra la presenza.
Il testo di Boas è, inoltre, un testo esteticamente attraente. Offre una serie di storielle, raccolte nel terreno dell’isola di Baffin, che cattura l’immaginazione con la sua ingenuità. Le semplificazioni, di ho già detto all’inizio di questo saggio, mostrano che l’antropologo manipola i dettagli. Che egli li congela con il suo sguardo distaccato. Sono errori voluti, contenuti nella relazione dei dati: ad esempio le proposizioni, l’abuso delle congiunzioni per coordinare frasi. Le strategie non riflettono le usanze letterarie a Boas familiari, ma sono l’espressione della fedeltà allo spirito etnico-culturale di origine. Nonostante queste modifiche stilistiche, il testo scorre fluido, grazioso, felice.
Commemorando la cultura degli Eschimesi, il testo dimostra la alta letterarietà di un popolo di circa 150 anni fa. Non c’è bisogno di discutere di retorica, metaforologia, mitologia, antropologia di significazione. Questi elementi, con le loro cieche cacofonie – significando l’innocenza pre-metatestuale dell’indagine – sono contenuti in questo testo, de soi.
Sembra impossibile credere che questo avvenne in un’epoca che non aveva ancora concepito l’essere dell’antropologia. Infatti, secondo la maggior parte dei riferimenti antropologici, il padre dell’antropologia moderna era Malinowski. La monografia di Boas offrì dunque un ricordo materiale che precede la Storia di questa scienza sociale. La nostra comprensione della storia e letterarietà antropologica, tramite le letture di Boas, è uno spiazzamento dei momenti chiave di una Weltanschaaung.
La manipolazione della memoria, con la trascrizione del vissuto, canalizza un messaggio universale. Dopo aver lavorato sul campo per studiare un popolo indigeno, Boas ritorna con un tesoro immateriale. La scrittura è una traccia metonimica e imperfetta di questo insieme di avvenimenti intangibili, la costola di Adamo del procedimento etnografico. L’intervento successivo di Malinowski offrì una rivalutazione del sapere antropologico tramite un abbozzo del programma degli “oggettivi costituiti” per questa scienza.
Malinowski circoscrive l’ambito del suo progetto negli Argonauti del Pacifico Occidentale nel modo seguente:

The organisation of the tribe, and the anatomy of its culture must be recorded in firm, clear outline. The method of concrete, statistical documentation is the means through which such an outline has to be given.
Within this frame, the imponderabilia of actual life, and the type of behaviour have to be filled in. They have to be collected through minute, detailed observations, in the form of some sort of ethnographic diary, made possible by close contact with native life.
A collection of ethnographic statements, characteristic narratives, typical utterances, items of folk-lore and magical formulae has to be given as a corpus inscriptionum, as documents of native mentality (Malinowski 1922, 24).

In questo modo letterario Malinowski formalizza le conoscenze accumulate da Boas. La storia dell’antropologia cambia da questo momento, mettendo in evidenza con un’enfasi la fonte e perpetuamente connettendo la produzione tecnica delle monografie all’autenticità della ricerca sul campo. Un’illustrazione di questa letterarietà si trova nel racconto allegato a questo testo. Il racconto è finzionale, ed è basato sull’applicazione della fantasia a molteplici riscritture.

La storia di Ititaujang – Gli Eschimesi dal Centro, Fraz Boas
Tanto tempo fa, un giovane uomo di nome Ititaujang viveva in un villaggio con molti amici. Quando divenne adulto, decise di prendere moglie. Un giorno si recò in una capanna nella quale egli sapeva che abitava una ragazza orfana. Tuttavia, essendo schivo e avendo paura di parlare con la ragazza, chiamò il suo fratellino, che stava giocando davanti alla capanna, e gli disse: “Vai da tua sorella e chiedile se mi sposerà”.
Il ragazzo corse da sua sorella e le riferì il messaggio. La ragazza lo mandò via e gli ordinò di chiedere il nome del suo corteggiatore. Quando seppe che il suo nome era Ititaujang, gli disse di andarsene via e di cercare un’altra moglie, perché non si sentiva disposta a sposare un uomo con un nome tanto brutto.
Ma Ititaujang non si arrese e inviò il ragazzo di nuovo da sua sorella, dicendogli: “Dille che ho un’altro nome: Nettirsuaqdjung”. Tuttavia, il ragazzo entrò nella capanna e disse: “Ititaujang è qui fuori e vuole sposarti. ” La sorella rispose per la seconda volta: “Non sposerò mai un uomo con quel nome cosi brutto.”
Quando il ragazzo ritornò da Ititaujang e gli riferì quanto detto da sua sorella, questo lo rinviò ancora una volta dicendo: “Dille che il mio nome è Nettirsuaqdjung. “Il ragazzo entrò di nuovo e disse: “Ititaujang è qui fuori e vuole sposarti”. “Non sposerò mai un uomo con quel nome cosi brutto.”
Quando il ragazzo ritornò da Ititaujang e gli ripeté di andare via, fu rispedito dalla sorella per la quarta volta con lo stesso compito, ma senza alcun successo . La ragazza rifiutò di nuovo la sua offerta, e Ititaujang se ne andò molto arrabbiato.
Nessun’altra ragazza della tribù gli interessava. Abbandonò il vilaggio ed errò giorni e notti per colline e valli.
Un giorno arrivò nella terra degli uccelli e scorse un laghetto dove nuotavano molte oche[1]. Vide un gran numero di stivali sparsi sulla riva. Si avvicinò cautamente e ne rubò tanti quanti poté.
Poco dopo, gli uccelli presero il volo e scoprendo che gli stivali erano scomparsi, si impaurirono e volarono via . Solo un uccello dello stormo si trattenne, gridando: “Rivoglio i miei stivali, rivoglio i miei stivali!”. Ititaujang si fece avanti e rispose: “Ti ridarò gli stivali , solo se diventerai mia moglie”. Lei rifiutò, ma quando Ititaujang si voltò per andarsene con gli stivali, allora lei accettò, anche se con riluttanza.
Dopo aver indossato gli stivali, l’uccello si trasformò in una donna e assieme camminarono verso il mare. Là presero casa in un grande villaggio, dove vissero assieme per alcuni anni ed ebbero un figlio. Col tempo Ititaujang diventò un uomo molto rispettato; era di gran lunga il miglior cacciatore di balene tra gli Inuit.
Un giorno, degli Inuit uccisero una balena. La sventrarono e portarono la carne e il grasso alle loro capanne. Mentre Ititaujang lavorava intensamente, la moglie, pigra, non faceva nulla. Quando la chiamò e le chiese di aiutarlo come stavano facendo le altre donne, lei si rifiutò gridando: “ Il mio cibo non è di mare, il mio cibo è di terra. Non mangio carne di balena. Io non ti aiuto.”
Ititaujang rispose: “Mangia la balena, ti riempirà lo stomaco. “Allora lei si mise a piangere ed esclamò: “Non voglio mangiare, non voglio sporcare il mio bell’abito bianco.” Corse verso la spiaggia, alla ricerca di piume di uccello. Ne trovò un paio e le mise tra le sue dita e quelle di suo figlio: entrambi si trasformarono in oche e volarono via .
Alla vista di ciò, gli Inuit gridarono “Ititaujang , tua moglie sta volando via.” Ititaujang si rattristò e pianse per la moglie. Non gli importava più dell’abbondanza della carne e del grasso, né delle balene che si avvicinavano alla riva. Seguì la moglie finché poté e percorse valli e monti alla sua ricerca.
Dopo aver viaggiato, preoccupato e in ansia per molti mesi, arrivò ad un fiume. Li vide un uomo che tagliava la legna con una grande ascia . Non appena i pezzi di legno cadevano, lui li lucidava con cura, ed essi si trasformavano in salmoni. Diventavano così scivolosi che cadevano nel fiume, per poi essere portati in un grande lago vicino. Il nome dell’uomo era Eχaluqdjung ( il piccolo salmone) .
Avvicinandosi, Ititaujang si spaventò a morte, nel vedere che la parte posteriore dell’uomo era cava e che questi poteva guardare dietro attraverso la sua bocca. Arretrò allora con cautela e trovò il modo di avvicinarsi dalla direzione opposta.
Quando Eχaluqdjung lo vide arrivare, smise di tagliare la legna e gli chiese: “da quale parte ti sei avvicinato?” . Ititaujang , puntando nella direzione dalla quale era venuto e dalla quale non poteva vedere la cavità posteriore di Eχaluqdjung , rispose: “ È da li che vengo.” Eχaluqdjung , udendo cio, disse: “sei stato fortunato. Se tu fossi venuto dall’altra parte e avessi visto la mia parte posteriore vuota, ti avrei dovuto immediatamente uccidere con la mia ascia”. Ititaujang si sentì molto contento per avere cambiato direzione in tempo e per avere in tal modo ingannato il creatore di salmoni. Gli chiese: “Hai visto mia moglie, che mi ha abbandonato, da queste parti? Eχaluqdjung l’aveva vista e disse: ” Vedi quella piccola isola nel grande lago? Lei ora vive là e si è risposata con il suo nuovo marito. “
Al sentire queste parole, Ititaujang quasi si disperò, non sapendo come raggiungere l’isola, ma Eχaluqdjung gli promise gentilmente che l’avrebbe aiutato. Si recarono sulla spiaggia e Eχaluqdjung gli porse la spina dorsale di un salmone, dicendogli: “Ora chiudi gli occhi. La spina dorsale si trasformerà in una canoa e ti porterà fino all’isola . Ma fai attenzione a non aprire gli occhi , altrimenti la barca si capovolgerà.”
Ititaujang promise di obbedire. Chiuse gli occhi, la spina dorsale di pesce si trasformò in canoa, e partì per l’isola . Non avendo percepito alcuno spruzzo d’acqua, volle verificare se la barca stesse avanzando, e aprì appena gli occhi . Aveva dato appena un’occhiata quando la canoa cominciò ad oscillare violentemente; si rese conto che era diventato di nuovo una spina dorsale . Allora richiuse velocemente gli occhi e la barca riprese a navigare. Poco dopo giunse sull’isola.
Vide la capanna e suo figlio che giocava vicino sulla spiaggia. Il ragazzo, alzando lo sguardo, vide Ititaujang e corse da sua madre gridando: “Mamma, papà è qui, e sta venendo nella nostra capanna. ” La madre rispose: “Va’, continua a giocare. Tuo padre è molto lontano e non può trovarci.” Il bambino obbedì; ma vedendo Ititaujang che si avvicinava, rientrò nella capanna e disse “Mamma, papà è qui e sta arrivando nella nostra capanna. La madre lo mandò via di nuovo, ma lui ritornò quasi subito, per dirle che Ititaujang era quasi arrivato.
Il ragazzo le aveva appena detto ciò, quando Ititaujang aprì la porta. Quando il nuovo marito lo vide, disse a sua moglie di aprire una scatola che si trovava in un angolo della capanna . Lei la aprì, e da essa uscirono in volo molte piume che si attaccarono a loro. La donna, il nuovo marito e il bambino si erano trasformati di nuovo in oche. La capanna scomparve, ma quando Ititaujang vide che stavano per volare via, si infuriò e tagliò il ventre della moglie prima che lei potesse fuggire. E molte uova caddero.

 

 

 

 

Bibliografia

Austin, John. 1987 (1955) Come fare cose con le parole. Le William James Lectures tenute alla Harvard University nel 1955. Genova : Marietti.
Boas, Franz. 1888. The Central Eskimo. Washington : Bureau of Ethnology.
Bourdieu. choses dites.  1987. Paris: Editions de Minuit.
Freud, Sigmund. 1926. La tesi sull’analisi laica in Antologia da: Sigmund Freud, Die Frage der Laienanalyse, 1926, GW XIV, pp. 209-286 e Nachwort zur Frage der Laienanalyse , 1927 GW XIV, pp. 287-296; in OpereIl problema dellanalisi condotta dai non medici, Per, pp. 351-415, cui segue il Poscritto del 1927, pp. 416-423. La numerazione delle citazioni fa riferimento all’edizione italiana.
Hegel, Georg Wilhelm Friedrich. 1807. Phänomenologie des Geistes. Philipp Reclam Jun. : Bamberg & Wurzburg.
Nazaruk, Maja. 2014a. Aleksandra Mieczyńska i Prof. Adam Regiewicz (Eds.) Performatywność w dziele antropologicznym. Prace Naukowe Akademii im. Jana Długosza, Filologia Polska: Historia i Teoria Literatury. Częstochowa, z. XIV: 46-60. – EN:  Aleksandra Mieczyńska and Prof. Adam Regiewicz (Impious mágoi μάγοι). “Performativity in the anthropological masterpiece, Scientific Papers of the Jan Długosz Academy Polish Philology, History and Literary Theory. Częstochowa XIV: 46-60.
Nazaruk, Maja.
2014b.  Andrea Privitera (Ed.) “Antropologia della Significazione: Spunti di Teoria Letteraria”. Rivista di Scienze Sociali, n.11. Foggia, Dicembre 29, 2014.
2016. Le littéraire à loeuvre dans lécriture anthropologique de Bronislaw Malinowski (18841942). Tesi di dottorato, presso all’Università di Montréal, Dipartimento di Lettere Comparate, con la data di paruzione previdibile per 2016.
Popper, Karl. 1934.  Logik der Forschung : zur erkenntnistheorie der modernen naturwissenschaft. Tubingen: JCB Mohr (Paul Siebeck).