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15 ottobre 2010

Epilessia e cultura psichiatrica: da Ippocrate a Freud

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Fino alle soglie del secolo della scienza, quello che sta per concludersi, è sempre stato così. Ancora sul finire dell’Ottocento Temkin, autore di una preziosa revisione storica circa le concezioni mediche riguardanti l’epilessia e riferendosi proprio alla lunga sequela dei rimedi, afferma che “… non bisogna né parlare né prendere il bagno con gli epilettici perché loro anche solo con il respiro infettano la gente”. Tra l’altro sostiene che l’epilettico deve porre molta attenzione ai bagni, non indossare vestiti di colore nero, non nutrirsi di pesce di mare o carne di maiale, con divieto.
Con l’epilessia ci troviamo di fronte a uno di quei casi in cui l’etimo è di grande conforto.

Epilessia, è noto, viene dal greco epilambànein: “prendere sopra”, “sorprendere”, “afferrare”; ma anche “essere colti di sorpresa”, “essere sopraffatti”. Il significato del termine si riferisce al modo improvviso in cui la malattia si manifesta e, insieme, al senso di prostrazione cui soggiace il soggetto che ne viene colpito. Sin qui l’etimologia più accreditata. Esiste, poi, un’altra interpretazione alla quale si dà un valore marginale. In un trattato sulle cure pubblicato nel 1408 si sostiene che la parola derivi dalla frase “epi in est supra, lesis idest laesio, inde epilesia idest superiorum lesio”.
Una è l’etimologia, potremmo dire, nella varietà degli appellativi. Se innumerevoli sono stati i rimedi individuati nel corso dei secoli, altrettanto può dirsi delle apposizioni coniate per definire la sindrome.La più importante è “morbo sacro”. Se la malattia è sacra ai tempi del padre della medicina Ippocrate, con il sopraggiungere del Medioevo, per un curioso ribaltamento, diviene “diabolica”, “demoniaca”.
La denominazione destinata a lasciare un segno più profondo, forse perché in evidente antitesi, è stata senz’altro quella di “morbo sacro” cui si contrappone quella di “morbo demoniaco”. Per migliaia di anni, infatti, si è creduto che la malattia fosse mandata dagli dei alla persona macchiata di infamia o di peccato. Il presupposto di un’influenza divina lasciava cadere naturalmente sul malato l’aura di sacralità che in seguito egli ha perduto. Da privilegiato che era – l’epilettico veniva considerato talvolta intoccabile – diviene un reietto.

Il vasto repertorio degli attributi che testimoniano il legame profondo che l’epilessia ha stabilito da sempre tra mito e ricerca scientifica, a partire da quella forma di protoscienza che si sviluppò proprio nel clima razionalistico dell’Atene di Pericle e Ippocrate. Quest’ultimo, che per primo stabilì un legame tra epilessia e malattia mentale quasi anticipando le odierne conoscenze sull’epilessia temporale, individuò la sede della patologia nel cervello. Benché anche le scuole post-ippocratiche insistessero sull’origine biologica della malattia, l’ostinato pregiudizio nei riguardi dell’epilessia finì col recare quasi sempre lo stigma dell’animismo e dell’irrazionale. Ma ciò è comprensibile. La scienza, dice Thomas Khun, non si sviluppa per accumulazione di singole scoperte e invenzioni: le concezioni della natura affermatesi nel passato non vanno considerate nel loro insieme meno scientifiche di quanto lo siano quelle in voga oggi. In sostanza le teorie fuori moda non sono in linea di principio prive di valore scientifico per il fatto di essere state abbandonate.

“Ogni rivoluzione scientifica – dice Khun – ha reso necessario l’abbandono, da parte della comunità, di una teoria scientifica un tempo onorata in favore di un’altra incompatibile con essa”.

Quindi, piuttosto che andare a cercare nella scienza passata i contributi che ha apportato al nostro benessere attuale, bisogna sforzarsi di presentare l’integralità storica di ogni scienza considerata nel suo tempo. In effetti nella scienza la novità emerge un po’ per volta e con frequenti passi indietro. All’inizio si percepisce solo ciò che è usuale. Ciò che uno vede dipende da ciò che la sua precedente esperienza visivo-concettuale gli ha insegnato. Più in là è difficile andare. Siamo tutti abituati a concepire la scienza come un’impresa che si avvicina progressivamente a uno scopo stabilito in anticipo dalla natura. Evidentemente, non è così.

L’epilessia è stata chiamata “morbo erculeo (herculeus)” perché Ercole, in alcune delle sue sette fatiche, si è misurato con la prova da affrontare sotto l’effetto di crisi epilettiche. L’eroe mitologico avrebbe tratto beneficio dalle scariche cloniche degli attacchi epilettici. Oppure perché, per tener fermo un malato che si dibatte nelle convulsioni, occorre una forza erculea. O, ancora, perché la malattia è considerata invincibile come Ercole.

Naturalmente non mancano le definizioni di più schietto sapore scientifico: “analempsia”, “apoplessia piccola”, “gotta caduca”, “catalepsia”, “cataptosi”, “eclectisma”.

E ancora le denominazioni un po’ generiche e di sapore letterario come “grande male”, per riferirsi all’epilessia maggiore di tipo convulsivo, o “piccolo male” per distinguere le assenze e le aure descritte da Dostoevskij. Fino a quelle più fantasiose, che talora sembrano appellativi suggeriti da metonimie, in tal’altra occasione hanno prevalente carattere metaforico.

Il morbus è “sonticus”, cioè pericoloso, perché cadendo il soggetto può farsi male. “Caduco”, espressione tuttora largamente in uso, perché provoca la caduta in chi ne è assalito. “Puerilis”, perché predilige l’infanzia. “Major” (“haut mal” per i francesi) per la spettacolarità delle manifestazioni cui nessun’altra malattia riesce a tener dietro.

Ma come ogni malattia che si rispetti le linee della storia ne hanno caratterizzato l’evoluzione: i Romani lo chiamarono “comiziale” perché lo consideravano presagio di un evento infausto al punto da gettare lo sgomento e far sciogliere le adunanze (comitia) se qualcuno degli astanti veniva colto da convulsioni.

Sì, ma essi lo definivano anche lues deifica, in qualche modo metabolizzando, come in tanti altri campi, l’insegnamento dei Greci: lues sta per malattia che distrugge, mentre l’aggettivo è un chiaro riferimento all’intervento divino.

Ai Romani si devono anche le definizioni di morbo dei convivi (conviviale) e delle mense (mensale), forse perché gli eccessi dei banchetti e delle libagioni consentivano la caduta di freni inibitori e il rilascio di pulsioni inconsce, accompagnate da stati di febbrile eccitazione e convulsività, come nei baccanali. E qui si diparte un altro sentiero di ricerca che mena alla possessione e al trance.

Nel culto dionisiaco le baccanti sono in preda al furore e lo stesso Dioniso è “mainomenos” (furioso, pazzo). L’orgia è un atto liberatorio, momento iniziatico di rappresentazione della morte rituale.

È noto che il desiderio, la libido, l’istinto di vita che Freud postula alla base delle pulsioni è vissuto nella ritualità religiosa dionisiaca come qualcosa di molto concreto, corporeo, animalesco.
L’”ek-sthasis”, l’esser fuori di sé, è uno stato facilmente apparentabile ad alcune manifestazioni della malattia: non solo alle crisi convulsive, ma ad auree, assenze, stati post-critici fino alle manifestazioni psichiche accessuali come crisi psicosensoriali, crisi furiose di Gastaut, crisi confusionali, epilessie parziali complesse.

È presumibile che il termine di “morbus insputans o insputatus”, derivante dall’uso di sputare sull’epilettico per difendersi dal suo contagio, sia figlio viceversa del clima medievale durante il quale tra epilessia e stregoneria si configurò un legame assai stretto.È il tempo in cui il morbo viene senza mezzi termini definito “schifoso”, “scellerato”.

Ma è anche il periodo in cui fiorisce la predisposizione di accoppiare alla malattia il nome dei numerosi santi deputati a sconfiggerla. Non è il caso, qui, di diffondersi in un prolungato elenco, ma a mo’ d’esempio citiamo la denominazione di “male di San Giovanni”, di “San Valentino”, di “Saint Gilles” per i francesi e, per gli arabi, di “tic di Salaam”.

I francesi lo definiscono anche “mal intelectuel”, il che rimanda a una diminutio delle capacità cognitive – l’epilettico non sa perché viene assalito dalla convulsione e soprattutto non ricorda – ma al tempo stesso fa riferimento a un’altra curiosa contraddizione. Così come talvolta il male è stato considerato sacro e tal’atra demoniaco, l’epilessia è ora manifestazione di una degenerazione mentale, ora espressione della superiore finezza del genio artistico.

È un’altra conferma di come questa malattia abbia suggerito, in sostanza, tutto e l’opposto di tutto. Non dimentichiamo che nella tradizione ippocratico-galenica la crisi è salutare per definizione: un eccesso di flegma trova il modo per essere eliminato.

Prima di giungere alla più recente ospedalizzazione dell’epilettico e prima che gli si sputasse addosso per scongiurare un contagio, la malattia fu considerata nell’antichità compagna quasi inseparabile del genio e dell’intellettuale.

In questa sindrome s’indovina uno stigma divino e ciò induce a una sorta di collocazione “extraterritoriale” dell’epilettico al quale, come all’uomo “taboo” delle tribù primitive, tutto era permesso. È noto che molte culture primitive tendono all’emarginazione del diverso tramite la sacralizzazione: il malato diventa così un tramite con il soprannaturale, e quindi, a sua volta protettore e talismano della comunità.

Una convinzione che fa il paio con la circostanza che vede molti epilettici divenire effettivamente personaggi celebri. La fila è lunga e annovera condottieri come artisti famosi: San Paolo, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Pietro il Grande, Moliere, Flaubert, Carlo V, Alfred Nobel, forse lo stesso Napoleone Bonaparte, almeno per un episodio, e Caravaggio. Per quest’ultimo, in verità, i moderni psichiatri parlano di “epilessia esplosiva” la quale, anche se non si estrinsecò in attacchi convulsivi veri e propri, provocò un omicidio con condanna a morte del pittore e parecchi ferimenti, tanto che a Caravaggio venne conferito il nome di pittore maledetto.

Per curare l’epilessia di Van Gogh, invece, il dottor Gachet utilizzava la digitale, tanto che il medico è stato raffigurato in un celebre quadro accanto alla pianta. Sembra che il famoso “periodo giallo” del grande pittore olandese sia da mettere in rapporto ad un’intossicazione da digitale, che notoriamente provoca xantopsia. Ma il caso più significativo di artista epilettico è quello di Dostoevskij che si è profuso nella descrizione delle sue crisi in maniera così efficace che lo stesso Freud vi si è riferito in un celebre saggio.

Nello scrittore russo la malattia ebbe inizio nel luglio del 1817, all’età di venticinque anni. Un’epilessia verosimilmente a partenza dal lobo temporale, con attacchi a frequenza uno ogni tre settimane preceduti da aure caratteristiche, che egli stesso descrive come “esperienza diretta di Dio”, “sensazione che il cielo stia cadendo sulla terra, e lo assorbe”, oppure come “ratto voluttuoso di tutto il corpo”, o sensazione di “beatitudine/ebbrezza”.

Si tratta di descrizioni che gettano una luce inquietante sul vissuto del malato…

Su questo a Dostoevskij ed a Freud si devono pagine insuperabili. Il primo ci offre uno spaccato del vissuto del malato aprendo la strada alla considerazione di una pluralità delle patologie talune delle quali, quelle più insidiose, si manifestano attraverso deconnessioni psichiche piuttosto che tramite schiette scariche tonico-cloniche.

La perdita di coscienza e quindi di controllo sulla realtà, l’ineffabile stato di prostrazione al quale l’epilettico soccombe, il senso di spaesamento che fa seguito al manifestarsi della sindrome: quasi egli venisse trascinato, al di là del proprio controllo, in un altrove, assoggettato da una forza superiore, sovraumana, e per ciò stesso divina o malefica.

Il secondo, invece, apre la strada alla comprensione del perturbante dell’epilessia. La morte, egli dice, è assieme all’orgasmo il vissuto immediatamente evocato da una crisi epilettica. Il padre della psicanalisi scrive che “l’effetto perturbante del mal caduco e della follia ha la stessa origine”. Lo scatenarsi della crisi appare come la messa in moto, in modo incontrollato, della parte più primitiva, demoniaca, terrificante del Sé nella rappresentazione della morte.

A partire da Freud l’epilessia diviene la manifestazione – una delle manifestazioni – di un livello protomentale in cui qualsiasi differenziazione tra psichico e corporeo è assente. Il sintomo fondamentale dell’epilessia è la profonda deconnessione fisica e psichica che coinvolge l’individuo nel rapporto con il mondo esterno ma che influisce anche sul rapporto attraverso un movimento difensivo, protettivo e regressivo. Il paziente è fuori dallo spazio e tempo reali, in una dimensione quasi extra-corporea e vive una destrutturazione del Sé (angoscia di morte) in un repentino fluttuare del confine tra psichico e corporeo. Si potrebbe dire, parafrasando Georges Bataille, che l’epilessia, come l’erotismo, è un attraversamento della vita fin dentro la morte.

È da questa possibilità di morire e risorgere, inscritta nella patologia, che deriverebbe l’ambivalenza di sacro e demoniaco a cui si riferiscono gli antichi.

Ipotesi nient’affatto peregrina e su cui Freud getta luce. L’epilessia conduce a uno slittamento in uno stato proto-mentale, pre-edipico, amniotico, dove è annullata la barriera tra il Sé e l’Altro da sé. Il paziente sta al limite tra mondo regressivo (il mondo chiuso dell’unità indifferenziata, contraddistinto dall’inesistenza di minacce) e mondo esterno che rappresenta e materializza gli aspetti perturbanti dell’Altro da Sé.

La crisi dunque si configura come ritorno ad un corpo primitivo immaginario, un tratto narcisistico in cui ogni dinamica tra “extra” e “in” è stata soppressa. Se a questo si aggiunge che, sul piano semiologico, l’epilessia comunica allo spettatore l’angoscia di morte (caduta, perdita di coscienza, catalessi) ed anche il vissuto erotico (orgasmico o orgiastico dei riti dionisiaci), il crinale che dalla sacralizzazione conduce alla demonizzazione si mostra con schietta evidenza.

La frequente coincidenza dell’epilessia in persone di genio portò a credere che la malattia fosse prova d’intelligenza superiore: al punto che, secondo la curiosa opinione di Rondelet, l’epilessia era più frequente in Toscana che nelle altre regioni d’Italia proprio perché lì i cittadini avevano “cervelli più fini” sia dal punto di vista dell’intelletto che del potere di giudizio. Idea accreditata in qualche modo anche da Tommaso Campanella che, nella Città del sole, parla degli abitanti della città utopica i quali erano soliti ingerire vari rimedi contro il morbo sacro, di cui molti soffrivano, “segno questo di grande talento”.

Genio e sregolatezza non sono termini antitetici ma che convivono nell’opinione comune circa personaggi di particolare talento, siano essi affetti da crisi epilettiche o da mali di natura psichiatrica.

E, a proposito di sregolatezza, è il caso di ricordare che la consuetudine ad attribuire all’epilettico connotati negativi non è prerogativa esclusiva del Medioevo. Nel XVIII secolo il poderoso processo di razionalizzazione del pensiero illuminista apre la strada a nuove conoscenze, per effetto delle quali il campo d’indagine sulla sindrome epilettica viene definitivamente ristretto al cervello. Ciò nondimeno continua a persistere il rifiuto sociale del soggetto epilettico, che si esprime con l’ospedalizzazione del reietto.

Quando, nel secolo scorso, si è cominciato a guardare all’epilessia da un punto di vista più specificamente medico, essa è divenuta oggetto di studio soprattutto da parte degli psichiatri, sulla base di un interesse fortemente permeato di cultura positivistica. Più o meno consciamente, gli studiosi dell’epoca hanno riesumato gli antichi pregiudizi e pertanto la considerazione dell’epilettico non ha mutato il connotato negativo.

Note

1. Aulo Cornelio Celso fu un erudito romano, vissuto probabilmente al tempo di Tiberio. Autore delle Artes, una sorta di trattato enciclopedico in cui affrontò diverse discipline. Alla medicina dedicò otto libri.

2. Ippocrate (Cos, 460 a. C.? – Larissa? 370 a. C.?) è il medico più famoso dell’antichità. Venne considerato il più insigne rappresentante della scienza medica in ambito greco e ben presto anche il medico per antonomasia.

3. Fëodor Michajlovic Dostoevskij (Mosca, 1821 – Pietroburgo, 1881), uno dei massimi esponenti della letteratura russa, è autore di grandi romanzi tra i quali L’idiota ha come protagonista il principe Lev Nikolaevic Myskin, mandato in Europa occidentale da un benefattore per curarsi dall’epilessia.

4. Sigmund Freud (Freiberg, Moravia, 1856 – Londra, 1938), fondatore della psicanalisi, si è occupato tra l’altro di epilessia.

5. Guillame Rondelet (Montpellier, 1507 – Realmont, 1566), medico e naturalista francese fu professore di medicina all’Università di Montpellier, buon anatomico e soprattutto celebre zoologo.

6.Tommaso Campanella (Stilo, presso Reggio Calabria, 1568 – Parigi, 1639), filosofo e poeta.

Enrico Morselli (Modena, 1852 – Genova, 1929), antropologo e neuropsichiatra, fu allievo del Tamburini, e autore del Manuale di semeiotica delle malattie mentali.

7. A. Tamburini (Ancona, 1848 – Riccione, 1919), psichiatra e neurologo, fu direttore della clinica psichiatrica di Roma, fondatore e direttore della Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale.

8. Emil Kräpelin (1856 – 1926), psichiatra tedesco che individuò l’ebrefrenocatatonia nel 1893 e la parafrenia nel 1909. Al contrario di Freud considerò la psichiatria da un punto di vista essenzialmente organico.

9. Leonardo Bianchi (1848 – 1927), eminente neuropsichiatra, studioso delle funzioni dei lobi frontali.

10. Eugenio Tanzi (Trieste, 1856 – Salò, 1934), psichiatra e neurologo, fu uno strenuo assertore della psichiatria come branca della biologia.

11. Niccolò Paganini (Genova, 1782 – Nizza, 1840) fu un celebre violinista e compositore.

12. Gustave Flaubert (1821 – 1880), scrittore francese figlio di un celebre chirurgo dell’ospedale di Rouen.

13. Grigorij Efimovic Rasputin (1871-1916), monaco e avventuriero russo.

14. Fëodor Michajlovic Dostoevskij: cfr nota a pagina 18.

15. John Huhlings Jackson (1835-1911), neurologo e oftalmologo inglese, viene considerato uno dei padri della neurologia moderna.

16. Louis-Jean-Francois Delasiauve fu uno dei maggiori studiosi dell’epilessia dell’Ottocento.

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