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30 giugno 2012

Femminista a chi?

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Non è da oggi che si indaga sull’impatto, la trasmissione e la sedimentazione del femminismo sulle giovani generazioni; le domande, (e l’angoscia per le temute risposte), scivolano di volta in volta da donna a donna quando le giovani che hanno incontrato i movimenti di emancipazione e liberazione diventano adulte, poi anziane e nel frattempo ci si guarda tutte intorno, verificando i risultati, l’incarnazione delle proprie conquiste e convinzioni, nelle figlie, nelle sorelle minori, nelle allieve, nelle conoscenti, tra gli uomini e nella società tutta.

Quando, nel 1989, avevo appena compiuto trent’anni uscì il mio primo libro, Parole per giovani donne – 18 femministe parlano alle ragazze d’oggi, con postfazione di Lidia Menapace

Evidentemente già da allora (sono passati più di vent’anni), io che ero appena uscita dall’età della prima giovinezza sentivo il bisogno di fare il punto della situazione e, non sentendomi ancora in grado di offrire da sola una visuale critica precisa, avevo rivolto una domanda a quelle che all’epoca erano state, in vario modo, delle figure di riferimento per me e per molte giovani donne della mia generazione.

La domanda, che avevo rivolto tra le altre a Tina Lagostena Bassi, Elena Gianini Belotti, Silvia Vegetti Finzi, Dacia Maraini e Anna De Bo Boffino, era: ”Nei confronti delle giovani donne tu ti senti più una madre o una sorella maggiore”?

L’interrogazione che mi stava a cuore, dando per scontato che quelle donne avessero fatto della trasmissione del proprio vissuto personale e politico del femminismo uno dei fulcri della loro attività, non era se qualcosa fosse passato di generazione in generazione, ma il come.

La mia convinzione era che fosse interessante e importante ragionare sulle modalità di passaggio del testimone del patrimonio politico e culturale del femminismo, dando per scontato che questo passaggio ci fosse e fosse visibile, quantificabile, politicamente condiviso almeno nella comunità femminista e, forse, persino a sinistra: di certo ero molto coinvolta in prima persona da quella domanda, essendo io stessa un po’ figlia e un po’ sorella minore di quelle donne e delle migliaia di altre che mi avevano, senza che io le avessi conosciute, fornito strumenti di crescita, emancipazione, liberazione, responsabilità e autodeterminazione.

Quando, oggi come ieri, e come purtroppo anche domani, si inciampa nella banale giaculatoria del ‘non esiste più il movimento femminista di piazza’, oppure del ‘il femminismo è morto’, dobbiamo chiederci attentamente, credo, quale sia lo scopo di queste affermazioni.

Da una parte sarebbe assurdo non considerare la crisi, soprattutto italiana, delle pratiche e del pensiero dei partiti e dei movimenti per il cambiamento, che in questo nostro paese scontano in modo pesantissimo il perdurante consenso della cultura omologante, fondamentalista, semplificatoria e repressiva della destra.

In questo quadro spiccò l’affermazione di qualche tempo fa della giovane ex soubrette ed ex ministra delle pari opportunità Carfagna, che ha pubblicamente affermato che “c’è bisogno di più donne al lavoro e di meno femministe in tv”; proprio lei, che dalla sua presenza in tv ha guadagnato una posizione di potere e autorevolezza, veicola una visione antipatizzante del movimento delle donne, relegandolo a una posizione di mera apparenza contrapposta al ‘fare’ di chi, dimenticando la fatica e le conquiste delle donne più anziane, le ha spianato la strada al successo e alla visibilità.

C’è, ed è storia, un forte elemento di ingratitudine e di ignoranza da parte delle giovani generazioni verso le precedenti, e in particolare rispetto alle ultime due generazioni, delle giovani donne italiane verso quelle femministe che hanno preso parola, prima di loro, per se stesse, ma anche per chi sarebbero venuta dopo.

Se, in parte, il rifiuto per l’ingombro delle anziane è fisiologico per la crescita, (ma non è giustificabile quando diventa disprezzo, smemoratezza e sottovalutazione) c’è però anche una necessità urgente di interrogarci e agire da parte di chi, oggi passata nella posizione di adulta di riferimento, è potenziale fonte e risorsa.

Faccio un esempio vissuto per spiegarmi meglio: di recente ho svolto per due anni una docenza all’università di Parma, pagata malissimo e quindi decisa, motivata, perché, anche se non opportuna per la mia situazione economica, mi è sembrata una occasione per fare attivismo culturale e politico.

E questo è stato: nella generale assenza di luoghi collettivi grandi e riconoscibili dove la teoria e la pratica del femminismo potesse arrivare a molte giovani donne e qualche giovane uomo, ho colto l’occasione e ho trasformato le lezioni e gli spazi che avevo in una piccola agorà di trasmissione, nell’ambito del mio corso, di saperi e pratiche femministe. Far vivere il femminismo per me ha significato dare corpo e parola al mio essere femminista, presentandomi così davanti a loro, prima e oltre il fatto di essere una loro docente.

Sono più che sicura che, se avessi domandato alle ragazze del corso cosa pensavano del femminismo (lo abbiamo fatto come Marea, con un piccolo video disponibile in rete al sito www.mareaonline.it e su www.arcoiris.tv , dal titolo Giovani femministe) le risposte sarebbero state generiche, forse anche deludenti, di scantonamento e sottrazione.

La cultura nella quale la maggior parte di loro è cresciuta ha raccontato il femminismo in modo distorto, caricaturale o semplicemente l’ha rimosso.

Come ho detto, in parte questo è il risultato di una mutazione antropologica e politica nella quale sono venuti meno ancoraggi e riferimenti essenziali per la costruzione del senso e del valore della politica.

Dal momento che ho citato poco prima gli effetti dell’omologazione alla quale fortemente ha contribuito la vittoria della destra, politicamente socialmente e culturalmente in Italia negli ultimi 25 anni, non voglio però assolvere a sinistra (e dentro pezzi del movimento femminista) quella parte considerevole di intellettuali che hanno sottovalutato la potenza fascinatoria del pensiero unico neoliberista: ha generato il ventennio berlusconiano, l’avanzata razzista della Lega e l’imporsi della mediatizzazione della vita privata e pubblica attraverso l’impero tv di mediaset.

Si è creato un vuoto pesante, nel ventennio, grazie anche a questa sottovalutazione, nel quale è mancato lo scambio e il conflitto sul tema dei valori, della responsabilità e dell’etica, campi di azione e di teoria che la destra ha riempito facendo diventare, solo per citare alcuni casi, l’obiezione di coscienza da scelta radicale contro la morte (gli obiettori alla leva militare) a una scelta di ricatto contro l’autodeterminazione femminile ( l’obiezione medica verso la 194); la prostituzione da problema maschile a opportunità per fare carriera sistematizzata nelle istituzioni e rivisitata come attività tra le altre nel grande mercato dove tutto, nulla escluso, è in vendita.

Sono, questi nostri, tempi più oscuri, incerti e faticosi che pieni di presagi di svolta.

Tuttavia non condivido affermazioni funeree circa lo stato di salute dei movimenti delle donne; credo, piuttosto, che si sia dato per scontato in alcuni ambiti che il processo di coscientizzazione si sarebbe trasferito per osmosi e che sarebbe stato sufficiente vincere sul piano legislativo su alcuni temi, pur fondamentali, affinchè le nuove generazioni si riconoscessero nelle precedenti, e, ancora più importante, accettassero il testimone.

Sono anche convinta che pezzi del femminismo italiano abbiano smesso di parlare con la società e con le giovani generazioni, svolgendo un lavoro teorico apprezzabile, ma di scarso impatto e comunicazione allargata: il pericolo della omogeneizzazione e del ritorno al neutro è in agguato anche nei movimenti altermondialisti, e sta a noi femministe con qualche capello bianco attivare ogni possibile risorsa, individuale e collettiva, per continuare (o ritornare) a parlare con le e i giovani, con la società, ridando attualità ed eros al femminismo.

Non basta la soggettività femminile a fare delle donne soggetti capaci di autodeterminazione e di cambiamento: anche la ex giovane ministra, ex soubrette o quella post fascista alla gioventù a buon titolo e diritto hanno potere, soggettività e visibilità.

Gli anni di attivismo femminista e di ascolto, conflitto e confronto, nel lavoro di scrittura e formazione sulle politiche di genere in Italia, mi hanno rafforzata nell’opinione che è necessario dire forte e chiaro, soprattutto a chi si affaccia con occhi e mente più giovane alla società e all’impegno, che NON basta essere dentro a un corpo sessuato per garantire una visione e uno sguardo alternativo al dominio, al potere e al patriarcato.

Non basta essere gay per empatizzare con la differenza e il disagio (il leader del partito olandese xenofobo, ucciso qualche anno fa, era gay); non basta il colore della pelle per stare dalla parte dei deboli (Condoleeza Rice era nera), non basta essere donna per sentire sulla pelle l’urgenza di laicità e uguaglianza (l’on. Binetti, l’on Santanchè sono donne, e mi fermo solo per motivi di spazio).

Questo è un momento storico delicato, come altri nella vicenda umana, ma il fatto di avere a disposizione la possibilità di confrontarsi e conoscere altre realtà grazie alla tecnologia può aiutare le donne e chi abbia a cuore il cambiamento a creare condizioni di resistenza e di pressione affinchè il cambiamento si realizzi.

In Italia abbiamo nel passato recente vissuto alcune sconfitte cocenti, causate dalla incapacità di coesione su obiettivi chiari da parte dei movimenti: l’emarginazione di Tina Anselmi, oggi tardivamente indicata come possibile presidente della Repubblica; il non ottenimento da parte di Lidia Menapace del titolo di senatrice a vita, nonostante le migliaia di firme raccolte e le pressioni istituzionali; il mancato decollo di un ampio dibattito sull’opportunità di liste di donne autonome dai partiti e con visioni progressiste, sia ai livelli locali che a quelli maggiori della rappresentanza.

Oggi vediamo un certo interesse, molto mediatizzato e focalizzato sul generico ‘ascolto’ delle donne, che però non entra nel merito delle questioni di fondo, ovvero si limita a dire che un genere va valorizzato, ma non si sa perchè e su quali presupposti di contenuto e di programma, di visione globale e particolare circa le relazioni tra i sessi.

Vorrei essere esplicita fino in fondo: a Genova erano candidate alle primarie tre donne. Sono femminista, ma non ne avrei votato nemmeno una e, se avessi potuto, avrei votato un uomo. Non mi è mai bastato, non mi basta e non mi basterà il generico essere di una donna una mia simile perchè io possa affidarle un mandato (non una delega) sui miei interessi e bisogni politici. Deve essere una donna con quale poter fare un patto di condivisione, per il suo mandato, sulle questioni di fondo urgenti che necessitano una svolta: cambiare il paradigma economico, abbandonare la logica dello sviluppo neoliberista, incidere sulla cultura sessista e omofoba facendola diventare una priorità, ricostruire la signoria della laicità nello spazio pubblico garantendolo dalle derive fondamentaliste, ridisegnare il lavoro mettendo al centro la riproduzione.

Mi fermo qui. Il 50 e 50, ci insegnano le donne dei paesi nordici e alcune esperienze africane, non basta a garantire equità e pari opportunità, perchè da sempre nella storia prima del femminismo le donne sono state formidabili alleate del potere patriarcale. Ragioniamo su questo, ricordando, come sosteneva Rosa Luxemburg, che chiamare le cose con il proprio nome è il primo gesto rivoluzionario.

Il problema è: era questa la soggettività che desideravamo costruire quando criticavamo le strutture patriarcali della società, dei partiti, dei sindacati e dei movimenti sociali tre, quattro decenni orsono?

Basta la pur grande mobilitazione del 13 febbraio, che rischia dopo la mobilitazione mediatica di partorire una lobby elettoralistica? Basta lottare per l’equa rappresentanza senza ragionare sulla qualità di questa rappresentanza?

Una cosa è certa: non bastano e non sono sufficienti, per dare la misura della diffusione e della sedimentazione della coscienza di genere, né le manifestazioni di piazza, né i centri di studio; quello che penso è che, per la sua originalità e la sua inscindibile qualità di movimento che nasce dall’intreccio fra pratica e teoria (il personale è politico), il femminismo si possa trasmettere se resta viva e vivace la trasmissione che le donne singole e i gruppi sanno alimentare nella relazione con le altre, mettendo al centro, anche nei movimenti misti, il conflitto di genere.

Altrimenti come potranno le giovani donne e i giovani uomini ‘imparare’ il femminismo e poi assumerlo senza averne fatto esperienza diretta?

Come nell’utopico Farenheit 451, questa, pur se faticosa e a tratti dolorosa, è la fase della ricostruzione dentro l’uragano della dittatura totalitarista: mi sento molto simile alle donne e agli uomini libro, che si assumevano l’impegno, per le generazioni future, di imparare a memoria un testo per trasmetterlo, nell’impossibilità di poterlo far leggere. Siamo, anche noi stesse, frammenti vivi e palpitanti di storia. Questo, anche questo, è femminismo. Questa, anche questa, è memoria da raccontare a chi viene dopo di noi.

Autocoscienza

Il 23 dicembre 2005 nel numero 5756 ( vol. 310) di Science, che festeggia i suoi 125 anni, viene inserita tra le 25 scoperte più importanti che riguardano l’essere umano, accanto all’origine naturale della intelligenza umana e del linguaggio articolato, quella dell’autocoscienza.

In quella accezione il termine era inteso come ‘l’attività riflessiva del pensiero con cui l’io diventa cosciente di sé, e a partire dalla quale poter avviare un processo di introspezione rivolto alla conoscenza degli aspetti più profondi dell’essere”.

I più autorevoli pensatori maschi di tutte le epoche, da Socrate a Platone, da Aristotele passando per gli Stoici e Neoplatonici, dal pensiero cristiano a quello di Kant, Hegel e Marx hanno declinato, pensato e rivisitato al maschile, rigorosamente, il concetto di autocoscienza.

Dobbiamo arrivare ai primi anni ’70 perché essa esca dal contesto dell’agorà maschile e cambi connotazione, e in un certo senso si rifondi, diventando un neologismo nel nuovo significato.

Come ha scritto Rosangela Pesenti: “Le parole restano nella storia a raccontare di noi, mentre le depositiamo nel tempo come una garanzia contro la cancellazione e la smemoratezza”.

Una delle parole del femminismo, lunga come un respiro e ariosa come la A con la quale comincia, è stata autocoscienza: non solo coscienza, cioè consapevolezza etica in generale, ma proprio mia, come donna. Ecco perché l’unione delle due parole a comporne una sola.

La pratica dei gruppi di autocoscienza è stata un lento ma inesorabile percorso che ha visto centinaia di donne riunirsi e, per la prima volta, parlare di sé senza mettersi in relazione subalterna con l’uomo. In Italia, sul finire degli anni ’60, alcune iniziarono a vedersi e a produrre, nel linguaggio come nell’immaginario, un cambiamento che sarebbe stato irreversibile, che si può tradurre in una minuscola quanto dirompente frase: Io sono mia. Il possesso di sé, scoperto assieme alle altre, è stato l’inizio della rivoluzione. Che ne conteneva un’altra, ovvero l’intreccio virtuoso e complesso tra la politica delle donne e un’altra grande protagonista del pensiero del ‘900: la psicoanalisi.

La storica Tiziana Plebani racconta così, nella rivista Marea, l’impatto di quell’intreccio nella sua Venezia anni’70: “Anche la città cambiò, e come la abitavamo; le case più che le piazze divennero i nostri rifugi, il nostro mondo; vedevo solo donne, e i legami con il mondo degli uomini, dei compagni, erano sotterranei, privati, non sempre facili. I nostri gruppi di autocoscienza, lo speculum e le streghe, i giornali stampati col ciclostile, le prime manifestazioni con le gonne lunghe e gli zoccoli”.

Ed è proprio in questi anni che le prime femministe, riunite in gruppi che appunto si chiamarono di autocoscienza, partivano da una mancanza per crescere a tracciare una nuova strada politica. Lavoravano mosse da una rabbiosa sensazione di mancanza imposta e vissuta come tale: la mancanza del pene. L’elaborazione femminista è nata dalla riflessione sul corpo, un corpo vilipeso, negato, trascurato, imposto come mancante, vuoto, carente: vagina vuota e inutile, socialmente accettabile solo se riempita dal pene per il godimento maschile, dal seme per generare i figli degli uomini per la trasmissione del cognome. Eppure è proprio la vagina, mancanza femminile fondamentale per la cultura sessista maschile, il luogo del transito anche simbolico della trasformazione.

Negli Stati Uniti, già sul finire degli anni ’60, si erano diffuse varie pratiche politiche: c’era l’esperienza dei ‘consciousness raising groups’ ed i gruppi di Self help femministi in cui si cercava di condividere competenze, vissuti ed informazioni relativi al corpo e alla sessualità, anche attraverso le ‘autovisite’, durante le quali le donne esploravano il loro sesso con l’idea di riappropriarsi di un sapere personale che veniva considerata perso a causa della medicalizzazione dei corpi, a partire dal menarca, per proseguire poi con la gravidanza, il parto e la menopausa.

Si iniziò a mettere al centro del discorso politico la scoperta di sé in quanto donne, con specifici bisogni e desideri. Si misero in discussione i ruoli sociali e sessuali imposti, in primo luogo la famiglia e la funzionalità al piacere sessuale maschile. La presa di parola in prima persona da parte delle donne costituì una enorme sfida alla società patriarcale, nella sinistra come nel mondo cattolico e borghese, vista l’educazione al silenzio su questo argomento che gravava dovunque.

Si stava scoprendo la possibilità di un discorso del, e sul corpo delle donne fuori dal linguaggio e dallo sguardo maschile e scientifico. Un modo straordinario, al contempo pratico e teorico, di dimostrare che ‘il privato era (davvero) politico’. Tutto il sapere fu destrutturato e indagato, in modo impietoso: in questo processo la prima, dirompente aporìa fu il negare l’accesso nei gruppi agli uomini, perché era necessario uno spazio separato solo per le donne nel quale creare forti legami di fiducia e di sostegno. In Italia per la prima volta il termine autocoscienza fu introdotto da Carla Lonzi all’interno dell’esperienza del gruppo di Rivolta femminile, che tra il 1970 ed il 1982 vide la nascita di gruppi autogestiti a Roma, Milano, Torino, Genova, Firenze e Lugano.

Anche se si sente dire che la pratica dell’autocoscienza non è più proponibile nell’era digitale, sembra che faccia talmente bene che ora piccoli gruppi di uomini, a distanza di trent’anni dalle pioniere, ci provano a modo loro. Ma questa è un’altra storia.

(pubblicato in Parola di donna- a cura di Ritanna Armeni – Ponte alle Grazie)