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30 giugno 2012

Post patriarcato e patriarcalismi della transizione

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La Pfarrer-Initiative è il gruppo di cattolici austriaci che nel Paese del primate Christoph Schonborn, cardinale di nobile lignaggio e allievo del teologo Joseph Ratzinger, ha smosso le acque del mondo cattolico, turbando con le sue posizioni, in particolare l’“Appello alla disobbedienza”, le gerarchie ecclesiastiche.

Kunigunde Furst, superiora generale delle religiose francescane di Vocklabruck, nell’alta Austria, dopo aver rimesso, per raggiunti limiti di età, il mandato nelle mani della sua successora, suor Angelika Garstenauer, ha parlato pubblicamente delle insoddisfazioni che attraversano oggi il mondo cattolico e si è soffermata con accenti critici sull’esclusione delle donne dal sacerdozio.

Furst è dottora in Teologia, ferrata e combattiva, come le donne sanno essere quando sono consapevoli di sé e fatte audaci dall’esercizio della libertà. Si è riferita all’appello della Pfarrr-Initiative, sia pure senza entusiasmi per la parola disobbedienza. Non stare alle regole maschili e che si dichiari con nettezza o non si dichiari apertamente; che se ne abbia consapevolezza piena o percezione vaga: i modi possono essere i più diversi. In ogni caso, questa è la cifra di un cambiamento di fondo dell’antropologia umana delle relazioni tra i sessi.

C’è dietro una metamorfosi, un cambiamento di fondo, il combinato disposto di processi diversi che hanno investito la modernità, sfociando nella post modernità e ipermodernità della società liquida in cui si sono via via dissolte strutture consolidate, concettuali e pratiche, assetti di potere e rappresentazioni simboliche che legittimavano l’ordine prima dominante. La precarietà non è solo un effetto economico della globalizzazione, che investe la dimensione del lavoro e del mercato, ma è anche ciò che emerge dal collasso dell’ordine simbolico tradizionale – di cui il patriarcato è stato parte costitutiva e fondante – nonché dalla confusione che regna sul senso delle cose e sul rapporto tra gli individui e il mondo.

I grandi processi novecenteschi di emancipazione delle donne e la configgente stagione femminista, che si è aperta dalla fine degli anni sessanta in poi del secolo scorso, hanno svolto un ruolo fondamentale in questa epocale trasformazione; ruolo diverso a seconda dei Paesi, con ricadute, intrecci, richiami palesi o sotterranei, che durano e sono oggi ancora ampiamente nelle mani di donne che prendono coscienza di sé. Ciò avviene a largo raggio nelle situazioni più lontane dalle nostre e a partire da punti di riferimento egualmente spesso molto diversi dai nostri.

È stato – continua a essere – un cambio di mondo, con tutto ciò che di positivo e negativo c’è immancabilmente nei cambiamenti radicali, soprattutto perché le risorse culturali e politiche, per capire e misurarsi con simili cambiamenti, spesso non ci sono o non sono adeguate; e talvolta si rivelano controproducenti. Per le donne la stagione del femminismo e dei movimenti è stata una fondamentale opportunità di essere, tentare di essere, avvicinarsi a essere, capire, sperimentare, cimentarsi nell’essere quello che si desidera essere.

Questa presa di coscienza è stata spesso accompagnata da illusioni e scacchi, passi avanti e sconfitte, prefigurazioni politiche costruite a tavolino e via via audacissime pratiche di libertà “in libertà”, che oggi sembrano stravolgere – o di fatto stravolgono – le ragioni del femminismo nel mettere al mondo la libertà delle donne. Ma confusioni e incomprensioni – nel come le donne si rapportano agli spazi di libertà che si sono aperti e anche nel come ogni donna guarda e giudica altre donne – dipendono spesso dalla scarsa consapevolezza della natura complicata e contraddittoria del cambiamento, delle ambiguità presenti in quel cambio di passo in cui le vicende umane sono incappate. O anche da un’idea stereotipizzata di ciò che le donne dovrebbero fare per essere libere.

Perché quel cambio di passo è avvenuto non nel vuoto o separato dal resto, ma nell’incontro di esistenze, sentimenti, vocazioni e desideri individuali e, insieme, nello stretto incrocio con i complicati passaggi storici della modernità e nei successivi salti che da là sono venuti: soluzioni di continuità più che passaggi lineari, come appunto, in snodi fondamentali del pensiero, delle strutture dell’edificio sociale, della rappresentazione simbolica, la post modernità e l’ipermodernità hanno rappresentato . E nelle rotture che si sono prodotte si riproduce continuamente la risacca di depositi profondi dei comportamenti umani – dell’umano, possiamo dire; depositi che fanno peso, vengono a galla, spariscono e tornano.

Per la sinistra, quella italiana ma non solo, il femminismo ha rappresentato emblematicamente l’occasione mancata per fare i conti con l’ingombro dei ritardi novecenteschi esistenti nel rapporto tra i sessi e di cui la stessa sinistra non riesce ancora a liberarsi.

Anche per questo il post patriarcato, in Italia in particolare, è così densamente abitato da patriarcalismi di ogni tipo, per lo più di nuova natura, frutto delle contraddizioni tipiche di questa fase, della fragilità esistenziale maschile più che della sua forza. Ma spesso sono anche patriarcalismi di ritorno, modalità galleggianti delle relazioni tra uomini e donne, che tuttavia confermano la complessità dei passaggi, l’intreccio possente tra il positivo e il negativo e il rischio ricorrente di operazioni restaurative, come quella che si continua a giocare intorno alla legge 194 e, più in generale, intorno al corpo delle donne. Ancora una volta Italia docet.

Patriarcato come ordine simbolico performativo, sistema di senso e di potere, gerarchia tra i sessi. Patriarcalismi come modalità residuali di quell’ordine o parodiche manifestazioni che scaturiscono dal collasso di quell’ordine. Un ordine che dava certezza di sé al genere maschile o oggi lo lascia nel vuoto pneumatico, creando il disagio del vuoto e della non corrispondenza.

“C’è un principio buono, che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio cattivo, che ha creato il caos, le tenebre e le donne”: così scrive Pitagora, scienziato e filosofo greco vissuto nel VI secolo a.C., tra la greca isola di Samo e l’italica Magna Grecia.

Il patriarcato è radicato in questa contrapposizione epistemologica tra principi antitetici: maschile e femminile, cultura e natura, umanità e animalità. E poi agorà e focolare domestico, pubblico e privato e altro ancora. Contrapposizione che mette in scena una rappresentazione della società dove la parte maschile predomina e quella femminile soggiace.

Agisce, in tale rappresentazione, il versante della filosofia, che fonda l’idea; e vi agisce, in modo potente, il lato dei fatti, che struttura il sistema e aggiorna nel tempo l’idea. Patriarcato dei padri, in epoca ancestrale e poi antica; patriarcato dei fratelli, nella modernità; o anche ordine maschile e logo fallocentrismo, cioè l’impronta maschile e maschilista della filosofia. Una storia pesante come un macigno, che durava da sempre e si ostinava a resistere, malgrado gli sbalestramenti subiti nella nostra epoca. Ma poi l’erosione ha manifestato i suoi segni, lo sgretolamento ha invaso la scena, lasciando sul terreno i detriti. Che sono ingombranti, indecifrabili, pericolosi ma nello stesso tempo indicano che l’impalcatura non regge più.

La parola patriarcato ha in sé una radice indoeuropea, che significa “nutrire”, comune a molte lingue di quel ceppo, da cui deriva “padre”; e una parola greca, arché, che vuol dire principio, comando, potere. La parola dice e costruisce il mondo. In Italia, ancora all’epoca dell’Assemblea Costituente, molti costituenti di sesso maschile si opponevano a che le donne potessero avere adito alla carriera della magistratura, perché ritenute non idonee a giudicare.

E soltanto nel 1964, sedici anni dopo la Costituzione, la legge rese attuativo il diritto delle donne di intraprendere la carriera di magistrate, riconosciuto dalla Carta fondamentale. Il ruolo delle donne, in entrambe le vicende, fu determinante.

La sovranità e l’imposizione maschile sul corpo femminile è il tratto distintivo del patriarcato, che rivela l’origine fortemente sessuata di quel dominio. Il corpo gravido della donna e la facoltà femminile di mettere al mondo la vita possiedono in sé, da sempre, una forza perturbante, prossima al mistero e al divino. Un potere femminile che ha indotto timore e messo sotto scacco gli uomini, a cui ha corrisposto la costruzione di un assetto sociale e una rappresentazione simbolica fortemente incentrata sulla forza e l’autorità maschile.

Il corpo femminile, chiuso nel recinto della domesticità, mette al mondo una vita, in grazia dell’ ordine naturale, e il patriarca immette quella vita nella società, in grazia del potere che agli uomini discende direttamente dalla divinità maschile, per interposta gerarchia di sacerdoti, re, dottori della legge e via discorrendo. È lfuomo che attribuisce alla nuova creatura il diritto alla nascita sociale, attraverso il nome – in nome del padre, appunto – e dunque lfautorizzazione simbolica a procedere nella vita.

Le eccezioni femminili nel patriarcato, quando si sono manifestate, sono state possibili perché una donna eccezionale godeva della benevolenza e della protezione di qualche uomo di buona volontà – per lo più potente, spesso un padre – o perché un’altra donna, nelle smagliature di una crisi sociale o politica, coglieva audacemente l’occasione per inerpicarsi in un sentiero non previsto per lei dall’ordine dei padri.

In epoca moderna, quando rotolarono le teste dei re e gli uomini fecero le loro rivoluzioni per la libertà, l’eguaglianza e la fratellanza, il patriarcato dei fratelli subentrò al patriarcato degli anziani. Ma i fratelli vincitori non mostrarono disposizione a condividere con le donne l’ordine da loro instaurato, anzi con violenza le ricacciarono indietro. In Francia la cittadina Olympe de Gouges, il 13 brumaio del II anno della Repubblica (3 novembre 1793) salì il patibolo, su ordine dei rivoluzionari, innamorati della libertà e dell’eguaglianza. La sua colpa era di aver preteso eguali diritti per le donne e di aver richiamato gli uomini ai loro doveri verso le mogli.

La cittadinanza moderna, non a caso, soffrirà a lungo, in quell’Occidente dove pure era nata, di un deficit intrinseco, rappresentato dalla minorità giuridica impressa, per “condizione naturale”, allo statuto umano delle donne. Minorità giuridica e minorità morale e dunque donne che il maschio deve tutelare: questo è stato un tratto distintivo del patriarcato moderno. Non a caso il femminismo italiano ha individuato il significato più profondo della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, nell’assunzione di responsabilità piena – morale e giuridica – delle donne rispetto al proprio corpo.

L’effetto combinato dei processi di emancipazione e delle manifestazioni di soggettività femminile, nel contesto della progressiva destrutturazione degli elementi portanti della modernità, ha minato alle radici il patriarcato, nella sua forma moderna e in quella antica, che in troppe parti del mondo continua però a essere in vigore, in forme spesso brutali. Ma anche là molte donne lo attraversano come il vento e salgono sui tetti.

Le suore ribelli che non vogliono essere considerate come “le domestiche del clero” e aspirano a pieno titolo a essere rappresentanti della Chiesa, sono una delle tante espressioni della crisi dell’Ordine, della Parola, dell’Autorità maschile.

I segnali sono molteplici, si fanno eco l’uno con l’altro e vengono da ogni dove, investono ogni aspetto, scompaginano regole e riferimenti, spiazzano il senso comune, aprono voragini esistenziali nei rapporti tra i sessi e nell’identità maschile. Sono tali da configurare ormai – più che la crisi – appunto la fine, l’avvenuto passaggio al post patriarcato, cioè a un’epoca di transizione, confusa, contraddittoria, anche rischiosa, per molti versi indecifrabile.

Essa è contrassegnata poi dalla crisi più generale della contemporaneità: economico-sociale, politico-culturale, di modello, prospettiva e senso, all’interno della quale l’implosione dell’ordine maschile costituisce un versante fondamentale di accelerazione di tutti gli altri aspetti.

Il post patriarcato non è un periodo già compiuto, già delineato e delineabile con chiarezza, una pagina nuova su cui scrivere l’incipit di una nuova storia. Nessuna fase nuova comincia con un taglio netto rispetto al passato e tutti i cambiamenti, anche quelli più radicali e violenti, come dopo una rivoluzione politica, convivono per un lungo periodo con retaggi e elementi del passato, o del tutto residuali o animati da nuovi intendimenti.

Siamo in una difficile e complessa fase di transizione, attraversata da profonde trasformazioni del legame sociale, che è in via di dissoluzione a causa delle mutazioni del capitalismo globalizzato, la fine dello stato sociale e della coesione che esso assicurava, la crisi di legittimità dell’autorità politica e delle leadership maschili. Questi stessi esiti storici – manifestazioni evidenti della post modernità e ipermodernità che viviamo – accompagnano, mettendola in scena in tutta la sua complessità, la dissoluzione dell’ordine patriarcale. Specchio e interfaccia delle trasformazioni che alimentano i fenomeni di disagio e frustrazione della parte maschile della società

C’è un lato della crisi della politica che non è mai indagato, non viene allo scoperto, neppure appare sullo sfondo, almeno come un elemento da aggiungere agli altri. riguarda la fine dell’ordine patriarcale come fonte di legittimazione del primato maschile nella sfera pubblica e anche in quella privata. Tale primato rimane e permane ma per lo più come mero esercizio di potere, manifestazione narcisistica del maschile, reiterazione di ingessati dispositivi di identificazioni conformistiche, resa possibile proprio dal disordine che la crisi produce e dalla mancanza di un altro insieme di riferimenti che subentri.

Assenza del rapporto con l’Altro, in questa crisi post patriarcale, che brutalmente si manifesta nell’efferata ripetitività di episodi di femminicidio, assassinio di donne a opera del partner che non è più in grado di riconoscere l’Altro da sé nell’Altra, che il cambiamento in atto ha sottratto ai tradizionali meccanismi identificativi delle relazioni tra i sessi. Essi spesso permangono, come meccanismo individuale, duri e prevaricanti, fino a fare uccidere una donna. Tuttavia non sono suffragati dalla legittimazione di un ordine esteriore e diventano un ulteriore elemento della crisi.

Nel profluvio di analisi che il dibattito pubblico in questa fase produce sulla politica arrivata ai minimi storici della sua credibilità, sui partiti a gradimento popolare vicino allo zero, sulla rappresentanza democratica a cui nessuno più crede, questo lato non viene mai preso in considerazione, anzi scompare a misura che la crisi si evidenzia in tutta la sua formidabile portata. Ma il collasso del patriarcato non è un aspetto secondario della crisi più generale, vera e propria crisi di civiltà, poiché esso ha rappresentato la forma incarnata del potere e del dominio in azione, la spinta performativa alla sua riproduzione sociale e simbolica, la radice dei guasti che l’hanno minato in radice e minano il mondo. L’ibris maschile arrivata a sfidare il cielo e a tentare la colonizzazione senza tregua della Terra.

Il potere è sempre stato esercitato dagli uomini. Gruppi di uomini, tribù di uomini, corti, reami, imperi di uomini. E anche tribunali, stati maggiori, istituzioni, comprese quelle della modernità politica, segnate dai grandi principi dell’eguaglianza, della libertà e della democrazia ma intrinsecamente e organicamente nelle mani di uomini. Una volta il potere maschile si costituiva come ieratico, sacerdotale, inavvicinabile, a meno che il toccarlo non producesse qualche miracolo, come succedeva con i re taumaturghi. Era un potere in grado di fare ordine logico, stabilire gerarchie, scale di valori, primati, quindi regolare la società, mettere a posto le cose. Chi lo esercitava era circondato da un’aura di indiscutibile autorevolezza e indiscussa autorità.

Che non c’è più o si stenta a vedere. Nei paesi occidentali la crisi è il segno del presente, una prospettiva che durerà. Crisi economica e sociale, politica e istituzionale, di modello del vivere e di senso. Crisi della democrazia, cioè del fiore all’occhiello dell’occidente ieri vittorioso. Crisi di civiltà. Transizione post patriarcale, dunque, densa di incognite, di occasioni e come tutte le fasi segnate dalla crisi di rischi, ma anche opportunità.

Per questo occorre sapere di che parliamo.

La struttura asimmetrica e sbilanciata del potere all’interno della società italiana e il modo come essa viene rappresentata pubblicamente, con le donne sempre o troppo spesso in posizione seconda, soprattutto quando si tratti di giovani donne messe accanto a uomini di prestigio, è una forma di patriacalismo che ritorna continuamente, come a sostituire quell’autorità ex ante che è in frantumi, come a confermare un’immagine del mondo rassicurante. Per gli uomini, ovviamente.

Il gioco è però subito evidente, riesce a durare soltanto il tempo virtuale di qualche talk show e anche là nessuno ci crede veramente e basta poco a rompere il giocattolo. Resta però l’asimmetria della rappresentazione. Spesso odiosa. Basterebbe una parola femminile a dire che il re è nudo? Forse non basterebbe una sola parola, ma quel che è certo è che la cosa sarebbe dentro il sentire del tempo e che ogni donna è autorizzata a dire a un uomo che è bene che la smetta di blaterare. Se non avviene è perché non c’è politica, vocazione, passione, coraggio, libertà di donne in questa direzione.

Patriarcalismi da individuare, riconoscere, contrastare. Ed è possibile farlo perché le donne possono farlo. Se vogliono, se si organizzano, se indirizzano in questo senso il loro esercizio di libertà. Se criticano la rappresentazione del potere facendoci radicalmente i conti, chiarendo a se stesse, alle altre e agli altri, che una messa in scena del potere, anche se un potere indebolito e spesso in collasso, è un esercizio di potere che solo l’inveterata pratica di complicità tra uomini rende possibile e che le donne, invece, non sono esercitate né a mettere in atto, né a contrastare.

Un potere segnato dalla crisi, ma potere. Il potere maschile post patriarcale ma ancora il potere.

Ma in tutti i campi e in tutti gli ambiti questo potere mostra le crepe di un post di cui occorre prendere atto con coraggio da parte di donne e uomini. Con la consapevolezza da parte di tutti, ma delle donne in modo particolare, che la fase di transizione in cui viviamo è, appunto, di transizione e niente è scritto.

Che vada in una direzione o in un’altra, che stabilisca le condizioni di un più solidale e giusto rapporto tra i sessi o che moltiplichi le spinte alla crisi dei maschi, cancellando la possibilità di un nuovo orizzonte di senso e alimentando forme di nuova sudditanza esistenziale e sociale delle donne: tutto questo dipende, in grande misura, dalle donne.

E dagli uomini, se saranno in grado di esserne consapevoli.