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18 aprile 2015

Sociologia della crisi o crisi della sociologia?

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Francesco Perrone – Mariana D’Ovidio

La difficile congiuntura economica è un importante banco di prova per le scienze sociali che infatti ne sembrano colpite piuttosto duramente, almeno per quanto attiene alla capacità di costruire efficaci modelli previsionali. Tale difficoltà pare distribuirsi ai differenti paradigmi in misura ineguale e, in questo, la sociologia mostra maggiori problematicità. La scienza politica appare più agile ed attrezzata, più capace di stare dietro al mutamento dei climi socio-culturali, di analizzare le fluttuazioni del consenso, di prevenire o assecondare i diversi orientamenti di natura civile. Ma è l’approccio disciplinare economico a marcare, su tutti gli altri, un vantaggio evidente nell’intercettare l’attualità e interpretarla. Da molti anni studiosi ed analisti raramente si inoltrano in previsioni che vadano oltre i dodici – diciotto mesi e, sebbene ciò comporti un’alta probabilità di errore sia di tipo analitico, sia di tipo operativo, sia di tipo previsionale, di fatto non sembra esserci spazio per visioni di più lunga prospettiva. Certamente i trend di tipo sociale hanno bisogno di tempi medi o medio-lunghi per essere studiati efficacemente e l’escalation della recente crisi non ha concesso intervalli adeguati alle metriche di ricerca proprie della sociologia. Ciò ha indotto alcuni sociologi, soprattutto italiani, a seguire derive che li hanno ancor di più allontanati da una corretta comprensione degli effettivi mutamenti in corso. Altri, come Bottomore e Wieviorka, si sono interrogati su questo e, di conseguenza, sul ruolo che la disciplina sociologica abbia nell’analisi della turbolenza economica, dell’instabilità sociale, della crisi.

 

 

Crisi economica e scienze sociali

La crisi economica, tuttora in corso, è da anni oggetto di discussione. Essa ha drammaticamente dimostrato l’esattezza dell’osservazione di Joseph E. Stiglitz, secondo cui, abbiamo vissuto e viviamo «in un processo di globalizzazione […], ma senza le istituzioni globali in grado di affrontarne le conseguenze. Possediamo un sistema di governance globale, ma siamo privi di un governo globale» (Stiglitz, 2001, 5).

In simili condizioni oggettive, era lecito ritenere che una crisi economica, lunga e di vaste proporzioni, fosse pressoché inevitabile. Ciò non di meno, negli Stati Uniti e «in tutta l’UE le autorità di regolazione e vigilanza, i ministri delle finanze, i dirigenti delle banche nazionali e altri organismi incaricati di sorvegliare il sistema bancario e agire tempestivamente in caso di difficoltà, si sono dimostrati clamorosamente al di sotto dei loro compiti istituzionali. Non hanno previsto la crisi, né hanno preso le misure adeguate per contrastarla nel momento in cui è giunta» (Gallino, 2013, 45).

Per di più la crisi innesca apertamente drammatiche conseguenze sociali, in grado di condizionare o di influenzare culture, mentalità, comportamenti. Il dibattito pubblico se ne occupa quotidianamente, certo invocando più efficaci azioni di governo ma anche sollecitando l’opinione politica e l’intervento dei media, talvolta richiedendo il contributo di studiosi di varia estrazione disciplinare: economisti, giuristi, sociologi, psicologi, filosofi. E, dal momento che ciascun approccio si avvale di una propria originale lettura della crisi e di una sua propria interpretazione, le dispute si susseguono, da un lato mostrandosi ricche di suggestioni, dall’altro accumulando una messe tale di punti di vista da ingenerare sconcerto e, non di rado, confusione. Peraltro, su un piano diverso, la crisi è a disposizione della scienza sociale quale importante banco di prova e si impone come cartina di tornasole in grado di sottoporre a verifica l’attitudine degli scienziati sociali a capire la contemporaneità dentro ed oltre la congiuntura.

Per quanto attiene alla capacità di costruire efficaci modelli previsionali, tutte le scienze economico-sociali sembrano colpite piuttosto duramente dalla crisi. Il calo di attendibilità della loro propria portata “predittiva” è avvertibile in campo macroeconomico come in quello delle scienze politiche o della sociologia. Si tratta di un vulnus di non poco conto, dal momento che uno dei principali obiettivi di qualsiasi scienza consiste appunto nel delineare possibili scenari futuri o alternativi. Viceversa, per ciò che concerne (almeno) la capacità “descrittiva” ed “interpretativa” applicata alla attualità, tale insicurezza appare distribuirsi ai differenti paradigmi in misura ineguale e, in questo, la sociologia mostra maggiori problematicità.

D’altra parte che il parziale sbandamento della sociologia fosse già avvertibile negli ultimi decenni del secolo scorso è chiaro da tempo.

La diversità delle concezioni sociologiche nel tardo Novecento riflette, in qualche modo, la diversità e frammentazione, la mancanza di una chiara direzione nella vita sociale e culturale. Una tale condizione del pensiero sociologico incide anche sulla ricerca; sempre più si mettono in questione la scelta dei problemi, l’adeguatezza di approcci e metodi, il patrocinio e il finanziamento della ricerca e gli usi dei suoi risultati. Il pensiero e la ricerca sociologici, che sono nel contempo una parte della cultura e una riflessione su di essa, non possono da soli portare l’ordine nel caos. Il loro contributo può consistere in una più chiara formulazione dei problemi, nella valutazione critica delle forme esistenti di vita sociale e nelle escursioni dell’immaginazione nel campo dei futuri possibili (Bottomore, 2014).

Quanto all’attualità, è difficile dire quale sarà la piega che l’analisi sociologica sarà costretta a prendere in una situazione storica la quale, già ben prima della crisi iniziatasi nel 2007-2008, mostrava ritmi evolutivi sempre più incalzanti, difficilmente conciliabili con i tempi propri dell’analisi e della riflessione sociologica. Sotto questo profilo, la scienza politica appare più agile ed attrezzata, più capace se non di prefigurare almeno di in-seguire il mutamento dei climi sociali e culturali, di analizzare le fluttuazioni del consenso, di prevenire o assecondare i nuovi diversi orientamenti di natura civile.1 Ma è l’approccio disciplinare economico a marcare, su tutti gli altri, un vantaggio evidente nell’intercettare l’attualità e interpretarla. Per di più il paradigma economico ha imposto negli ultimi decenni le proprie logiche, il proprio linguaggio, i propri tempi.

 

 

Asincronia di sociologia e società

La contemporaneità attuale (ogni epoca ne ha avuta una) impone ritmi serrati, che rendono impegnativa la delineazione di quasi ogni futuro possibile. D’altra parte il laconico ammonimento di Keynes, in base al quale nel lungo periodo saremo tutti morti, ha indotto anche gli economisti ad abbandonare simili prospettive temporali e a rinunciare all’abbozzo di scenari futuri troppo remoti: ormai da molti anni studiosi ed analisti, spinti da prassi originariamente peculiari del capitalismo anglosassone e della finanza, raramente si inoltrano in previsioni che vadano oltre i dodici – diciotto mesi. Allo stesso modo funzionano le logiche di marketing, di gestione aziendale, di governo: i risultati commerciali debbono maturare in poche settimane; i report destinati ai consigli d’amministrazione e agli azionisti hanno cadenza mensile o trimestrale; il consenso politico è sondato giornalmente e verificato con elezioni che in uno stesso paese, ai diversi livelli di rappresentanza, si susseguono mediamente ogni diciotto mesi. Non c’è spazio per visioni richiedenti maggior dimensione temporale. Naturalmente lavorare a ritmi simili comporta un’alta probabilità di errore sia di tipo analitico, sia di tipo operativo, sia di tipo previsionale. Ma i diversi pubblici hanno da tempo accettato l’eventualità di successive precisazioni, correzioni, smentite e le scansioni degli eventi futuri, con il proprio potere di fagocitare tutto, faranno il resto.

Ciò porta ad almeno due evidenze abbastanza incontestabili:

1)    nell’assillante ciclicità postmoderna si assiste alla già accennata generalizzata rinuncia, da parte degli establishment e delle élite scientifiche, al disegno di lungo periodo;

2)    per il resto (intercettazione, descrizione ed interpretazione dell’esistente) l’approccio economico, pur con i suoi limiti, si mostra più concorrenziale di altri e, in particolare, più competitivo dell’approccio sociologico.

In parte ciò è spiegabile con relativa facilità. Gli economisti di tutto il mondo hanno da molto costituito una rete di relazioni capace di fornire in tempo reale aggiornamenti di ogni tipo. Le agenzie economiche e finanziarie agiscono su scala globale 24 ore su 24, sfornando dati su qualsiasi fenomeno di rilevanza non solo economica. I rapporti economici a livello aziendale e le misurazioni macroeconomiche a livelli più generali hanno ormai cadenza estremamente ravvicinata e contengono informazioni e dati istantaneamente messi in relazione con il periodo precedente o con l’anno precedente. Ciò permette l’abbozzo immediato di previsioni e di linee di tendenza, sebbene di breve termine. Nulla di tutto ciò è concesso al sociologo. Egli può semmai intervenire in seconda battuta: verificando l’effettiva rappresentatività del reale offerta da misurazioni economiche, analizzando l’impatto di macrofenomeni con valenza economica sulla società, interpretando gli effetti di eventi di rilevanza socio-economica, formulando ipotesi previsionali di respiro più ampio rispetto a quelle relative all’aspettativa di un dividendo azionario o all’attesa del risultato di una misura congiunturale. Ciò indubbiamente comporta un certo affanno scientifico nello stare dietro agli eventi. Soprattutto quando alla pressante inquietudine dei tempi si aggiunge la durezza della crisi. In tali condizioni, i sociologi si sono sostanzialmente sottratti al compito di tratteggiare una valida rappresentazione generale della società, ripiegando semmai su oggetti d’analisi più settoriali, propri della sociologia della politica, di quella economica o dell’organizzazione e del lavoro.

Certamente i trend di tipo sociale hanno bisogno di tempi medi o medio-lunghi per essere efficacemente individuati, definiti, misurati ed interpretati, e l’escalation della recente crisi non ha concesso intervalli adeguati alle metriche di ricerca proprie della sociologia. I ritmi attuali, viceversa, si mostrano più sincronici con quelli tipici delle rilevazioni statistiche, degli indici finanziari, dei ratio economici. Cosicché gli studiosi di matrice economica, più prontamente di altri di diversa estrazione disciplinare, hanno saputo vedere e capire la crisi, misurarla ed interpretarla (ovviamente ciascuno sulla base della propria dottrina di riferimento).2

 

 

La crisi prende in contropiede la sociologia

Alcuni tra gli stessi sociologi si sono interrogati su questo e, di conseguenza, sul ruolo che la disciplina sociologica ha nell’analisi della turbolenza economica, dell’instabilità sociale, della crisi. Già nel 2009 Michel Wieviorka scriveva che

nelle librerie il numero di opere dedicate alla crisi è divenuto impressionante. Nella grande maggioranza, sono scritte da economisti o da giornalisti e, sebbene talune abbiano un taglio sociologico, nessuna è effettivamente un testo di sociologia. Il tempo dei sociologi non è certamente quello degli economisti. I sociologi hanno bisogno di condurre delle ricerche in profondità, lavorano su dati empirici che non si riferiscono necessariamente all’attualità. Forse ritengono anche che una crisi, per quanto importante possa essere, non implichi una loro mobilitazione? Soltanto a distanza di tempo sarà possibile dire se la crisi attuale ha o non ha mobilitato i sociologi, sollecitato dei programmi di ricerca, spostato degli equilibri fra orientamenti scientifici o dato alla luce nuovi paradigmi. Tuttavia, già l’esperienza della crisi del 1929 fa pensare che la sociologia provi delle difficoltà considerevoli, o quantomeno una forte reticenza, a fronteggiare un fenomeno di questo tipo […]. I sociologi americani dell’epoca hanno quasi totalmente disertato questo oggetto di studi e le sue sfide, al di fuori forse della sociologia rurale, dove una forte tradizione di ricerca preesisteva alla Grande Depressione, mentre, da subito, gli economisti, i politologi e i giuristi se ne occupavano in maniera massiccia. Allo stesso modo, si nota che con il New Deal la situazione non cambia realmente e, sebbene i sociologi rivestano un ruolo nell’elaborazione delle politiche di Roosevelt, questo ruolo resta secondario se comparato a quello dei loro colleghi di scienza della politica o dei giuristi […]. La questione è importante perché il ruolo della sociologia risulterà centrale o meno a seconda dell’approccio che noi avremo nei confronti della crisi attuale. La sociologia americana comincia a mobilitarsi sul tema della Grande Depressione dal 1934-1935. Prima, gli articoli comparsi nelle grandi riviste della disciplina, gli indirizzi dei diversi presidenti dell’American Sociological Association, sono sorprendentemente insensibili alla Grande Depressione […] di questo periodo, la sola opera considerevole che abbia attraversato la storia della disciplina e che si sia specificamente interessata alla crisi è lo studio, ormai classico, di Marie Jahoda, Paul Lazarsfeld e Hans Zeisel sui disoccupati di Marienthal, una piccola città dell’Austria dove una disoccupazione massiccia rende la popolazione intera, e soprattutto i lavoratori apatici, demoralizzati, nonostante che la sinistra sindacale e la sinistra politica avessero svolto un ruolo considerevole negli anni precedenti. Si deve ammettere, dunque, che la crisi e la sociologia non intrattengono tra loro rapporti significativi (Wieviorka, 2010, 41-43).

Nell’epoca attuale non sembra andare diversamente. Anche i sociologi contemporanei non paiono a proprio agio quando si tratta di indagare la società in crisi. Eppure, oggi come nel ’29, esiste materia abbondante per l’indagine sociale. Probabilmente per i sociologi è il caso di confrontarsi con i nuovi temi indotti dalla contemporaneità in modo non banale, come viceversa si è fatto talvolta negli ultimi venti o trenta anni e, soprattutto, è il caso di farlo in maniera coraggiosa. A tale scopo può risultare utile una breve retrospettiva dell’intreccio tra realtà economica e realtà sociale e, in particolare, di come la recente sociologia italiana abbia affrontato tale intreccio.

 

 

Sociologia, economia, società nella visione classica

Sin dai suoi stessi albori il pensiero sociologico si è istintivamente rivolto alla osservazione, descrizione ed interpretazione della realtà economica e del suo impatto sulla società, sui comportamenti collettivi e sulla mentalità.3 La sociologia del periodo classico, impegnata a definire il proprio ambito e i propri metodi in relazione alle altre scienze, riprende problemi già posti dal marxismo, in particolare del feticismo della merce, della mercificazione dell’uomo e dello scadere delle relazioni tra uomini e rapporti tra cose; tutto ciò inserito in quadri di riferimento teorici anche diversi da quello marxista.4 Tra i sociologi di generazione successiva, meno inclini dei maestri alla concettualizzazione di teorie e modelli di lungo raggio, va segnalato Thorstein Veblen, che individua una stretta correlazione tra la dimensione economica e quella sociale del moderno cittadino (soprattutto nordamericano).5 Il contesto storico-sociale ed economico-sociale di Veblen è quello stesso dei funzionalisti, ma l’approccio nei confronti del sistema è critico: la società americana è giudicata costrittiva, violenta, spietata, manipolatoria, sostanzialmente (anche se non formalmente) antidemocratica. Maggiore rilievo è assegnato al conflitto (e al condizionamento economico) lungamente emarginato dalla sociologia ufficiale di allora. Tale orientamento, che pur molti ammiratori ha vantato tra gli studiosi italiani, ha molto a cuore il binomio economia-società, così come lo ha a cuore la scuola di Francoforte, che tuttavia lo declina in modo più indiretto, attraverso la lente d’ingrandimento puntata sui media, sulla pubblicità, sul marketing.6

 

 

Gli anni ‘80 e ‘90

I sociologi, sebbene ciascuno secondo il proprio particolare orientamento, appaiono fin qui in grado di stare al passo con l’avvicendarsi delle diverse congiunture socioeconomiche. Riescono ancora a mantenersi in sintonia con una società sempre più complessa e poliedrica, capace di contenere in se stessa, con impressionante ambivalenza, benessere e disagio, sviluppo e degrado, prosperità e crisi. Ma, a partire dai tardi anni ‘80 del secolo scorso, si affermano nuove tendenze. Nella nuova temperie, molti sociologi tendono a far coincidere la “società” tout court con la “comunicazione”, al punto forse di indurre la stessa sociologia generale a risolversi e dissolversi progressivamente nella sociologia della comunicazione, con quest’ultima che finisce per essere percepita da alcuni come l’unica sociologia plausibile. L’economia reale rimane nello sfondo, il contrasto sociale pare edulcorarsi ed il lavoro materiale sembra perdere la propria centralità paradigmatica. La post-modernità (il cui concetto presupporrebbe l’avvenuto ingresso in un post-industrialismo permeato di new economy) coglie impreparati non pochi sociologi, incapaci di vedere oltre determinate apparenze, soprattutto in Italia. In pochi si sottraggono alla deriva, come Cobalti e Schizzerotto (1994) che semmai individuano uno dei tratti distintivi della contemporaneità italiana nella nascita e nell’incremento del cosiddetto «proletariato dei servizi». Sul versante opposto nuove sirene annunciano invece la fine delle classi sociali, il trionfo di un terziario benevolo su ogni attività primaria e manifatturiera, l’avvento dell’immateriale, del digitale, del virtuale. Peraltro tutto ciò immancabilmente trascina con sé un indefinito numero di corollari post-moderni che convergono tutti nella marginalizzazione della figura del lavoratore tradizionale e, nel contempo, nell’esaltazione di nuove prospettive e nuovi ruoli sociali, scaturiti per lo più dall’enorme diffondersi di vari media, primo fra tutti: la televisione.7

Il focus degli analisti si sposta in Italia dalla centralità socio-culturale del cittadino-lavoratore, la quale ha caratterizzato dopoguerra, ricostruzione industriale e boom economico, ad una nuova centralità assunta dal paradigma del cittadino-consumatore.

Il sistema economico non produce tutta la felicità e il benessere che vorremmo e appare particolarmente “inefficiente” da questo punto di vista (basta pensare agli enormi problemi distributivi, ambientali, finanziari e di senso di vita esistenti nelle nostre società). Il problema di fondo per cui questo avviene è che la scala gerarchica dei portatori d’interesse implicita nelle logiche economiche (prima gli azionisti, poi i clienti, per ultimi i lavoratori) è l’opposto di quella ottimale per la nostra felicità (dove la nostra sorte come lavoratori viene prima di quella come consumatori e come azionisti). La radice di questi problemi sta in una concezione “misera” di individuo, impresa e valore che espelle i valori dalla vita economica (Becchetti Callegati, 2015).8

La società intesa come mercato monopolizza l’attenzione della pubblicistica approdando poi, epifanicamente, ad un esito «liquido» (Bauman, 2002). Ma mentre l’efficace definizione di Bauman vuole avere soprattutto valenza descrittiva (e, quindi, avalutativa), essa finisce nel corso dei primi anni del nuovo secolo, per assumere il senso di una formula ideologica (e, pertanto, valoriale).

La sociologia anglo-sassone ed europea osserva ed indaga in maniera acuta ma prudente. McQuail (2001) coglie i benefici ma anche i rischi della comunicazione di massa. DeFleur (DeFleur, Ball-Rokeach, 1995), sottolinea ironicamente come, quando non si riescano a misurare gli effetti dei media, spesso essi semplicemente vengano negati. McLuhan, Mattelert, Habermas, Thompson si sforzano di esaminare il fenomeno con un approccio quantomeno interlocutorio. Parallelamente molta sociologia italiana, da Statera (1980) a Morcellini (1999)9 allo stesso De Masi10, abbandonando quasi totalmente ogni scrupolo problematico, ammicca benevolmente all’asserito avvento di una civitas nova, nella quale tuttavia, magari talora al di là delle stesse intenzioni del singolo autore, sembra essere quasi smarrita la nozione di sacrificio sociale ed umano tipico del produrre ma in cui si santifica ogni sorta di consumo (non solo culturale) o comunicativo e si elogia l’ozio creativo. La comunicazione sembra, in tale clima, assurgere a fenomeno quasi metafisico, ontologicamente autonomo e sociologicamente neutro. Pochissimi sono gli studiosi che si sottraggono a questa sorta di deriva scientifica: Mascilli Migliorini (1993), Bonazzi (1995), Ferrarotti (1996), De Rita (De Rita, Galdo, 2011) e pochi altri.

Proporsi, infatti, di rendere edotto e preparato l’individuo ad affrontare completamente, anche dal punto di vista della comunicazione, il proprio ruolo di persona, non può essere ovviamente solo un problema di tecniche specifiche […]. Se a ciò si limitasse la nostra sfera di azione, si rischierebbe di fare solo dell’empirismo e inoltre, senza dubbio, le conseguenze di simili tecniche, applicate senza una preventiva disamina delle condizioni sociologiche e psicologiche indispensabili all’instaurazione di un qualsiasi rapporto di comunicazione, sarebbero estremamente negative (Mascilli Migliorini, 24).

 

 

Crisi della sociologia e sociologia della crisi

Che si sia trattato di un drammatico abbaglio è divenuto chiaro negli anni della crisi, anni in cui la sociologia della comunicazione ha sempre più recitato un ruolo solipsistico e quasi tautologico, con la sola sociologia economica e quella del lavoro a tentare di indicare i limiti di modelli socio-economici neo-liberali, chiaramente sempre meno plausibili, ma efficaci nel permeare pubblicistica ed opinione pubblica. Sotto l’impulso di studiosi anche molto diversi tra loro, ma accomunati dall’idea della centralità e della soggettività del lavoro materiale come di quello intellettuale, università italiane e centri studi sindacali (Accornero, Altieri, Oteri, 2001; Del Colle, 2013) o di altro tipo (Berton, Richiardi, Sacchi, 2009) hanno continuato ad analizzare la «società dei produttori». Giuseppe Bonazzi, Luciano Gallino (2009), Enrico Pugliese, Aris Accornero (Accornero, Pirro, 2013) ed altri hanno dato vita a diverse indagini, a ricerche empiriche ed interventi pubblici che dimostrano come le classi sociali non siano state affatto abrogate e che l’Italia, pur sotto i colpi oggi di una crisi interminabile, rimanga un grande paese manifatturiero,11 con tutti gli aspetti positivi ma anche le sofferenze che ciò comporta. A tali studi settoriali è però mancata la successiva risonanza in grado di far sì che la riflessione si allargasse ad un più alto livello di generalizzazione.12 Al di fuori di questo quadro di verità è rimasto e rimane spazio quasi solo per la mistificazione. Valgano a tale proposito le parole di Gallino (2014): «La democrazia teorizzata e realizzata dai neoliberali è una cattiva imitazione della democrazia. I popoli europei sono stati ingannati dai loro governi. È mancata una spiegazione intellettualmente onesta della crisi, delle sue cause profonde».

È probabile che la sociologia, parafrasando Wieviorka, «non abbia intrattenuto rapporti significativi con la crisi» corrente perché, tutto sommato, aveva male interpretato la società anche in assenza di crisi. Sotto tale profilo, le vicende negative degli ultimi sette – otto anni potrebbero dare vita all’auspicabile paradosso di una seria presa di coscienza da parte degli studiosi su questo tema, con conseguente effetto benefico sulle scienze sociologiche e sulla loro credibilità.

 

 Note

1 In Italia non è certo un caso che diversi sociologi abbiano finito per consacrare la propria attività di studiosi prevalentemente all’analisi politologica.
2 Per poi eventualmente pervenire ad esiti di giudizio diametralmente opposti, come nel caso dell’analisi della crisi stessa così come concepita da studiosi di matrice neoliberale o, al contrario, di estrazione neo-keynesiana.
3 Sebbene Comte mirasse al primato politico della scienza sociale e quindi ad un potere affidato agli scienziati, ai tecnocrati sensibili più ai valori morali tradizionali che non alle pure esigenze economiche. Ad esempio Spencer appare condizionato da Darwin che aveva sostenuto che l’evoluzione si manifesta attraverso la lotta per la sopravvivenza. Questa lotta, sul piano sociale, è rappresentata dalla libera concorrenza. E se “Montesquieu si è interessato prevalentemente del condizionamento esercitato dalle istituzioni politiche” in un contesto sociale i cui aspetti sono interconnessi, già Rousseau sottolinea l’alienazione dell’uomo nella società civile e il condizionamento esercitato dall’economia e dalla proprietà privata. Ma è forse Ferguson, con i moralisti inglesi, il primo ad indicare con lucidità i problemi della società industriale. Nota è peraltro l’elaborazione hegeliana e marxiana dell’argomento che, in qualche modo, lascia tracce evidenti di sé anche nel pensiero di Weber, secondo cui l’oggettività e la legalità dell’economia capitalistica prescindono dall’etica e non possono avere né risentire di implicazioni di carattere caritativo (Izzo, 1974, I, 16-19).
4 Le contraddizioni della moderna società industriale, già denunciata da Marx, sono inevitabili, benché l’origine del capitalismo vista da Weber offra una chiave di lettura alternativa a quella marxista. Durkheim rivela preoccupazione “per l’eccesso di specializzazione nella divisione del lavoro e per il carattere coercitivo di tale divisione che possono condurre all’anomia” e, in ultima istanza, a desideri autodistruttivi (Izzo, 1974, II, 10-16).
5 Veblen, con la sua “teoria del consumo vistoso”, offre una chiave di lettura interessante di come la middle class americana interpretasse un certo modo di intendere l’ottimismo: ostentando la propria rinnovata capacità di spesa come dimostrazione di ritrovata fiducia (Perrone, 2004, 154).
6 In “L’uomo a una dimensione”, del 1964, Marcuse sostiene che “nella società industriale avanzata, pur rimanendo inalterata la originaria struttura classista, vengono meno le possibilità storiche di prendere coscienza dell’irrazionalità del sistema. Il potere economico e politico non si limita più principalmente allo sfruttamento della forza-lavoro: esso permea qualsiasi momento della vita dell’individuo nel lavoro così come nel tempo libero. L’uomo a una dimensione, come e più dell’uomo eterodiretto di Riesman, non ha più capacità di critica, schiacciato dai contenuti “apolitici” dell’industria culturale, della pubblicità, dello sport, dell’arte. Tutto ciò che è alternativo viene chiamato “utopia” (Izzo, 1974, III, 169-172).
7 L’esibizione drammatizzata e spesso falsata delle dinamiche emotive più private e personali nei reality e nei talk show così come il debordare degli interessi privati in politica e nelle attività pubbliche rappresentano probabilmente due diverse facce di un unico gigantesco fenomeno socio-culturale. Il tratto comune a molte delle manifestazioni empiriche di tale fenomeno consiste proprio nella tendenza a fare i conti non con la realtà ma con suoi simulacri (Perrone, 2012).
8 È sconcertante rilevare, ancora una volta, come parole del genere siano state scritte da economisti di professione piuttosto che non da sociologi.
9 Morcellini ha in seguito parzialmente rettificato la propria posizione. Infatti già nell’ottobre 2006, intervenendo al seminario “Educazione e media”, V giornata Europea dei Genitori e della Scuola, propone lo slogan: “tra apocalittici e integrati, meglio impegnati!” Così facendo approda al non meglio precisato campo degli impegnati, svincolandosi comunque dalla schiera degli integrati di cui era stato parte (http://srvapl. istruzione.it/dg_studente/news/allegati/morcellini. pdf).
10 Domenico De Masi che pure è sociologo del lavoro e, come tale, più vicino alla fenomenologia del lavoro manuale ed intellettuale.
11 Con un numero di operai da decenni costantemente superiore alle sei milioni di unità
12 Con l’eccezione del lavoro svolto dal Censis presieduto da Giuseppe De Rita e diretto da Giuseppe Roma. A tale proposito cfr.: 48° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2014, Censis, Roma.

 

Bibliografia

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