0

16 ottobre 2010

La Kangaroo Mother Care. Storia di un metodo tra corporeità e tecnologia

image

                                                                                                                            

Nascere oggi non è più solo un fatto biologico e nel momento in cui si volge lo sguardo sulle dinamicità biologiche che caratterizzano l’evento della nascita e il crescere, in buona salute, di una persona umana è necessario guardare più lontano. Il presente lavoro intende porre alcuni spunti di riflessione sull’esperienza umana del nascere analizzata a partire dall’idea che esista uno stretto rapporto tra il concetto di tecnologia e quello di corporeità.

Ogni persona è un’unità corporeo-spirituale la cui struttura di corporeità gli permette di essere l’autore di attività specificamente umane. Tramite la corporeità, quale espressione specifica d’interiorità, l’umano si svela a se stesso e agli altri e all’interno delle attività quotidiane il corpo esplicita la persona, presentando il suo potenziale per mezzo della materialità corporea umana . Se consideriamo l’incorporazione, come fa Thomas J. Csordas , quale condizione esistenziale dove il corpo si configura come fonte soggettiva e come terreno intersoggettivo dell’esperienza, allora gli studi inclusi sotto la rubrica “incorporazione” si prefigurano come elaborazioni che non riguardano più soltanto il corpo in sé, ma la cultura e l’esperienza quali aspetti che possono essere intesi dal punto di vista dell’essere nel mondo corporeo.

In tale ambito si colloca il tentativo di analizzare le straordinarie possibilità offerte dal corpo umano in relazione all’esperienza del nascere, indipendentemente dal contesto culturale in cui tale esperienza ha luogo. Porre, nella prospettiva più alta il problema “della nascita” permette, così, di riflettere sul corpo umano come fonte di esperienza in relazione alle sue possibilità d’uso. La nascita di un individuo – quale evento atteso in ogni cultura – ha, infatti, come condizione di possibilità un particolare modo di abitare il mondo, in quanto essere corporeo.

Spesso, tuttavia, l’evento atteso (per motivi che possono variare da caso a caso) sopraggiunge in modalità non aspettata, concludendosi con un parto pre-termine o con un parto a termine con neonato di basso peso. Nelle aziende ospedaliere dei paesi sviluppati tali eventualità sono fronteggiate dal personale sanitario ricorrendo all’utilizzo della macchina incubatrice, quale tradizionale risposta tecnologica in grado di assicurare al neonato calore costante, evitando dispersione termica.

Tale tecnologia è, tuttavia, difficilmente accessibile nei paesi in via di sviluppo e anche in quei contesti locali dove questa è presente il numero di apparecchiature è, spesso, così esiguo da costringere il personale medico a collocare, per un periodo più o meno lungo di tempo, più neonati in una sola incubatrice; con un rischio elevato di infezioni incrociate ed elevati casi di abbandono materno, che legittimano l’esistenza di prognosi negative.

Da qui la domanda e se il corpo umano funzionasse come una incubatrice? Se il corpo, in particolare il corpo materno, si presentasse al mondo medico come una tecnologia efficace per i nati pre-termine o con basso peso? Capace di far fronte, validamente, alle esigenze del neonato e di migliorarne lo stato di salute, al pari e per certi aspetti di umanità superiore alla tecnologia della termoculla?

Si apre con questi interrogativi una prospettiva altra che permette di non limitare il corpo a puro luogo di esperienza ma di osservarlo come mezzo capace di veicolare salute e attivare processi di salvaguardia della stessa .

In tale direzione la Kangaroo Mother Care, quale metodologia di uso del corpo materno come alternativa all’uso delle incubatrici – per i nati pre-termine o di basso peso – si prospetta, in ambito sanitario, come innovazione capace di sostituire le tradizionali tecnologie utilizzando il corpo umano come strumento efficace di cura neonatale.

La Kangaroo Mother Care sradica, di fatto, il mito generale secondo cui si possa arrivare ad un miglioramento della mortalità neonatale solo attraverso personale superspecializzato o facendo ricorso a tecnologie sofisticate che alimentano il mito razionale dell’ipertecnicismo e l’equivalenza falsa tra tecnologia costosa/tecnologia efficace.

Privilegiando l’uso del corpo tale metodica si pone come approccio ponderato nei confronti dell’alta tecnologia applicata alla sanità, ai fini di un miglioramento delle condizioni cliniche dei nati pre-termine e con basso peso alla nascita.

La Kangaroo Mother Care nasce, storicamente, in Colombia sul finire degli anni ’70, non solo come alternativa alla pratica poco umana di separare i neonati pre-termine e di basso peso dalle loro mamme al momento della nascita ma, anche, come risposta pragmatica ad una situazione particolarmente critica di sovraffollamento dei reparti di neonatologia, caratterizzati da limitate risorse tecnologiche, da elevati tassi di mortalità e da infezioni incrociate che contribuivano a peggiorarne la prognosi.

La metodologia ricalca la storia delle Madri Canguro prendendo spunto dal particolare modo che hanno i canguri per mettere al mondo i loro piccoli.

“Il cangurino nasce alla sesta settimana di gestazione quando fuoriesce dal canale del parto per introdursi nel marsupio dove, il cucciolo di appena 12 centimetri di lunghezza, trova tutto quello di cui ha bisogno per sopravvivere e crescere: latte, protezione e calore costante.

Se i nati sono più di uno e sono venuti alla luce con qualche giorno di differenza mamma canguro, tenendo conto anche di questo, provvede a produrre latte di differente composizione, la più adatta a ciascuno dei piccoli.

A partire dal sesto mese il cangurino comincia a fare qualche prudente esplorazione del mondo circostante per poi tornare nella casa madre ove vi resterà fino al primo compleanno, quando sarà maturo per tentare la sorte del mondo. Mamma canguro, insomma, è una fantastica incubatrice naturale! ”

Nel settembre del 1979 i primi a cogliere la singolare analogia furono il dottor Héctor Martìnez Gòmez ed il dottor Edgar Rey Sanabria, da anni attivi all’interno dell’Istituto per la Maternità e l’Infanzia di Bogotà in Colombia e da sempre alla prese con i problemi dei nati pretermine e dei neonati con basso peso alla nascita .

Dalla situazione di crisi si originò la domanda: e se le mamme umane facessero come i canguri? L’interrogativo portò all’ipotesi iniziale del “Programma Canguro” e alla modificazione del tradizionale metodo per la cura dei neonati pre-termine o con basso peso alla nascita.

L’esigenza di ricorrere ad una metodologia alternativa si rendeva indispensabile considerando che in Colombia, durante il periodo ‘77-’84, il tasso medio di mortalità per tutti i neonati era del 52% ogni mille nati vivi (Diaz e Bellman, 1984).

Secondo le statistiche ospedaliere , prima che cominciasse il Programma Canguro, non era sopravvissuto nessun bambino il cui peso alla nascita era al di sotto dei 1.000 grammi, mentre, sopravviveva il 35% nel gruppo tra 1.001 e 1.500 grammi e l’81% in quello tra i 1.501 e i 2.000 grammi (Martinez y Rey, 1983).

Alla fine degli anni ’70, i tassi di mortalità dei bambini nati sottopeso erano considerati del tutto non accettabili.

La serietà della situazione, congiuntamente al desiderio di migliorare il tipo di attenzione verso questi soggetti di cura, ricorrendo a modalità più umane e scientifiche di trattamento, indussero lo staff dell’IMI a cercare nel “Programma Canguro” una adeguata soluzione

Inizialmente pensata come esperimento non controllato la Kangaroo Mother Care si poneva di fatto, come un’alternativa efficace rispetto all’uso eccessivo dell’alta tecnologia che – sostituendosi al corpo materno – faceva perdere di vista l’elemento umano del nascere, insostituibile per l’adeguato sviluppo fisico ed emotivo del neonato.

Il primo passo, necessario all’applicazione della metodologia, fu la sostituzione del latte artificiale con l’allattamento al seno. Le madri in grado di allattare i loro piccoli furono incoraggiate a stare quanto prima con loro e ad entrare in reparto con lo scopo di allattarli direttamente, per dare forma al legame madre/bambino.

Quando allattare al seno non era possibile veniva somministrato ai piccoli il latte delle loro madri o di altre mamme presenti nella struttura ospedaliera.

La riduzione delle infezioni, grazie agli anticorpi presenti nel latte, insieme al rafforzamento dell’affettuosa relazione tra madre e neonato, furono i principali benefici ottenuti con questa procedura.

Lo staff del programma identificò questi sforzi come la causa primaria dell’immediato abbassamento delle infezioni gastrointestinali nei bambini sottopeso, all’interno delle corsie del reparto di neonatologia.

Con la promozione dell’allattamento al seno nel reparto era stato introdotto uno dei principi a fondamento del programma e altri passi come la posizione canguro, l’importanza della corporeità per il contatto corporeo pelle a pelle e le visite di controllo, fatte come pazienti esterni, riconoscevano la madre, supportata dalla staff medico, come direttamente responsabile della cura del neonato.

Il mutamento più importante che la metodologia introdusse fu, tuttavia, quello di curare i neonati prematuri non più secondo il loro peso ma secondo le loro condizioni cliniche, cercando di arrivare ad una rapida dimissione dalla struttura ospedaliera. Completavano lo sviluppo del nuovo metodo una visita ambulatoriale dopo la dimissione dall’ospedale e la continuazione anche a casa della posizione canguro.

Ancora oggi, molti nati pre-termine sono curati con la Kangaroo Mother Care già a partire dal terzo giorno dopo la nascita e studi e ricerche scientifiche continuano a mettere in evidenza come il contatto pelle a pelle e la specifica collocazione del neonato sul corpo materno agiscano da stimolo alla produzione di latte e sulla capacità dei neonati, al di sotto dei 700 grammi, di mantenere costante la loro temperatura corporea non soffrendo di periodi di apnea.

La metodologia Mamma Canguro si configura, quindi, come importante modello di ratio costi-benefici e come tecnologia di uso ottimizzato del corpo; essa incide positivamente sul tasso di sopravvivenza dei nati prematuri e sulla loro qualità di vita, migliorandola notevolmente e riducendo il tasso di abbandono, così frequente in tali casi, specialmente nei paesi in via di sviluppo.

L’imprescindibile e continuo stimolo, tanto affettivo quanto fisico, fornito ai neonati migliora e garantisce il ritmo cardiaco e quello respiratorio. La voce materna, il suo emettere suoni come pure il contesto familiare rappresentano un incentivo importante in una prospettiva di sviluppo sia neurologico che cognitivo del neonato.

Attraverso il metodo è la madre, insieme ai dottori e al personale dell’ospedale, l’incaricata e la diretta responsabile della cura del piccolo ed è per tale motivo che la metodologia può essere interpretata non solo come un modello per ottenere un’attenzione sicura e umanizzata verso i soggetti di cura ma, anche, come tecnica che incoraggiando il legame madre/neonato, permette di ottenere tassi di sopravvivenza più alti e di conseguire una migliore qualità della vita.

Il metodo combinando ospedale, cura ambulatoriale e domestica, ottiene risultati migliori rispetto alla alternativa più costosa della prolungata ospedalizzazione.

La cura “mobile” a casa, attraverso l’uso del corpo, consente di non utilizzare monitor e dispositivi ad ultrasuoni e non usando le incubatrici si evitano infezioni di tipo ospedaliero, consentendo all’ospedale di ridurre l’uso dei medicinali, di altre forniture e servizi.

Gli obiettivi del metodo Mamma Canguro consistono dunque nell’ambire ad un miglioramento della prognosi e dello sviluppo dei neonati pre-termine e sottopeso, nell’incoraggiare quanto prima e se possibile immediatamente dopo la nascita, una stretta relazione tra madre e neonato, umanizzando la cura ospedaliera e la cura esterna dei neonati prematuri; riducendo i costi dell’ospedalizzazione e insegnando alle madri ad offrire ai loro piccoli la migliore cura possibile anche casa, mediante un uso più razionale delle risorse tecnologiche, specialmente se limitate .

A ragione basti pensare che negli Stati Uniti il costo stimato della cura in un unità di terapia intensiva, per neonati prematuri, varia approssimativamente da 3.000 a 5.000 $ al giorno , mentre, un trattamento analogo nei Paesi in via di sviluppo è stimato in circa 200 $ al giorno; il Programma in esame costa, al contrario, solo 4,60 $ per l’incontro in ospedale. Con il metodo Madre Canguro un neonato sottopeso lascia l’ospedale – previa assicurazione che il quadro clinico si presenti stabile – il prima possibile dopo la nascita.

Prima delle dimissioni dall’ospedale la madre partecipa ad un processo di adattamento ed istruzione in conformità con la metodologia del programma.

L’istruzione della madre e la cura della salute del piccolo continuano, naturalmente, anche dopo le dimissioni dall’ospedale, tramite visite le ambulatoriali.

Gli elementi fondamentali del Metodo Mamma Canguro sono, infatti, il pronto ritorno a casa del neonato in buone condizioni cliniche – indipendentemente dal peso – l’allattamento al seno quale unica fonte di nutrizione e di protezione durante il primo mese di vita, l’uso del corpo attraverso la posizione canguro per fornire calore, amore, stimolazione, tranquillità e sicurezza e la cura esterna per continuare la formazione della madre e per monitorare la crescita e lo sviluppo del piccolo.

Durante più di venti anni di applicazione del metodo mamma canguro, l’Istituto per la Maternità e l’Infanzia (IMI) di Bogotà ha, dunque, sviluppato una filosofia che differisce dai metodi tradizionali perché è la madre, supportata dell’ospedale e dallo lo staff medico, la principale responsabile della cura del neonato prematuro.

L’accesso al reparto di neonatologia, l’allattamento al seno e il contatto con il piccolo sono decisivi nella stimolazione della formazione di uno stretto legame che l’aiuta ad adottare e ad apprendere le tecniche della cura “canguro” per il piccolo.

L’aumento di peso registrato durante il primo anno di vita è di 4,5 volte superiore a quello annotato al momento alla nascita e la crescita, durante il primo anno, è di circa 28 cm e la circonferenza cefalica aumenta, in un anno, in media di circa 14,5 cm.

Per quanto concerne, invece, i benefici della posizione “Canguro” questi sono riscontrabili sia nella madre che nel bambino.

La posizione verticale protegge, infatti, i bambini dall’aspirazione bronchiale che è una delle cause più comuni di malattia e morte nei neonati sottopeso (fig. 1).


La continua vicinanza al seno materno stimola la produzione di latte che altrimenti sarebbe un problema frequente per le madri e i neonati sottopeso quando sono separati per lunghi periodi di tempo. I benefici sociologici dello stretto contatto fisico tra madre e figlio sono stati, viceversa, associati ad una diminuzione del problema dell’abbandono (Withelaw e Sleath, 1985; Martinez e Rey,1983). Risultati positivi sono stati dimostrati attraverso varie valutazioni condotte in diversi continenti.
I risultati mostrano che per un piccolo di 2.000 grammi vestito, in un luogo a temperatura ambiente, il contatto diretto pelle a pelle è migliore del calore fornito da una coperta termica, da una incubatrice, da un materasso ad acqua calda o da una speciale struttura d’argento. La prossimità tra madre e bambino è stata, per di più, associata ad un’assenza di grida che come è noto causano un ulteriore e addizionale dispendio energetico (Anderson, 1986).

La posizione canguro consente, inoltre, al piccolo di essere isolato dalle infezioni e alla madre di tenerlo sempre sotto stretto controllo. Le carezze della madre, la sua voce, i suoi versi, e perfino il battito cardiaco, sono fattori importanti per la stimolazione del neonato, per la sua respirazione e per la prevenzione della ricorrente apnea, comune nei nati prematuri. Repliche del metodo mamma canguro in altre città della Colombia ed in altri Paesi delle Americhe, dell’Europa e dell’Asia hanno consentito di adattarlo a differenti condizioni.

Ciò ha permesso lo sviluppo di studi prospettici per la misurazione oggettiva dei vantaggi e dei benefici del metodologia “mamma canguro”; con un’attenta valutazione della sicurezza del metodo sia in termini di mantenimento della temperatura corporea, di frequenza cardiaca e respiratoria, sia in termini di prevenzione della ricorrente apnea e dell’aspirazione bronchiale. Gli studi hanno, più di ogni altra cosa, convalidato l’importanza della costante stimolazione tramite il corpo, tramite il movimento, le carezze, i versi della voce, il canto e gli odori che il neonato riceve dalla madre.

Dal 1979 l’innovazione è stata riprodotta nella maggior parte dei Paesi Latino americani, in diversi paesi europei, in alcuni stati degli USA, in Asia e Africa. Il metodo è stato, inoltre, adottato in posti molto diversi come l’Istituto Nazionale per la Mamma e il Bambino di Lima, in Perù, al Soendeborg Hospital in Danimarca ed in Abania . Durante la 44° assemblea plenaria dell’OMS a Héctor Martìnez e Edgar Rey Sanabria è stato conferito il Premio Sasakawa per la medicina del 1991.
Il processo di allevare un bambino è sempre stato naturale e all’interno di questo parametro un programma canguro può essere messo a punto in accordo con i requisiti e le necessità di ogni luogo.

Ciò di cui si ha maggiormente bisogno è la volontà di guardare dal punto di vista socio-medico a qualcosa che la natura ha prodotto durante la storia degli esseri umani: una madre che dà la vita a suo figlio e che, supportata al personale sanitario, si assume la piena responsabilità di provvedere a lui e di metterlo in contatto con il mondo.

La Kangaroo Mother Care, permette di guardare al corpo e di assumerlo come strumento attivo di comunicazione tra madre e neonato.

Il corpo diviene, in questo modo, motore di azione sociale, veicolo di benessere psico-fisico nonchè luogo di esperienza, di elaborazione di conoscenza, attraverso cui può aver luogo ciò che Adriano Favole (2003) definisce “un informale processo di apprendimento”.

Il corpo è, dunque, possibile tecnologia in uso capace di diffondere efficacemente salute. Una tecnologia per dirsi appropriata non è, infatti, necessariamente costosa o sofisticata. Una tecnologia è adeguata nelle misura in cui è atta a migliorare le condizioni di salute e di vita delle popolazioni, ottimizzando le risorse a disposizione in un dato contesto locale.

Ogni tecnologia andrebbe, pertanto, pensata per essere il più fruibile possibile ai fini di un miglioramento della qualità della vita di ciascuna popolazione su ciascuna porzione del territorio.

La Kangaroo Mother Care si offre, oggi, al panorama sanitario come un approccio alternativo alle cure neonatali, figurando la possibilità di un uso ponderato della scienza tecnologica, in quanto capace di prendere in considerazione alternative valide ed efficaci, rispetto ai metodi di assistenza tradizionale ai nati pre-termine e di basso peso; tenendo conto di diverse dimensioni: sociale, culturale, intellettuale e non solamente degli aspetti tecnologico-economici.

Gli orizzonti della nostra inventività sono, ancora oggi, dominati da enormi istituzioni che erogano salute producendo servizi costosi, spesso poco fruibili in termini di accesso e possibilità da parte delle persone, mentre sarebbe, forse, più utile cercare la via della sopravvivenza in ambienti sociali e sanitari capaci di rispettare la naturalità, lasciando spazio ad una ingegnosità dell’essere umano che possa convivere, in modo pacifico, con la potenza meccanizzata.

Bibliografia

Aaron Turner, Embodied ethnography. Doing culture, «Social Anthropology», 8, n. 1 (2000).

Anderson, GC., (1989), Skin-to-skin: kangaroo care in western Europe, in ”Am J Nurs”, 11, pp. 662-6.

Anderson, GC., (1991), Current knowledge about skin-to-skin (kangaroo) care for preterm infants, in “J Perinatol”, 11, pp. 216-26.

Anderson, GC., (1993), Kangaroo care, in “Neonatal Network”,12, pp. 56.

Catenacci, B., Stagnini, W., (2000), La Cooperazione italiana in Albania, Roma, Zowart Pool Grafica.

Cattaneo, A., (1997), Le mamme canguro, in “Cuamm Notizie”,12, pp. 8-11.

Cattaneo, A., (1998), Le mamme canguro: la tecnica che importiamo dai paesi poveri, in “Scienza Nuova”, 1, pp. 30-1.

Cattaneo, A., Davanzo, R., Bergman, N., Charpak, N., (1998), On behalf of the International Network in Kangaroo Mother Care. Kangaroo mother care in low-income countries, in “J. Trop Pediatr”, 44, pp. 279-82.

Cattaneo, A., Davanzo, R., Uxa, F., Tamburini, G., (1994), Kangaroo mother method for low-birthweight infants, in “Lancet”, 344, pp. 1304.

Cattaneo, A., Davanzo, R., Uxa, F., Tamburini, G., (1998), For the International Network on Kangaroo Mother Care. Recommendations for the implementation of kangaroo mother care for low birthweight infants, in “Acta Paediatr”, 87, pp. 440-5.

ChAarpak, N., Figueroa de calume, Z., (1998), El programa madre canguro: una técnica Colombiana para los prematuros del mundo, in “Ciencia y Tecnología”,16, p. 329.

Favole, A., Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte”, Laterza, 2003.

Galimberti, U., (1997)., Il corpo, Feltrinelli, Milano.

Ivo Quaranta, Corpo, potere, malattia. Antropologia e Aids nei Grassfields del Camerun”, Roma, Meltemi 2006.

Marcel Mauss, Le tecniche del corpo, in: Id., Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, Einaudi 1991.

Martinez, G.H., Rey, S., Marquette,CM., (1992), The mother kangaroo programme, Int “Child Health”,3, pp. 55-67.

Mary Douglas, I due corpi, in: Id., I simboli naturali. Sistema cosmologico e struttura sociale, Torino, Einaudi 1979.

Michel Foucault, Le maglie del potere, in: Archivio Foucault 3, Milano, Feltrinelli 1998.
Nancy Scheper-Hughes, Il sapere incorporato. Pensare con il corpo in antropologia medica critica”, in: Borofsky (a cura), L’antropologia culturale oggi, Roma, Meltemi 2000-

Pierre Bourdieu, Habitus, Illusio e razionalità, in: P. Bourdieu – L. Wacquant, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Torino, Bollati Boringhieri.

Ruiz-Pelàez JG, Charpak N, Cuervo LG. Kangaroo Mother care, an example to follow from developing countries. BMJ 2004;329:1179-81.

Thomas J. Csordas, Incorporazione e fenomenologia culturale, in «Annuario Antropologia», 3 (2003).


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *