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27 novembre 2012

Società liquida o lotta di classe?

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Andrea Miconi – Le abbiamo provate tutte: generazioni, tribù, network, stili di vita, comunità, sub-culture, individualismi di vario tipo. Le abbiamo provate tutte, ma proprio tutte, per dimostrare quello che disperatamente volevamo dimostrare: che il sistema non si organizza più intorno alle divisioni di classe; che le cose sono diventate molto più complicate; che il nostro mondo è troppo liquido per essere contenuto da categorie tanto rigide. E se invece avessimo sbagliato di grosso?

Tanto per iniziare, che un’interpretazione della società per divisione di classi faccia tutt’uno con la rigidità del sistema – che è il punto di rottura su cui insistono le mille derive critiche di taglio postmoderno – è non solo da dimostrare, ma tecnicamente sbagliato. Tutto all’opposto, una chiara contrapposizione per classi è la forma che il mondo assume dopo la grande accelerazione della modernità, quando il solido si è già dissolto nell’aria, e la direzione del mondo è definitivamente assunta da un groviglio inestricabile di poteri produttivi, tecnologici e finanziari, che continuamente ne fanno e disfano gli equilibri, e che la classe egemone assume in sé come strumento e poi come legittimazione del crimine ultimo della propria conquista del potere. Prima della sua organizzazione in classi, il mondo era statico – e questa è, semmai, la brutale semplificazione storiografica del marxismo – ma dopo, è condannato alla trasformazione continua, destinato a bruciare mille volte all’inferno, e mille volte a risorgere con nuove sembianze. Proprio perché orientato al conflitto – e alla geometria variabile dei suoi risultati – il concetto di classe è semmai una misura del dinamismo del sistema, della sua disponibilità a mutare pelle, del suo darsi come cristallizzazione di movimenti ondivaghi, di avanzamenti e riflussi tra le trincee, di fratture sanate soltanto in superficie dalla cucitura periodica dei cicli di contrazione e sviluppo.

Naturalmente, questo non significa che l’unica spiegazione della grande mobilità del moderno sia nel lavorio sommerso del conflitto sociale; né è detto in alcun modo che il tempo della storia sia governato dalla ragione profonda della lotta di classe, dalla tensione tra dominati e dominatori, che muove la corrente sotto il pelo dell’acqua. Ma di certo, e questo è il punto che mi interessa, non è in nome di una così grossolana semplificazione – la necessità di una spiegazione fluida, anziché rigida – che si può eliminare la nozione di classe dal banco della teoria sociale. Di certo, si tratta di un concetto da revisionare mille volte, come da tempo viene fatto, né peraltro, lo ammetto, ho le competenze necessarie ad assumerne la difesa d’ufficio. E anzi, si può perfino convenire sul fatto che la categoria di classe sociale, se proviamo ad applicarla davvero alla realtà contemporanea, funziona fino ad un certo punto, per non dire che fa acqua da tutte le parti; ma le altre categorie che abbiamo a disposizione, voglio dire, siamo sicuri che funzionino meglio?

E allora, prendiamo rapidamente in considerazione le ipotesi alternative che si sono succedute, e valutiamole, a loro volta, senza troppa indulgenza. Le categorie di “tribù” o di “comunità”, per iniziare, offrono una buona metafora di alcune forme di aggregazione, ma in termini analitici sono del tutto fallimentari, perché rinnegano il loro significato sociologico elementare: quello di gruppi dotati di altissima fedeltà e di una feroce solidarietà interna, con uno spazio minimo concesso alla realizzazione delle anime individuali. Quello di generazione è per parte sua un concetto potentissimo, nessuno lo nega, ma ancora in attesa di una messa a punto, e finché non sapremo rispondere ad alcune domande elementari – perché gli intervalli generazionali dovrebbero aprirsi a distanze di tempo regolari, ad esempio – continueremo ad usare come spiegazione dei fenomeni di consumo un’entità che di per sé non sappiamo spiegare.

La categoria di sub-cultura, ancora, ha il merito di aprire uno squarcio su mille pratiche interessanti del contemporaneo, ma sembra spiegare per definizione più i fenomeni di nicchia che quelli di massa, e assumerla come variabile decisiva, in più, significa generalizzare in modo improprio quello che vale solo per determinati contesti metropolitani. Se passiamo poi alla nozione di stile di vita, su cui gli istituti di ricerca hanno costruito una discreta fortuna, è difficile non vederla come una semplice ricostruzione ex post dell’accaduto, nel migliore di casi, se non come una tautologia bella e buona, che spiega i comportamenti di consumo in base alla propensione ad attivarli (il che, appunto, chiude il circolo del discorso, senza spiegare nulla). L’insistenza sulla centralità dei legami di rete, infine, è probabilmente una concessione allo spirito del nostro tempo; ma che tutti i gruppi sociali – e magari anche tutti i soggetti politici, già che ci siamo – si organizzino in forma di network, questo è poco più che un luogo comune, ancora tutto da dimostrare.

Ancora più curioso è poi che, da molte parti, alla presunta rigidità di una sociologia latamente marxista si sia voluto rispondere con la pretesa effervescenza dei paradigmi dell’immaginario, che invece loro sì – insistendo sulla tenuta di lunghissima durata delle funzioni primarie, e delle figure archetipe che lo popolano – dovrebbero insistere sul taglio in ampiezza della sincronia anziché su quello verticale del divenire, e imprigionare la storia nella dimensione quasi immobile delle strutture profonde. Una spiegazione della società radicata nelle teorie dell’immaginario è una cosa ampiamente legittima, ci mancherebbe altro, ma per sua natura poco aperta all’evoluzione, perché le strutture remote degli archetipi, dell’inconscio collettivo e delle mentalità sono quelle meno soggette al cambiamento, e non è quindi su questo piano analitico che si può cogliere il senso e la direzione del divenire storico. A meno, naturalmente, di non forzare la categoria stessa di immaginario, facendone lo spazio simbolico di ogni sperimentazione, o il crogiolo della post-modernità, ribaltandone così la semantica storica originale; a meno, insomma, di usarla come si usa la scatola del prestigiatore, come un’accozzaglia di contraddizioni in termini, e come una vaga legittimazione per le tesi più fantasiose.

In altri termini, mi pare che siamo qui di fronte a due problemi diversi, che spesso vengono indebitamente sovrapposti: la tenuta della nozione di classe sociale in sé – che peraltro rimane certamente da valutare – e il più generale problema della tenuta di ogni concetto, che rimanda invece alla drammatica sfasatura tra il tempo sociale e il tempo della riflessione, all’impossibile conciliazione tra una realtà fluida e continua, e una teoria che è invece inevitabilmente astratta e discreta. Ma che questo metta in discussione la categoria di classe, più di tanti altri concetti con cui si è cercato di organizzare la realtà storico-sociale, è una conclusione tutto sommato arbitraria.

Se scendiamo dal piano teorico a quello storico, poi, il discorso diventa improvvisamente più semplice: perché nella realtà sociale di oggi, voglio dire, è del tutto evidente che le classi esistono ancora. Prendiamo, ad esempio, quello che scrive dell’Italia il Rapporto Istat 2012:

l’Italia, […] pur avendo registrato un’alta mobilità assoluta, è tuttora un paese caratterizzato da una scarsa fluidità sociale. Come emerge dagli indici di mobilità sociale relativa, la classe sociale di origine influisce in misura rilevante sul risultato finale, determinando rilevanti disuguaglianze nelle opportunità offerte agli individui: al netto degli effetti strutturali, tutte le classi (in particolare quelle poste agli estremi della scala sociale) tendono a trattenere al loro interno buona parte dei propri figli e i cambiamenti di classe sono tanto meno frequenti quanto più grande è la distanza sociale che le separa.

Tutto qua: le classi trattengono i soggetti al proprio interno, segnando i limiti del possibile, e tratteggiando il perimetro di un’eterna ingiustizia. Un’acquisizione tutt’altro che sorprendente, intendiamoci; e infatti, la vera questione da porsi è semmai perché, a fronte di una così evidente tenuta delle disuguaglianze di classe, le scienze sociali si siano ostinate a negarne la portata, a voltare lo sguardo dalla parte opposta, e inseguire ostinatamente le spiegazioni meno strutturali. Una tendenza ancora più inspiegabile, questa, se consideriamo che il mondo degli ultimi venti anni è caratterizzato da iniquità perfino maggiori, rispetto a quella che eravamo abituati a considerare come la tradizionale società di classi, a cui decenni di battaglie sindacali avevano se non altro aggiunto il vantaggio di qualche correzione socialdemocratica. A partire dagli anni ‘80, invece, il clamoroso spostamento dei redditi verso una porzione minima della popolazione, l’abbattimento dei diritti dei lavoratori e l’onda lunga delle politiche di de-regolamentazione, nel loro insieme, hanno prodotto un sistema in cui le classi sociali, almeno a guardare i dati strutturali, pesano in maniera perfino maggiore, con buona pace di una teoria che ha preferito dedicarsi al tema meno ruvido, e assai più scivoloso, delle identità.

Una possibile, convincente spiegazione di questo paradosso – della nuova frattura tra la classe in sé e la classe per sé, potremmo dire – è quella data da Luciano Gallino, in un libretto dal titolo che è tutto un programma (La lotta di classe dopo la lotta di classe, 2012). Secondo Gallino, infatti, la storia degli ultimi trent’anni è segnata da una spietata controffensiva del padronato, che, innescata dalla spinta reazionaria delle politiche reaganiane e thacheriane, ha iniziato la sua riconquista del terreno prima ceduto al fronte sindacale e operaio. In questo senso, l’inattualità storica della lotta di classe non va letta come una tendenza storica sostanziale, ma come una sottile strategia retorica, messa in atto dalle forze egemoni per nascondere l’arroganza della propria lotta di classe, condotta dall’alto verso il basso, contro i diritti dei lavoratori e le politiche di redistribuzione del reddito. La peggiore beffa del diavolo, si sentiva dire in un bel film di qualche anno fa, è aver fatto credere all’uomo di non esistere; e la più grande vittoria della classe dominante, di certo, è aver fatto credere agli altri di non esistere più, spuntando l’arma della lotta politica in mano ai propri avversari, proprio nel momento di massima violenza del conflitto sociale. E mentre quasi tutti – compresi, in fondo, noi che ci occupiamo di ricerca sociale – si sono lasciati stordire dall’emergenza del nuovo, affrettandosi a descrivere una realtà post-industriale irriducibile alla dimensione del conflitto, la vera lotta di classe ha scavato profondamente sotto la pelle della storia, allargandone le faglie sotterranee, divaricando la distanza tra i pochi e i molti, e restituendo alla svolta del secolo una contrapposizione bipolare che altro non è, seppure in termini nuovi, che una durissima separazione di classe.

Se il concetto di classe non è dunque da buttare via, da un punto di vista teorico, e se, a livello storico, la demarcazione di classe continua a lasciare impronte riconoscibili sul tessuto sociale, esiste però un punto di rottura del discorso. E’ infatti ad un altro livello, che la categoria di classe sociale è stata giustamente sottoposta a dura contestazione: va bene l’analisi strutturale della società, questo è il punto, ma è assurdo pretendere di usare la stessa nozione per spiegare tutti i livelli del reale, dal consumo alla moda, dalla cultura alla comunicazione, fino ai modi del quotidiano. Ed è vero, senza dubbio: la classe è lo schema di organizzazione profondo della società, la matrice del suo funzionamento strutturale, ma a livello di manifestazioni simboliche, di superfici visibili, non è detto che le cose funzionino alla stessa maniera. Ma abbiamo davvero ragionato sulle conseguenze di queste assunzioni?

Un mondo sociale che si organizza per classi, e un’industria culturale che ne taglia trasversalmente le distinzioni, restituendo l’immagine di un sistema più fluido e dinamico – la stessa industria culturale, questo è facile da dimostrare, le cui leve di comando sono saldamente nelle mani delle classi dominanti. E insomma, unite i puntini, e otterrete un profilo piuttosto familiare: quello di un sistema dello spettacolo che oscura le divisioni di classe, a tutto vantaggio del suo apparato di controllo; e questa, di certo, non è una conclusione delle più concilianti. Guardiamo la società – la ripartizione delle ricchezze, le possibilità di carriera, l’esposizione al rischio, la mobilità sociale, il controllo dei flussi, l’accesso al credito, la varietà delle esperienze, perfino la geometria urbana delle residenze – e qui, su ogni singolo livello, troverete una chiara stratificazione di classe. Guardiamo invece l’immagine della società, il campo della cultura, e qui troveremo uno schema di appartenenze più incerto, mille mode trasversali, un pulviscolo di stili e di pratiche, una perturbazione non sempre riducibile all’energia primaria di un centro egemone; in sintesi, un consumo culturale che non si organizza in modo altrettanto chiaro secondo le divisioni di classe. Come dire, la società è ancora divisa in classi, ma i suoi apparati simbolici ne mostrano un’immagine diversa; ma questa non era forse pura, semplice, tragica Scuola di Francoforte?

* Andrea Miconi insegna Introduzione ai Media e Sociologia dei Processi Culturali presso l’Università IULM di Milano. Il suo ultimo libro è Reti. Origini e struttura della network society (Laterza, 2011).