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12 aprile 2013

Sesso e corpo. La colpa di essere donna

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Sesso e genere

Il concetto di genere, introdotto nel 1972 da John William Money, che con questo termine voleva porsi criticamente rispetto alla “differenza sessuale”, fu portatore di grandi contenuti prima di allora sottovalutati.

Negli anni ’70 si svilupparono anche gli Woman Studies, che con la loro diffusione permisero la comprensione del genere non più solo come qualcosa di biologicamente determinato, ma come categoria culturale[1].

Il numero dei generi nel tempo è divenuto un concetto variabile, infatti oggi non sono più due, ovvero maschile e femminile, a questi se ne aggiungono almeno altri tre: lesbico, omosessuale e transessuale. Per quanto riguarda la grande sfera del maschile e femminile, i generi ontologicamente più accettati, nella filosofia occidentale il pensiero maschile si è regalato il ruolo del soggetto universale e neutro (basta pensare al linguaggio, per esempio ai plurali maschili) e tutta la realtà è stata poi definita a partire da questo ragionamento dell’uomo (inteso come genere, non come intera umanità).

In questa visione androcentrica del mondo rientra ovviamente anche quella della donna, l’altro dell’uomo, la sua costola, che è stata “costruita” su un pensiero maschile. Questo ha creato l’impossibilità della donna di “auto significarsi”, condannandola a una ricerca continua per colmare questa sua mancanza.

La nozione di genere configura le identità sociali femminili e maschili come «costrutti storico-sociali, sistemi codificati di norme, significati, ruoli e relazioni tra ruoli; genere, dunque, oltre che un codice binario, è anche un codice che implica reciprocità, dialettica costante fra le sue componenti di base».[2]

La differenza tra sesso e genere è che il primo si riferisce alle caratteristiche biologiche ed è universale, mentre il secondo a fenomeni socioculturali, a costrutti sociali. Nella lingua italiana l’uso del termine genere è molto raro, si generalizza spesso con il termine sesso, a differenza dell’inglese che ben differenzia il “sex” dal “gender”.

Questo può dare spunto ad una riflessione: forse in Italia il sesso e il genere sono spesso accomunati a causa di una mentalità fortemente patriarcale, che con più difficoltà accetta che alcune sono caratteristiche e differenze create dalla stessa natura, mentre altre caratteristiche sono etichette affibbiate da una mentalità secolare. Quindi, nonostante la differenza di genere si sia ridotta, permangono ancora molti ostacoli che fanno sì che questo doppio codice sussista.[3]

 

Maschile e femminile

Una delle prime domande cui deve rispondere una futura mamma è se il bambino sarà maschio o femmina, come se da questa risposta dipendesse l’intero futuro del nuovo nato. Se nasce un maschietto subito si pensa alla sua forza, si è più propensi a vederlo birbante ed egoista e piovono commenti sul suo organo sessuale, vezzeggiato con risatine e commenti sulla sua virilità (ovviamente solo dagli adulti immaginata). Quando nasce una femmina, invece, si pensa subito alla sua bellezza, alla sua grazia, molto più probabilmente sarà considerata dolce o vanitosa e per quanto riguarda le sue parti  intime saranno già dal principio qualcosa da proteggere o da dimenticare.

Con i neonati gli adulti si relaziono con loro come ritengono sia corretto relazionarsi a un maschio o a una femmina, nonostante nei primi momenti di vita non esistano differenze caratteriali evidenti. «La variabile sesso continua a orientare le esistenze, a fabbricare differenze di sensibilità […] così negli studi i maschi, e non le femmine, scelgono settori “promoteici”, volti al controllo delle cose e degli esseri umani».[4]

Da questo scaturisce che l’uomo si colloca in ruoli pubblici, mentre la donna si dedica alla sfera privata, estetica e affettiva.[5] Una differenza sostanziale tra maschile e femminile è che gli uomini vengono influenzati da una cultura che fa crescere in loro la presunzione, la fiducia e la sovrastima di sé, tutte caratteristiche che li rendono idonei al comando nella società.

Questa stessa cultura nutre invece le donne di insicurezza, induce a dare dimostrazione di sé, di un saper fare che non è mai abbastanza, se paragonato a quello maschile. Per questo motivo le donne a volte si eclissano volontariamente dai luoghi di potere e comando, temono di diventare facile bersaglio di critiche. Un circolo vizioso che relega le donne in ruoli minori e “femminili”. Nonostante i cambiamenti delle relazioni sociali, un’altra differenza sostanziale si ripercuote da secoli sulla quotidianità: le donne investono in modo anche sproporzionato sui sentimenti.

«L’amore resta un elemento costitutivo dell’identità femminile. […] Le donne di oggi, da una parte rivendicano il diritto a una riappropriazione di sé, dall’altra, attraverso il perpetuarsi della domanda d’amore e di passione che si assoggetta al potere, piuttosto che esprimere il desiderio, rinunciano a riappropriarsi di se stesse.»[6]

L’uomo prende iniziativa e corteggia. La donna dal suo canto si fa corteggiare. Per la morale comune e condivisa esiste talvolta una differenza tra i due sessi nelle relazioni di coppia: indulgenza verso il tradimento maschile, condanna per i tradimenti delle donne. In un contesto sociale di questo tipo, dove all’orizzonte si affacciano nuovi generi e modi di essere, resta ben evidente la differenza: un lui, che è colui che guarda, quindi il protagonista, e una lei, che è l’oggetto guardato, degno di attenzione, ma sempre e comunque un oggetto.

 

L’eros e il mercato

Nelle epoche precedenti la sessualità era un vero e proprio tabù, una versione patologica del pudore. «La sublimazione sessuale repressiva ha spesso alimentato le ideologie autoritarie, sistemi sociali e politici reazionari, fino a negare la vita e la dignità della persona».[7] Oggi che questa fase è quasi del tutto superata, si registra un passaggio non tanto alla liberazione naturale del desiderio e della sessualità per tanto tempo celata, ma una irresistibile eccedenza nella esibizione della sessualità stessa.

Si è così passati da una sublimazione repressiva a una desublimazione repressiva, infatti: «La liberalizzazione della sessualità sotto il dominio del principio di prestazione mira soltanto a offrire un necessario sfogo periodico a un’insoddisfazione insostenibile; essa rafforza più che indebolire le radici della costrizione degli istinti».[8] Oggi uomini e donne misurano la quantità dei rapporti avuti, esibiscono trionfalmente la loro sessualità: «L’homo sexualis non sa dove altro andare per trovare consiglio, soccorso e aiuto».[9]

Ma qui è il mercato che ha capito quanto la sessualità attiri consumatori, e di certo il denaro e il commercio del sesso contribuiscono a creare una concezione sbagliata del sesso e dei corpi. Il consumismo mercifica il corpo e l’eros e, come sostiene Edgar Morin, il denaro sempre insaziabile si rivolge all’eros sempre insaziato, al fine di stimolare piacere, desiderio e godimento, a cui fanno appello i prodotti sul mercato.

Il sistema neocapitalista con la domanda stimolata da bisogni indotti addomestica l’eros ai livelli di profondità dell’onirico e della libido.[10] L’ostentazione del corpo femminile è consumistica e dà valore alla donna in quanto merce e all’uomo che la possiede in quanto padrone di un oggetto di valore.

L’iperconsumismo, secondo Lipovetsky, produce un piacere anchenella sfera sessuale: «Presuppone un nuovo pluralismo di valori, un nuovo apprezzamento della vita, cannibalizzata dall’ambito del consumo volubile».[11] Per capire questa dicotomia tra eros e consumismo Ugo Volli spiega: «Viviamo oggi in una società del desiderio […] il desiderio è la materia prima più importante di un’economia in cui la capacità produttiva cresce sistematicamente, anzi, deve crescere, semplicemente per mantenere il numero degli occupati, il tasso di profitto, insomma il proprio funzionamento.

L’aumento continuo, e non la semplice stabilità, del prodotto interno lordo è condizione economica necessaria per il buon funzionamento della nostra società. Come un aereo che non sta in aria se non si muove, l’economia in cui viviamo crolla se non accelera, spinta da un aumento della domanda».[12]

Anche Galimberti sottolinea questa stretta alleanza tra eros e mercato, soffermandosi sul valore della nudità del corpo, utilizzato anch’esso come merce: «La stessa nudità del corpo che pretende di essere progressista erazionale, lungi dal ritrovarne la “verità”, la ragione “naturale”, al di là degli abiti,dei tabù, della moda, passa accanto al corpo, ormai privato della suaambivalenza, perché utilizzato come equivalente universale dello spettacolo dellemerci.

La verità del corpo, infatti, non è certo nell’evidenza ingenua del nudo, mase mai, come dice Bataille,[13] “nella messa a nudo che è l’equivalente simbolico diuna messa a morte”, dove l’amore e la morte sono composte nell’ambivalenzache percorre l’itinerario del desiderio. La nudità moderna, invece, è funzionale,ha abolito questa ambivalenza, per un corpo reso interamente positivo dal sesso,che ha bandito da sé ogni fantasma di morte.

Riducendo l’ambivalenza simbolica,e instaurando l’equivalenza semiologica, il potere iscrive nel corpo i suoi segniunivoci, che si evidenziano nel linguaggio dei bisogni indotti e dei desiderimanipolati»[14].

 

Il mito della bellezza e gli zombie di Romero

Oggi si riscontra un isolamento degli individui dovuto al consumismo e alla poca attrattiva di tutto ciò che è pubblico, così l’individuo resta solo con sé stesso, davanti allo specchio di sé, cadendo in ciò che Pascale Weil definisce “una specie di vertigine narcisistica”[15], che porta ad avere come oggetto privilegiato se stesso, «in una schizofrenia in cui l’identità sfugge a ogni definizione e si presta quindi a tutte le manipolazioni e automanipolazioni»[16].

L’individuo vede il suo corpo come fosse un prodotto da definire ed il suo obiettivo principale è il corpo performante. Via libera così a muscoli e chirurgia, a cure di bellezza per somigliare sempre più a un prodotto affine alla merce delle vetrine tv, a uno spot delle pubblicità.

La nostra società è caratterizzata da un invecchiamento demografico, ma allo stesso tempo diventa sempre più importante avere un aspetto giovane, che non mostri i segni del tempo. La perdita del controllo del proprio corpo, per tutti coloro che hanno posto il suo mantenimento intrappolato in un’eterna giovinezza come fine primo, diventa insopportabile, perché non si perde solo l’aspetto giovanile, ma tutta l’identità che intorno ad esso si è costruito.

«Due norme controllano in assoluto la nuova galassia femminile della bellezza: non ingrassare e non invecchiare […] Il corpo femminile, oggi, è soggetto a regole più costrittive, più imperative e più ansiogene di un tempo»[17].

Costantemente sotto lo sguardo dell’altro, si assoggettate a questo sguardo per affermarsi, le donne sono oggi condannate nella continua esposizione del corpo femminile, a confrontare la differenza fra il loro corpo reale e il corpo ideale.

In questo contesto si alimenta un consumo di creme, make-up, trattamenti e anche interventi chirurgici che permettono di creare corpi nuovamente giovani, ma senza tempo e privi dell’espressività. I trattamenti sono accessibili per tutti, la nuova democrazia estetica vuole coinvolgere chiunque nella rincorsa al mito della bellezza.

Questo inseguimento costante della perfezione estetica coinvolge in misura maggiore le donne che hanno radicato nella bellezza il valore dominante del loro genere, alle donne viene infatti assegnato l’effimero del ruolo estetico nella società, devono poter dimostrare tutto il loro potere seduttivo.

Se nella Grecia antica, nell’arte e nella poesia solo al corpo maschile nudo era attribuita una valenza estetica, nel Rinascimento, invece, è la bellezza femminile che si fa antidoto della misoginia e dell’omosessualità. In questo nostro tempo la bellezza diventa valore centrale anche per l’uomo, mentre per le donne diventa, come dice Anna Maria Mori, «ricchezza e povertà delle donne, principio e fine della loro storia individuale e collettiva».[18]

La ricerca della perfezione nella bellezza perfetta, come mostrata incessantemente dalle pubblicità, secondo alcuni studiosi ha delle ragioni che non sono legate a una semplice moda di costume. Questo canone imposto è il segno della egemonia maschile e, infatti, queste immagini ripropongono modelli ormai obsoleti, già superati dall’avanzamento della rivoluzione femminile.

La tensione verso questo ideale di bellezza del tutto irreale impone alle donne trattamenti, interventi, diete e chirurgie continue, genera insicurezza perché la legittimità della proprio identità e sessualità è assicurata unicamente dalla loro bellezza, ed è alimentata da una malsana competizione tra donne, e tra adulte e giovani. La bellezza è dunque il fulcro dell’identità femminile, che grazie ad essa può ritrovare sé stessa.

Queste donne, ma anche gli uomini, che vagano sulla terra cercando di allontanare l’idea della morte mantenendo una bellezza asettica, ricordano gli zombie inventati dal regista George A. Romero, che ben rappresentano il vagare errante del nostro tempo.

L’uomo post-atomico non ha più rispetto neanche per la morte.

 

Il corpo

Il corpo è strumento della comunicazione non verbale, per questo motivo ci colloca in un preciso modo nella società. Sottende alla cultura, infatti all’interno di essa si modifica e si adatta. Si presta alla dimensione materiale e a un divenire dei nostri pensieri, assumendo un significato attraverso la fisicità, gli ornamenti e l’abbigliamento.

«Il corpo umano non è solo Körper, pura fisicità, ma è anche Leib, corpo vissuto, corpo personalizzato. La persona non ha un corpo, è il suo corpo».[19] Il corpo è un involucro che ci permette di vivere e di confinare il nostro io dall’universo ed è il ricordo costante di ciò che è il ciclo eterno vita/riproduzione/morte.

«Il corpo incarna letteralmente la barriera che dà luogo alla significazione, all’insediarsi della relazione signifiant/signifiè, fondata appunto su una frattura che spezza una pienezza destinata diversamente a restare insignificante».[20]

Il corpo ha quindi bisogno di essere inserito in un sistema per giustificare la sua e la nostra esistenza. Per secoli è stato oggetto di fascino e mistero, il suo mutare continuo, l’invecchiamento e la riproduzione, creavano una sorta di magia del corpo. Così era nel periodo barocco, ma oggi la modernità ha diffuso l’inquietudine dei corpi: la meraviglia e le emozioni che prima si provavano dinanzi al mutamento e invecchiamento dei corpi oggi si prova davanti all’apparenza.

Dalla meraviglia dell’esistenza alla meraviglia dell’apparenza quindi. Nel nostro secolo l’immagine è fondamentale e il corpo è la nostra immagine. Il corpo meraviglioso era prima rappresentato dalla sua naturalità, oggi è invece è un involucro da mantenere inalterato, bello e giovane, sempre più una colpa da espiare piuttosto che un corpo da abitare.

 

 

 


[1] S. Piccone e C. Saraceno, Genere, la costruzione sociale del femminile e del maschile, Il Mulino, 1996, p.15

[2]  R. Grandi, I mass media tra testo e contesto, Lupetti, 1994, p.16

[3]  Cfr. S. Gherardi, Il genere e le organizzazioni, Ed. Cortina, 1998

[4] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, dalla prefazione di A. M. Mori, Frassinelli, p.13

[5] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, tr. It.  di A. M. Mori, Frassinelli, p 5

[6] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, dalla prefazione di A. M. Mori, Frassinelli, p. 16

[7] Cfr. W. Reich, La rivoluzione sessuale, tr. It., Feltrinelli, 1975

[8] H. Marcuse, Eros e civiltà, tr.it., Einaudi, 1974, p.219

[9] Z. Bauman, Amore liquido, tr. It., Laterza, 2007, p.55

[10] E. Morin, L’ésprit du temps, Editions Bernard Grasset,  1962, tr. Ii. L’industria culturale, Il Mulino,

Bologna, 1963, p. 118

[11] G. Lipovetsky, Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo, tr. It. Cortina, 2007, p.318

[12] U. Volli, Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Cortina Raffaello, 2002,  p.7

[13]  G. Bataille, L’erotismo, Mondadori, 1972, p.18

[14]  Cfr. U. Galimberti, Il corpo, Universale economica Feltrinelli, 1987

 [15] Cfr.  P. Weil, Il nuovo Narciso, Franco Angeli, 1990

[16]  Ibidem

[17] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, prefazione di A. M. Mori, Frassinelli, 2000,  p.18

[18] Ibidem,  p. 12

      [19] F. Bellino, Il paradigma biofilo. La bioetica cattolica romana, Cacucci Editore, 2008, p.104

[20]  Cfr. M. Niola, Il corpo mirabile: miracolo, estasi, sangue nella Napoli barocca, Meltemi Editore, 1997

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Questo inseguimento costante della perfezione estetica coinvolge in misura maggiore le donne che hanno radicato nella bellezza il valore dominante del loro genere, alle donne viene infatti assegnato l’effimero del ruolo estetico nella società, devono poter dimostrare tutto il loro potere seduttivo.

Se nella Grecia antica, nell’arte e nella poesia solo al corpo maschile nudo era attribuita una valenza estetica, nel Rinascimento, invece, è la bellezza femminile che si fa antidoto della misoginia e dell’omosessualità. In questo nostro tempo la bellezza diventa valore centrale anche per l’uomo, mentre per le donne diventa, come dice Anna Maria Mori, «ricchezza e povertà delle donne, principio e fine della loro storia individuale e collettiva».[18]

La ricerca della perfezione nella bellezza perfetta, come mostrata incessantemente dalle pubblicità, secondo alcuni studiosi ha delle ragioni che non sono legate a una semplice moda di costume. Questo canone imposto è il segno della egemonia maschile e, infatti, queste immagini ripropongono modelli ormai obsoleti, già superati dall’avanzamento della rivoluzione femminile.

La tensione verso questo ideale di bellezza del tutto irreale impone alle donne trattamenti, interventi, diete e chirurgie continue, genera insicurezza perché la legittimità della proprio identità e sessualità è assicurata unicamente dalla loro bellezza, ed è alimentata da una malsana competizione tra donne, e tra adulte e giovani. La bellezza è dunque il fulcro dell’identità femminile, che grazie ad essa può ritrovare sé stessa.

Queste donne, ma anche gli uomini, che vagano sulla terra cercando di allontanare l’idea della morte mantenendo una bellezza asettica, ricordano gli zombie inventati dal regista George A. Romero, che ben rappresentano il vagare errante del nostro tempo.

L’uomo post-atomico non ha più rispetto neanche per la morte.

 

Il corpo

Il corpo è strumento della comunicazione non verbale, per questo motivo ci colloca in un preciso modo nella società. Sottende alla cultura, infatti all’interno di essa si modifica e si adatta. Si presta alla dimensione materiale e a un divenire dei nostri pensieri, assumendo un significato attraverso la fisicità, gli ornamenti e l’abbigliamento.

«Il corpo umano non è solo Körper, pura fisicità, ma è anche Leib, corpo vissuto, corpo personalizzato. La persona non ha un corpo, è il suo corpo».[19] Il corpo è un involucro che ci permette di vivere e di confinare il nostro io dall’universo ed è il ricordo costante di ciò che è il ciclo eterno vita/riproduzione/morte.

«Il corpo incarna letteralmente la barriera che dà luogo alla significazione, all’insediarsi della relazione signifiant/signifiè, fondata appunto su una frattura che spezza una pienezza destinata diversamente a restare insignificante».[20]

Il corpo ha quindi bisogno di essere inserito in un sistema per giustificare la sua e la nostra esistenza. Per secoli è stato oggetto di fascino e mistero, il suo mutare continuo, l’invecchiamento e la riproduzione, creavano una sorta di magia del corpo. Così era nel periodo barocco, ma oggi la modernità ha diffuso l’inquietudine dei corpi: la meraviglia e le emozioni che prima si provavano dinanzi al mutamento e invecchiamento dei corpi oggi si prova davanti all’apparenza.

Dalla meraviglia dell’esistenza alla meraviglia dell’apparenza quindi. Nel nostro secolo l’immagine è fondamentale e il corpo è la nostra immagine. Il corpo meraviglioso era prima rappresentato dalla sua naturalità, oggi è invece è un involucro da mantenere inalterato, bello e giovane, sempre più una colpa da espiare piuttosto che un corpo da abitare.

 

 

 


[1] S. Piccone e C. Saraceno, Genere, la costruzione sociale del femminile e del maschile, Il Mulino, 1996, p.15

[2]  R. Grandi, I mass media tra testo e contesto, Lupetti, 1994, p.16

[3]  Cfr. S. Gherardi, Il genere e le organizzazioni, Ed. Cortina, 1998

[4] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, dalla prefazione di A. M. Mori, Frassinelli, p.13

[5] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, tr. It.  di A. M. Mori, Frassinelli, p 5

[6] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, dalla prefazione di A. M. Mori, Frassinelli, p. 16

[7] Cfr. W. Reich, La rivoluzione sessuale, tr. It., Feltrinelli, 1975

[8] H. Marcuse, Eros e civiltà, tr.it., Einaudi, 1974, p.219

[9] Z. Bauman, Amore liquido, tr. It., Laterza, 2007, p.55

[10] E. Morin, L’ésprit du temps, Editions Bernard Grasset,  1962, tr. Ii. L’industria culturale, Il Mulino,

Bologna, 1963, p. 118

[11] G. Lipovetsky, Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo, tr. It. Cortina, 2007, p.318

[12] U. Volli, Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Cortina Raffaello, 2002,  p.7

[13]  G. Bataille, L’erotismo, Mondadori, 1972, p.18

[14]  Cfr. U. Galimberti, Il corpo, Universale economica Feltrinelli, 1987

 [15] Cfr.  P. Weil, Il nuovo Narciso, Franco Angeli, 1990

[16]  Ibidem

[17] G. Lipovetsky, La terza donna. Il nuovo modello femminile, prefazione di A. M. Mori, Frassinelli, 2000,  p.18

[18] Ibidem,  p. 12

      [19] F. Bellino, Il paradigma biofilo. La bioetica cattolica romana, Cacucci Editore, 2008, p.104

[20]  Cfr. M. Niola, Il corpo mirabile: miracolo, estasi, sangue nella Napoli barocca, Meltemi Editore, 1997