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13 aprile 2013

Legalizzazione della prostituzione: dominazione o emancipazione?

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Inasprimento della dominazione o emancipazione della sessualità femminile?

Le ricerche e gli studi incentrati sulla sessualità dimostrano come la storia e la cultura definiscano nel corso del tempo le categorie sessuali e come la traiettoria storica vissuta possa influenzare l’approccio, la tendenza e lo stile della sfera sessuale degli individui.

Le differenti opinioni manifestate su tematiche contraddittorie, portano spesso a divergenze all’interno di movimenti che beneficiavano in precedenza di un alto grado di coesione.

Il movimento femminista ha spesso dovuto dibattere e prendere posizione riguardo argomenti che hanno minacciato la sua unione, in particolare il settore del commercio sessuale ha generato all’interno del movimento femminista opinioni e correnti di pensiero differenti causandone una spaccatura interna.

Il percorso che ha portato allo status quo attuale è iniziato durante il XIX e XX secolo, quando era comune pensare alla sessualità maschile come ad una pulsione di natura biologica e alla sessualità femminile come ad un controllabile desiderio psicologico.

Nel 1948 la ricerca moderna sulla sessualità, capeggiata da Alfred Kinsey, spiegava il desiderio del contatto sessuale con l’obiettivo del raggiungimento dell’orgasmo. Ovviamente tale paradigma precedentemente stabilito, fu rettificato quando il gruppo di studiosi indagò la sessualità femminile, i cui contatti sessuali non portavano necessariamente all’orgasmo. Questa constatazione condusse Kinsey ed i suoi colleghi a pensare che la sessualità femminile non fosse concentrata sulle zone genitali, ma diffusa su varie zone erogene e che non fosse prettamente finalizzata all’orgasmo.

Il ’68 è stato l’anno di svolta della liberalizzazione sessuale femminile all’insegna della rivendicazione della libera disposizione del proprio corpo. In questi anni, il movimento femminista mosse per la prima volta la critica all’eterosessualità dominata dalla figura maschile, dando maggiore importanza all’eccitazione femminile. Mary Boyle criticò in particolare l’idea che la sessualità femminile fosse “complessa” a causa della sua maggior sensibilità ad aspetti psicologici e situazionali. La posizione femminista sviluppata da Boyle si inserì nel discorso di Shere Hite, secondo la quale l’emancipazione della sessualità femminile si manifesterebbe nella masturbazione clitoridea.

Secondo le militanti del movimento femminista, sradicare la dominazione maschile nell’ambito sessuale necessita soprattutto di una separazione tra piacere sessuale e procreazione e dell’eliminazione della visione etero-patriarcale dei rapporti sessuali, promuovendo forme di autoerotismo, lesbismo e bisessualità.

Senza togliere valore alle rivendicazioni di auto- erostismo e lesbismo dichiarate dalla corrente femminista, che hanno effettivamente ribadito la natura fisico-biologica del piacere sessuale femminile, ritengo che l’obiettivo femminista non possa essere ridotto ad una semplice estromissione del genere maschile dalle pratiche sessuali. Un tale atteggiamento porterebbe solo ad un isolamento ed un’accettazione del riscatto femminile solo in ambiti ristretti frequentati da simpatizzanti del movimento, senza che la lotta si risolva in una reale emancipazione sessuale basata sul riconoscimento da parte dell’intera comunità sociale, politica e culturale.

La maggior parte delle femministe considera causa primordiale della discriminazione di genere la sottomissione femminile nella sfera sessuale, reiterata in seguito nel sociale e giustificata da differenze biologiche e anatomiche. Tale considerazione portò Kate Millet, ad affermare nel suo scritto La politica del sesso, che i rapporti di potere tra individui non vengono stabiliti dalla razza o dalla classe sociale ma dal sesso.

Il dibattito sulla sessualità femminile e la sua emancipazione ha inglobato i discorsi tra femministe riguardanti la prostituzione, organizzando il movimento in due fazioni.

La posizione liberal-romantica delle libertarie, considera la prostituzione come una professione scelta secondo la libera volontà di una donna adulta di intraprendere uno stile di vita sessualmente liberatorio, attraente ed eccitante. Un mestiere considerato uno scambio sessuale privato tra due adulti consenzienti.

La posizione religioso-moralista delle radicali, considera la prostituzione come un atto sessuale immorale e la prostituta come una colpevole, una seduttrice diabolica o una vittima sfruttata, incrementando la loro stigmatizzazione.

La maggior parte delle ricerche sociologiche e femministe hanno rinforzato la dicotomia libertarie contro radicali, sia considerando la prostituzione come un’attività professionale non convenzionale, sia studiando la prostituta come una deviata sociale.

L’osservazione diretta della controversia sulla prostituzione dibattuta tra le due correnti femministe è stata per me possibile nella Repubblica Cinese dello stato di Taiwan, paese in cui la legalizzazione

della prostituzione è da decenni tema centrale delle dispute tra associazioni femministe radicali e libertarie.

Il vaso di Pandora è stato aperto nel 2009 dall’interpretazione n°666 del Consiglio della Magistratura sull’incostituzionalità della Legge per l’ordine sociale (la Social Order Maintenance Law – 社會秩序維護法 – 社會秩序维护法) che aveva proibito la prostituzione nel ’91.

I giudici hanno richiesto una revisione della legge che non fosse in contrasto con l’art.7 della Costituzione sull’uguaglianza di genere, in quanto la suddetta legge prevedeva sanzioni solo per la prostituta e non per il cliente.

In giugno dello stesso anno il Ministero dell’Interno, sulla base della comunicazione fatta dalla magistratura, ha dichiarato di voler legalizzare il settore del commercio sessuale alla fine del 2011 per favorire l’emancipazione femminile. Scelta a mio avviso trainata dalla volontà del governo taiwanese di far emergere l’economia sotterranea legata al campo delle transazioni sessuali e poter usufruire delle entrate fiscali conseguenti.

Il discorso sulla legalizzazione della prostituzione ha preso le connotazioni di un dibattito più largo sul femminismo, le libertà individuali, i diritti dell’uomo e la libera scelta di professione.

Questa svolta nell’industria sessuale taiwanese è stata percepita dalle associazioni femministe abolizioniste come una minaccia all’integrità e dignità della donna. La paura di veder cancellati con una sola legge tutti gli sforzi cominciati durante gli anni ’90 contro lo sfruttamento sessuale, ha portato molte ONG ad impegnarsi in una mobilizzazione collettiva di protesta contro la decisione

del governo.

Al contrario, COSWAS, il collettivo delle prostitute, e le associazioni loro sostenitrici si son sentite nuovamente prese in considerazione dopo più di 10 anni di lotta cominciata nel 1997 quando il sindaco di Taipei dell’epoca, Chen Shui Bian 陳水扁- 水扁陈, proibì ogni forma di prostituzione.

Decisione poi reiterata anche in altre città taiwanesi. Nell’ottobre 2010, il governo ha definito la criminalizzazione del commercio sessuale una costrizione allo sfruttamento per gli individui del settore, in quanto coinvolti nel mercato illegale regolamentato dalle associazioni criminali; ha inoltre dichiarato di voler gestire giuridicamente la prostituzione come una professione ordinaria e pianificare amministrativamente la costruzione di quartieri a luci rosse.

Alla fine del 2011, il progetto di legge finalizzato alla legalizzazione del commercio sessuale, proposto nel 2009 da Cheng Li wun (鄭麗文- 文郑郑) del Partito Nazionalista, è stato approvato e reso effettivo.

Tale situazione non è nuova alla società taiwanese. La pratica della prostituzione a Taiwan è sempre stata tollerata, dalla fine del XIX secolo regolamentata, ma mai abolita completamente. Il fenomeno si è diffuso principalmente a causa della conformazione patriarcale della sua società, che fino ad alcuni decenni fa rifiutava assolutamente di investire risorse per l’emancipazione e lo sviluppo della donna. Inoltre, le condizioni economiche difficili e la discriminazione di genere nel mercato del lavoro, spiegano, in parte, il coinvolgimento delle donne nel settore delle transazioni sessuali.

Le prime case chiuse legali per licenza furono stabilite durante l’occupazione giapponese (1895-1945) per compiacere i soldati sbarcati sull’isola. Con l’insediamento del governo della Repubblica Cinese (ROC), furono bandite tutte le attività discriminatorie nei confronti delle donne. Nel 1949, la ROC firmò la Convenzione delle Nazioni Unite che vietava lo sfruttamento sessuale.

Non riuscendo a porre fine al fenomeno, il governo pensò di abolire la prostituzione dopo un periodo di regolamentazione del settore con il rilascio di licenze e la rieducazione delle persone coinvolte in queste attività. Alla fine degli anni ’70 una serie di scandali portò ad un inasprimento dei controlli ed all’abolizione definitiva alla fine degli anni ’90, soprattutto dopo le proteste contro lo sfruttamento della prostituzione minorile.

In principio la maggior parte delle prostitute stabilite a Taiwan erano aborigene provenienti dalle regioni povere, rurali e montagnose. Le condizioni economiche di queste regioni, nonché il basso livello d’educazione e di esperienza professionale, portava le ragazze a migrare verso i centri urbani dove per volontà propria o per coercizione entravano nel settore della prostituzione. Attualmente, grazie al miglioramento delle condizioni di vita del paese, alla diffusione dell’educazione e

dell’informazione, abbiamo avuto una sensibile riduzione delle prostitute di nazionalità taiwanese ed un incremento del numero di ragazze straniere originarie della Cina continentale, del Sud-est asiatico e dell’Europa dell’Est.

Il dibattito internazionale tra attiviste femministe ha avuto luogo anche nel contesto taiwanese e si è inasprito a cominciare dal 2009 dopo le dichiarazioni governative fatte sulla legalizzazione.

I settori di commercializzazione di materiale pornografico e delle pratiche sessuali sono considerati dalle radicali taiwanesi arena principale d’esercizio della dominazione maschile e della vittimizzazione femminile. La loro lotta prende forma dai discorsi di studiosi e ricercatori di fama internazionale. Secondo il filosofo statunitense Ronald Dworkin la pornografia influenzerebbe informalmente la morale sociale perpetuando l’immagine di donna sottomessa e dominata. Il giudizio del professor Dworkin trova eco nella valutazione di Catherine Mc Kinnon, secondo la quale la pornografia “costruisce come sessualità legittima un rapporto di dominazione”, che “segrega” la donna al suo ruolo di dominata.

La pornografia ed il mercato contemporaneo delle transazioni sessuali sono secondo me principalmente costruiti e rappresentati secondo una visione eterosessuale della dominazione maschile sul genere femminile che provoca nei giovani una loro metamorfosi nella figura di clienti.

Subiscono un indottrinamento su come la loro sessualità dovrebbe essere vissuta, come dovrebbe essere stimolata e su quali parti corporee concentrare il loro erotismo. Ragion per cui, le forme più diffuse di prostituzione e pornografia hanno una funzione illocuzionaria che veicola un’immagine degradante della figura femminile, a causa della considerazione sociale negativa verso questi settori e verso i soggetti in questi coinvolti.

Reputo corretta l’idea che la pornografia e la prostituzione, in ogni loro forma, riescano in modo diretto o indiretto a inculcare nel pubblico una costruzione sociale della sessualità, ma mi sento di affermare che non tutte le manifestazioni pornografiche e prostituzionali trasmettano un messaggio che deteriori la dignità femminile. Vorrei porre l’attenzione sulla valutazione critica dello studioso Bruno Ambroise nei confronti dell’uniformazione del settore pornografico e prostituzionale. Ritengo necessario prendere in considerazione quel settore ancora poco sviluppato, ma pur presente, della pornografia femminista e della prostituzione per donne. Welzer Lang nel suo testo Quand le sexe travaille, sottolinea giustamente quanto l’emergere della consapevolezza di un desiderio sessuale femminile liberato dagli schemi tradizionali necessiti di un espediente comunicativo e di una concretizzazione nell’ambito della produzione erotica e pornografica, e nel mercato del sesso.

Pioniera di questo ambito innovativo è Ellinor Hallqvist, in arte Erika Lust. Svedese 34enne trasferitasi in Spagna, ha intrapreso l’ardua strada dei film pornografici per pubblico femminile. La regista realizza a Barcellona film completamente concentrati sulla sessualità ed il piacere femminile, in cui non c’è alcuna vittimizzazione delle attrici.

Questa nuova tendenza in diffusione rappresenta una conquista per le femministe libertarie, le quali rivendicano l’eliminazione delle censure imposte da una società patriarcale sessualmente repressiva, e vedono in tutte le forme di sessualità, a condizione che esse siano esercitate senza costrizione, una forma di “liberazione”.

Il parere delle libertarie secondo il quale la legalizzazione dell’attuale assetto del commercio sessuale permetterebbe una liberalizzazione dei costumi sessuali femminili è secondo me da ridimensionare, soprattutto alla luce delle constatazioni fatte a Taiwan. Secondo la loro visione, i rapporti sessuali commercializzati renderebbero la vita sessuale di una donna interessante ed eccitante, ragion per cui tali rapporti dovrebbero necessariamente portare all’appagamento sessuale femminile. Tale obiettivo è di alcun interesse per un cliente disposto a pagare per la propria soddisfazione sessuale, e che ovviamente non presterebbe alcuna attenzione al desiderio di godimento femminile. Una condizione di insoddisfazione sessuale diffusa anche nelle “convenzionali” relazioni quotidiane e che non trova soluzione anche in condizioni più favorevoli rispetto ad un fugace incontro sessuale a pagamento.

La vera emancipazione sessuale femminile non passa per una semplice accettazione sociale e legale di questi due settori, ma si basa sulla presa di coscienza che l’utenza di questi due settori è anche femminile e che quindi questi necessitino di una rivisitazione dei contenuti secondo una femminile ricerca del piacere.

Un’altra motivazione avanzata dalle femministe libertarie a favore della legalizzazione della prostituzione, si baserebbe sull’eliminazione dello stigma, la marginalizzazione e l’esclusione sociale di cui sono vittime le donne che praticano transazioni sessuali a pagamento.

Il diritto di poter scegliere volontariamente la prostituzione renderebbe l’attività un mestiere ordinario, identificando le prostitute come Professioniste del sesso.

L’esperienza fatta in paesi dove la prostituzione è legale dimostra che il pregiudizio nei confronti delle donne che praticano quest’attività non viene eliminato con l’emanazione di un semplice atto normativo. Durante le mie ricerche a Taiwan, mi sono imbattuta in commenti e critiche che rivelano il sentimento di disprezzo sociale “sputato” quotidianamente contro le prostitute. Riporto di seguito una serie di commenti tratti dalle interviste registrate durante la mia ricerca.

L’attivista dell’associazione abolizionista Garden of Hope Foundation ha affermato:

“Le prostitute vogliono continuare a lavorare in questo settore perché vogliono soldi in più e uno status sociale elevato (…) Loro cercano la notorietà … a volte informano i giornalisti se hanno dei

clienti importanti e conosciuti”.

L’idea di maliziosità e malignità legata all’ideal-tipo della prostituta, è comparsa anche nel discorso di un funzionario della polizia. Al mio parallelismo tra prostitute e vittime di sfruttamento, ha commentato: “ 都不是. 我不喜欢她们.她们会说谎话,越化装越好.只有一些小地方性工作着出来人, 我们警察那边可以拍她们,可是性工作者可以说我们那边做不好的事情 / Nessuna di loro è una vittima. Non mi piacciono. Loro mentono, più la menzogna è esagerata, ricca di dettagli e meglio è! Ci sono solo alcune zone dove le prostitute praticano l’adescamento dei clienti. Noi poliziotti, frequentiamo questi posti per fare delle foto. Ma le prostitute possono inventare che noi le abbiamo maltrattate.”

Infine la legislatrice del Democratic Progressive Party, Huang Shu ying 黃淑英, ha esplicitato il suo giudizio sulle prostitute fin dall’inizio dell’intervista. Non riusciva a definire le prostitute utilizzando il termine politicamente corretto di Sex workers : “…loro (i ricercatori) domandano solamente la ragione per la quale le sex wor… sai quelle persone là…loro cominciano a vendere il proprio corpo. Ma non domandano il loro stato d’animo e le difficoltà che incontrano” in seguito ha aggiunto “ Penso che non dovremmo considerarlo come un lavoro, e la legalizzazione, potrà solo peggiorare le condizioni di vita … (esita) delle prostitute. Non voglio chiamarle sex workers, non è un lavoro, sarebbe troppo per loro. Sembra che io le rispetti. É come se dovessi prendere una pillola amara e la ingoiassi con dello zucchero per non sentire il disgusto. Ma in realtà rimane amara!” .

L’osservazione diretta fatta durante la mia ricerca a Taiwan ha rivelato che non è il regime normativo di regolamentazione del settore che elimina la stigmatizzazione dei soggetti coinvolti nella prostituzione. Il comportamento di marginalizzazione di questi soggetti, in prevalenza donne, viene inglobato dalla società come consuetudine e risulta perciò “normale” in sé e nella sua trasmissione. Vani sono i tentativi di integrazione sociale se privi di comunicazione e interscambio tra la comunità e gli individui ghettizzati. Come ho potuto notare, la maggior parte delle associazioni femministe radicali taiwanesi avevano raramente dei contatti con le prostitute. In questo modo, non hanno mai interiorizzato una concezione realista della situazione delle prostitute, le quali tendono a considerarle come delle “ borghesi retrograde” e ad allontanarle per evitare il loro giudizio. Il principale ostacolo all’integrazione sociale delle prostitute penso sia proprio l’atteggiamento di vittimizzazione verso di esse rivolto e la mancanza di comunicazione.

Allo stesso modo, ho potuto notare un comportamento superficiale da parte di alcune libertarie tendente a manipolare la realtà di questo settore dando un consenso senza riserva al commercio sessuale in ogni sua manifestazione e occultando o minimizzando le reali sofferenze legate a questo mestiere. Comportamento a cui sono fermamente contraria.

Il mio quesito iniziale verteva sulla valutazione del processo di legalizzazione della prostituzione e sulle sue conseguenze in termini di prosecuzione di un sistema di dominazione che le femministe vorrebbero sradicare o in termini di diffusione di una nuova visione libertaria della sessualità femminile.

Nel mio quotidiano e nel corso delle mie ricerche ho constatato che il settore della prostituzione è strutturato, pensato, modellato secondo criteri che conservano la condizione di figura femminile dominata, ma ritengo sia necessario tener presente che, le timide forme avanguardiste di realizzazione del materiale pornografico e di revisionismo del ruolo dei generi durante le transazioni sessuali a pagamento permettono un capovolgimento del punto di vista e l’accettazione, da parte della società, dell’esistenza di un’utenza femminile del sesso a pagamento e della pornografia. Ristrutturando gli ordinari schemi mentali costruiti nella sfera sessuale, comprendendo ed ammettendo che le donne cercano anch’esse il piacere sessuale nella sua natura fisica e che a tale fine fanno propri comportamenti precedentemente connessi solo al genere maschile, si otterrà l’eliminazione della dominazione etero-patriarcale nelle forme di prostituzione tra adulti consenzienti.

In realtà, sono del parere che per ottenere l’emancipazione sessuale femminile la riflessione precedentemente esposta dovrebbe abbracciare non solo il campo pornografico e prostituzionale, ma la sfera sessuale quotidiana e convenzionale. L’epoca vittoriana con i suoi silenti orgasmi femminili, le presunzioni d’isterismo femminile e le dolorose cure alla ninfomania, potrà sembrarci lontana ma dei retaggi di quella mentalità pervadono tuttora la nostra società con critiche e pregiudizi nei confronti delle donne sessualmente attive e che si dichiarano tali e imbarazzi femminili alle allusioni all’appetito sessuale e alla masturbazione.

La questione diventa quindi di più largo respiro, l’argomento della discussione a mio avviso prescinde dal genere. La prostituzione si è sviluppata e trasmette nella maggior parte dei casi la sottomissione femminile, ma considerando l’evoluzione, seppur lenta, del settore pornografico e del sesso a pagamento, il vero punto di discussione dovrebbe essere piuttosto l’accettazione o meno della mercificazione del corpo, qualunque sia il suo genere, facendo una valutazione critica del principio libertario “Il corpo è mio e lo gestisco io” e della contestazione radicale contro l’ideologia liberista e capitalista che monetizza anche l’essere umano.

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