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30 giugno 2012

Pensare l’omosessualità

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Dalla centralità dell’eterosessualità alla centralità della persona

Per comprendere il presente e guardare al futuro con occhi realistici, è necessario osservare le tappe che nel passato ci hanno condotto a oggi. Niente di più vero se vogliamo osservare il panorama attuale rispetto alle nostre idee sull’orientamento sessuale.

Talvolta, impegnandomi come professionista e come persona a cercare un confronto che conduca alla crescita, con persone che sono ancora imprigionate dal pregiudizio verso chi ha un orientamento sessuale di tipo omosessuale, avverto quanto sia complicato trovare negli altri la disponibilità a riflettere e a mettere in discussione il proprio pregiudizio. Nonostante già dal 17 Maggio 1990 sia stata presa la decisione di derubricare l’omosessualità egodistonica dal DSM IV come patologia, sono ancora troppi a pensare all’omosessualità come anormalità.

Guardare indietro mi fornisce, però, maggiore coraggio e ottimismo riflettendo sul cammino fatto.

L’orientamento sessuale è stato nei secoli oggetto di stigma sociale e di persecuzioni, basti pensare a ciò che avveniva nel Medioevo quando ai “viziosi” venivano inflitte pene corporali, amputazioni o, nel peggiore dei casi, la pena capitale.

Prima dell’Ottocento la psichiatria non aveva ancora assunto il ruolo di scienza che cura, ma assumeva più il ruolo di tutela della normalità, stabilita dalla società borghese, che metteva a margine tutto ciò che deviava da questa presunta norma e che etichettava come pericoloso.

Dopo l’Ottocento, quindi, la psichiatria inizia ad affrontare il tema della devianza della norma come patologia. Ben si comprende, dunque, come l’omosessuale esce dallo stigma di “pericoloso da punire”, poiché deviante dalla norma, ed entra di gran carriera nello stigma di “malato da curare”.

Iniziano a sorgere le prime concezioni psichiatriche sull’omosessualità: da chi la concepisce come patologia a se stante (Krafft-Ebing,1886) a chi la ritiene sintomo di una patologia più grave (Charcot.Magnan,1882), a chi, ancora, la intende come causa scatenante di altri disturbi (Lowenfeld,1891). Insieme alle ipotesi vengono chiaramente proposte e sperimentate delle cure per convertire gli omosessuali in eterosessuali: Charcot e Magnan propongono l’idroterapia e l’uso del bromuro, altri l’ipnosi e la suggestione, altri ancora la cauterizzazione del clitoride per le donne lesbiche (Lombroso, 1885).

Già tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento alcuni studiosi emergono come voci fuori dal coro, iniziando a sostenere che l’omosessualità sia una naturale variante umana. Tra questi lo psichiatra Hirshfeld, che nella sua “teoria intersessuale” (1914) considera l’omosessualità una tendenza congenita che non deve essere sottoposta ad alcuna cura. Anche Ellis (1897) e Carpenter (1896) prendono le distanze rispetto alla cura dell’omosessualità.

Anche la nascente psicoanalisi inizia ad occuparsi di omosessualità.

In “Tre saggi sulla teoria sessuale”(1905) Freud propone la sua teoria sull’omosessualità, centrata sulla inibizione dello sviluppo psicosessuale. Freud ipotizza la causa dell’omosessualità in una fissazione allo stadio edipico dello sviluppo psicosessuale e utilizza il termine “inversione sessuale”. In realtà, esaminando tutti i suoi scritti, Freud mostra un atteggiamento ambivalente rispetto al tema dell’omosessualità, poiché se da un lato la fa diventare patologia, trattandola come un blocco dello sviluppo psicosessuale, dall’altro afferma come sia una variante della funzione sessuale e si dichiara contrario a terapie di riconversione.

Nel 1914,addirittura Freud dichiara la potenziale bisessualità dell’uomo e afferma precorrendo i tempi: “Anche l’interesse sessuale esclusivo dell’uomo per la donna è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una cosa ovvia da attribuire a un’attrazione fondamentalmente chimica”.

Nelle interpretazioni antropologiche di Jung l’omosessualità rappresenterebbe una interruzione del normale percorso di sviluppo intrapsichico causata da comportamenti materni poco adatti. La relazione omosessuale non è considerata, comunque, una relazione matura al pari di quella eterosessuale, come se non avesse lo stesso spessore.

Lacan assume una posizione ancora più austera, definendo l’omosessualità una perversione al pari della pedofilia, del feticismo e della zoofilia.

Negli anni Cinquanta-Sessanta continuano a fiorire teorie che vogliono spiegare l’omosessualità come una sorta di ritiro patologico e fobico dalle paure di catrazione, come un generico disturbo evolutivo precoce o come altri gravi disturbi di personalità di cui si ritiene che tutti gli omosessuali soffrano.

In questo panorama viene pubblicato nel 1952 il DSM – I (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali), dove l’omosessualità viene inserita tra i Disturbi Sociopatici di Personalità; nel 1968 viene edito il DSM – II, che menziona l’omosessualità come “Deviazione sessuale” nella categoria “altri disturbi mentali non psicotici”, insieme a pedofilia, travestitismo, transessualismo, feticismo, necrofilia e voyeurismo.

Nel 1974 con la pubblicazione del DSM – III assistiamo a un primo cambiamento,grazie alle ricerche di Evelyn Hooker (“The adjustment of the male overt homosexual” 1957). L’omosessualità viene distinta in egosintonica (quando la propria omosessualità viene vissuta con serenità) ed egodistonica (condizione per la quale il proprio orientamento omosessuale è fonte di angoscia e non viene accettata). Nel DSM – III, dunque, viene classificata come patologica solo l’omosessualità egodistonica, per la quale i terapeuti potevano proporre terapie mirate a modificare l’orientamento sessuale verso l’eterosessualità.

Questo primo cambiamento fu tutt’altro che semplice. Alcuni psichiatri contestarono aspramente questa decisione, convinti che l’omosessualità sia sempre una patologia da curare (Bieber, Socarides), e avanzarono l’insolita richiesta che tale decisione fosse sottoposta a voto referendario tra tutti gli iscritti all’APA (American Psichiatric Association). Il referendum diede un esito favorevole alla cancellazione della omosessualità egosintonica dal DSM. Gli oppositori a questa scelta fondarono successivamente una organizzazione, il Narth, che persegue lo scopo per il quale “sia garantito agli omosessuali il diritto di farsi curare”. Tale organizzazione è esistente ancora oggi e propone terapie riparative all’omosessualità, che hanno lo scopo di “convertire” l’omosessuale in eterosessuale (Nicolosì “Omosessualità maschile: un nuovo approcco” 2002)

Il 17 maggio 1990 è una data storica. In questa data fu presa la decisione di cancellare dal successivo DSM – IV (edito nel 1994) anche l’omosessualità egodistonica.

Su questa decisione influirono le ricerche di A. Kinsey, che tra gli anni Quaranta e Cinquanta dimostrò che circa il 37% degli uomini e il 13% delle donne dichiaravano di aver avuto almeno un rapporto omosessuale completo nella loro vitae il 10% degli uomini e tra il 2 e il 6% delle donne dichiaravano di avere rapporti omosessuali stabili e duraturi. Tale numerosità ha condotto a riflettere su come l’omosessualità non possa essere ritenuta “contro natura”.

Importanti furono gli studi di Master e Jonson (1979), che misero in evidenza come persone omosessuali ed eterosessuali possono potenzialmente sviluppare le stesse patologie.

Anche il movimento gay statunitense offrì il suo contributo battendosi contro la discriminazione che si esercitava, perchè nel DSM non era prevista una categoria anche per l’eterosessualità egodistonica; così come una parte degli iscritti all’APA dichiararono che sarebbe stato opportuno aiutare l’omosessuale egodistonico a diventare sintonico, ossia ad accettarsi per ciò che è.

Tutte le teorie rispetto alla omosessualità e alla sua patologizzazione furono messe in discussione.

Non è possibile spiegare l’omosessualità senza una teoria che spieghi anche l’eterosessualità senza liquidarla a pura biologia, a puro fatto naturale, poiché nell’osservazione della natura si riscontra tanto l’eterosessualità quanto l’omosessualità (“Contro natura?” – Oslo 2000).

Non esiste oggi una spiegazione dell’omosessualità e non potrà esistere se non iniziamo a porci in un’altra ottica meno eterosessista, ovvero formulare una teoria che spieghi lo sviluppo dell’intera sessualità umana.

Oggi, dunque, si ritiene l’omosessualità come “una naturale variante umana” e si legge l’omosessualità egodistonica da un altro punto di vista: ovvero si ritiene che l’omofobia interiorizzata e lo stress prodotto dalla discriminazione influiscano sulla serena accettazione del proprio orientamento sessuale.

Le teorie oggi, infatti, si concentrano sul Minority Stress e sull’Omofobia Interiorizzata.

Prima di spiegare brevemente tali teorie è necessaria una digressione per approfondire il concetto di omofobia. Per omofobia si intende in generale un insieme di idee, emozioni e atteggiamenti negativi rispetto alle persone omosessuali, ma per meglio comprenderla la si può definire lungo tre prospettive:

Omofobia pregiudiziale: comprende idee e giudizi negativi sulle persone omosessuali, convizioni personali sulla omosessualità, come per esempio che sia una malattia, una perversione o un atto contronatura, ma anche e soprattutto la non condivisione delle rivendicazioni dei diritti delle persone omosessuali.

Omofobia discriminatoria: in questa accezione sono compresi i comportamenti lesivi della dignità di una persona, per esempio i comportamenti di derisione, di emarginazione fino ad atti di violenza vera e propria.

Omofobia psicopatologica: consiste in una paura e sensazione di repulsione irrazionale dovuta a dinamiche e vissuti soggettivi. Attualmente iniziano a sorgere i primi studi sulla omofobia psicopatologica, che mettono in evidenza, in primo luogo, come le persone che rientrano in tale categoria abbiano un tipo di personalità piuttosto rigida e autoritaria, in secondo luogo, come siano presenti alti livelli di omofobia psicopatologica in persone con un’omosessualità latente e repressa.

Detto questo, è semplice capire come, crescendo in una società eterosessista che dà per ovvia l’eterosessualità, la percezione della propria diversità per una persona che inizia a prendere consapevolezza del proprio orientamento omosessuale coincida con una valutazione negativa della propria sessualità: qualcosa di sbagliato, di malato, difficile da accettare serenamente. Può iniziare, in tal modo, un percorso di autosvalutazione di se. Si parla quindi di omofobia interiorizzata. A volte l’omofobia interiorizzata può essere talmente elevata da impedire l’accettazione del proprio orientamento omosessuale, spingendo a una totale negazione di sé e impedendo, in tal modo, di sviluppare una sana relazione di coppia, congrua con il proprio orientamento.

Oltre all’omofobia interiorizzata sono molto interessanti anche gli studi del Prof. Lingiardi sul Minority Stress. Per Minority Stress si intende lo stress determinato dall’appartenenza a una minoranza. Essere sottoposto a un continuo pregiudizio e una continua discriminazione dalla società, micro e macro, alla quale si appartiene, comporta un tale stress da creare nella persona dei disturbi assimilabili a quelli del Disturbo Post Traumatico da Stress. Viene a essere minata, inoltre, anche una adeguata rappresentazione di Sé: non dimentichiamo che la costruzione della nostra identità affonda le sue fondamenta nella relazione con gli altri e, dunque, se gli altri ci rimandano un’immagine negativa attraverso pregiudizi e discriminazioni, ciò influirà notevolmente sulla rappresentazione del Sé.

È bello vedere in questa piccola cronostoria come davvero oggi, finalmente, ci stiamo ponendo gli interrogativi giusti, prendendo a cuore le reali problematiche che ostacolano il benessere psicofisico delle persone omosessuali. Uscendo da una logica puramente eterosessuale è stato possibile osservare e capire i vissuti delle persone eterosessuali. È necessario, però, lavorare su un’intera società che deve chiedersi se la norma eterosessista abbia ancora ragione di esistere, se il centro del nostro interesse sia la salvaguardia di un concetto desueto, ovvero l’eterosessismo, o piuttosto il benessere delle persone.

Dott.ssa Tiziana Carella, Psicologa-Psicoterapeuta

Bibliografia

V.Lingiardi “Citizen gay” – Il Saggiatore 2007

P. Pedote “Storia dell’omofobia” – Odoya 2011

G. Prati, L. Pietrantoni, E. Buccoliero, M. Maggi “Il bullismo omofobico” – Franco Angeli 2010

C. Chiari, L. Borghi “Psicologia dell’omosessualità” – Carocci 2009