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27 novembre 2012

Scienze della comunicazione tra insulti, emergenze e preveggenza

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I rumors, le dicerie, sono vecchi quasi quanto la storia dell’uomo. Ma con la nascita di internet sono diventati onnipresenti. Ne siamo sommersi. Le voci false e infondate sono particolarmente moleste, provocano un danno reale a individui e istituzioni e spesso sono refrattarie alle correzioni. Possono minacciare carriere, programmi politici, funzionari pubblici e a volte la democrazia stessa. (Cass R. Sunstein, Voci, gossip e false dicerie, Feltrinelli 2010, p. 11)

Rai 3, 11 gennaio 2011. Va in onda il il talk-show Ballarò. Mariastella Gelmini, ministra della scuola e dell’università, rispondendo a una sollecitazione di Giovanni Floris, così si esprime:

“(…) Allora è chiaro che i giovani sono – come dire? – sfiduciati, esiste un problema di precarietà, di difficoltà, nel rendersi autonomi dalla famiglia, nel poter avere dei figli. La condizione giovanile presenta dei problemi, ma la soluzione non è cavalcare le paure, piuttosto è avanzare delle proposte. Noi abbiamo pensato per esempio alla riforma della scuola superiore che ha voluto dare peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale perché riteniamo che piuttosto di tanti corsi di laurea inutili in scienze delle comunicazioni o in altre amenità servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro.”

Chiede Floris: “Scienze della comunicazione viene classificata come amenità tout-court?”

Risponde la ministra: “Beh insomma, diciamo che non aiuta a trovare lavoro, questi sono i dati…”

Floris: “Dipende come la fai però…”

Gelmini: “No, le dico che purtroppo sono più richieste lauree di tipo scientifico, lauree che in qualche modo servono all’impresa.”

(http://istruzione.liquida.it/focus/2011/01/13/il-ministro-gelmini-contro-scienza-delle-comunicazioni-e-una-laurea-inutile)

Due anni prima (19 gennaio 2009) era stato il discusso anchor-man Bruno Vespa a dettare la linea culturale dominante. Al termine di una trasmissione di Porta a porta dedicata a un delitto efferato (caso Meredith), Vespa esclamava, rivolgendosi a un gruppo di studenti liceali presenti alla trasmissione:“Abbiamo bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di tecnici importanti. Una sola preghiera: non vi iscrivete a scienze della comunicazione, non fate questo tragico errore, che paghereste per il resto della vita!” (http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=4826&id_area=4&mac=2)

Più o meno nello stesso periodo (marzo 2009) il ministro del Lavoro Sacconi dichiarava alla stampa: “”Nel curriculum di una persona, di un giovane in particolare, peserà nel dopo crisi anche la sua capacità di essersi messo in gioco, di aver accettato anche un lavoro manuale, umile. Conterà nel suo curriculum se è stato disponibile a svolgere un lavoro anche semplice con il quale ha imparato ad essere responsabile di una mansione, a raggiungere un risultato. Certo se è laureato in scienza della comunicazione non è che abbia molto appeal”. (http://centrodestra.blogspot.com/2009/03/crisi-economica-sacconi-giovani-siano.html)

Fino a qui il centrodestra. Ma anche Romano Prodi, premier del governo di centrosinistra dal 2006 al 2008, aveva più volte fatto notare come l’alto numero di iscritti a Scienze della comunicazione rispetto alle facoltà scientifiche fosse indice di un cattivo rapporto tra la formazione e il mercato del lavoro. (http://www.politicaonline.it/?p=325).

Insomma, la considerazione negativa sui nostri corsi di laurea sembrerebbe politicamente bipartizan, seppure con un ben più evidente grado di stigmatizzazione da parte del centrodestra (fino al “grido di dolore” di Vespa, vera e propria perla comunicativa di questi anni). Quindi, verrebbe da pensare, di fronte a una così forte accentuazione critica vi saranno dati oggettivi che impongono ai politici e ai giornalisti considerazioni così pesanti.

Invece no. I dati forniti da AlmaLaurea – ritenuti puntuali e credibili dalla comunità scientifica – non descrivono alcuno stato di emergenza dei laureati in comunicazione italiani, che a cinque anni dalla laurea (vecchio ordinamento quinquennale) lavorano nell’87% dei casi (contro una media nazionale dell’82%) e che anche nella laurea triennale sono sopra la media (49 contro 42,4%). Benino anche le nuove lauree specialistiche, con il 60% di occupati contro il 57% della media nazionale (http://www.studenti.it/universita/iniziative/scienze-comunicazione-laura-inutile-dati-almalaurea-smentiscono-gelmini.php)

Se dunque la situazione dei laureati in Scienze (plurale) della comunicazione (singolare; cfr. www.miur.it) non è peggiore di quella di tanti altri laureati (anzi, nella maggior parte dei casi è decisamente migliore) perché da parte della classe politica italiana nel suo complesso vi è un tale accanimento? Su cosa si fonda questo accanimento?

Per senso di responsabilità le risposte a questi interrogativi vanno esaminate in chiave autocritica. Una prima notazione riguarda la strategia organizzativa attraverso cui si sono articolati i corsi di studi in scienze della comunicazione in Italia. Nel nostro paese i media studies di elaborazione anglosassone sono giunti con molto ritardo. Mentre nel resto d’Europa prendevano piede in modo sempre più consistente – fin dagli anni ’60 del Novecento – le aree di ricerca e di didattica in comunicazione (di massa, di impresa, pubblica, e così via) in Italia si è dovuto attendere l’inizio degli anni ’90 per i primi corsi (Salerno, Siena e Torino in primis, poi Roma “La Sapienza” e Lumsa). Corsi salutati da un subitaneo successo di partecipazione studentesca, verificabile nel grande afflusso di domande per sottoporsi al test di ammissione (i corsi erano a numero chiuso). In alcune realtà si poté optare, dopo un quinquennio di cosiddetta sperimentazione, addirittura per l’istituzione di nuove facoltà intitolate alle scienze della comunicazione. Tra queste nuove facoltà non si può non ricordare quella istituita presso “La Sapienza” di Roma, che raggiunse l’iperbolica cifra di circa 16mila studenti iscritti, diventando una delle facoltà più popolose d’Italia.

Nel mentre però si liberalizzavano le iscrizioni cominciava, praticamente nello stesso periodo, una diminuzione (lenta ma progressiva) delle iscrizioni stesse, che coincideva a sua volta con una diffusione sempre più massiccia dei nuovi corsi in tutta Italia (più di settanta nei primi anni del 2000, un numero probabilmente eccessivo).

Per capire il fenomeno occorre riandare al clima culturale presente in quegli anni nelle università italiane: l’esigenza di una riforma – sentita da settori amplissimi della docenza e della popolazione studentesca – venne incanalata normativamente nella direzione del cosiddetto sistema del 3+2 con crediti formativi obbligatori (Cfu). Si sono spesi da allora fiumi di inchiostro sulla presunta bontà di questo sistema, su cui non intendo soffermarmi (anche se, come molti colleghi, ho maturato nel corso degli anni una valutazione assai critica su questo nuovo apparato organizzativo). Per quanto riguarda i corsi di scienze della comunicazione, è innegabile che il 3+2 abbia portato a due conseguenze: da un lato una formattazione/omologazione dei nostri corsi rispetto a tutti gli altri (va ricordato che le prime lauree in comunicazione erano a percorso quinquennale, a differenza di tutte le altre lauree di stampo umanistico, all’epoca quadriennali). In secondo luogo una frammentazione delle pratiche di insegnamento attraverso una distribuzione di crediti formativi in misura minima (ricordo personalmente insegnamenti che si componevano di soli 2 Cfu).

Ciò non è imputabile alla cattiva fede di docenti e presidenti dei corsi: la verità è che l’arrivo del nuovo sistema colse tutti impreparati. In molte situazioni si credette di poter utilizzare le opportunità del 3+2 inserendo piccoli moduli che – nelle intenzioni dei proponenti – avrebbero esteso e ampliato le conoscenze degli studenti, non riuscendo a prevedere, invece, il pericolo di una frammentazione e di una parcellizzazione delle conoscenze. Moltiplicando gli insegnamenti da pochi crediti si è anche evocato un certo numero di docenze “esterne” (di derivazione più o meno professionale) all’interno dei nostri corsi, senza possedere né i budget per ancorarle continuamente alla didattica né la disponibilità a organizzare dei concorsi per rendere stabili queste presenze nell’ordinamento universitario.

E ora, con la combattutissima riforma Gelmini del dicembre 2010, ci troviamo di fronte a corsi di studio che fanno una fatica enorme a poter contare sui requisiti minimi di funzionalità, a cominciare dai 12 docenti necessari per tenere in vita un corso triennale e dagli 8 docenti necessari per un corso magistrale.

Prima di passare ad esaminare un possibile insieme di motivazioni politico-culturali esogene anti-scienze della comunicazione vorrei ricordare inoltre un paio di autogol messo a segno dagli stessi corsi di laurea in Scienze della comunicazione. Mi riferisco ad alcune celebri lauree honoris causa. In particolare quella a Vasco Rossi e quella a Valentino Rossi entrambe del 2005. L’intento autopromozionale delle università appariva evidente: piazzando un prodotto come Vasco o come Valentino nelle corde dei media si intendeva offrire una ribalta agli stessi corsi di studio, e attraverso questi alle università di insediamento. Più iscrizioni uguale più budget. E i media reagirono come previsto, dando ampio spazio alle cerimonie di laurea dei notissimi personaggi, con il loro ampio seguito di simpatia giovanile.

Tuttavia fu sottovalutato l’effetto boomerang di quelle trovate apparentemente felici. Perché tra tutte le facoltà esistenti in Italia si scelse proprio Scienze della Comunicazione per laureare quelle celebrità? Perché – si disse – i due Rossi sapevano comunicare. In che senso? Nel senso che di fronte alle telecamere erano spesso disinibiti, divertenti e un po’ sopra le righe. Ciascuno a suo modo: Vasco con più irriverenza, Valentino con più ingenuità e tenerezza. Ma, soprattutto, erano incontestabilmente famosi e iper-mediatizzati. Ne esce un ritratto senz’altro poco articolato (del senso) delle scienze della comunicazione, e degli apparati scientifici (e dei talenti) a supporto della loro indagine e della loro didattica. Se Vasco Rossi non fosse mai arrivato al successo con le sue canzoni, se Valentino Rossi non avesse mai vinto una gara motociclistica, qualcuno si sarebbe mai accorto della loro capacità di comunicazione? E’ quindi evidente che questa loro qualità (ammesso che sia tale) dipende dal loro autentico talento (musicale/poetico nel primo caso, tecnico/sportivo nel secondo).

Credo che l’università italiana avrebbe dimostrato un certo coraggio conferendo ai due personaggi lauree coerenti con questo ragionamento, ad esempio una laurea in Lettere a Vasco Rossi per i suoi testi e una Laurea in Ingegneria a Valentino Rossi per la sua conoscenza “empatica” dei motori. In questo modo si sarebbe sottolineato che anche all’esterno della formazione universitaria è possibile sviluppare un sapere, declinato sulle abilità e sulla dedizione, fondamenti di esperienze eccellenti. La scelta invece compiuta lascia ampi margini all’idea che i saperi tradizionali (letterari o tecnici) non avrebbero accolto le due esperienze, che sono state così premiate e riconosciute attraverso il pertugio opaco della “capacità di comunicazione”. Qualcosa che risulta poco chiaro e in fondo posticcio. Una capacità “spettacolare” appiccicata a capacità maggiori e determinanti.

Fin qui la parte autocritica.

In realtà però il pregiudizio radicatosi nell’opinione pubblica grazie alla comunicazione negativa dell’attuale ministro e di altri esponenti del mondo politico e giornalistico non fa leva su una difficile organizzazione didattica nazionale e locale o su iniziative poco meditate da parte di alcune università.

Il pregiudizio anti-scienze della comunicazione parte da più lontano e si fonda su un paradosso.

Trovare qualcuno (politico, giornalista, imprenditore, sindacalista, eccetera) disposto a negare la fortissima accentuazione degli aspetti comunicativi nella società nel suo complesso è quasi impossibile. Detta in positivo: chiunque ormai riconosce – nella transizione da società industriale a società postindustriale, o, se si preferisce, da società fordista a società postfordista – un peso specifico alle nuove tecnologie della comunicazione, ai media e alla circolazione del sapere come fattori decisivi e inediti della tenuta e dello sviluppo sociale. L’insieme di questi fenomeni porta inoltre a toccare con mano il fatto che una parte non piccola della nuova occupazione (dei nuovi mestieri) sarà fornita dall’ambito comunicativo.

Quindi, ciò che i corsi di studio in scienze della comunicazione hanno evidenziato, anche in Italia, è l’urgenza di elaborare profili di studio coerenti con queste osservazioni, inserendo una proposta istituzionale nella caotica (e disegualitaria) navigazione del mercato del lavoro comunicativo. Non solo: quanto più la comunicazione diviene centrale nel nostro mondo, tanto più l’esigenza di saperne leggere i movimenti e le strategie deve diventare parte di un bagaglio conoscitivo critico da parte degli studenti. Ecco quello che tanti nostri corsi hanno cercato di portare avanti durante gli anni accademici: presentare agli studenti testi e materiali di studio che entrassero nel merito di scelte comunicative compiute da teorici, da imprenditori del settore, da specialisti e consulenti. Si è cercato di fare luce sulla storia dei media senza tralasciare la dinamica organizzativa dei media stessi, e il loro intreccio con legislazioni, apparati e organizzazioni.

Questa impostazione è di fatto antitetica rispetto alle narrazioni favolistiche sulla creazione di imperi mediatici nati dal talento imprenditoriale di una o poche persone. E’ di fatto opposta alla strategia di ingresso nel lavoro comunicativo possibile solo ai figli di professionisti del settore. O a coloro che sono disposti a sborsare decine di migliaia di euro per master gestiti direttamente da holding mediatiche.

Ecco ciò che non piace a molti: che i nostri corsi di studi non solo si permettano di fornire una formazione ampia e interdisciplinare sui fenomeni comunicativi, ma che in più tentino di stimolare gli studenti a osservare criticamente i media, l’uso distorto dell’informazione, gli intrecci infecondi tra politica e comunicazione.

Se la questione risiedesse soltanto nella difficoltà di impiego dei giovani laureati in scienze della comunicazione – come apparentemente sostiene la Gelmini – il fatto non sussisterebbe, o comunque riguarderebbe una più generale e complessa relazione tra saperi socio-umanistici e mercato del lavoro. Ma la Gelmini aggiunge una parola-chiave: “amenità”. Con questa espressione sarcastica si indica un giudizio di valore che equivale a “non serve”. Un corso di studio, come infatti aggiunge Gelmini, inutile.

Nella mente di chi pensa che il sapere sia solo un insieme di pratiche standardizzate da ingurgitare, l’insulto si autogiustifica. Infatti in un ambiente pullulante di praticoni e di scimmiottatori, il laureato in scienze della comunicazione, portatore sano di innovazione (cioè di potenziale miglioramento professionale), è scomodo e inutile. Ameno. Viene da pensare che nell’immaginario di cui è imbevuta la Gelmini – l’immaginario culturale berlusconiano – non vi sia bisogno di energie di questo genere nei media: sono sufficienti le figure “esperte” e le veline.

Ma forse sto esagerando. Per difetto. Non è stata forse una scelta politica tra le più limpidamente ideologiche quella dell’attuale presidente del Consiglio di inaugurare l’anno accademico presso la sede del Cepu? Cosa vuole dire questa scelta? C’è forse una struttura imprenditoriale che riesca a rappresentare in modo migliore del Cepu che il sapere è una merce, che il sapere si compra e che l’università pubblica è sostanzialmente inutile?

Torniamo a noi.

Checché ne dica l’attuale (e quindi transeunte) ministro, i corsi in Scienze della comunicazione non sono affatto inutili e non spariranno nonostante il bruciante desiderio di cancellazione che proviene dall’habitus culturale berlusconiano.

Tuttavia i nostri corsi sono senz’altro perfettibili, e merita di essere presa in considerazione una revisione critica dei nostri percorsi didattici, specie ora che per molti di quelli inaugurati all’alba del XXI secolo si avvicina (o è già in atto o è addirittura già da tempo trascorso) il decennale dell’istituzione.

La prima osservazione che intendo compiere riguarda lo statuto epistemologico dei nostri corsi. Se riflettiamo sulla condizione di partenza dei nostri studi – l’istanza interdisciplinare – occorre ammettere che non sempre la pluralità dei campi disciplinari implicati ha favorito una visione d’insieme dei fenomeni e delle prassi comunicative. Lo studio della comunicazione non può essere una semplice sommatoria di competenze specialistiche derivanti da campi di studio già da molto tempo formalizzati, come l’economia, la sociologia, la semiotica, la linguistica, la storia, la filosofia. Dobbiamo questo chiarimento a noi tutti, ma soprattutto agli studenti.

Sono convinto che la comunicazione possa aspirare a una propria densità cognitiva fatta di immersioni in profondità nelle questioni di fondo in essa implicate. Un laureato in Scienze della comunicazione non deve limitarsi a conoscere i percorsi storici dell’umanità: deve possedere un’idea forte della storia della comunicazione. Quindi non solo, ad esempio, come si può leggere la formazione dei movimenti totalitari nell’Europa del XX secolo, ma come quei movimenti comunicavano, quali media privilegiavano, quali politiche culturali mettevano in essere. Dovessimo affrontare lo studio di eventi e fenomeni del passato (anche remoto), la logica cognitiva non dovrebbe cambiare: la democrazia ateniese può essere rivisitata anche dal punto di vista comunicativo, giacché l’osservazione di fondo è che gli esseri umani hanno sempre comunicato e che da sempre la comunicazione ha rappresentato una condizione biopolitica decisiva. Lo stesso dicasi dell’economia della comunicazione e dell’informazione, e persino della filosofia della comunicazione (come rientra tale tematica nella riflessione filosofica degli antichi e dei moderni?).

Penso che uno sguardo attento alla comunicazione potrebbe essere considerato come preliminare alla ricostruzione complessiva dello studio della società: da uno scettro o da una corona si può risalire alle abitudini comunicative del potere medievale, e da queste all’esercizio del potere, ai conflitti tra impero e papato, alle modificazioni del governo dovute alla costruzione e all’edificazione territoriale, alle credenze e agli apparati di sorveglianza. La formazione culturale di cui abbiamo bisogno – e che abbiamo bisogno di scambiare con gli studenti – parte a mio avviso dal riconoscimento della centralità comunicativa dell’essere umano. In questo senso riuscire a presentare l’articolazione dei fatti comunicativi come una delle grandi strategie sociali di conservazione e innovazione umana dovrebbe rappresentare uno sforzo collettivo degli studiosi coinvolti.

E’ perfettamente ovvio, d’altronde, che una strategia cognitiva come questa necessita per affermarsi di un lavoro di medio-lungo periodo sui raccordi tra i diversi aspetti disciplinari specifici. Abbiamo bisogno di ponti epistemologici, di ricongiungimenti tematici e metodologici. E questa soluzione, in ambito didattico e accademico, significa un ritorno autorevole (e diffuso) alla pratica del seminario. Il confronto tra prospettive diverse con l’obiettivo di estendere la pratica della conoscenza in profondità dei fenomeni comunicativi. Questo approccio non è affatto neutro o meramente retorico. La trasformazione del docente universitario in burocrate – con l’infittirsi di mansioni prevalentemente d’ufficio e di registrazione e con la frammentazione della didattica, nonché con un aumento oggettivo dei carichi di lavoro dovuto alla mancanza di turn-over accademico – è agevolata e accelerata dalla riforma Gelmini.

Ampliare invece il lavoro cognitivo – non solo con la propria attività di ricerca individuale, ma soprattutto con il confronto dialettico tra diversi ambiti – rappresenta un’inversione significativa della tendenza a considerare l’università un luogo dedicato a una didattica statica e ripetitiva, tanto più anacronistica se in evidenza è un campo cognitivo in tumultuoso mutamento come la comunicazione. Inoltre, potenziare la pratica del seminario significa offrire all’attenzione degli studenti uno strumento meno routinario delle lezioni. Con la propensione al seminario si amplia e si riconnette a un’idea universalistica la stessa offerta formativa. Cioè si offre agli studenti qualcosa che eccede i rigidi moduli della programmazione didattica, e li si spinge a un esercizio critico permanente stabilito sulle fondamenta dello scambio di visioni dei fenomeni e di metodi per capirli e interpretarli.

Nel bilancio che possiamo fare dopo circa un decennio di istituzione dei nostri corsi urge considerare un altro aspetto decisivo. Quest’aspetto riguarda l’ambito delle prassi comunicative rese possibili agli studenti. A molti di noi docenti di Scienze della comunicazione è capitato in questi anni di compiere viaggi all’estero per motivi accademici. A molti di noi è capitato di fare lezione o partecipare a convegni all’interno dei corsi di Scienze della comunicazione di altri paesi, soprattutto europei. A nessuno di noi sarà sfuggito come in molti casi la situazione delle infrastrutture comunicative a disposizione degli studenti sia decisamente migliore di quella della maggioranza dei corsi di studio in comunicazione del nostro paese.

Il deficit italiano rispetto alle attività laboratoriali è palese.

Credo non sia più possibile considerare questo handicap alla stregua di un vuoto da colmare con la buona volontà didattica. O i ragazzi e le ragazze che studiano con noi hanno a disposizione telecamere, microfoni, software per il montaggio audiovisivo, studi e mixer oppure semplicemente non possono apprendere e auto-apprendere. Approcci teorici alla comunicazione sono auspicabili e praticabili. Ma l’assenza di una simulazione del lavoro necessario per dare vita a un’esperienza formativa nell’ambito dei media rischia di precludere ai nostri studenti un pezzo rilevante di formazione.

Certamente molti nostri corsi di studio presentano una densità cognitiva maggiore di molti corsi esteri dello stesso tipo. La maggiore preparazione teorica dei nostri migliori laureati rispetto ai loro coetanei europei mi sembra tangibile. Chi ha insegnato all’estero ha potuto – credo – avvedersi di un nostro punto di forza. Nello stesso tempo abbiamo toccato con mano il fatto che uno studente di scienze della comunicazione (per esempio in Spagna, Germania e Olanda) abitualmente deve superare prove pratiche rivolte alla gestione di un programma radiofonico o televisivo, alla costruzione di soggetti e di sceneggiature, al montaggio audiovisivo.

E’ stato almeno in parte irresponsabile creare dei corsi di studio in scienze della comunicazione senza la certezza di poter contare su un’area tecnico-produttiva a piena disposizione della didattica e degli studenti, anche se è vero che il varo dei nostri corsi ha coinciso con la brusca transizione dai budget universitari dignitosi ai budget zero dell’epoca Tremonti-Gelmini.

Oggi però c’è un’opportunità in più a nostro vantaggio, offerta da tecnologie a costo molto basso e da software e piattaforme multimediali gratuite. Proprio in un periodo di vacche magrissime possiamo tentare un recupero legato all’area del fare, mettendo in campo tutte quelle chance (a cominciare dalle webradio e webtv) che possano coinvolgere e addestrare gli studenti, nonché migliorare l’accessibilità pubblica dei nostri corsi di studio e della nostra didattica. E’ sempre più semplice e sempre meno costoso realizzare cataloghi podcast contenenti lezioni e conferenze, iniziative e tavole rotonde. Ne risentirà non solo la diffusione del nostro mondo nella vita collettiva (per ogni navigante l’università sarà accessibile e frequentabile), ma soprattutto lo studio dei nostri ragazzi, che vedrà moltiplicate le fonti cognitive (perché avere a lezione in aula 200 studenti, di cui la metà svogliati, quando è possibile a tutti ricevere la lezione scaricandola dall’archivio della webtv universitaria? Magari con 100 studenti presenti in aula e altri 100 connessi da casa la didattica viaggerebbe più spedita).

Infine, un’ultima osservazione che riporta all’esordio di questo scritto.

Grazie alle rozze dichiarazioni di ministri, politici e anchor-men si è cercato di diffondere un’immagine negativa dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione. Chiunque può pensarla come gli va in quel momento, ma non i ministri della repubblica. E’ inaudito che un ministro che dovrebbe rappresentare il trait d’union tra il governo e l’università usi contro uno dei suoi corsi di studio parole che equivalgono a un anatema. Nella società dell’informazione le dichiarazioni dei politici di primo piano (e tra questi ovviamente i ministri) ricoprono un valore particolare, perché sono megafonate violentemente dai media e arrivano alle orecchie di tutti. Compresi gli studenti. Comprese le famiglie. Le quali pagano le tasse universitarie dei figli. Ed è comprensibile che molti genitori e molti studenti liceali prossimi all’iscrizione universitaria possano prendere sul serio le dichiarazioni ministeriali, sbagliate nel merito e scorrette nella modalità comunicativa.

In questo modo ai nostri corsi di studio è stato arrecato un danno.

Se nel futuro dovessero persistere prese di posizione simili da parte di membri del governo nei confronti dei nostri corsi di studio esprimo l’auspicio che i docenti e gli studenti di Scienze della comunicazione sappiano rispondere con sdegno e fermezza. Ogni giorno facciamo del nostro meglio perché si accrescano le nostre competenze e migliori la situazione dei nostri studenti: la pagnotta ce la guadagniamo quotidianamente. Essere insultati e considerati inutili da chi dovrebbe governare e migliorare la nostra qualità organizzativa generale (e fa invece il contrario)  non è cosa da far passare ulteriormente sotto silenzio.

Postilla

A un anno di distanza dalla pubblicazione del mio articolo, ho chiesto alla redazione della Rivista di Scienze Sociali di poterlo ripresentare. Non mi pare, infatti, che siano di molto cambiate le condizioni accademiche e mediatiche dentro cui vivono i corsi di laurea in Scienze della comunicazione.

Vorrei però aggiungere alcune riflessioni sulla “pars construens” della mia analisi. Nell’articolo ho insistito sulla necessità di dare vita a un’estensione della pratica dei seminari, intesi come momenti di saldatura di approcci disciplinari diversi e che tuttavia debbono convivere nella nostra area (multi)disciplinare. Nel precedente anno accademico, a Lecce abbiamo celebrato il decennale del corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università del Salento. Abbiamo voluto un decennale molto sobrio, con due iniziative di taglio seminariale che abbiamo chiamato “Incontri di comunicazione” e “Libri di comunicazione”, che hanno coperto un arco di vari mesi. E’ stata un’occasione per incontrare colleghi di altre sedi universitarie e autori di lavori recenti e significativi, tra cui filosofi, sociologi, linguisti, esperti di comunicazione politica (www.scienzecomunicazioneunile.it/decennale/). A dicembre del 2011 abbiamo dato vita a due convegni nell’arco di una settimana. Il primo, dedicato al rapporto tra comunicazione e menzogna, tematica centrale da sempre nella storia della comunicazione e tanto più in una fase in cui l’irruzione del digitale consente un nuovo tipo di riproducibilità (e manipolazione) tecnica di immagini e testi. Il secondo, dedicato al centenario della nascita del grande mediologo canadese Marshall McLuhan (per entrambe le iniziative vedi www.scienzecomunicazioneunile.it/menzogna/).

La logica degli incontri a cui abbiamo dato vita è, appunto, il seminario. Una forma di impollinazione culturale, antichissima per tradizione, che ha bisogno di essere riscoperta: gli spazi di attività tendono alla riduzione nelle more della riforma Gelmini perché rappresentano un investimento, e gli investimenti – all’interno di un bilancio pressoché interamente votato al pagamento degli stipendi del personale strutturato – tendono in questa fase a scomparire.

Nel corso dell’anno accademico 2011-2012 abbiamo, invece, tentato un ulteriore esperimento. Abbiamo chiesto a un insieme di figure professionali presenti nel territorio salentino (che vi risiedono o che comunque lo conoscono) di collaborare con il nostro corso di laurea per dare vita a una serie di laboratori per gli studenti. Alla fine abbiamo organizzato quindici Lab.com, cioè appuntamenti di settore in grado di coinvolgere molte decine di studenti in attività di apprendimento e di progettazione. Ogni responsabile poteva contare su cinque o sei appuntamenti: la sfida era di riuscire a comunicare il massimo delle conoscenze in un numero limitato di ore, in modo da non confondere i laboratori con i normali corsi. Questi i campi coinvolti: cibo e comunicazione, cinema, filosofia e psicoanalisi, come si fa una web tv, comunicazione per la pubblicità, elementi di giornalismo televisivo, fare un documentario, immagini e grafica, letteratura anglo-americana, marketing politico, elementi di psicoanalisi della comunicazione, musicologia, progettazione per il web, scrivere per la pubblicità, visual storytelling.

Abbiamo messo molta carne al fuoco, ma avevamo bisogno di sperimentare: come affermavo nel corso dell’articolo, le nuove tecnologie della comunicazione consentono un salto di qualità cognitivo. Bisogna tuttavia che le tecnologie leggere siano a disposizione di studenti ed esperti per poterle utilizzare nelle loro potenzialità. I corsi di laurea in comunicazione sono nati anche e soprattutto per liberare energie in direzione di un “saper fare”: ma, a differenza degli altri paesi europei, in Italia solo alcuni corsi hanno potuto contare su acquisti di attrezzature valide e aggiornabili. Con i Lab.com abbiamo cercato di mappare una possibile offerta extra-didattica per stabilizzare campi e oggetti cognitivi, pur fondamentali per uno studente di comunicazione, che rischiano di non poter entrare in contatto con l’organizzazione accademica.

Quindici laboratori rappresentano un numero enorme e uno sforzo organizzativo non da poco. Probabilmente quest’anno ne presenteremo un numero più limitato, su cui operare con investimenti anche esterni.

Ma, ripeto, è essenziale che i corsi in Scienze della comunicazione mantengano un’attenzione alla sfera operativa così come a quella teorica. La legge di riforma Gelmini attua una regolamentazione strettissima su aspetti di governance, riducendo gli spazi di democrazia. Tuttavia l’ossessione per garantire ai vertici delle università un esercizio strabordante di potere lascia dei vuoti nelle retrovie: la particella elementare dell’edificio universitario, i corsi di laurea, è regolamentata in modo molto schematico. Esistono cioè degli spazi dove poter agire, possibilmente coinvolgendo nelle nostre idee e iniziative anche colleghi di altri approcci disciplinari.