Commenti disabilitati su Ted Boy, paradigma comportamentale giovanile e modello di sviluppo

18 aprile 2015

Ted Boy, paradigma comportamentale giovanile e modello di sviluppo

image

 

 

Luca Benvenga

Una snella e non esaustiva mappatura storica, alla ricerca di una radice socio-politica dell’incisività della sfera comportamentale giovanile, è necessaria per comprendere quel processo in divenire che ha causato la frattura totale dell’alveo giovanilista negli anni Cinquanta e, per oltre un ventennio a seguire, del Novecento.

Quella generazione di giovani, intesa non solo come “gruppo di pari” ma come risultato di un processo unitario e complessivo di identificazione culturale in un determinato periodo storico, presenta delle peculiarità differenziate rispetto alle forme di aggregazione che si sviluppano a partire dal Medioevo e che domineranno la scena fino alla seconda guerra mondiale, in quanto, come scrive Michael Mitterauer nel libro I giovani in Europa dal medioevo a oggi, la struttura di questa società era particolarista, vale a dire esisteva, una varietà di unità sociali di tipo regionale, locale e professionale, tra le quali i rapporti erano relativamente deboli rispetto a quanto avviene oggi.

Per i giovani che vivevano con questa molteplicità di unità parziali, la comunanza di esperienze formative era minima. Ancora minori erano la possibilità di dar vita ad atteggiamenti e valori comuni, che si differenziassero da quelli della generazione precedente (M. Mitterauer,1991). Il passaggio da una “molteplicità di unità parziali” alla codificazione di “atteggiamenti e valori comuni”, stando alle testimonianze dello storico austriaco, coincide con le prime forme di de-regionalizzazione e l’affermarsi dell’aggregazione extra-territoriale del “gruppo di pari”, che si andò ad affermare proprio a cavallo tra i due decenni centrali del secolo scorso.

L’analisi di Mitterauer, trova (anche) la sua “parziale” sintesi (proprio) nello studio dei giovani di estrazione proletaria alle prese con la trasformazione dei rapporti produzione nella seconda metà del XIX secolo, fattore questo che ha palesato le prime avvisaglie di ricognizione comportamentale giovanile dai connotati “locali” e “territoriali”, in evidente conflitto aperto con l’imposizione di un nuovo ordinamento che generò l’esclusione massiccia di segmenti di forza lavoro dal processo economico.

Tale condotta abbiamo visto che tuttavia prese forma non solo attorno alla “classe d’età” come sosteneva Mitterauer nella sua ricerca, o perlomeno non esclusivamente, in quanto la componente decisiva risultò essere l’appartenenza sociale come fonte d’identità, spia questa che segnò l’esistenza di una dimensione giovanile conflittuale, in un Occidente avviato a conoscere i benefici e a sopportare i costi delle due rivoluzioni industriali.

Tra i processi di lungo periodo che caratterizzano la storia dei giovani del XX secolo nel Vecchio Continente, vi è quello connesso alla divisione dell’Europa in due blocchi negli anni della Guerra Fredda, aspetto questo che modificò, in modi differenti, gli orientamenti dei costumi.

Gli effetti socioculturali impliciti nella “ridefinizione del nuovo ordine politico ed economico internazionale che emergerà e si imporrà come egemone alla fine del secondo conflitto mondiale”(R. Pedretti, I. Vivan, 2009), inizieranno ad essere tangibili con una “serie di profonde trasformazioni socioeconomiche di matrice statunitense, ma che coinvolgeranno l’intero modello a sviluppo industriale avanzato: negli Usa della seconda metà degli anni ‘40 si inizia infatti ad orientare il costume verso forme esacerbate di consumo, stimolando l’espansione di una mentalità che sostenga uno sviluppo accelerato dell’economia nazionale, che consenta un rapido reinserimento dei reduci ed un altrettanto rapida riconversione dell’industria bellica, che alimenti un clima di ottimismo attorno al proprio modello da contrapporre ai cupori dittatoriali del polo sovietico” (V. Marchi, 2004).

Si andavano a delineare dei criteri fenomenologici come somma di una convergenza di più fattori, che contribuiranno ad una trasformazione dei costumi e della morale collettiva, ed il progresso storico verrà dominato dall’irruzione sulla scena sociale dei giovani come “unità complessiva”.

É in questa incessante ricerca di nuovi mercati che prende forma la figura del teenager come consumatore, riferimento specifico e privilegiato dai mercati, in quanto, come scrive Pedretti, “l’incremento della mobilità sociale e condizioni favorevoli di entrata nel mondo del lavoro consentono l’accesso verso nuovo i modelli di consumo, anche a settori delle classi subalterne prima intrappolate nel circuito della povertà e del bisogno e anche i giovani e le donne si affermano come gruppi sociali autonomi, finalmente in grado di soddisfare economicamente bisogni materiali propri e di poter esprimere scelte e preferenze nel campo dei consumi” (R. Pedretti, I. Vivan 2009).

Nei decenni centrali del Novecento affiorò una nuova realtà giovanile legata alla crescita non controllata delle grandi città, alla nascita di un proletariato urbano sradicato dalla cultura d’origine contadina; in una tale condizione, a propendere è uno spirito indipendente che caratterizza i giovani e che inizia ad apparire nelle più complesse operazioni di acquisizione di una intelligenza privata: l’aspirazione è quella di superare il proprio carattere di contingenza ed assurgere ad una condizione di soggettivazione in cui appaiono perfettamente visibili anche dei precisi riferimenti alle nuove mode e ai nuovi stili, spostando con un esercizio dinamico di tipo pendolare, il luogo del conflitto, che abbandona “la logica dello scontro frontale, logica che avrebbe dovuto smascherare l’essenza intimamente repressiva del potere” (AA.VV., 1995), per adottare invece una strategia molecolare improntata sull’utilizzo di maggior tempo libero e sulla sovversione del sistema di produzione della merce, luogo privilegiato dello scontro.

Questo ciclo cognitivo di valorizzazione del tempo libero e il sordo deflagrare della rivoluzione dei consumi, che favorirà un processo di auto-identificazione dei gruppi sottoculturali e di autonomia del soggetto in uno spazio collettivo, suonerà anche nelle periferie italiane alle fine degli anni Cinquanta, offrendo con la letteratura pasoliniana, più di quanto abbiano potuto fare le indagini sociali dell’epoca, un vivace spaccato sul cambio di paradigma culturale del giovane subalterno, inserito in un più ampio contesto di accumulazione.

Nel romanzo I ragazzi di vita (1955) viene spazzata via l’icona dell’individuo sciovinista e aggressivo che giunge in Italia nei primi decenni del Novecento, per cui si inizia ad interpretare gli schemi comportamentali giovanili a partire da un fondamentale fattore, rappresentato dall’ingresso del proletariato nella categoria dei consumatori di beni voluttuari.

Per questo che il protagonista, il “Riccetto” – compagno di viaggio ante-litteram degli studi culturali scrive Vivan (R. Pedrettti, I. Vivan, 2009) – non appena dispone di qualche spicciolo in più va alla ricerca delle “icone della ribellione d’oltreoceano” (V. Marchi,2004), abbandonando le zone popolari (e con essa anche la sua condizione di subalterno) e transitando per il centro della città: ivi simboleggerà un passaggio obbligatorio per la creazione di una soggettività segnata dalle nuove contaminazioni culturali.

L’opera di Pasolini, nella sua completezza, fornisce gli elementi analizzanti il processo di mutamento sociale in atto, caratterizzato dall’allontanamento dei sottoproletari “dalle zone meno periferiche della città” e dall’imposizione di una subalterna funzionalità. Gli slums del Casoretto, di Primavalle, del Pigneto e dello stesso Monteverde, incubatori dell’instabilità metropolitana “che circonderanno la città fino agli anni ʼ70”, sono segnati dalla frontiera della povertà e della provvisorietà, isolati fisicamente dal resto della popolazione, in una totale condizione di emarginazione socioambientale e psico-situazionale, ma non per questo lontani dai bagliori della società dei consumi.

Infatti, il Riccetto e gli altri iniziano a vestire alla moda, indossano jeans e calzoni stretti, t-shirt colorate, hanno i capelli alla rockabilly e masticano chewing-gum come indice di “machismo”, delineando un insieme di atteggiamenti e comportamenti legati soprattutto ad una maggiore accumulazione monetaria.

Ma il Riccetto, l’Alduccio e il Lenzetta, e tutta la gioventù pasoliniana, scrive Marchi “ancora non fa palpitare d’ansia l’establishment (V. Marchi, 2004), e dello stesso avviso è Borgna, il quale annota come “i giovani che in Italia balzano agli onori delle cronache nere sono di una pasta molto diversa. Le loro trasgressioni consistono nel marinare la scuola, nel litigare con i genitori, al più nel mettere anzitempo fine ai propri giorni sempre per un motivo tra i più banali” (G. Borgna, 1983).

I riflettori della stampa iniziano così ad accendersi sulla figura del Ted Boy dai connotati rock: ivi serpeggiano i timori per la degradazione dello stato morale del proletariato giovanile. I Teds, riportava il Corriere della sera” del 23/9/1959 sono “quasi tutti ragazzi falliti nella scuola e nel lavoro”, “giovani scioperanti” (Corriere della Sera, 2/2/1959) dediti “a gesti di violenza gratuita, atti di vandalismo improvviso, aggressioni di pacifici cittadini” (Corriere della Sera, 8/8/1959), “ragazze che si aggirano sui 14-16 anni, ma già fumano, si strappano le sopracciglia, si allungano gli occhi con la matita nera e si ornano i capelli con fiori finti”, “si organizzano dove la motorizzazione è più sviluppata, dove ci sono i cinema, dove si leggono i fumetti, dove ogni bar ha il suo juke-box, dove studenti e operai hanno più soldi” (Venturi, 1986).

Il Ted diviene icona “di quella delinquenza minorenne che i media enfatizzavano quale nuova, dilagante piaga della società”, protagonista di una rottura antropologica nel tessuto popolare italiano degli anni ’50 perché espressione di un’alterità culturale: nel 1960 con la «rivolta dei giovani con la maglietta a strisce» e la cacciata del governo Tambroni, questi nuovi consumatori della classe operaia contribuiranno (assieme con lo studente), alla nascita, a livello politico, della «questione giovanile» portata alla ribalta a partire dal 1968.

Ne parla in questi termini lo storico Grispigni: “Alla fine degli anni ‘50 e nei primissimi anni ‘60 i giovani italiani acquistano una visibilità prima sconosciuta. La gioventù balza all’attenzione dell’opinione pubblica con comportamenti, culture, socialità specifiche. Il primo impatto è duplice: sulla rombante moto del «selvaggio» e sulle auto sportive scattanti e fiammeggianti, arrivano direttamente dagli Usa i «teppisti nostrani»; con le magliette a strisce, i pantaloni a tubo nelle piazze, a Genova in particolare, una nuova generazione di antifascisti esce allo scoperto.

Teppisti sfaccendati, patiti delle mode americane, antifascisti pronti a menar le mani, operai meridionali emigrati al Nord, capaci di riaprire una fase di conflitto in fabbrica che caratterizzerà un lungo periodo: questi sono i giovani che tra il 1959 ed il 1962 appaiono improvvisamente alla ribalta della scena sociale e politica nazionale” (M. Grispigni, 1993).

Ci troviamo davanti ad uno dei tantissimi casi di demonizzazione quando si parla di giovani, cucendo addosso una veste teppistico-delinquenziale alla sfera comportamentale dei vasti settori di adepti degli stili spettacolari metropolitani. Come ci ricorda la «Domenica del Corriere» del 23 agosto del 1959: “Crediamo di poter dire, a nome di tutto il pubblico, che dispensiamo gli agenti dell’ordine, nel caso dei Teddy Boys, da quel rispetto della personalità umana che esigiamo nei confronti di tutti gli altri. Raccomandiamo soltanto una certa tecnica. Questi ragazzi non meritano la tortura, che per quanto esecranda, implica sempre una certa considerazione di colui che vi sottopone, o almeno della sua forza, della sua resistenza, della sua pervicacia. No, no, i blu jeans a vergate, pedagogiche vergate, sulla parte più rispettabile del loro corpo: le natiche».

Volendo tracciare una mappa rappresentativa della prima sottocultura che esprime il proprio essere attraverso pratiche consumistiche, il Ted appare sulla scena inglese nel 1953 e rappresenta il modello archetipale degli stili spettacolari giovanili, accentuando con la distorsione di forme e colori la moda maschile detta edoardiana e riproposta dai sarti di Savile Row nei primissimi del novecento.

La Venturi stigmatizza un episodio in particolare che segna la comparsa del Ted [1953]: “Fu in quell’anno, infatti, che l’esistenza dei Teds divenne nota al grande pubblico in occasione di un tragico fatto di cronaca avvenuto nell’area di Clepham Common, a Londra. In una rissa tra una banda di teds e un gruppo di altri ragazzi, scoppiata quando uno dei Teddy fu insultato, un giovane rimase ucciso. L’episodio sancì l’inizio in Gran Bretagna di una vera e propria ondata di moral panic: autorità, stampa e opinione pubblica indicarono unanimi nei Teddy Boys il simbolo e al tempo stesso il capro espiatorio della decadenza dell’Inghilterra (un tempo imero), nonché l’incarnazione di quella nuova devianza e ‘delinquenza’ giovanile che esplodeva contemporaneamente nelle metropoli di molti Paesi (R. Venturi, 1986).

La sottocultura giovanile teddy boy, scrive Pedretti, è storicamente la prima ad affacciarsi sulla scena britannica successivamente alla fine del secondo conflitto mondiale, ed è la prima a colpire gli osservatori per la complessità e la capacità di articolare significati coerenti in grado di definire un’identità di gruppo precisa e difforme dalle culture di riferimento, quella dominante e quella di appartenenza” (R. Pedretti, 2009).

Blazer, cravatta stretta e lunga, camicia o gilet in broccato, pantaloni a tubo e scarpe di cuoio articolati attorno al contesto “nero” del rhythm and blues, costituirono il nucleo per lo stile Ted, che ebbe vita in una sorta di vuoto, come forma rubata, un centro di identità illecita e delinquenziale. “Si poteva sentire nei terrains vagues dei nuovi coffe bar inglesi dove, benché filtrato da un’atmosfera distintamente inglese di latte bollito e di altri intrugli, rimase chiaramente estraneo e futuristico, barocco come il juke-box che lo esprimeva. E, allo stesso modo degli altri prodotti sacri – il ciuffo, il cappotto corto, il Brylcreem e il cinema – venne a significare l’America, un continente fantastico fatto di cow-boy e di gangster, di lusso, di eleganza e di «automobili».

Escluso realmente, e lontano per costituzione, dalla «working class rispettabile», condannato con ogni probabilità ad una vita di lavoro non specializzato, il Teddy boy scoprì la propria vocazione verso l’esterno dell’immaginazione, ed eliminò palesemente la scialba routine di scuola, lavoro, e casa, affettando uno stile esagerato (D. Hebdige, 2000).

In questo scenario, il Ted rappresenta la “seduzione inconfessabile” esercitata da un ambiente monolitico, quello della vecchia classe operaia inglese unita e solidale intorno ai valori tradizionali, in risposta al persistente stato di subalternità in cui la centralità e la solidarietà di gruppo unite all’occupazione simbolica e alla difesa fisica del territorio sono risposte alla crisi delle strutture sociali di classe di fronte alla ristrutturazione economica.

Il terreno su cui i teddy boys scelgono di rappresentarsi è un luogo materiale costituito da strade, quartieri, negozi, piazze: profondamente legate al territorio; i teddy boys attraverso la ridefinizione fisica di quello che rivendicano come il proprio spazio, simbolicamente riaffermano la nostalgia per un mondo che si dissolve sotto i loro occhi e a cui oppongono forme aggressive di resistenza” (R. Pedretti, 2009).

Nel simbolo di una residuale specificità, ricalcano anche l’approccio del sottoproletariato giovanile alle attività legate al lo svago: “Le cronache allarmate del 1954 stigmatizzano le risse del sabato sera tra bande avverse, le violenze e le rapine, quelle stesse forme di vandalismo contro i vagoni ferroviari già registrate nel secolo XIX durante le trasferte calcistiche e non dei Victorian Boys e, come nel caso dei primi hooligans, tacciano i Teds di non «britannicità». Pur se principalmente mirato verso forme di divertimento quali la musica rock, l’abbigliamento, il ballo, lo stile Teds è invece pienamente partecipe dei tradizionali comportamenti della gioventù operaia, tra cui spicca il rito della partita di football” (V. Marchi, 1998).

Unità territoriale, solidarietà, aggressività e tendenze xenofobe che scorrono nel Ted, non sono altro che la continuazione delle tradizionali caratteristiche comportamentali del proletariato giovanile: impermeabili a qualunque senso di contaminazione, i Teds sono gli araldi contro la dissoluzione del modello valoriale della workin’ class britannica. Vittime dell’«americanizzazione» della società, riaffermano all’interno della loro sottocultura la propria identità minacciata, attivando delle pratiche xenofobe nei confronti degli immigrati caraibici che si insediano nelle aree più marginali della società, trasformati in capri espiatori colpevoli della scomparsa del loro mondo, ed i cui attacchi culmineranno nei tumulti razziali di Nothing Hill del 1958.

Così chiosa Pedretti su questa forma di rielaborazione del lutto nei confronti di un mondo in frantumi: “Nell’immaginario difensivo dei Teddy boys gli immigrati sono coloro che rubano il lavoro, si arricchiscono a spese altrui, e turbano l’ordine e le relazioni sociali tradizionali mettendo a rischio lo status sociale loro e della classe di appartenenza. In questo contesto i Teddy boys sperimentano e costruiscono la propria identità intorno a una doppia esperienza contraddittoriamente determinata da fattori reali e immaginari intimamente legati allo spazio sociale. Per certi aspetti l’espropriazione del territorio rappresenta sicuramente un’esperienza reale: la speculazione edilizia legata al risanamento degli spazi urbani della inner city causa l’effettivo sfilacciamento e indebolimento della coesione sociale che aveva accompagnato la storia della classe operaia. D’altro canto i Teds operano un investimento immaginario sui nuovi arrivati, sugli immigrati, il cui allontanamento vuole rappresentare la soluzione magica alle difficoltà di ordine sociale ed economico in cui versa la classe operaia” (R. Pedretti, 2009).

Dallo studio comparato del fenomeno giovanile, a differenza del suo simile inglese, il Ted italiano ha espresso il suo potenziale di rivolta non certo contro gli immigrati ma, nell’epica popolare, il protagonismo politico del nuovo soggetto marca “i canoni della cultura dell’antifascismo militante”, segnando sia di elementi sempre più radicali lo stile “americanizzato” e “spoliticizzato”, sia consacrando l’innesto di questa cultura giovanile nella corrente dei partiti di sinistra, segnando di elementi sempre più politici le condotte subculturali giovanili: quest’ultimo aspetto ce lo confermerà, in particolar modo, se ancora ce ne fosse bisogno, il film di Pasolini Uccellacci Uccellini che, nelle battute iniziali mostra i giovani teddy intenti a ballare davanti ad un Juke-Box, e nella scena finale è visibile la loro partecipazione ai funerali del leader del Pci Palmiro Togliatti.

Anticipatori dell’adesione alle norme del consumo di massa e in grado di scandire l’evoluzione di un’epoca, ivi si fonde una rilettura workin’class del tempo libero e l’affermarsi – in concomitanza – di un’identità consuntiva del teenager. Nella figura del ted boy anglo-italiano trovano cittadinanza i modelli teorici che invitano a riflettere sui processi di soggettivazione giovanile in maniera “globale”, verificando un campo d’indagine che riponga attenzione sulle condizioni ambientali che forgiano l’identità.

Lo scenario di riferimento è basato sulla complessità della questione giovanile analizzata in una dimensione spazio-temporale: il prospetto storico analizzato può essere considerato un contributo per un’indagine conoscitiva dell’agire giovanile contestualizzato all’interno di un dato modello di sviluppo.

 

 

Bibliografia

Hebdige, D., 2000 Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Genova, Costa & Nolan.
1988 Hiding in the Light. One Images and Thinghs, London, Routledge.
Dogliani, P., 2003 Storia dei giovani, Bologna, Il Mulino.
Marchi, V., 1998 Teppa, Roma, Castelvecchi, 1998.
2004 La Sindrome di Andy Capp, Rimini, Nda press.
Marchi, V., A. Roversi, 1995 La cultura del muretto. Tendenze nomiche ed anomiche negli stili giovanili, in Cultre del conflitto, (a cura di) M. Canevacci, R. De Angelis, F. Mazzi, Genova, Costa & Nolan.
Mitterauer, M., 1991 I giovani in Europa dal medioevo a oggi, Bari, Laterza.
Pasolni, P.P. 2000 Ragazzi di vita, Milano, Garzanti.
Pedretti, R., Vivan, I., 2009 Dalla Lambretta allo Skateboard, Milano, Unicopli.
Petrillo, A., 1995 Città e spazio pubblico, in Culture del conflitto, (a cura di) M. Canevacci, R. De Angelis, F. Mazzi, Genova, Costa & Nolan.
Venturi, R., 2008 Bande un modo di dire, Milano, Unicopli.