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4 maggio 2014

Il divieto di burqa

 

 

Il “divieto di burqa” racconta la prepotenza e il paradosso di una cultura occidentale “fondamentalista”, la nostra, è un indicatore del potere di imposizione sull’altro dei nostri codici vestimentali. di una volontà politica di praticare un’integrazione-deculturazione.

Abbiamo ancora molta strada da fare sulla via del dialogo rispettoso dell’alterità, piuttosto che della “tolleranza”. Le nostre certezze sul burqa e, dunque, sull’identità culturale raccontano “la mia verità e non la tua” [Montezemolo].

L’alternativa non è una “burquizzazione” diffusa come forma valorizzazione dell’esotico. Si tratta piuttosto di apprendere con un altro alfabeto, quello del rispetto, altri codici e linguaggi nel dialogo orizzontale tra differenti identità culturali. E senza forzare verso un’integrazione-assimilazione, come se davvero l’altro fosse tabula rasa su cui poter riscrivere il testo unico della Cultura, la nostra.

La corretta modalità di approccio al problema è, allora, avere una piena consapevolezza che il cambiamento può essere una possibilità, non un processo calato dall’alto in un frullatore di codici culturali, che tritura, e  ci tritura, in una omologazione transculturale.

Io posso liberamente decidere di coprire o scoprire il mio volto, ma solo se ogni mio gesto, parola, cadono nello spazio di accettazione, comune e condiviso, della mia libertà. Il cambiamento, certo, è possibile nel rispetto dei tempi e dei processi che muovono identità e culture.

Nell’incontro-confronto tra culture si attivano, infatti, processi di ibridazione culturale, inaspettate e imprevedibili mescolanze, in cui l’apprendimento di modelli e stili di vita differenti chiede nuovi strumenti di lettura, l’attivazione di modalità relazionali adeguate. L’accellerazione in una direzione o nell’altra dipende da un insieme di variabili, dalle modalità di interazione tra le comunità coinvolte, dalle politiche che sappiamo promuovere e mettere in campo.

Il “divieto di burqa”, invece, non fa che inasprire relazioni interculturali già di per sè complesse e compromesse e, di certo, non promuove il cambiamento, lo frena mentre lo impone con norme punitive che ottengono effetti indesiderati, primo tra tutti l’inevitabile resistenza delle donne immigrate. A norma di legge, sia ben chiaro, non sarà mai possibile modificare comportamenti radicati nelle culture di origine.

Il legislatore, il decisore delle politiche, deve aprire a strategie altre, ad altre pratiche informate e orientate alla dialogica. Il dialogo è, o dovrebbe essere, anche un dialogo tra differenti concettualizzazioni di quello che noi chiamiamo “diritto”.

Erigere steccati, l’incapacità di cimentarsi nel confronto tra appartenenze, religiose, cultuali, etniche, non produce nulla, solo devastazione.

Forse un esempio per tutti può essere utile a comprendere che perseguire a norma di legge comportamenti radicati nella storia e nella cultura delle comunità immigrate produce non tanto la riduzione del fenomeno, quanto piuttosto la sua latenza nelle pratiche quotidiane e tra le pareti domestiche: il divieto di l’infibulazione, che è ora reato perseguibile a norma di legge, ha ottenuto piuttosto che la riduzione del fenomeno, la proliferazione di pratiche clandestine e l’aumento esponenziale delle donne al rischio sanitario.

Vorrei concludere con una indicazione. Il problema non è abbracciare un relativismo culturale a oltranza, quanto piuttosto osservare  il fenomeno con strumenti adeguati, tenere conto che la donna che lo indossa intrattiene legami vivi e forti con la comunità di appartenenza. Che è indubbiamante posizionata rispetto ai codici vestimentali della sua cultura e delle nostra, e  che inevitabilente opporrà resistenza al cambiamento, perché di fatto deve rendere conto di sé, dei suoi comportamanti, di legami e appartenenze, ai mondi della vita quotidiana e di comunità in cui è  immersa.

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