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15 ottobre 2010

La crisi convulsiva come elemento perturbante dell’immaginario

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Summary

Taking a cue from the effect of shock that the seizure can cause  in those who see it, the text will address the theme of the uncanny and the anthropological and cultural aspects of the epileptic syndrome as a system of signs for the imaginary.

Sacred and divine in classical times, demonic in medieval , segregated or marginalized in more recent time, the subject with epilepsy shares with the crazy the uncanny state. But the seizure not only evokes  ghosts of death; it shows something that is hidden in us and suddenly pops up, depicting so inconsiderate the reality of unconscious drives and the disturbing picture of the depth of the Ego.

 

                                         

Introduzione

Presso i popoli primitivi il concetto di morte come interruzione dell’esistenza biologica non esiste. La morte, come la malattia, viene rielaborata e, in qualche modo, metabolizzata dal gruppo mediante un rito collettivo, un evento mediante il quale la comunità affronta la morte (e la malattia), la circoscrive, la risolve.

Non c’è, in quei contesti, cesura alcuna tra l’io e la natura, non esiste la cesura tra soggetto ed oggetto, almeno non come la intendiamo noi da quando si è sviluppato il razionalismo scientifico. Si può dire che l’uomo primitivo sia, viceversa, completamente immerso nel soprannaturale, dimensione alla quale partecipa e, tramite i saperi sciamanici, domina. Ecco perché i prodigi, che per l’uomo irrazionale sono inspiegabili, appartengono al vissuto primitivo. (1)

Allo stesso modo la distinzione fra natura e mondo trascendente, tipico del pensiero occidentale, non ha alcun valore in un contesto prescientifico. Le potenze occulte che causano la malattia sono per lo più altre persone o meglio spiriti ai quali è stato fatto qualche torto. Anche il rapporto con il mondo onirico è fatto di partecipazione piena. Esseri viventi ed eventi naturali sono egualmente dotati di esistenza fisica e partecipano anche al mondo mistico delle forze soprannaturali. (2,3)
I morti sono in realtà dei vivi che sono passati da questo mondo a un altro, ma intrattengono relazioni costanti con quello dei vivi. La malattia è una punizione dovuta sovente al fatto che si è trascurato di rendere gli onori dovuti alla effigie scolpita di un morto. Essere gravemente ammalati è precisamente essere stregati. E’ opera di una potenza occulta, una maledizione, la cui causa è spirituale. (4)

Considerato sacro nel contesto antropologico della Grecia classica (ma anche prima, nelle civiltà prestoriche, lo sciamano è soggetto a convulsione quando entra in contatto con il mondo degli spiriti), l’epilettico diviene invece il corpo che il demonio predilige per esercitare il suo infausto dominio sugli sventurati esseri umani (5) .Già questo è un problema da rompere il capo: da dove nasce il ribaltamento da positivo a negativo. E perchè si riproduce a distanza di secoli, dal momento che nell’Ottocento, sulla scorta degli studi lombrosiani, mentre l’epilettico viene considerato un criminaloide per disposizione naturale, l’esistenza della sindrome o dell’accesso viene preso a stigma di un talento superiore che accomuna Giulio Cesare e Alessandro Magno a Napoleone, così come Flaubert a Rasputin e a Gershwin? Crimini e demoni da un parte, geni e talenti eccellenti nelle arti del comando o dello spirito. (6)

Con questo lavoro si vuole fornire una lettura della sindrome epilettica in chiave psicopatologica attraverso elementi caratteristici della crisi convulsiva che vanno dal sacro al profano.

Caratteri fenomenologici della crisi convulsiva

Nelle culture sciamaniche gli attacchi di epilessia hanno un significato preciso: sono il segno premonitore di un destino da sciamano. Un antenato sciamano ha scelto la crisi per manifestarsi nel nuovo adepto. La convulsione è il segno, del resto, di un contatto con una entità o realtà spirituale anche nel culto dei Tarantolati in Puglia, dei visionari di Oliveto Citra e dello sciamanismo rurale dell’entroterra lucano: danze, visioni, stati ipnotici e ipnagogici che esplodono in manifestazioni convulsive (7). Dello stesso tipo appaiono le possessioni nelle pratiche africane approdate e attecchite in Brasile, originate da una commistione sincretistica tra culti africani della costa occidentale, propri degli schiavi importati, e i culti cattolici. E’ noto infatti che la possessione ha un ruolo centrale nel vudù, che letteralmente significa “spirito”, “divinità”, o ancor più letteralmente “segno del profondo”, ritenuta una delle religioni più antiche al mondo, in diretta discendenza dall’ animismo tradizionale africano.(8,9)

La sindrome convulsiva è possessione. Cioè intrusione di un dio, di un demone o di uno spirito nel corpo di una persona altrimenti normale. Motivo per il quale a lungo si è creduto che l’epilettico possa prevedere il futuro. Un invasato che, superata la “trance”, non ha memoria di ciò che ha fatto, detto o visto. (5,10)

Del resto, non è forse vero che la parola epilessia (dal greco: epilambano; cioè: sorprendere) insiste, al contempo, sull’evenienza della crisi convulsiva, quasi priva di annuncio, ma anche rinvia all’effetto di “shock” che sempre colpisce chi assiste ad una crisi convulsiva. Un turbamento che gli Antichi trasferivano negli attributi con cui denominavano il male: caducus, sacer, astralis, demoniacus. Tale evenienza smette di essere fenomeno soprannaturale, sciamanico o divino, con il prevalere del pensiero scientifico, il quale opera una torsione valoriale, riducendo a patologia ciò che da sempre, viceversa, era considerata manifestazione trascendente.

La torsione valoriale è evidente e di profonda entità.

I caratteri della convulsione epilettica presentano un quadro spettacolare e a suo modo prodigioso. Il mugolio di annuncio, che sovente si tramuta in un grido ferino, inumano; la bocca che strabuzza e che schiuma bava; la lingua in cui i denti imprimono il loro calco; gli occhi ruotanti all’indietro; le spasmodiche contrazioni del corpo, la perdita dello stato di coscienza, gli stati pre e post critici, i fenomeni psichici accessuali . Si assiste così allo slittamento dal sacro (mondo greco-romano) al demoniaco (età medievale) alla patologia psichiatrica (mondo moderno). (11,12)

Il passaggio dal politeismo pagano al monoteismo ebraico-cristiano comporta un cambiamento radicale del modo di relazionarsi al paziente epilettico: da tramite col divino, e da talismano vivente della comunità a creatura da temere, da emarginare. (13)

E non a caso in testi cinquecenteschi come il Compendium maleficarum del frate milanese Francesco Maria Guaccio, consulente in materia di stregoneria dell’ inquisizione o il Malleus maleficarum dei domenicani tedeschi Heinrich Kleimer e Jacob Sprenger – testi che furono alla base di una caccia alle streghe che assunse caratteri di crociata, alcuni tra i segni per riconoscere la presenza del demonio sono affini alla sindrome epilettica con convulsione tonico -clonica: un inspiegabile formicolio, il calore che sale dai piedi e va alla testa e che va dalla testa ai piedi; il sentirsi passare, attraverso il ventre, come un vento freddissimo o caldissimo. (14)

Il passaggio dal politeismo classico, sostanzialmente immanentista, al monoteismo giudaico-cristiano, comporta quindi una torsione che scompagina l’antico rapporto di ambivalenza tra umano e divino. Al posto dell’immanentismo, che scorre carsico (e in posizione minoritaria) nel pensiero medievale – da Plotino a Marsilio Ficino a Giordano Bruno – si afferma una radicale trascendenza tra mondo terreno e sovrannaturale. Si apre il vuoto tra terra e cielo, tra umano e divino, naturale e soprannaturale.(15) Uno spazio in cui si insinua il demonio, come abbiamo visto, e per il quale la guarigione non è più qualcosa che può essere perduta e ritrovata attraverso il rito espiatorio. L’uomo resta solo dinanzi al mondo, un mondo senza Dio, e per affrontare la sofferenza non bastano più i presagi, i riti e le espiazioni.(16)

Mentre si gettano le basi per lo sviluppo della civiltà occidentale, capace di allungare la vita e migliorarne la qualità come non mai, qualcosa dell’esperienza umana si perde. L’uomo ne esce impoverito e, in particolare, impietrito dinanzi alla crisi convulsiva, che dismette l’alone sacro o magico.

Abbiamo visto che il sintomo fondamentale dell’epilessia è l’irrompere, su un fondale di attività psichica normale, di momenti accessuali di profonda deconnessione psichica. L’epilettico vive la drammatica esperienza della perdita del controllo sul proprio corpo. Sente di vivere in balia di una corrente che lo sospinge come alla deriva, verso una stato mentale in cui biologico e psicologico si confondono in un intreccio che appartiene al nostro passato più ancestrale.(17)

La crisi convulsiva diviene perturbante in misura parossistica, perché evoca la morte, perché richiama il cadavere potenziale che portiamo in giro. Dalla trance orgiastica dei riti dionisiaci e dei baccanali, presenti in quasi tutti i rituali di catarsi e di guarigione, a scatenamento di energie allo stato brutale di pulsione al limite tra psicologico e biologico, in grado di andare anche oltre quel limite per lambire esperienze e poteri paranormali. (2)

La convulsione, finestra sugli abissi dell’Io

A differenza delle più evidenti malattie del corpo come la lebbra o la peste di antica memoria o come la più recente tubercolosi e persino la sindrome da immunodeficienza acquisita, l’epilessia si manifesta anche come malattia della psiche, morbo difficile da catalogare, che quindi lascia spazio ai più diversi modelli diagnostici fino ad estendersi, per la sua mutevolezza morfologica, a ogni sorta di patologia. E’ quasi come una sfida all’enigma.

Ciò significa mettere quella malattia al centro di un immaginario collettivo che si arma per debellarla ma poi finisce per viverla come punizione divina, come elemento turbativo dei singoli vissuti che poi diventano un’ unica suggestione sulla soglia tra reale e irreale in cui viene scompaginato il senso comune .

L’epilessia passa così dalla sfera della superstizione alla scienza: dal mondo “del sentito dire” a quello della consapevolezza che lo stato di emarginazione e alienazione sociale accompagnerà sempre colui che è affetto da tale patologia. Il rifiuto non è dettato dalla ridotta produttività o dall’inabilità momentanea dell’epilettico ma dalla minaccia della diversità che dimora nel nostro inconscio che una crisi convulsiva rende manifesta.

L’inquietudine del perturbante, che arriva allo sconcerto, allo spaesamento, alla fobia, si determina in circostanze in cui il segno non viene vissuto più come arbitrario ma assume peso e rilievo di realtà. Un pupazzo di pezza può anche simboleggiare il rivale : se un pugno di spilli infilati nel tessuto ne provoca la morte vuol dire che la posta in gioco non è più un simbolo, ma una vita umana perchè disconnessione del consueto rapporto tra realtà materiale che il segno doveva indicare (il rivale) e il segno stesso (il pupazzo). (18)

L’effetto di shock o di stupore che il perturbante provoca sono spie che avvertono che i confini dell’Io sono travolti da un insolito urto. Qualcosa di troppo buono o troppo cattivo bussa alle porte della coscienza, è apertura verso il nuovo: crisi epilettica o sintomo psicotico. Usciamo dai giochi di morte artificiale e caliamoci in una realtà in cui invece il perturbante non è la misera copia di un effetto cinematografico ma un segnale concreto che c’è qualcosa da elaborare,un passo da compiere nel processo di umanizzazione.

Noi non possiamo sopprimere il sintomo che provoca. Non di meno potremo farlo in futuro, in un mondo che si preannuncia pieno di presenze straniere a ciò che pensiamo di essere. Sarà appunto l’impatto stupefacente o angosciante che produce il diverso (straniero,folle o epilettico che sia) a indicarci il punto su cui dobbiamo insistere. Il perturbante potrebbe rivelarsi così il punto di passaggio dal rifiuto affascinato dell’altro all’apertura verso l’altro se davvero non siamo appagati dal nostro piccolo Io. (19)

L’epilettico, come il folle, turba quando scopriamo che essi sono in noi. Guardiamo in faccia alla diversità che dimora nel nostro inconscio, ritrovando il perturbante dentro di noi,sarà probabilmente più facile trasformare il nostro vissuto in un universo senza stranieri, né mostri, né demoni né diversi. (13)

Conclusioni

Molte malattie nel folklore popolare vengono assimilate a manne divine. L’epilessia mantiene ancora anche se con il passare del tempo sembra sfumato tale carattere di sacralità misto ad una forma di timore per l’imprevedibilità della manifestazione morbosa. I neurologici e gli psichiatri, anche se non tutti ne confermano il correlato psichico, hanno contribuito ad un corretta categorizzazione della malattia ma non hanno cercato di toglierle quel deleterio alone mistico, in seguito superstizione e pregiudizio che l’ha resa così discussa ed interessante. (20)

L’iter seguito dai neurologi è sostanzialmente rigido; il limite di una disciplina esclusivamente pragmatica è quello di scindere l’essere e le sue pulsioni dall’individuo portatore di malattia, cercando di caratterizzare il quadro morboso avvalendosi dell’esame obiettivo prima e dell’ indagine elettroencefalografia poi.

I percorsi della psichiatria sono invece intriganti: l’inquadramento della malattia non è esclusivamente biologico ma una sinossi di dati obiettivi e di sensazioni soggettive. Questo è il presupposto imprenscindibile per una comprensione globale del paziente con epilessia; tuttavia il rischio del medico umanista e unicista è quello di riproporre, attraverso trattazioni senza fondamento scientifico e spesso prive di basi organicistiche, credenze secolari che deformano l’immagine della sindrome epilettica appesantendola di dogmi difficili da scardinare e poco pratichi per un intervento medico tempestivo.

Allora abbiamo ritenuto che presentare i caratteri fenomenologici distintivi della malattia che l’hanno consacrata come enigma medico potessero contribuire a relegare alla storia passata, eliminandolo dagli attuali baluardi, il pregiudizio che per secoli ha rallentato il cammino dell’epilessia verso un corretto inquadramento scientifico e soprattutto verso un adeguato inserimento sociale del soggetto con epilessia. Persona quanto mai bisognosa di un valido supporto psicoterapeutico ma senza dubbio bramosa di costruire un’ esistenza dove la condizione di “diverso” non intacchi la qualità del proprio vissuto.

Bibliografia

1) Bloch R. Prodigi e divinazione nel mondo antico, Newton Compton, Roma, 1977

2) Levi- Bruhl Sovrannaturale e natura nella mentalità primitiva, Newton Compton, 1973

3) Levi-Strauss C. Razza e storia e altri studi di antropologia. Einaudi,Torino,1988

4) Bauddrillard J. Lo scambio simbolico e la morte. Milano, Feltrinelli, 1971 (1976)

5) Borsatti L. Le indemoniate .Superstizione e scienza medica. Edizioni del confine,Udine,2002

6) Magliano C. B. – Palmirani R. L’epilessia nella storia. Ritratti di famosi epilettici, Alessandrini-Biondi Editori, 1994

7) De Masi M., Marchiori E., Colombo G. Il tarantismo:un fenomeno al confine tra rito e psicopatologia Italian Journal of Psychopatology, Vol.10, June 3;2004

8 ) Beneduce R. Trance e possessione in Africa: corpi ,mimesi , storia , Bollari Boringhieri, Torino2002

9) Falk Moore S. Antropologia e Africa , Cortina, Milano, 2004

10) Dostoevskij F. M. L’idiota, traduzione di Alfredo Pollegro, Einaudi, 1941

11) De Rosa A., Vizioli R. Epilessia e cultura psichiatrica, Napoli, Liguori, 1979

12) Simone F, Vizioli R, Il mondo dell’epilettico: approccio antropo-fenomenologico. Atti del II Congresso CISSPAT, Jesolo, 1977

13) Kristeva J. Stranieri a se stessi. Feltrinelli, Milano, 1991 (1985)

14) Gallo E. Il marchio della strega. Piemme, Casal Monferrato, 2005

15)Kereney K. Il rapporto con il divino, Einaudi, Torino, 1991 (1985)

16) Lanternari V. Medicina ,magia,religione Vol 1 , Liguori Editore, 1998

17) Iannaccone S. La luna , il sangue, l’incenso :intervista sull’epilessia tra scienza e mito , Guida Editore, 2000

18) Runcini R. Giochi con la paura. In: Prometeo, n.31, settembre, 1990

19) Freud S. Il perturbante. Opere 1917-1923.Boringhieri, Torino, 1986

20) Bertola A., Colicchio G., Gentiluomo A., Pinkus L., Provenzano L., Scerrati M. Epilessia: un approccio interdisciplinare, Edizioni Borla, 1981

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