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30 giugno 2012

Femminicidio

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Femminicidio: è una parola che utilizziamo da anni, che abbiamo scritto tante e tante volte per denunciare quello che accade in Italia e in altri Paesi, per informare e far capire che quello che avviene intorno a noi non è un caso, non è il frutto di un raptus di follia, non è passione, non è gelosia, non è amore. Sembra non essere chiaro per nessuno: per la cosiddetta società civile, per i media, per la politica.

Sappiamo che alcune parole spiazzano o fanno paura per le consapevolezze che evocano, per le responsabilità che denunciano. “Femmicidio” e “femminicidio” rientrano senz’altro in questo vocabolario apocrifo. La prima è poco utilizzata, la seconda negli ultimi anni ha trovato più spazio anche in Italia, ma entrambe in realtà descrivono processi storici quotidiani e su entrambe avremmo dovuto superare già da tempo la discussione sulla pertinenza del loro utilizzo. Invece sono ancora circondate da molta confusione e sono per motivi diversi inesorabilmente sotto attacco.

Isabella Bossi Fedrigotti sul “Corriere della sera” ha scritto recentemente che il termine “femminicidio” suona cacofonico e molti a sentirlo storcono il naso, perché rimanda all’idea sprezzante della parola latina femina, l’animale di sesso femminile. Forse è così, ma andrebbe ricordato che il grande linguista Sapir spiegava che la durezza o la cacofonicità delle parola sta nella mente del parlante piuttosto che nel suo suono e, soprattutto, andrebbe ricordato che cosa ci sia dietro l’invenzione e l’uso di quella parola, un neologismo scaturito da una scelta politica ben orientata: la categoria criminologica del femmicidio ha introdotto un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri”, che consente di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte sanzionatorie e punitive.

Femmicidio e femminicidio, dunque. Il termine “femmicidio” nacque per indicare gli omicidi della donna “in quanto donna”. Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne commessi da parte di partner o ex partner, ma anche delle ragazze uccise dai padri, perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali.

E in questa scia di crimini contro le donne vanno annoverate anche le donne uccise dall’AIDS, contratto dai partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività. E le prostitute contagiate di AIDS o ammazzate dai clienti, le giovani uccise perché lesbiche e, indietro nel tempo, anche tutte le donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo.

Marcela Lagarde, antropologa messicana, sostiene che con la parola “femminicidio” si indica, invece, “un problema strutturale” che va aldilà degli omicidi delle donne, riguardando tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che hanno la forza brutale di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella “dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica”.

Questa espressione nacque in relazione ai fatti di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 sono state stuprate, torturate e poi uccise. Ciudad Juarez, come pure Chihuahua, sono territori in cui le donne si recano per lavorare in fabbrica perché, pur se in crisi, le maquilas (grandi aree industriali a capitale internazionale) ancora impiegano oltre 300.000 persone, in maggioranza giovani donne tra i 15 e i 25 anni, che lavorano in condizioni di sfruttamento a linee di assemblaggio aperte 24 ore.

Molte di loro sono state uccise in luoghi diversi da quello in cui è stato rinvenuto il loro cadavere, ma ciò prima del 2001. Da allora, infatti, l’attivismo femminile anche grazie alle ONG, alle commissioni per i diritti umani e alle reti associative è riuscito a obbligare le autorità messicane ad ammettere l’esistenza stessa della questione.

Marcela Lagarde, eletta parlamentare, ha fatto costituire e ha presieduto una commissione speciale parlamentare sul femminicidio, che per un arco temporale di dieci anni ha rielaborato le informazioni reperite presso varie istituzioni, verificando che l’85% dei femminicidi messicani avviene in casa per mano di parenti. È stata approvata una legge organica sul modello spagnolo ed è stata sancita l’introduzione nei codici penali del reato di femminicidio.

L’esempio delle donne messicane ha fatto scuola, ha contagiato gli altri Stati latinoamericani, spingendo le autorità dei diversi Paesi a moltiplicate le indagini ufficiali e non ufficiali, alzare il velo di omertà, complicità, indifferenza sulla quotidiana strage di donne. “Nominare” con il nome di femminicidio, e contare gli atti estremi di violenza di genere, ha determinato l’insorgere di una consapevolezza nella società civile e nelle Istituzioni sulla effettiva natura di questi crimini, ciò a sua volta ha reso possibile una maggiore conoscenza del fenomeno attraverso la raccolta di dati statistici e la predisposizione di accurate indagini socio-criminologiche.

Si è arrivati all’introduzione di nuove leggi sul reato di femminicidio in molti codici penali: in Messico, Guatemala, Costa Rica, Venezuela, Cile, El Salvador, più recentemente in Perù e Argentina. In Messico e Guatemala l’indicazione di inserire nella legislazione nazionale il femminicidio come reato arrivò direttamente dall’ONU, dal comitato per l’attuazione della CEDAW (la convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne).

Quando il 14 luglio 2011 il comitato CEDAW ha fatto richiesta all’Italia di fornire i dati sui femminicidi, il Governo italiano non è stato in grado di fornire tempestivamente questa risposta, semplicemente perché quei dati non erano mai stati raccolti.

Anche qui grazie all’attivismo femminista, utilizzando lo stesso “metodo” delle attiviste messicane, sono stati fatti importanti passi avanti, mettendo in chiaro che la violenza maschile sulle donne è una violazione dei diritti umani e che spetta alle Istituzioni attivarsi per prevenire il femminicidio attraverso un’azione di carattere culturale e un’adeguata protezione delle donne che scelgono di uscire da tutte le forme di violenza, dalla tratta alla violenza domestica. I dati esposti devono aver impressionato il Comitato CEDAW, che, infatti, nelle Raccomandazioni all’Italia si è detto “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner: un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”.

È stata la prima volta che il Comitato CEDAW ha parlato di femminicidio in relazione a un Paese non latinoamericano e che ha riscontrato la probabile inadeguatezza delle azioni promosse dalle autorità italiane per proteggere le donne dalla violenza.

Le osservazioni del Comitato CEDAW hanno colto un punto dolente delle relazioni tra donne e uomini nel nostro Paese e del rapporto tra lo Stato e le sue cittadine.

Ma non basta appellarsi, come pure è necessario, ai doveri delle istituzioni e dei poteri pubblici, occorre un di più da parte della politica, della cultura, della società in tutti i suoi ambiti, della scuola a tutti i livelli.

Bisogna trovare la strada per svelare efficacemente tutti gli aspetti del problema, richiamare alla loro responsabilità soprattutto gli uomini, quelli che hanno ruoli pubblici, ricoprono cariche di prestigio e occupano luoghi di eccellenza. Ma anche quelli con cui si condivide l’avventura della vita, la passione della politica, la condivisione di qualche progetto. Che loro escano dal silenzio non è certo la soluzione definitiva del problema, ma fa parte di ciò che può concorrere potentemente a fare passi importanti per cambiare le cose.

“Niente è come sembra. Non è amore ma assassinio”: questo il testo di un recente manifesto di “Ragazze Interrotte” per Sinistra Ecologia Libertà. Un modo chiaro per mettere in evidenza dove nasce la violenza e dove bisogna intervenire. Bisogna fare i conti con questo, con il nostro mondo non con quello che pensiamo appartenga sempre agli “altri“.

Noi, la cosiddetta “società civile”, quella che non si tira mai indietro se c’è da firmare un appello, che scende in piazza, che inorridisce davanti alla morte di una ragazza come Vanessa, che poi però – con la stessa scioccante convinzione si lascia andare a insulti violenti nei confronti delle donne che non conducono vite “appropriate”, che, secondo la barbara logica dominante, avrebbero una condotta che favorirebbe la violenza.

Insomma se muore una ragazza di vent’anni, buona e amata da tutti, si merita lo status di vittima, se una prostituta è uccisa forse un po’ meno.

È esattamente questo il meccanismo che alimenta la violenza: sostenere l’idea che se fossimo tutte sante non correremmo dei rischi, vuol dire dichiarare l’esistenza di una colpa che giustifica l’atto violento.

Lo sanno talmente bene gli uomini che questo è uno strumento potente, che lo agiscono in maniera sistematica nel percorso violento, quel percorso che porta fino al gesto finale. È un crescendo di accuse, di trasmissione di senso di inadeguatezza, di un continuo ripetere che sei una puttana perché hai guardato, fatto, pensato a qualcun altro.

Un meccanismo, non lo smetteremo mai di ribadire, che può essere messo in atto da chiunque e che chiunque può subire. Proprio per questa ragione la violenza va affrontata per quella che è: nella sua portata e nella sua complessità, senza cadere nei tranelli ignoranti, bigotti e giustificazionisti a cui questo Paese ci ha abituati.

L’assassino di Vanessa l’ha capito bene come funziona l’Italia: è evidente nel momento in cui ci svela il motivo del suo “raptus”: in un momento intimo, non in un momento qualsiasi, ci spiega, Vanessa l’ha chiamato con il nome del suo ex. Se ci aggiungiamo un po’ di cocaina la spiegazione è bella e data.

Nei primi mesi di questo 2012 le vittime da femminicidio sono arrivate a 54 e tutti sembrano stupirsi. È cresciuta l’attenzione mediatica, si sono moltiplicate le manifestazioni di stupore. Gli ammazzamenti di donne non sono una novità, diciamo noi, ma meglio tardi che mai. Che fare allora perché il momento mediatico messo in campo dal “Se non ora quando” non si esaurisca nell’arco di pochi giorni? Ci sono nomi importanti come quello di Saviano (che addirittura trasforma la notizia della denuncia al femminicidio in “Saviano che firma l’appello contro il femminicidio”), che dovranno servire a tenere alta l’attenzione, provando per una volta a tenere ferma l’attenzione sui temi veri di questo Paese, a partire dalla stampa che nei 18 anni di Berlusconi ha dato il peggio di sé, che s’è concentrata in condanne di bunga bunga, di Ruby e ancora adesso della Minetti, con gli stessi svilenti strumenti utilizzati dalla cultura berlusconiana. E tutto questo senza che sia mai stata prodotta un’inchiesta seria sul femminicidio in Italia. Ci sono stati soltanto brevi spot davanti all’ennesima vittima, ma solo se giovane, bella e quindi strappalacrime.

E infine un appello alla politica tutta, dal centrodestra al centrosinistra, che ha firmato in massa l’appello del Snoq e che finora ha prodotto soltanto denunce ipocrite nella battaglia sul corpo delle donne. Alcuni esempi per tutti: la governatrice del Lazio Renata Polverini conosce lo stato in cui versano i centri antiviolenza nella sua Regione? Non costa nulla mettere una firma, molto più difficile è amministrare coerentemente davanti a ciò che si considera sbagliato e ingiusto. Vogliamo misurarci su questo?

Il segretario del Partito democratico Bersani, anziché dichiarare di augurarsi di avere una figlia come la Fornero, chieda proprio alla ministra del Lavoro con delega alle pari opportunità di fare qualcosa di concreto per le donne, perché siamo private dei più elementari diritti e perchè questo stato di crisi generalizzata fa regredire il Paese non solo economicamente, anche culturalmente e socialmente.

Occorre una cultura dell’ascolto della vittima a partire dal ri-conoscimento che il femminicidio, lo stalking, i maltrattamenti, oltre alla violenza sessuale, sono forme di violenza di genere, rivolta contro le donne in quanto donne. Occorre partire da qui per raccogliere i dati secondo un’ottica di genere, per capire se davvero le donne che chiedono aiuto vengono protette o se, invece, vengono lasciate sole. Spesso infatti mancano i posti letto per accoglierle, perché i fondi sono insufficienti e le case rifugio chiudono; oppure le donne non ricevono informazioni esatte, pensano che se denunciano non possono avere protezione, perché nessuno le ha informate dell’esistenza degli ordini di allontanamento civile, che consentono di ottenere il mantenimento, oltre che l’allontanamento del coniuge violento.

Succede anche che le leggi esistenti vengano male applicate, oppure che una donna ricada in una condizione di vittima e che il caso non venga adeguatamente valutato; può succedere per tanti motivi come, per esempio, una mancanza di fondi che garantisca una formazione specifica agli operatori professionali. In assenza di una formazione specifica può prevalere, infatti, il pregiudizio del singolo operatore rispetto alla conoscenza del fenomeno, strumento essenziale per contrastare sottovalutazioni misogine.

Inutile dire che i passi avanti in questi anni ci sono stati: l’attenzione alla formazione e alla protezione delle donne che decidono di uscire da situazioni di violenza è sempre maggiore; tuttavia, ancora troppe donne vengono ammazzate perché manca una reazione collettiva e sentita a una cultura assassina, che riporta in auge pregiudizi e stereotipi antichissimi legati alla virilità, all’onore, al ruolo di uomini e donne nella coppia e nella società.

Per sconfiggere la cultura patriarcale occorre una presa di posizione netta da parte della politica e delle istituzioni e una collaborazione fortissima con la società civile: chiede, infatti, il Comitato CEDAW alle istituzioni, tra le altre misure, di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media e delle campagne di educazione pubblica, affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile, e di divulgare informazioni al pubblico sulle misure esistenti al fine di prevenire gli atti di violenza nei confronti delle donne”.

E allora torniamo a ribadire la necessità di azioni rivolte a garantire in concreto alle donne, in quanto donne, il godimento dei loro diritti fondamentali, primo tra tutti il diritto alla vita e a una vita libera da qualsiasi forma di violenza. In questo senso le pari opportunità si costruiscono insieme, altrimenti la disinformazione annulla i benefici derivanti dalle politiche intraprese; così come i servizi, la professionalità offerta dalle associazioni di donne, dai centri antiviolenza, dal volontariato, vengono vanificati se non possono essere portati avanti nel tempo per il mancato finanziamento da parte delle istituzioni. È un cane che si morde la coda.

Se oggi l’ONU (e di conseguenza l’informazione di massa) parla di femminicidio anche in relazione all’Italia, è perché ci sono state donne che qui e oggi, da anni, hanno reclamato il riconoscimento anche per le donne, in quanto donne, di quei i diritti umani affermati a livello universale e in particolare del diritto inalienabile alla vita e all’integrità psicofisica.

I diritti infatti vivono solo là dove vengono reclamati in quanto tali, altrimenti restano destinati al mero riconoscimento formale, sulla carta. Per l’Italia è una battaglia di civiltà che riguarda davvero donne e uomini, società civile e politica e istituzioni.