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27 novembre 2012

L’ubiquità fragile. Lo smartphone e le nuove geografie situazionali

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Nicola Pentecoste *

1.

Il modello di Meyrowitz, sviluppato e descritto in No Sense of Place (1985), rappresenta ad oggi il tentativo più riuscito – e per molti aspetti l’unico – di rendere “operativa” la teoria del medium di McLuhan (1964) nella prassi della ricerca sociale. Ovviamente i suoi casi di studio non esauriscono le possibili applicazioni, ma riescono a fissare le linee generali di analisi ed è bene, perciò, entrarvi nel merito prima di passare allo studio degli effetti psico-sociali del telefonino.

A prima vista i teorici del medium, come il sociologo americano definisce Innis e McLuhan, e i sociologi delle situazioni, Goffman in particolare, non sembrano avere granché in comune. I primi si sono occupati essenzialmente di descrivere il modo in cui i mezzi di comunicazione ridefiniscono gli ambienti e le istituzioni, ma senza dirci come questi agiscono concretamente nel modellare le situazioni sociali. Viceversa i secondi hanno studiato a fondo i comportamenti sociali senza analizzare come o perché cambino nel tempo. Ciò nonostante, i due approcci entrano in qualche modo in una relazione di complementarietà senza però integrarsi, sebbene esistano anche dei punti di contatto, degli elementi comuni. Se i teorici del medium non studiano il contenuto ma la forma dei media, i situazionisti non si occupano dei comportamenti individuali ma di quelli sociali e, soprattutto, «affrontano tutti e due un tema analogo: i modelli di accesso reciproco» (Meyrowitz 1985: 55).

Meyrowitz supera a piè pari la questione spinosa del gradiente termico dei media di McLuhan, ovvero la sua teoria specifica, ma ne recupera l’approccio generale. L’effetto sociale dei media non starebbe, infatti, in «un misterioso equilibrio sensoriale, ma [in] una ben riconoscibile ristrutturazione dei palcoscenici sociali sui quali interpretiamo i nostri ruoli e, di conseguenza, la nostra concezione di “comportamento appropriato”» (ivi: 8). Un nuovo medium, modificando la nostra percezione, ridefinisce lo spazio della rappresentazione e quindi dell’interazione sociale. E, aggiunge Meyrowitz (ivi: 59), «il luogo in quanto tale è in realtà una sottocategoria della nozione più inclusiva di campo percettivo». Il concetto, evidentemente, era chiaro anche a Goffman (1959: 127, corsivi nostri), laddove scriveva:

un territorio può esser definito come un qualsiasi spazio che sia delimitato da ostacoli alla percezione. Naturalmente non tutti i territori sono delimitati nella stessa misura e mediante ostacoli dello stesso tipo […]. L’impressione e la comprensione volute dalla rappresentazione tenderanno a saturare quei certi spazi ed intervalli di tempo, così che ogni individuo che si trovi in questa combinazione di spazio-tempo, sia nella posizione di poter osservare la rappresentazione ed  esser guidato dalla definizione della situazione proiettata.

Come sappiamo Goffman considera la vita sociale come una rappresentazione in cui interagiscono gruppi di performance e gruppi di audience. È la nota metafora shakespeariana del mondo come teatro. In questo gioco i soggetti che interagiscono sono contemporaneamente attori e spettatori nella scena, impegnati nella definizione della situazione. Ma perché questa sia credibile, gli stessi attori devono attenersi a un comportamento che sia congruo al ruolo che stanno interpretando. In altri termini essi dovranno preservare in qualche modo le informazioni del loro retroscena che possono entrare in conflitto con la facciata, «quella parte della rappresentazione dell’individuo che di regola funziona in maniera fissa e generalizzata allo scopo di definire la situazione per quanti la stanno osservando», ovvero «l’equipaggiamento espressivo di tipo standardizzato che l’individuo impiega intenzionalmente o involontariamente durante la rappresentazione» (ivi: 33).

Ogni situazione, pertanto, può essere definita come un sistema informativo, che incorpora «un determinato modello di accesso alle informazioni sociali [e] un determinato modello di accesso al comportamento di altre persone» (Meyrowitz 1985: 61). In sintesi, creando nuovi ambienti sociali, i media elettronici modificano la geografia situazionale della nostra vita sociale. È possibile, pertanto, studiare il cambiamento dei comportamenti sociali innescati dai nuovi media attraverso un metodo per così dire circostanziale, esaminando cioè i nuovi confini delle situazioni.

Nel suo libro, Meyrowitz, descrive in particolar modo come tre categorie di ruoli sociali siano state trasformate dai media elettronici: i «ruoli di affiliazione» o «dell’essere», i «ruoli di transizione» o «del divenire», i «ruoli di autorità» (ivi: 85). I primi sono legati all’identità di gruppo, pensiamo per esempio ai concetti di femminilità e mascolinità, ma anche ai gruppi professionali – i medici, gli avvocati, i professori universitari o i camerieri di un ristorante, come quelli studiati alle Shetland da Goffman – o quelli legati alla propria etnia. Ovviamente ogni individuo condivide più identità di gruppo sovrapposte, che però possono essere attivate in specifiche situazioni sociali. I ruoli del divenire sono legati ai processi di socializzazione, e quindi ai passaggi nelle fasi della vita, quello dall’infanzia all’età adulta, ma anche l’ingresso in un gruppo secondario, sia esso amicale che professionale. L’ultimo tipo di ruolo è analizzato soprattutto in relazione ai politici, ma può valere per tutte quelle situazioni sociali che implicano un rapporto di potere. Ad ogni categoria, poi, Meyrowitz applica tre variabili: l’«accesso relativo all’informazione sociale», le «distinzioni tra scena e retroscena», l’«accesso ai luoghi fisici» (ivi: 87).

2.

Solitamente l’accesso a una nuova situazione si compie attraverso il passaggio da un luogo fisico a un altro. Ma il telefono, la radio, e in particolar modo la televisione hanno cambiato il modo in cui gli individui possono essere fisicamente presenti in un luogo. Permettendo alle persone di comunicare tra loro senza dover condividere lo stesso spazio, questi media hanno reso possibili nuovi tipi di rapporti sociali, prima inesistenti, come le cosiddette interazioni para-sociali teorizzate dagli psicologi Donald Horton e Richard Wohl (1956), che possiamo definire anche come relazioni di intimità non reciproca a distanza (Thompson 1995: 305-313). È il caso del fanatismo, espresso nelle sue diverse forme più o meno estreme, verso un cantante, un attore, un atleta, persone che Meyrowitz chiama anche amici mediali. Psicologicamente il rapporto che alcuni coltivano con i divi dello spettacolo è vissuto alla stregua di quelli esperiti nelle interazioni faccia a faccia.

Meyrowitz si sofferma in particolare sugli effetti specifici della televisione, individuando tre dimensioni del mutamento sociale, forse le più importanti, anche se non le uniche: la «fusione tra il maschile e il femminile», la «confusione tra infanzia e maturità» e la trasformazione dell’immagine dell’«eroe politico come uomo comune». Sono tutti effetti della nuova geografia situazionale creata dal cosiddetto palcoscenico laterale, uno spazio intermedio che permette di vedere parte del retroscena mentre la rappresentazione si svolge sulla ribalta. I ruoli forti della società occidentale, infatti, si sono strutturati in un ambiente alfabetizzato dominato dalla stampa solo in un periodo recente della storia, anche se per noi col tempo sono diventati naturali. Con essi si sono consolidati anche i rapporti di dominio, garantiti dall’isolamento dei diversi sistemi informativi, che i media elettronici hanno ormai messo in crisi. Da qui, si può dire, che una delle conseguenze più rilevanti della televisione sia stata un’effettiva democratizzazione della società.

Ora, i cambiamenti di cui parla Meyrowitz sono effetti strutturali di lungo periodo, che investono non singoli individui, ma ruoli e istituzioni sociali. È la figura del padre e della madre, del politico, come di ogni altro ruolo sociale a essere trasformato dal palcoscenico laterale, come in genere tutti quelli una volta definiti in modo rigido dal ceto, la professione, il sesso, l’età. E, tuttavia, non dobbiamo cadere nella trappola, che suona come la classica scappatoia postmodernista, che non esistano più ruoli sociali. Semmai bisognerebbe riconsiderare il problema della loro ridefinizione, nella consapevolezza che la credibilità stessa di un qualsiasi ruolo sociale forte è stata minata dai nuovi media. Come già evidenziato, non senza ironia, «il messaggio della televisione è – e continua a essere, dovremmo aggiungere – un corso monografico del situazionismo di Goffman trasmesso ventiquattr’ore su ventiquattro: lo spettatore apprende l’artificiosità di ogni comportamento sociale, cioè assume consapevolezza che dietro una facciata c’è sempre un retroscena» (Pentecoste 2012: 327).

Più recentemente il sociologo americano ha proposto alcune formule sintetiche della sua medium theory, che valgono una generalizzazione dei casi specifici di studio: «tanto più le situazioni e i partecipanti sono segregati, maggiore è la differenziazione nello status e nel comportamento. Al contrario, tanto più le situazioni e i partecipanti si sovrappongo, minore è la differenziazione nello status e nel comportamento» (Meyrowitz 2004: 59). Per deduzione, si ricava un’altra regola generale: «i media che isolano l’accesso alle situazioni sociali lavoreranno in direzione di una separazione dei ruoli; i media che confondono l’accesso alle situazioni sociali favoriranno ruoli meno distinti» (ivi: 60).

3.

Il sociologo inglese John B. Thompson (1995) ha preso spunto dal modello di Meyrowitz per costruire una nuova tassonomia dei media, e ne ha esteso l’applicazione ad alcune problematiche sociologiche legate al tema della modernità, come il ruolo assunto dalla tradizione, o il fenomeno della globalizzazione. Tra le questioni più interessanti elaborate nel suo lavoro per i nostri scopi sarà utile approfondire quella del controllo, connessa al concetto di fragilità, che – lo diciamo fin da ora – interpreteremo in modo viepiù estensivo.

Secondo Thompson – il cui studio insiste soprattutto sulla cosiddetta quasi-interazione mediata, tipica dei sistemi di comunicazione broadcast – i pochi privilegiati che possono accedere al palcoscenico televisivo acquisiscono l’indubbio vantaggio di esporsi a un pubblico di gran lunga più ampio di quello raggiungibile da altri media. Tuttavia questa «visibilità mediata» finisce per essere «un’arma a doppio taglio» (Thompson 1995: 197). I personaggi televisivi non solo si trovano nella condizione di non poter controllare pienamente la propria espressione, ma anche nell’impossibilità di avere un feedback diretto da parte del pubblico, perché il contesto della ricezione è dislocato in luoghi fisici diversi dalla rappresentazione. È per questo che la stessa «visibilità creata dai media può trasformarsi nella fonte di un nuovo e particolare tipo di fragilità» (ivi: 198). Il sociologo inglese descrive alcuni di questi rischi che non rappresentano certo l’intero universo delle possibilità, ma sono, per così dire, i più frequenti: le gaffe e gli eccessi, la partecipazione a un programma televisivo di effetto negativo, la fuga di notizie, gli scandali (ivi: 199-209).

Per tradurre quanto detto finora nell’analisi delle nuove geografie situazionali create dal telefonino, dobbiamo cercare innanzitutto di individuare le peculiarità tecniche del mezzo in esame. Il che ci obbliga a una breve digressione preliminare. Già da tempo è stata ravvisata la necessità di non trattare Internet e il web come mezzi isolati dal contesto più generale dell’ambiente mediale digitale (Benkler 2006, Wolton 2000). Il cellulare non fa eccezione. Non possiamo parlarne senza considerare l’intero complesso delle infrastrutture hardware e software in cui si inseriscono le sue molteplici declinazioni d’uso; soprattutto dal momento in cui lo smartphone diventa sempre più il mezzo privilegiato di accesso alle risorse della Rete, dalle pagine web ai servizi di instant messaging, dall’email e ai siti di social networking, Facebook e Twitter in testa.

Il trend è chiaro. Mentre calano le vendite dei pc, sostenute per lo più dal mercato corporate, quello degli smartphone e dei tablet segnano puntualmente record di vendite. Strategy Analytics, società di analisi del mercato tecnologico, ha recentemente pubblicato i dati della diffusione degli smartphone, dichiarando che nel terzo trimestre del 2012 è stata superata la cifra, tutt’altro che simbolica, di un miliardo di esemplari in circolazione in tutto il mondo.

Il telefonino, insomma, dimostra di essere il più pervasivo dei personal media, e il suo successo deriva in primo luogo dalla sua portatilità, elemento che unito all’integrazione di funzioni fino a poco tempo fa relegate a media fissi, e quindi più “pesanti”, ne accrescono l’appeal. Il telefonino rende disponibile in ogni luogo e in qualsiasi momento l’accesso al nostro capitale sociale-relazionale e nello stesso tempo ci rende permanentemente disponibili al contatto, secondo quello che potremmo definire il paradigma dell’always on, l’essere sempre connessi (Bennato 2004).

In sostanza, la rivoluzione telematica sembra aver conferito di fatto anche all’essere umano quella che storicamente è stata una prerogativa di dio – e dei santi, per restare nei confini della cultura occidentale – l’ubiquità, la facoltà di essere presenti sempre e contemporaneamente in più luoghi diversi. E come il carattere ubiquo è imprescindibile dall’onniscienza e l’onnipotenza della divinità giudaico-cristiana, anche i nuovi mezzi di comunicazione, il telefonino in primis, generano l’illusione di un maggior «dominio della realtà esterna» (Di Gregorio 2003: 40-46), quando addirittura un vero e proprio «sentimento di onnipotenza» (ivi: 47-50). Parliamo di illusione, perché, anche qui, l’estensione virtuale della nostra presenza, rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio e il potere dell’ubiquità può tramutarsi in nuove fragilità.

Ora, i tecno-entusiasti insistono nell’evidenziare le potenzialità di un nuovo mezzo e ne sminuiscono spesso gli effetti collaterali, giocando un ruolo ambiguo, stretto tra la necessità di uno sguardo oggettivo verso il fenomeno in analisi e un atteggiamento affettivo che alimenta il clamore mediatico che naturalmente accompagna le novità commerciali nel settore hi-tech. I tecno-critici, al contrario, tendono a stressare il lato disumanizzante e desocializzante delle nuove tecnologie, mettendone in risalto le potenzialità devianti e patologiche. Se i primi sono vittime inconsapevoli del classico complesso di narciso-narcosi (McLuhan 1964: 51-57), i secondi sembrano invece prenderne coscienza, ma non riescono a svincolarsi dal paradigma strumentalista della tecnologia, attribuendo la causa di ogni suo male all’uso aberrante piuttosto che alle caratteristiche intrinseche del mezzo. Non è un caso che le prime riflessioni critiche sugli effetti dei cosiddetti nuovi media ricadano sovente nella sfera delle tecno-dipendenze, come dimostrano gli studi pioneristici di Kimberly Young (1998) sulla Internet addiction.

Dunque, tornando al telefonino, non potremmo dire se la natura feticcia dell’oggetto tecnico derivi dalla negazione dell’angoscia di castrazione, in accordo con la lettura freudiana fornita da Luciano Di Gregorio nel suo fortunato lavoro Psicopatologia del Cellulare (2003: 104-110). Certo, rispetto a quanto già affermato, su una cosa non possiamo essere d’accordo con lui, ovvero sul carattere “eccezionale” con cui è definito il rapporto feticistico col cellulare. D’altronde Di Gregorio, per via del proprio bias professionale e disciplinare, privilegia naturalmente un certo psicologismo, e con esso una serie di assunti assiomatici tipici della psicologia clinica e quella del profondo, come l’idea che esista un’autenticità e naturalità in altre forme espressive e di relazione sociale premoderne. Dello stesso vizio prospettico, a quanto pare, è affetta Sherry Turkle nel suo ultimo lavoro Alone Together (2011).

Tuttavia, seguendo un approccio mediologico o anche solamente sociologico, è impossibile non riconoscere l’artificialità in qualsiasi tipo di comunicazione: la televisione, il cinema, il telefono, come il ballo, il teatro o la conversazione orale. Tutta la comunicazione è mediata, e se le lingue “naturali” sembrano fare eccezione è solo perché non ne riconosciamo, almeno consciamente, il carattere artificiale. Su questo è inutile aggiungere altro a quanto non abbiano già fatto gli esponenti della corrente della cosiddetta Scuola di Toronto della comunicazione o lo stesso Goffman nello studio delle situazioni e del comportamento sociale. Se c’è, però, qualcosa su cui possiamo essere d’accordo con Di Gregorio & Co è il carattere particolare di questo feticismo, legato com’è alla forma specifica del mezzo di comunicazione in oggetto.

4.

Ogni nuovo medium, ridefinendo i confini tra sistemi informativi, costruisce una o più nuove situazioni. Il nuovo frame che ne deriva può considerarsi, adottando il lessico di Goffman (1974: 83-123; 65-82), come una «messa in chiave» (keying), cioè una trasformazione di strutture primarie; oppure – almeno in teoria ma, si capisce, molto più difficilmente – una nuova «struttura primaria», ovvero una «prospettiva interpretativa vista […] come non dipendente da o riferibile ad alcuna interpretazione precedente». La conversazione telefonica costituisce un frame interpretativo con regole proprie che si è strutturato nel corso del tempo con l’uso del telefono fisso. È lecito pensare che il telefonino, come spazio fisico dell’interazione – che Goffman (1959: 33) chiama specificamente ambientazione, «il luogo dove si svolge la rappresentazione», elemento che assieme alla facciata personale costituisce la facciata – abbia operato una trasformazione in termini di keying della tradizionale conversazione telefonica.

Vediamo in che modo, partendo dall’analisi svolta da Gianfranco Marrone (1999: 12-14), il quale evidenzia tre fenomeni, dei sotto-generi della conversazione telefonica al cellulare. Il primo concerne «l’emergere in primo piano della situazione comunicativa, del contesto d’uso dell’apparecchio, dell’ambiente spaziale da cui si chiama», motivo che rende i rumori di fondo parte della conversazione, atti ad autenticarla, da cui anche l’ampio uso di espressioni fàtiche: “mi senti?”, “non ti sento bene”, “ti sento a tratti”, ecc… Questo stress fàtico è presente, peraltro, anche in altre forme mediate di comunicazione tipiche dell’era Internet. Pensiamo ad esempio alle chat o ai nuovi dispositivi di instant messaging, oggi integrati negli smartphone con applicazioni come Whatsapp, Kik messenger, Viber o ChatON, che costringono spesso gli interlocutori alla reiterazione di frasi come “ci sei?”, “cosa stai facendo?”, “ti arrivano i miei messaggi?”. Collegato a questo troviamo il fenomeno della frammentazione della conversazione, dovuto alle fluttuazioni del segnale radio. Terzo, la non-esclusività della conversazione, ovvero il fatto che sovente altre persone partecipano loro malgrado all’interazione come ascoltatori di uno o entrambi gli interlocutori. Tutti questi sotto-generi, così definiti dal semiologo palermitano, a ben vedere, dipendono essenzialmente dalla natura mobile del dispositivo, che si conferma ancora una volta l’elemento tecnico maggiormente caratterizzante. L’ultimo di questi è, poi, di gran lunga il più importante, quello con le maggiori conseguenze pratiche.

Se passiamo dagli effetti sulla conversazione telefonica, che rappresenta una situazione d’interazione sociale particolare – e di certo non esaurisce tutte quelle possibili – a quelli di natura strutturale, il discorso si complica inevitabilmente. Il telefonino rompe le barriere tra tempo libero e tempo di lavoro, e questo motivo è stato ampiamente sdoganato dalla letteratura sociologica. Lo stesso può dirsi dell’abbattimento delle barriere tra sfera pubblica e sfera privata, su cui ci soffermeremo maggiormente. Può essere utile, infine, aggiungere un ulteriore elemento, che proviene dalla riflessione in ambito psicologico condotta da Di Gregorio. (2003: 25)

La funzione del telefono, da un punto di vista affettivo e relazionale, è sostanzialmente quella di un regolatore soggettivo della distanza e di un moderatore della separazione. Quando si parla di separazione non ci si riferisce tanto a una distanza fisica, ma sostanzialmente all’intollerabile distanza sentimentale, al sentimento della mancanza che origina dalla perdita di contatto diretto con l’altro.

5.

A questo punto andrebbero distinti due ambiti di indagine per definire le nuove geografie situazionali ingenerate dal telefonino. Il primo riguarda le situazioni prodotte dall’uso del cellulare all’interno dello spazio pubblico generalmente inteso. Il secondo, invece, riflette l’articolazione interna della sfera privata e chiama in causa il telefonino come esteriorizzazione del nostro capitale sociale, della nostra memoria e, quindi, della nostra intimità.

Per ciò che concerne il primo ambito, il telefonino, come il walkman o qualsiasi altro dispositivo di comunicazione mobile, crea quella che è stata definita una bolla comunicazionale (Flichy 1991: 272-274), ossia una dimensione privata all’interno della sfera pubblica. A tal proposito val la pena specificare un fatto spesso sottaciuto o a volte misconosciuto, che fa della bolla comunicazionale e il relativo isolamento in pubblico un fenomeno recente, connesso ai media elettronici, esclusivo dell’uso di lettori mp3, cellulari e smartphone. Nella prospettiva dell’analisi situazionale, infatti, ci si isola in pubblico anche leggendo un libro o un quotidiano. Anche in questi casi, come recita il titolo dell’ultimo lavoro della Turkle (2011), si è insieme ma soli. Se l’isolamento da lettura è considerato più “naturale”, anche qui, è solo perché siamo abituati da più tempo a questo tipo di comportamento pubblico.

Eppure c’è qualcosa che rende la conversazione telefonica un caso speciale di isolamento, rispetto a quella prodotta dall’uso delle cuffie o dalla lettura. Il motivo risiede nel fatto che la lettura, l’ascolto musicale, la visione di un filmato, come altre forme di quasi-interazione mediale, pur rivelando nel loro contenuto alcuni caratteri del nostro self non sembrano intaccare il nostro ruolo all’interno del contesto pubblico di fruizione, lasciandoci sostanzialmente in uno stato di anonimità. Viceversa l’interazione mediata del telefonino contempla l’esposizione in un contesto pubblico del self o addirittura un passaggio di ruolo e, quindi, di una parte del relativo retroscena. È questo il motivo per cui non ci sentiamo in dovere di allontanarci dalle persone quando siamo immersi nella lettura di un giornale o nell’ascolto di un brano musicale, mentre è prassi frequente nel caso di una telefonata in pubblico, soprattutto se siamo in conversazione con una persona molto intima. Parlare a bassa voce è a suo modo un espediente cui spesso di ricorre per preservare la privacy, specialmente se ci si trova in ambienti molto affollati e non è possibile rifugiarsi in un luogo appartato. D’altronde, però, come già intuito da McLuhan (1964: 289), il limite è intrinseco al mezzo, dacché, «per sua natura, il telefono è una forma intensamente personale che ignora tutte le pretese di privacy visiva dell’uomo alfabeta».

Nondimeno, è stato giustamente notato (Turkle 2011: 155) che «quando le persone sono immerse in una conversazione telefonica in luoghi pubblici, il loro senso della privacy è sostenuto dalla presunzione che coloro che gli sono intorno li tratteranno non solo come anonimi, ma come se fossero assenti». Dagli altri ci si aspetterebbe, infatti, quella che Goffman (1963) chiama disattenzione civile, ma spesso l’invasione nello spazio pubblico di un’attività di tipo privato non può che attirare l’attenzione dei compresenti, provocando imbarazzo e gaffe comportamentali. Schegloff (2002: 285-286) racconta a tal proposito un episodio particolarmente esemplare, avuto luogo su un treno diretto a New York. Una ragazza è impegnata in un’accesa discussione al cellulare con il fidanzato. Gli altri passeggeri, intuendo la natura intima della conversazione, cercano di focalizzare la loro attenzione su altre cose, mettendosi a leggere o guardando il paesaggio fuori dal finestrino, con lo scopo evidente di non darle modo di capire che stanno origliando. Tutti tranne uno che, catturato dalla telefonata, intercetta malcapitatamente con lo sguardo gli occhi della ragazza, la quale con un atto di indignata protesta esclama: «Ti dispiace? Questa è una conversazione privata!».

Nel caso di telefonate di natura professionale, sembra invece che parlare ad alta voce, senza premura per la tutela della propria privacy, non costituisca per l’utente un problema e, anzi, sembra essere vissuto con un certo senso di narcisismo. In genere, però, in aggregati sociali anonimi, che Goffman (1963) definisce propriamente raggruppamenti non focalizzati (unfocused gatherings) – come l’insieme degli individui che condividono il vagone di un treno o della metropolitana, una sala di attesa, o che sono semplicemente co-presenti in un qualsiasi altro luogo pubblico, come un parco – l’attività focalizzata della conversazione telefonica rompe, comunque, un certo ordine morale.

L’irruzione del self nella sfera pubblica, che può manifestarsi anche con la partenza di una suoneria – comportamento severamente e palesemente sanzionato dal pubblico di una sala cinematografica o di un teatro, che invece costituiscono un raggruppamento focalizzato – è vissuta generalmente come un atto violento di inciviltà. Quanto detto assume la giusta rilevanza nelle parole più autorevoli di Richard Sennett (1974: 325):

Indossare una maschera è l’essenza della civiltà. La maschera consente la socievolezza pura, indipendentemente dal potere, dal disagio, o dai sentimenti personali di coloro che la portano. Lo scopo della civiltà è di mettere le persone al riparo dell’Io altrui.

6.

Se le conversazioni telefoniche rappresentano un caso evidente di invasione del privato nel pubblico, a loro volta telefonate e sms sono percepiti come un’invasione esterna nel proprio privato. Quello delle chiamate indesiderate, d’altro canto, non è un fenomeno nuovo ed era già percepito come problema sociale alla fine dell’Ottocento, negli anni della prima diffusione del telefono. All’epoca questo rischio si manifestava nell’eventualità di un’«intrusione nella cerchia domestica di venditori a domicilio, fornitori di musica mediocre, operatori ficcanaso e persino di germi trasmessi via cavo» (Fischer 1992: 35), se non quando di veri e propri «truffatori» (Marvin 1988: 103-109). In era analogica, quando esisteva il solo telefono “col filo”, non era possibile conoscere a priori l’identità del chiamante, e l’unico modo per farlo era alzare la cornetta. L’atto di rispondere, peraltro, si poneva come obbligo morale, fatto che McLuhan (1964: 285) esprimeva con una domanda provocatoria: «perché sentiamo l’impulso a rispondere a un telefono pubblico che squilla pur sapendo che la chiamata non può essere per noi?».

Oggi, con il cellulare la possibilità di conoscere il numero di chi chiama attraverso la lettura del display ci mette al riparo dalle telefonate degli operatori dei call center – che oggi costituiscono quello che in gergo tecnico è il front-end, la “voce” delle aziende – percepite diffusamente come una fonte di grande seccatura. Nella maggior parte dei casi, infatti, le telefonate a fini di vendita o a carattere promozionale, data la prassi di oscurare il numero, possono essere evitate. In generale per molti è diventata consuetudine non rispondere a chiamate anonime o addirittura a numeri non registrati sulla propria rubrica, al fine di evitare contatti indesiderati.

Il nuovo ordine della trasparenza garantisce un margine di libertà sicuramente maggiore rispetto al passato, ma non significa che il telefonino non comporti obblighi morali. Nel caso specifico in cui la chiamata o anche un sms arrivi da una persona conosciuta, che fa parte del nostro gruppo di pari o della cerchia familiare,non rispondere rimane certamente un’opzione sempre possibile, ma è percepita, nei migliori dei casi, come una mancanza di cortesia e, a volte, come un atto di maleducazione. Alcuni servizi forniti ormai da tutte le telecom, peraltro, rendono impossibile sfuggire a chiamate indesiderate anche con il dispositivo spento. Una volta riacceso il cellulare arriva puntuale un sms con numero e nome dell’intestatario, che ci avvisa della chiamata persa qualora, appunto, sia registrato nella nostra rubrica. Anche lo squillo, pratica sociale particolarmente diffusa tra i teenager italiani, «caso estremo di comunicazione», «ridotta esclusivamente alla dimensione performativa», comporta nel gruppo dei pari e nella coppia precise norme comportamentali, che rispondono ad una sorta di «obbligo sociale della reciprocità» (Scifo 2005: 72, 78).

7.

Queste ultime considerazioni ci trasportano nel nostro secondo ambito di indagine, che riguardano, come si è detto, l’articolazione interna della sfera intima. Abbiamo capito già che il telefonino non permette solo di controllare con maggior libertà e consapevolezza la nostra socialità. La controparte di questa estensione, peraltro, non si limita a nuove forme di obbligo morale all’interno di nuovi rituali d’interazione, ma ci espone a nuove forme di vulnerabilità, che sul piano individuale possono avere effetti disastrosi. Si è detto anche, infatti, che il telefonino rappresenta un’esteriorizzazione della nostra intimità e della nostra memoria. È il caso di analizzare ora quest’espressione in modo più approfondito, partendo da una constatazione banale, riferita, potremmo dire, al suo significato letterale.

Il telefonino, come artefatto tecnico in sè, possiede una memoria fisica su cui sono registrati e conservati una certa quantità di dati personali – la rubrica, gli sms, gli mms, le fotografie, la cronologia delle chiamate effettuate e ricevute – il cui limite è dato dalla capienza del disco rigido installato. Gli smartphone di ultima generazione, permettendo l’accesso ad Internet, ampliano illimitatamente la quantità di informazioni: dalla cronologia delle pagine web che abbiamo visitato alle conversazioni in chat, dalle e-mail ai profili dei nostri account attivi su social network e simili. In altre parole, l’inaudita “potenza di fuoco” dei telefonini di ultima generazione rappresenta anche la loro maggiore fragilità, al punto che lo smarrimento o il furto sono eventi vissuti sempre come un trauma profondo.

Ovviamente il discorso può essere generalizzato a tutti i dispositivi attraverso i quali accediamo ai servizi disponibili su Internet, una memoria che non dimentica, virtualmente eterna (Mayer-Shönberger 2009). Per quante precauzioni possiamo adottare allo scopo di proteggere i nostri dati personali, la loro dislocazione remota e la digitalizzazione permettono sempre, almeno in potenza, una violazione da parte di altri nei termini di accesso, raccolta, duplicazione e manipolazione. È solo una questione di tempo, di mezzi e know-how tecnico, ma la possibilità che qualcuno possa entrare in possesso dei nostri dati personali è reale e tutt’altro che teorica.

Il tema intercetta il problema della sorveglianza e tocca questioni vastissime che richiederebbe uno spazio dedicato di analisi. Per ciò che concerne il nostro discorso va sottolineato come tale questione sia stata trattata tradizionalmente dal punto di vista del controllo istituzionale operato da agenzie governative o da multinazionali senza scrupoli (Lyon 2001). Meno esplorato dalla letteratura è invece il pericolo di una violazione della privacy all’interno del proprio ambiente domestico e familiare, anche se abbiamo più di un indizio per pensare che proprio qui si annidino i rischi maggiori di incursioni indesiderate.

Proprio recentemente l’American Academy of Matrimonial Lawyers (AAML) ha pubblicato i dati di una ricerca condotta attraverso interviste a ottocento avvocati divorzisti americani, che ha posto in evidenza un fenomeno su cui vale la pena riflettere. La maggioranza dei membri dell’organizzazione rivelano un’impennata del numero delle cause di separazione in cui sono presentati come elementi probanti di infedeltà, o di altri comportamenti scorretti del partner, messaggi di testo e altri contenuti “trovati” negli stessi smartphone. I messaggi di testo sarebbero la forma più comune di prova  presentata (il 62% dei casi), seguita dalle email (23%) e da numeri di telefono che ricorrono un po’ troppo spesso nella cronologia delle chiamate (13%). Questa tendenza trova conferma anche dalla Divorce-Online,società privata britannica che fornisce servizi legali in materia di separazioni. Da una ricerca condotta su cinquemila richieste di divorzio presentate nel 2011, risulta che nel 33% dei casi sia citato il social network Facebook.

Da queste ricerche non dovremmo soffermarci sull’idea che smartphone e social media favoriscano tradimenti e relazioni extraconiugali. E non perché non sia vero. Il telefonino, in effetti, è uno strumento funzionale tanto alla messinscena di fabbricazioni quanto al loro smascheramento, sempre per rimanere all’interno della sfera semantica goffmaniana. Su questo non vale la pena aggiungere più di quanto abbiamo detto finora. Semmai la cosa più importante sta nel fatto che esse dimostrano come il nuovo ambiente tecnologico mentre sembra enunciare la promessa di una società antidrammaturgica all’interno di una struttura liberatoria, finisce per negare di fatto ogni sua possibile realizzazione.

Le relazioni di coppia costituiscono, così, un caso particolarmente significativo per l’analisi delle nuove geografie situazionali generate dal telefonino. Per capirne le motivazioni è necessario entrare nel merito di trasformazioni sociali e culturali legate alla modernità, a partire da una riflessione di Anthony Giddens (1992: 72):

l’amore convergente è amore attivo, contingente e quindi non fa rima con i «per sempre» e gli «unico e solo» tipici dell’amore romantico. La società «separante e divorziante» di oggi diventa la conseguenza piuttosto che la causa dell’amore convergente. Quanto più questo si consolida come una possibilità reale, tanto meno importante diventa la ricerca della persona speciale e più conta la «relazione speciale».

Il nuovo paradigma dell’amore convergente sostituirebbe quello romantico di stampo ottocentesco, latore peraltro di una struttura sessista perché relegava la donna ad una condizione subordinata nel rapporto di coppia. E questo rappresenta un’indubbia conquista della modernità riflessiva, come la chiama Giddens. In breve, le relazioni amorose si conformerebbero all’ideale della relazione pura, caratterizzata dalla negoziazione paritaria tra i partner, e che dura finché persistono benefici per entrambi. Il suo carattere speciale si fonderebbe in particolar modo sull’esclusività della relazione stessa, elemento questo che suggerisce l’emergenza di una nuova dimensione del mutamento sociale che potremmo definire, azzardando una nuova espressione sulla falsariga di quelle adottate da Meyrowitz, come “confusione delle sfere intime”.

Ma in tale carattere esclusivo risiede anche la fragilità della relazione pura. Il problema, in effetti, sta proprio nella negazione di ogni possibile separazione tra le sfere intime dei singoli individui. Giddens sembra comprendere questo rischio, quando affronta il tema della codipendenza – senza però approfondirne tutte le possibili conseguenze – che in sintesi non è altro che la dipendenza patologica di uno o entrambi i partner dalla relazione amorosa stessa. La coppia, da un punto di vista sociologico, non è poi che una versione particolare di gruppo sociale, formato solamente, è chiaro, da due persone. Ciò significa che, per quanto negoziabili e flessibili, esistono sempre due ruoli e una performance attoriale che, in quanto tale, è resa possibile, e quindi credibile, sempre dall’esistenza di un retroscena distinto, per quanto possa ridursi a una dimensione minimale.

La relazione pura, ovviamente, non riguarda soltanto la coppia amorosa, ma tende a essere il modello ideale rispetto al quale è misurata ogni relazione personale. Un esempio limite è fornito dall’affermarsi della pratica del password sharing, letteralmente “condivisione della password”. Il fenomeno, come ha riportato recentemente il New York Times (Ritchel 2012), in riferimento a una ricerca condotta dal Pew Internet and American Life Project, sembra essere molto in voga tra i teenager americani – circa il 30% degli intervistati telefonicamente dichiara di averlo praticato almeno una volta – e riguarda sia le giovani coppie amorose, sia le relazioni amicali.

La relazione pura rappresenta, in definitiva, uno dei risvolti concreti dell’ideologia intimista dominante, fondata sulla convinzione ampiamente diffusa che «l’intimità tra le persone sia un bene morale, mentre l’aspirazione principale è lo sviluppo della personalità individuale attraverso esperienze d’intimità e cordialità [e] che i mali della nostra società siano il frutto dell’impersonalità, dell’alienazione e della freddezza» (Sennett 1974: 319). Quali sia i limiti intrinseci di questa ideologia dovrebbero essere già chiari in queste ultime riflessioni. Non bastassero possiamo lasciare le conclusioni – se di conclusioni possiamo parlare – a un’ultima riflessione di Giddens (1992: 151), che chiama in causa i temi della fiducia e dell’onestà, e a una possibile risposta:

Nella relazione pura la fiducia non ha agganci esterni e si sviluppa in base all’intimità. Avere fiducia è fare un investimento sia sull’altro che sulla capacità del rapporto di resistere a futuri traumi. Per problematico che possa apparire, questo comporta molto di più della semplice buona fede. Avere fiducia nell’altro è anche scommettere sulla sua capacità di agire con onestà.

Ovviamente si tratta di una scommessa destinata il più delle volte a fallire, per il semplice motivo – che all’interno di un frame dominato dall’ideologia intimista risuona certamente in tutto il suo cinismo – che «la ragione per cui l’individuo può confidare di continuare tranquillamente a presupporre che gli altri pensino che lui stia agendo in modo sincero, non è che lui è sincero – anche se lo fosse – ma è che nessuno è motivato a raccogliere informazioni contro di lui per diffamarlo» (Goffman 1974: 147).

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* Nicola Pentecoste si è laureato in Scienze della Comunicazione alla Sapienza Università di Roma e ha conseguito il Ph.D. in Comunicazione e Nuove Tecnologie con una tesi sulle teorie di Harold Innis e Marshall McLuhan alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. È stato coordinatore del master in Management, Marketing e Comunicazione della Musica (MMCM), istituito dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (Co.Ri.S) della Sapienza, e ha collaborato per enti di ricerca pubblici e privati. Autore di articoli e saggi, svolge attualmente attività didattica e di studio nell’ambito della Sociologia dei Processi Culturali, dei Media Studies, e degli Studi Sociali della Scienza e della Tecnologia. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo la monografia: Marshall McLuhan tra scienza e filosofia. La tentazione postmoderna, Bevivino Editore, Milano, 2012.