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30 giugno 2012

La guerra dei corpi

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Scollamento generazionale e sacrificio della mondità

Per un’interrogazione che si ponga lucidamente nello spazio stesso di quella struttura che nel nostro tempo viene ad articolare la “questione femminile”, è necessario avanzare toccando i corollari che ne regolano la dinamica e il funzionamento; primo fra tutti quello di una “interruzione”, che riferisce della contemporanea dimensione di esistenza delle donne come una certa situazione di mutilazione.

È in corso di accadimento, dunque, una continua operazione di taglio che fende il corpo della donna e che in questo corpo reciso denuncia gli effetti di una più profonda e originaria privazione: quella del senso e del mondo, del diritto di partecipare alla formazione del linguaggio che esprime il senso del mondo in quanto opera di concertazione fra i sessi.

Tale postulato può cominciare a rivelarsi a un osservazione attenta dello spazio mediatico contemporaneo che si è tagliato come lo spettro di esibizione dove, in particolar modo negli ultimi vent’anni, si è mostrata, proposta come immutabile e promessa quale epifania del femminile, una precisa e determinata immagine della donna: la sua figurazione nell’ordine dell’effimero, instupidito, acquiescente, eternamente giovane e avvenente, assolutamente disponibile corpo.

È dunque accaduto qualcosa di profondamente violento sul corpo della donna, qualcosa che umilia tanto insopportabilmente un’intera parte di mondo quanto, invero, risulta arduo da decostruire, analizzare e dispiegare. Tenterò qui una breve fenomenologia di questa violenza.

È accaduto qualcosa che credo assomigli alla farsesca messa in moto di una perversione del principio di “emancipazione” femminile nei dogmi della tradizione fallo-centrica; si tratta di una torsione che, dopo aver lasciato all’emancipazione lo spazio teorico e il tempo storico della sua emersione e della sua effrazione, contro la Weltanschaung maschilistica e religiosa, l’ha poi riassorbita e costretta a ridursi alla sua maschera commerciale, vendibile, comprabile.

La costruzione autonoma ed eterogenea dell’identità femminile – che il concetto in movimento di emancipazione aveva inaugurato, consegnando a ogni donna le chiavi della sua personale e imprevedibile apertura al senso delle cose e alla formazione di un proprio senso del mondo – è stata lentamente e inesorabilmente neutralizzata poiché il “motore-emancipazione” ha esaurito la sua spinta e ha iniziato a gravitare attorno a un altro totem egualmente fallico e a un altro tabù, effuso del medesimo alone religioso rispetto a quello dal quale pensava di essersi affrancata.

Questo nuovo plesso di totem e tabù consiste nella disperata aspirazione della donna alla cristallizzazione del proprio corpo in un intervallo di tempo che non passa, in cui la forma del corpo assuma la fissità di un’immagine sacra, sempre identica a sé, sempre sbocciante, in ascesa, immobile nella dialettica risolta che ha sconfitto le mutazioni e il deperimento.

La nuova economia dell’emancipazione – osannata da molti uomini tanto quanto ingannevole per molte donne – è un ritorno nella legge della casa, del sacrificio e del maschio, nel diagramma normativo che concepisce il rapporto fra i sessi come rapporto di potere nel quale l’uno è dominante rispetto all’altro.

Nel caso specifico, la donna, invece di interrogarsi sull’autentica diatesi dell’emancipazione femminile, come rivoluzione radicale della grammatica etica ed estetica fra i sessi che proponga una parità di fatto e di diritto, si è spesso trovata a pensare – ancora nel modo primordiale del rapporto di forza – di aver finalmente acquisito potere sull’uomo attraverso la manutenzione della sua propria immagine eterna; ovvero di aver rovesciato il rapporto di potere mentre, al contrario, è rientrata a pieno titolo nell’industria del corpo disponibile prestandosi, nell’illusione di dominarne le movenze, alla macelleria mediatica che divora i corpi e ne sputa i pezzi.

Macelleria somatica e semantica. Il feretro dell’emancipazione mutilata è disteso quale scena in cui il sesso femminile ha perso la sua caratteristica esistentiva essenziale, in quanto essere umano: l’essere Weltbildend (formatore di mondo), ed è rimasto imprigionato nel sogno violento di un mondo senza cambiamento come di un corpo senza vecchiaia, senza memoria, senza scelta e quindi senza mondo.

Credo sia allora necessario risalire alla scena madre di questa mutilazione. È in gioco la madre in questa scena, la mutilazione della madre e del suo rapporto con la figlia. Il travisamento del concetto di emancipazione femminile, infatti, ha causato un’efferata guerra fra i corpi, fra corpi di differente memoria e struttura significante: il corpo della madre e quello della figlia.

Nell’ossessionata ‘pulsione a ripetere’ dell’apparizione di pezzi di corpi di donna esposti come promesse di piacere accessibile al mercato, reale o ideale, del sesso maschile – i lati A, i lati B, le cosce, le labbra, l’occhio ammiccante, i capelli volitivi – si assiste costantemente alla sfida femminicida fra le vecchie e le giovani nella cifra comune che connota l’intera battaglia: la rabbia. Una rabbia ottusa perché strutturalmente etero-diretta, governata dalla semantica maschile.

La rabbia delle madri che vedono nell’immagine fresca delle figlie la conferma dello sfuggire della propria giovinezza e tentano allora di trattenerla a sé, ferocemente: competono con le figlie nella mostra sensuale di sé, col consesso divertito e lusingato del maschio mediocre, e umiliano le giovani donne accusandole di inesperienza; vale a dire di essere ancora acerbe rispetto all’arte di soddisfare con mestiere le fantasie del maschio.

La rabbia delle figlie, che si sentono private del loro stesso diritto a vivere serenamente la parte spensierata della loro vita con il sostegno materno e imparano invece dalle madri solo il livore verso le altre donne, verso le donne giovani e belle, verso le donne che piacciono agli uomini perché rispecchiano i canoni imposti da una certa industria dell’immagine.

Imparano l’odio verso tutte le donne, indiscriminatamente, e imparano a concepire il rapporto fra donne come un fronteggiarsi bellico: perché tutte sono nemiche e rivali, perché ognuna costituisce una minaccia imminente al loro primato sugli uomini e al loro dovere di agguantarne uno, perché ognuna è la prova vivente e pulsante dell’impossibilità che un corpo resti giovane per sempre.

Nella lotta fra le vecchie e le giovani, fra le madri e le figlie, la più atroce fra le violenze è dunque quella costituita da questa pedagogia del servilismo che serpeggia come negligente ma potentissimo principio educativo di fondo: secondo il quale la massima aspirazione del corpo femminile è quella di soddisfare il desiderio maschile, qualunque esso sia, anche fosse quello di accettare sommessamente la violenza brutale dell’uccisione, di farsi corpi capienti per lo sfogo di frustrazione, con un certo senso di vergogna e di colpa per giunta.

Quasi che la struttura stessa del femminile non potesse essere libera di farsi nel mondo, ma dovesse conformarsi a una oscura vocazione, a una condizione di possibilità che sola ne renderebbe degna l’esistenza: l’etica sacrificale a essere sempre in-formata dall’esterno, a prendere la forma che le più disparate istituzioni hanno studiato e macchinato per lei e nelle quali è stata sempre accompagnata a ricoprire un ruolo utile all’economia del potere altrui, nei tempi che gli editti dominanti le dettavano: madre, moglie, sposa, vergine, prostituta, santa, seduttrice.

Queste figure non sono mai stati luoghi della scelta o della situazione esistenziale, ma inquadramenti in cui la donna è ridotta a null’altro che un utilizzabile, a qualcosa che serve sempre a qualcos’altro, che serve sempre qualcun altro.

Al posto del focolare, in cui la donna era costretta a vivere nell’ombra, arrivano le luci del mercato del corpo: focolare contemporaneo che la espone alla violenza della vivisezione accecante delle parti e che accontenta un senso troppo acerbo e improprio dell’emancipazione.

La massa critica della guerra fra i corpi delle donne si concentra perciò nel punto di estremo dispiegamento di questa pedagogia servile: i corpi delle donne si combattono per vincere la palma del più sottomesso, del più rispondente ai tratti approvati dal potere, del più pietrificato nell’immagine dell’eterna freschezza, del più violentemente mutilato e canonizzato dalle liturgie dell’estetica mediatica che ha conformato il corpo delle donne a maschera dove si riflette il sogno dell’immutabilità.

Sulla scena madre di questa guerra senza esclusione di “corpi” non possono che rimanere ammassati corpi troncati di madri e di figlie, di giovani e di vecchie; corpi mutilati e interrotti, senza vitalità, senza memoria, senza parole né collegamento e senza passaggio di testimone.

Questa mutilazione – che trova la sua matrice nella deformazione della nozione di emancipazione femminile, rovinata e ormai impoverita a ricerca di una cristallizzazione dell’immagine del soggetto-donna secondo le direttrici e i paradigmi del mondo fallocentrico – svela la sua conseguenza più efferata in questa prima diatesi dello scollamento generazionale e nel suo immediato esito: l’impossibilità di una costruzione del senso del mondo che veda lavorare in concertazione le donne fra loro e, di conseguenza, con pari dignità, gli uomini e le donne insieme.

Tuttavia, l’alcova in cui prende corpo questo distanziamento fra le donne, questo scollamento che impedisce la crescita di una coscienza intersoggettiva fra donne di epoche storico-culturali diverse, non giace soltanto sul piano della “pedagogia del servilismo” che si è appena tentato di dispiegare; v’è da considerare un’altra forma di pervertimento del concetto di “emancipazione” femminile, che si muove parallelamente a quella della febbre della cristallizzazione del corpo e che lavora secondo differenti tonalità emotive e diverse direttrici concettuali, ma producendo la medesima conseguenza di scollamento generazionale.

Si tratta di quello spettro di malinconia che avvolge spesso i discorsi di coloro che vengono ad annoverarsi fra le “vecchie femministe”, per le quali l’emancipazione femminile è cosa per la quale loro sole hanno combattuto e che perciò a loro appartiene, che loro sole hanno avuto l’onere e il merito di comprendere nello sforzo della sua emersione. Al contrario le giovani ragazze, le “nuove femministe” – che intendono battersi per gli stessi diritti di rappresentanza e di partecipazione alla gestione e alla costruzione dello spazio pubblico, per lo stesso diritto di poter decidere liberamente di essere madri o di non esserlo, senza essere per questo oppresse da dogmi cattolici o da fogli di dimissioni firmati in bianco, che pretendono di non essere considerate cittadine di serie “B” – sono considerate figlie “fortunate” di un passato glorioso, perché i loro corpi viventi si situerebbero su un terreno già battuto dalle loro madri (fisiche o spirituali); queste giovani sono perciò guardate come pressoché incapaci di apportare alla rivoluzione culturale alcun contributo di novità.

Questa deriva altrettanto disastrosa dello scollamento generazionale è causata dal fatto che l’emancipazione subisce qui – invece che, come nel primo caso, una esasperazione che ne rovescia il significato d’affrancamento, nella servitù del corpo esposto – una cristallizzazione di carattere nostalgico; ciò vale a dire che molte fra le “vecchie femministe” considerano l’epoca del lavoro di autentica e radicale emancipazione delle donne come compiuta, e salutano i nuovi moti femministi come a degli sbiaditi e forse troppo timidi tentativi di recuperare una primavera ormai lontana nella sua epica distanza.

Non con la stessa capacità di sovvertire una volta per sempre l’ordine costituito, non con lo stesso mordente di lotta, non con la stessa potenza eruttiva, almeno. La guerra dei corpi fra le vecchie e le nuove femministe si gioca allora come guerra fra “corpi politici”, l’uno diffidente verso l’altro perché l’uno incapace di partecipare al “corpo mistico” dell’altro, ovvero di dare vita a una necessaria collaborazione intra-epocale.

Questo secondo scollamento provoca un’interruzione dell’opera di traduzione delle esperienze, che invece dovrebbe accadere da una generazione precedente a una successiva, al fine di costruire una traduzione (in senso esegetico) degli ideali precedenti che si adatti alle condizioni storico-sociali contemporanee che le donne si trovano a vivere.

La crisi economica che sta travolgendo l’Europa ha svelato un’atroce verità, che viene a misurare la propria imponenza devastante proprio sul corpo fisico, sociale, politico ed esistenziale della donna: i diritti delle donne, apparentemente acquisiti “una volta per tutte”, fluttuano al contrario su un piano di assoluta precarietà, rischiano a ogni passo di subire mutilazioni, di essere ridotti e in molti casi azzerati.

Mai come in questo periodo – in cui la precarietà è diventata la cifra dell’esistenza delle donne così come degli uomini, delle lavoratrici e dei lavoratori – è necessario costruire una fitta rete di sostegno reciproco fra i soggetti politici maggiormente colpiti dalla mattanza sociale: partecipare in modo condiviso alle lotte contro la riduzione dello spazio normativo dei diritti.

Il compito che le donne, nel caso specifico, devono assumersi come la più urgente delle necessità – al fine di poter lavorare insieme alla costruzione di una coscienza comune di lotta – è quello di far proliferare le occasioni di incontro e di confronto, di aprire degli spazi pubblici in cui le donne possano comunicarsi le rispettive esperienze sul mondo, le aspirazioni sulla propria vita e i propositi per una loro crescita personale; luoghi in cui le donne si raccontino reciprocamente i timori e le volontà di trasformare una società che non le rappresenta e che non permette loro di accedere a una rappresentanza di pari dignità con quella dei compagni uomini in ambito politico e lavorativo, e che invece le mantiene sempre come corpi in trazione fra la vita privata e la vita pubblica.

Un dialogo propulsivo di effetti pratici rilevanti per le donne deve avvenire fra donne, per le donne e dalle donne; affinché questo venire in contatto trovi la sua manifestazione su un piano di autenticità, è allora necessario che esso venga effettuato in luoghi il più possibile esterni e alieni da tutte le sistematiche e le semantiche relazionali in cui la donna spesso si trova ridotta a maschera muta e accondiscendente.

Una rete delle donne è l’unica alternativa di radicale vocazione operativa per affrontare le conseguenze atroci di questa crisi onnicomprensiva, così come per respingere con fermezza i rigurgiti confessionali che sembrano fornire alla crisi medesima una sorta di giustificazione teoretica; che vorrebbero vedere le donne tornare sconfitte e redente nell’alveo del focolare domestico o restare rapite dall’ossessione di diventare desiderabili secondo la dottrina estetica dei media o rimanere chiuse nella roccaforte della purezza di un pensiero femminista che tratta con spregio le proprie figlie: che in una parola auspicano comunque a tenerle divise, in conflitto, in competizione.

Se le madri – biologiche o spirituali che siano – restano scollegate dalle figlie, nessuna donna si sentirà mai legata in modo esistenziale alle altre donne, nessuna donna avvertirà nell’altra uno spazio di incontro fra sensibilità; il dividi et impera veicolato da una sistematica cultura maschilista è lo strumento di potere più potente per impedire alle donne di rivendicare il loro diritto a prendere parte, insieme e con gli uomini, alla costruzione di un mondo comune.

La causa di questo scollamento è allora precisamente la deriva eversiva che si cela in ogni proposta semplicemente rivoluzionaria: anche dunque in quella dell’emancipazione. Come l’astronomia ci insegna, la rivoluzione è il giro che i pianeti fanno attorno al Sole secondo il quale questi, posto un punto di partenza e dopo aver tracciato il circolo eliocentrico in un dato intervallo di tempo, tornano esattamente nello stesso punto da cui l’evoluzione ha preso avvio.

La rivoluzione, in quanto tale, è perciò una dialettica chiusa o, intesa in senso filosofico, un processo volto al riassorbimento del negativo: se in apparenza essa sembra essere l’anti-tesi che rovescia la tesi dell’ordine costituito, invero tende infine, per sua struttura, a ricostruire un ordine diverso, ma pur tuttavia “sintetico”, ovvero che conserva in sé la stessa fissità di ciò che ha negato.

Se applichiamo questo schema al concetto di emancipazione femminile avremo perciò il diagramma del suo movimento: l’emancipazione è stata lanciata come una testa d’ariete per sfondare il muro della sottomissione – creando così una faglia che schiudesse al mondo una nuova sensibilità, nuovi desideri e nuove rivendicazioni del corpo vivo femminile – ma poi non è stata custodita nei suoi epigoni, non è stata attentamente calibrata sul piano del senso, affinché la rivoluzione fosse duratura e soprattutto continua.

Lasciata alla semplice potenza della sua evocazione di libertà, ma senza alcuna vigilanza sulla sua precisa semantica, l’emancipazione si è combinata con le condizioni di una religione del mercato e si è pervertita nelle sue forme deteriori: è diventata la parola con la quale molte donne rivendicano contro altre donne il loro diritto a vincere il premio servile della desiderabilità maschile – la parola nella quale molte donne hanno pensato di ravvisare l’arma per dominare gli uomini attraverso la sessualità – o, parallela disattivazione, la parola che le vecchie glorie del femminismo utilizzano spesso come bandiera del loro operato ormai irripetibile, da sventolare fiero sotto il naso delle giovani donne che vogliono invece collaborare a una causa che non si può certo dire risolta.

Affinché allora l’emancipazione sia restituita al suo originario, autentico significato e primato –ovvero come affrancamento da ogni condizione di sottomissione femminile ai dogmi teologici e politici di un cosmo ancora a immagine e somiglianza del maschio – e dunque affinché continui a lavorare come resistenzainstancabile e costante contro i continui revisionismi e le avanguardie del regresso dei diritti e della dignità delle donne, è necessario che essa venga sempre accompagnata da un’opera di vigilanza.

Una “emancipazione vigilante”, da concepirsi come un viaggio mai concluso, come un percorso mai saturato e sempre di nuovo da riformulare alla luce delle nuove condizioni d’esistenza, è l’unica effettiva resistenza che non rischia di essere strumentalizzata; una resistenza sempre attenta e critica, attiva e pronta a intuire e a combattere le pur minime avvisaglie di ogni nuova ondata di repressione della dignità femminile o di scollamento generazionale: sul piano linguistico, estetico, ermeneutico, etico, politico.

Urge un progetto comune di rivoluzione permanente delle donne, sia sul piano culturale sia su quello della pratica politica; una resistenza continua fondata sulla costante vigilanza sul senso dell’emancipazione.

Una rivoluzione permanente necessita del legame indissolubile fra i corpi delle donne di ogni epoca, dell’apporto combinato di tutte le esperienze e della condivisione di tutte le paure e le fragilità. Oggi, come non mai, le donne di tutte le età si trovano a doversi confrontare con una crisi trasversale che ha annientato i diritti per coloro che ne conoscevano l’esistenza e ha impedito alle giovani anche solo di conoscere ciò per cui lottare.

Ci si trova gettate nell’intervallo tremolante che ci vede sospese fra un passato di lotta spesso dimenticato e un’assenza di proiezione sul futuro: nel preciso istante presente della mutilazione.

È allora di vitale importanza mantenere unito il filo che lega le madri alle figlie; un filo che lungi dal connotare un semplice legame biologico, significa la volontà di costituire una massa desiderante che lavori in concertazione, che si interroghi su come gestire l’arduo co-abitarsi di vita privata e di vita pubblica, su come educare i figli maschi a un maggiore rispetto per l’altro sesso, su come lottare per avere una rappresentanza autorevole nei luoghi che contano che non si limiti alle “quote rosa”, su come costringere chi amministra lo Stato a non abbandonare sulla sola schiena delle donne l’onere della famiglia e dei figli.

Quella stessa ‘governamentalità’ che ha sempre la premura di predicare giaculatorie reazionarie sull’importanza delle nascite, ma senza preoccuparsi di supportare con strutture adeguate la donna nel difficile compito di madre-lavoratrice e di superare le condizioni indegne in cui le donne si trovano costrette a vivere per poter lavorare: come i ricatti di licenziamento in caso di gravidanza e i fogli di dimissioni firmati in bianco.

Si tratta di militare un’autentica rivoluzione permanente e una resistenza vigilante contro chi spinge per riproporre modelli culturali e produttivi che tornino, in molteplici forme, a mortificare le donne; abbiamo bisogno di tutti gli esempi delle donne del passato più o meno recente, della forza delle ragazze di oggi, della fiducia in quelle di domani.

Dobbiamo strappare allora il velo dell’immagine del mondo che, da un lato, impone alle donne di sacrificarsi alla causa dell’eternità del bello e del desiderabile, di contendersi il premio del servilismo del corpo e, dall’altro, separa vecchie e nuove “femministe”; è necessario cercare la chiave per una partecipazione comune della donna al lavoro che restituisca a sé stessa la sua essenza di formatrice di mondo, così come lo sono i nostri compagni uomini, e soprattutto formatrice ognuna del suo proprio mondo.

L’orizzonte di senso su cui è venuto e viene ancora a formarsi il fenomeno del mondo che ci si manifesta è un orizzonte privo di donne; un mondo pieno di pezzi di corpi fisici e metaforici di donne, separati uno dall’altro, ma senza il corpo vivo e pulsante del femminile e della sua mondità. Un nuovo senso del mondo è pensabile solo se decostruito rispetto al suo ordine stabile e violento – che ragiona in termini di rapporti di potere, di dicotomie fra i soggetti e di bandi purificatori – e se sciolto in una continua trasformazione; la mondità è precisamente il mondo di ognuno che viene a partecipare alla costruzione del “mondo” comune, che così si rivela sempre in formazione, che si fa strada nell’inclusione di diversi soggetti-mondità: nell’estensione e nella contaminazione, mai nel sacrificio e nell’esclusione.

Non si tratta infatti di sostituire al mondo fisso della sacralità mediatica (che ha distrutto i rapporti sociali inter-sessuali e infra-sessuali) un altro mondo altrettanto sclerotizzato ed egemonico, ma di concepire la struttura ontologica del mondo comune come dimensione in costante trasformazione.

Il mondo è il viaggio combinato delle differenti mondità, è lo spazio-tempo mai definitivo, ma composto da influenze eterogenee che si contaminano reciprocamente costituendo un inedito bagaglio di esperienza e di novità. Il mondo deve venire a manifestazione come il fenomeno infinito della sua edificazione e la fenomenologia del suo “acquisire senso” attraverso le numerose testimonianze che in esso si raccolgono: mondo come infinità dei mondi che si incontrano e che cercano di creare il nuovo è la sorpresa della sua emersione, la meraviglia imprevedibile del suo “venire al mondo” senza sosta. Il mondo deve sempre, una volta in più, venire al mondo.

Nel ventre materno è metaforicamente conservato e custodito il potenziale della venuta al mondo del mondo stesso e del legame simbolico e somatico fra una generazione e l’altra: fra mondi differenti che passano uno nell’altro e che necessitano uno dell’altro. Come il mondo della madre e quello della figlia. Mutilare il passaggio fra la prima e la seconda significa impedirsi, in una occidentale infibulazione, la possibilità di costruire una diversa estetica della mondità, significa sacrificare la molteplicità dei mondi e la comunicazione fra di essi, annullare l’esperienza della madre che lavora nel corpo della figlia, il collegamento fra il vecchio e il giovane; significa mutilare la stessa possibilità di fare un mondo che sia costruito a partire dalla sorpresa dell’altro e del nuovo che esso porta con sé. Significa votarsi ad un mondo tronco, asfissiante e stagnante.

Sul corpo della donna si è sempre giocata la scena del mondo. Dal corpo fisico, intellettuale della donna, il mondo venga allora rimesso in discussione, venga messo sempre di nuovo – e sempre per la prima volta – al mondo.