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20 maggio 2011

Dal corpo al non corpo in una istituzione totale: il carcere – Foucault e Goffman

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Teorie sociologiche sul carcere: Goffman, Foucault, Faugeron e Combessie

La Sociologia della vita carceraria si occupa dei meccanismi che regolano la vita all’interno del carcere. La concezione che oggi giustifica la funzione della carcerazione dell’individuo che ha commesso reati è quella della rieducazione per permettergli di rientrare in società. Questa idea del carcere riabilitante nei confronti del reo è vista in maniera problematica dalla Sociologia della vita carceraria, che considera la prigione un’istituzione totale. Secondo Erving Goffman, un’istituzione è totale quando ha un potere particolarmente inglobante sull’individuo (Goffman, 1961).

I caratteri che connotano come totale un’istituzione sono quattro:

  • ogni attività si svolge nello stesso luogo e sotto la stessa autorità

  • gli individui svolgono quotidianamente delle attività per gruppi numerosi, sotto la stretta sorveglianza da parte dello staff dell’istituzione

  • vi è un sistema di regole ferree e ripetitive che scandiscono le varie attività e fanno scaturire così una standardizzazione dei comportamenti

  • lo svolgimento di tali attività è diretto al perseguimento dello scopo ufficiale dell’istituzione

La risocializzazione come fonte di legittimazione del carcere in una democrazia

Il carcere è un’istituzione sociale e non naturale, per cui vi è la necessità a livello sociale di giustificarlo. Claude Faugeron e Philippe Combessie hanno definito le logiques d’enfermement, ovvero le ragioni della sua esistenza e giustificazione.

Faugeron ha individuato tre logiche sociali del carcere:

  • La neutralizzazione: la ragione della reclusione consiste nel sottrarre il criminale ai contatti sociali per un lungo periodo e impedirgli di commettere nuovi reati. Questa visione è ritornata alla ribalta soprattutto a partire dagli anni Ottanta;

  • La differenziazione sociale: si tratta dell’attività realizzata sul detenuto per assicurargli una migliore posizione nel contesto sociale al momento dell’uscita dal carcere e consiste nell’alfabetizzazione, nella rieducazione, nella formazione.

  • Egli la definisce différenciation in quanto l’obiettivo è fornire a ciascun detenuto particolari competenze attraverso un trattamento differenziato a seconda delle caratteristiche individuali;

  • L’esercizio di autorità: è l’espressione di una relazione di potere tra magistrato e imputato e si realizza nel caso di detenzione prima del processo.

Il carcere è l’unica forma di punizione che ha, per lo meno a livello di potenzialità, la possibilità di realizzare contemporaneamente tutti questi obiettivi.

Analizzando le logiche teoriche di giustificazione delle sanzioni da un lato e le logiche sociali che legittimano l’esistenza del carcere dall’altro, si giunge ad una conclusione: solo la differenziazione sociale e la risocializzazione possono essere considerate obiettivi accettabili in un paese democratico, in un sistema che ha alla base il principio liberale e di conseguenza si identifica in una concezione garantista, come fonte di garanzia e di tutela delle libertà individuali.

Tale impianto teorico di giustificazione della pena e del carcere nella società può essere capovolto: lo si vede così in un’ottica meno positiva. Anziché partire dalla considerazione che il carcere è l’unica forma di pena che racchiude potenzialmente tutti gli obiettivi sopra indicati e che solo la rieducazione è uno scopo legittimo in uno stato democratico, si può considerare il carcere come struttura ineliminabile e la rieducazione come pura legittimazione del mantenimento di tale struttura. Una sorta di sovrastruttura in termini marxisti, una falsa ideologia che legittima interessi costituiti (quelli che ruotano intorno al carcere).

In questa prospettiva la rieducazione viene privata del suo valore fortemente idealistico e diventa semplicemente lo strumento per legittimare la privazione della libertà.

Si realizza una sorta di sostituzione dei fini: la rieducazione da fine diventa mezzo per raggiungere un altro fine. Si tratta di uno stesso meccanismo che agisce anche in altri contesti, come quello della formazione di un partito. È un meccanismo analogo alla metamorfosi psicologica di cui parla Michels (Michels in Pasquino, 2004) a proposito del partito: chi sale ai vertici di un partito, sebbene sia inizialmente mosso da ideali, ben presto arriva a considerare il suo ruolo nell’organizzazione partitica non più come uno strumento per raggiungere quegli ideali, ma come un fine in sé. Gli ideali diventano puramente ideologia giustificatrice.

L’impatto dell’istituzione totale-carcere sull’individuo

Alterazione della personalità e perdita dell’identità individuale

Goffman, l’inventore della categoria di “istituzione totale”, ha analizzato la condizione dell’internato riferendosi alla condizione del paziente nell’ospedale psichiatrico, ma le sue riflessioni possono essere allargate anche alla figura del detenuto in carcere. L’aggettivo totale sta ad indicare l’ampiezza della coercizione che il carcere effettua sugli individui.

L’ingresso del detenuto in carcere coincide con quella che Goffman definisce spoliazione. La spoliazione è un rito in cui il detenuto si avvia a rischiare di perdere la sua identità per acquisirne una nuova, fino ad arrivare a perderla in modo irreversibile, come accade in caso di condanne molto lunghe. La spoliazione è la perdita dei beni materiali che il detenuto possiede, ma in realtà segna l’inizio della perdita del sé, determinata in primis dalla rescissione dei legami affettivi, familiari e sociali: l’istituzione totale innalza una barriera tra l’internato e il mondo sociale esterno (Goffman, 1961).

Un altro dei fattori di distacco progressivo del carcerato dalla vita reale emotiva ed affettiva è il controllo di ogni forma di comunicazione con l’esterno da parte dell’istituzione.

In Italia, l’Ordinamento Penitenziario determina le modalità e i limiti dei colloqui, della corrispondenza epistolare e telefonica (art. 37-38-39 d. P.R. n. 230 del 30 giugno 2000). I colloqui possono svolgersi solo sotto il controllo degli agenti di custodia e solo in luoghi appositi; in più possono avvenire esclusivamente con congiunti e conviventi.

La corrispondenza epistolare e telefonica è sottoposta a controlli, le telefonate sono registrate e a carico del detenuto, durano non più di dieci minuti e non più di una alla settimana. Tutto ciò è giustificato dal bisogno di sicurezza, per evitare di introdurre elementi pericolosi o non consentiti in carcere. La non libertà d’azione, ovvero la perdita di autonomia individuale provoca la mortificazione, tipica di tutte le istituzioni totali. Infatti in ognuna di queste l’autonomia decisionale del detenuto incontra continui ostacoli e limiti. Ne deriva un sentimento di frustrazione continua nel dover chiedere continuamente permessi e dover seguire processi iper-burocraticizzati per svolgere azioni del tutto normali e naturali nella vita extra-carceraria (le famose domandine). Un terzo fattore che caratterizza la perdita dell’identità personale è la forte violazione della privacy: ogni momento della giornata è condiviso con altri detenuti, con gli agenti e gli operatori, inoltre non è il carcerato a scegliere con chi condividere le attività.

Il detenuto è continuamente sottoposto a perquisizioni e a volte a violenze fisiche o psicologiche, gli è vietato tener con sé la maggior parte degli effetti personali e non ha nemmeno la possibilità di scegliere l’arredamento della cella.

Un altro attacco all’identità del detenuto è rappresentato dal fatto che la sua personalità è continuamente sotto osservazione dello staff carcerario: medici, psicologi, educatori e criminologi. Lo staff può accedere a qualsiasi informazione sul suo passato e sulla sua condizione sociale. La conservazione/trasformazione della sua identità è decisa dallo staff dell’istituzione.

La metamorfosi dei sensi e la perdita di abitudine al contatto fisico

Fin dall’ingresso in una struttura di reclusione, nei soggetti detenuti prendono avvio numerose modificazioni dei sensi dovute principalmente alla mancanza di riferimenti abituali e alla limitazione degli spazi, per giunta poco variegati: questi vincoli comportano ridotte possibilità di continuare a fare esperienze sensoriali stimolanti.

Tutto questo implica una involuzione di tutta la sensorialità. Il primo ad essere intaccato è il senso dell’equilibrio: molti detenuti subito dopo la reclusione soffrono di vertigini, un sintomo dovuto alla perdita di stabilità e di riferimenti nello spazio e nel tempo: il sintomo diminuisce con l’abitudine alla vita carceraria, ma colpisce ancora il 18% dei reclusi dopo un anno.

I detenuti subiscono anche danni alla vista a causa della cattiva illuminazione e della limitazione dello sguardo dovuta alla presenza di griglie di 2 cm² nelle finestre; all’udito, che diventa sempre più acuto fino a diventare esasperato, poiché deve sopperire alla diminuzione della vista: un udito così raffinato mantiene il detenuto così sempre in una insopportabile condizione di allarme.

Daniel Gonin (1994), un medico francese che ha condotto degli studi sullo stato di salute in carcere, ha riportato nei suoi studi tutti gli effetti dannosi del carcere sulla salute dei detenuti e ha raccolto dati molto significativi sui danni:

  • alla vista, dovuti all’impossibilità della percezione visiva in lontananza: la vista si restringe a causa della mura che circondano continuamente i detenuti;

  • all’apparato digerente, per l’alimentazione scorretta e per lo stress che l’ambiente carcerario provoca;

  • alla pelle, per le carenze dal punto di vista igienico;

  • all’apparato respiratorio, a causa della insufficiente aerazione delle celle dovuta sovrappopolazione nella maggior parte delle carceri, che costringe i detenuti a vivere in spazi chiusi e angusti.

La sensorialità più attaccata e più compromessa definitivamente è però quella del tatto.

Il senso del tatto viene colpito in modo preminente poiché in prigione, come sostiene Gonin, la superficie del corpo non ha più né tatto né contatto. Le sensazioni che il corpo produce in carcere sono principalmente segnali di allarme. Ben presto viene a mancare la piacevolezza del toccare e l’intera gamma tattile, che si possedeva prima della carcerazione, inizia a perdere sfumature poiché molti oggetti di uso comune all’esterno non sono presenti nella struttura detentiva.

La privazione più forte e dolorosa è il tatto del tatto, il rapporto della propria pelle con la pelle di un’altra persona: il contatto fisico. Tutto ciò causa un aumento della tensione nei detenuti all’interno delle strutture: tutta la sfera della sessualità viene negata e la pulsione libidica, perché non esploda, deve essere deviata, incanalata o sublimata nelle varie attività che vengono proposte e in quelle che i detenuti inventano mettendo a frutto le loro qualità artistiche che spesso non sapevano neanche di possedere prima della reclusione.

Per migliorare la vita in carcere, a parere di Gonin, l’unica soluzione è nell’ampio utilizzo degli strumenti legati al trattamento, che nella pratica sono molto ridotti, soprattutto nelle sezioni speciali. La soluzione più radicale che si ricava dagli studi di Gonin è comunque un’altra, cioè quella di permettere ai detenuti la possibilità di avere una vita affettiva. L’attuazione di norme apposite avrebbe esiti positivi sul corpo-mente del detenuto: riduzione del senso di vuoto, di superficialità nei rapporti e del senso di frustrazione.

Coltivare una vita affettiva renderebbe più facile, più sopportabile l’uscita, soprattutto dopo una lunga detenzione, permetterebbe la possibilità di una continuità nei rapporti con le persone più significative, alleggerirebbe di molto la coercizione che l’istituzione tradizionalmente “totale” ha sempre esercitato e ne provocherebbe una inevitabile rifunzionalizzazione.

* Nella Nota è laureanda in Relazioni Internazionali presso Università degli Studi di Bari
Laurea triennale in Scienze Sociologiche presso Università degli Studi di Padova
Tesi di Laurea “L’affettività in carcere disagi e problematiche dei detenuti” A. A. 2007/2008: ricerca sul campo tramite somministrazione di interviste qualitative alla popolazione detenuta ed ex-detenuta.
Studio sulla nascita ed evoluzione del carcere nell’ambito della categoria: istituzioni totali, dispositivi di controllo e modelli disciplinari
Analisi storica della legge attuate in Italia sulla condizione generale del detenuto e sul meccanismo della differenziazione carceraria;
Studi sociologici e interviste sulla condizione delle donne in  ambito lavorativo; sul diritto all’aborto; sulla violenza sulle donne (2006)
Esperimenti di ricerca sul campo e attività didattiche, Università degli Studi di Padova (2005)
Attività di educazione rurale con bambini ed esperienze con donne  nell’ambito del microcredito in Argentina con l’Associazione argentina La vida joven (2010)

3 thoughts on “Dal corpo al non corpo in una istituzione totale: il carcere – Foucault e Goffman

  1. salve ho bisogno dell’autore di questo articolo e il nome della rivista. grazie

  2. autrice ORNELLA NOTA
    La rivista è la medesima, Rivista di Scienze Sociali

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