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10 settembre 2015

Roy Ascott: pre-visioni

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Giorgio Cipolletta

GIORGIO CIPOLLETTA

Roy Ascott, artista e teorico inglese, considera l’arte digitale e la telematica (screen of operation) come misteri della conoscenza[1]. La tecnologia digitale, per l’artista inglese, genera una doppia coscienza e un doppio sguardo. Proprio Ascott ci parla di una nuova estetica technoetica che riguarda le forme di comportamento piuttosto che il comportamento delle forme e di reti noetiche (noetic networks), le quali sono capaci di fondere le reti neurali individuali con la rete globale, creando così una nuova dimensione della coscienza. Roy Ascott ci spiega come negli ultimi anni gli artisti si sono dimostrati impazienti di impiegare le nuove metafore della scienza. Essi hanno iniziato ad utilizzare gli strumenti delle tecnologie avanzate conquistando un nuovo terreno, sviluppando così una cultura della coscienza: technoetics[2] (da techne + noetikos = mentale). Il termine è una unione tra techné e noetikos: technoetica è quella speculazione che concerne l’impatto della tecnologia sui processi della coscienza, spiega in maniera chiara Francesco Monico[3].

Secondo Ascott il collegamento in rete è la metafora della cultura della fine del ventesimo secolo in quanto permette interattività, decentramento e stratificazione di idee di molteplici fonti. La sua portata globale, la complessità di elaborazione di idee, la flessibilità di produzione (immagini/musica/testo e l’articolazione di sistemi, strutture e ambienti cibernetici remoti) e la capacità di prevedere una gran varietà di modi di emissione conduce l’arte contemporanea verso una grande sfida: ossia rendere visibile l’invisibile. Allo stesso tempo l’arte della sparizione favorita dal “potere taumaturgico” delle tecnologie consente la produzione di un’assenza feconda di eventi e la capacità contemporanea di ri-materializzare nel processo creativo il “riaccendere” l’opera in senso concreto e processuale. L’opera stessa esce fuori di sé per recuperare la sua funzione estetica, il suo valore di cambiamento riempito di una moltitudine di linguaggi e un forte senso di partecipazione plurale. Il ruolo fondamentale della sperimentazione artistica nel campo del digitale è quello di modificare il rapporto dello spettatore con l’opera artistica. L’arte interattiva, infatti, mette colui che guarda, l’utente, al primo posto.

L’utente è colui che da il via ad una sorta di trasformazione delle immagini, e colui che è al centro dell’esperienza percettiva di un sistema interattivo. L’arte interattiva modifica anche lo statuto dell’artista che deve essere anche un ricercatore e in un certo senso un filosofo perché il campo dell’arte interattiva é un settore emergente della pratica artistica che, come altre forme d’arte, ancora non ha confini ben stabiliti. Ascott Roy è il primo a mettere in chiaro la questione del postindividualismo cioè la formazione di un’intelligenza connettiva distribuita in un contesto (network) in cui potenziamento e autonomia di ogni singola individualità creativa aveva origine dal livello di cooperazione e di interscambio. Egli ha coniato il termine “paternità distribuita” poiché l’arte telematica permette una creazione collaborativa e cooperativa. L’arte viene vista come un processo continuo e integrato dove ogni elemento è chiamato a interagire con il tutto.

Ascott afferma che è possibile estendere la percezione e la conoscenza umana attraverso le relazioni tra arte/intuizione e tecnologia/ragione e che la networking tecnologica riesce a rappresentarle e a coltivarle. La tecnologia può essere telematica, digitale, genetica, vegetale, moist (letteralmente emulsionata), linguistica. Le tecnologie oggi disponibili hanno un impatto sulla coscienza e si sono trasformate nel substrato dell’arte del terzo millennio, in particolare le tecnologie più interessanti si definiscono nell’incrocio tra telematica, biotecnologia, nanotecnologie, e informano il processo degli artisti, dei progettisti, dei performers e degli architetti. Roy Ascott riflette sulla definizione estetica del paradigma tecnologico contemporaneo (tech-noetica), ossia una fusione di che cosa conosciamo e possiamo ancora indagare sulla coscienza, con ciò che possiamo fare e finalmente realizzeremo attraverso la tecnologia.

Attraverso una forzatura linguistica, ma allo stesso tempo approfittando di una felice coincidenza, Monico analizza il neologismo proposto da Ascott, scomponendo il termine: <technoethos>, in tre parti, con un assorbimento della consonante “n”, così: <techne><nous><ethos>, introducendo una dimensione cognitiva, mentale, come elemento di mediazione fra la dimensione pratico-tecnica e quella comportamentale-normativa: senza “nous” non ci può essere “ethos”, o sinteticamente: ogni “tecno etica” è necessariamente una “tecno-noetica”. La tech-noetica quindi è una disciplina che si interroga sui rapporti tra coscienza e tecnologia. Infatti se l’oggetto è strumento per l’uomo, allora esso è un mezzo che “entifica”  l’essere (nel senso heideggeriano[4], contravvenendo alla tecnofobia del filosofo tedesco) verso nuove proporzioni e ontologie. Il terzo millennio vede un’accelerazione verso le applicazioni delle tecnologie al corpo in maniera così marcata e decisa che ormai si può parlare di ibridazione. La tecnologia è dentro ogni aspetto della nostra vita e scandisce la nostra mutazione e il nostro essere al mondo. Questa dimensione cognitiva oggi viene sempre più mediata dalle tecnologie.

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Il modo in cui oggi pensiamo e percepiamo il mondo viene definito da Ascott, cyberception[5]. Quest’ultimo termine rappresenta qualcosa di più della semplice amplificazione tecnologica del pensiero e della nostra capacità di guardare profondamente nella materia e poi nello spazio: essa costituisce una facoltà umana interamente nuova. Non solo stiamo cambiando in modo radicale sia il corpo che la mente, ma siamo sempre più coinvolti nella nostra stessa trasformazione, acquisendo nuove facoltà e maggiore consapevolezza della presenza-assenza umana.

 L’abitare contemporaneamente sia nel mondo reale che in quello virtuale, l’essere qui e allo stesso tempo là, ci ha fornito un differente senso del sé e un diverso modo di pensare e di percepire, che si estende naturalmente. Ognuno di noi connesso alla Rete si trasforma in pluralità di individui che si interfacciano. Questo nuovo modo di concettualizzare, di guardare e di percepire la realtà implica un diverso agire nel mondo. Secondo Ascott, la cyberception è proprio questa convergenza di processi percettivi e concettuali in cui la connettività di reti telematiche svolge un ruolo costruttivo. La percezione è la consapevolezza degli elementi dell’ambiente attraverso sensazioni fisiche. 

La cybernet, cioè la somma di tutti i sistemi interattivi mediati da computer e delle reti telematiche nel mondo, fa parte del nostro apparato sensoriale, di conseguenza viene ridefinito il nostro corpo. Esso si collega a tutti i nostri corpi in un complesso planetario. La sensazione è la percezione fisica interpretata alla luce dell’esperienza acquisita. L’esperienza è ora condivisa telematicamente. La cybercezione accresce l’esperienza transpersonale ed è il comportamento che definisce un’arte transpersonale. Essa di conseguenza coinvolge la tecnologia della comunicazione, della condivisione, della collaborazione, la stessa che ci permette di trasformare noi stessi [our selves], trasferire i nostri pensieri e trascendere i limiti del nostro corpo. Questa esperienza transpersonale, secondo Roy Ascott, ci offre la grande possibilità di guardare nell’interconnessione di tutte le cose, la permeabilità e l’instabilità dei confini, la mancanza di distinzione tra la parte e il tutto, il primo piano e lo sfondo, il contesto e il contenuto. Per l’artista inglese quindi, la tecnologia transpersonale è la tecnologia delle reti, degli ipermedia, del cyberspazio.

La cybercezione ci permette di percepire le apparizioni del cyberspazio, ed è attraverso essa che siamo in grado di comprendere i processi di emersione in natura, il flusso di mezzi di comunicazione, le forze e i campi invisibili delle nostre molte realtà. L’arte oggi, sempre secondo l’artista inglese, è meno interessata all’apparenza e alla superficie, ma piuttosto all’apparizione, con la venuta-in-essere di identità e di significato. L’arte abbraccia i sistemi di trasformazione, e mira a massimizzare l’interazione con il suo ambiente, così anche con il corpo umano. Esso diventa un luogo per eccellenza di trasformazione, per superare i limiti genetici. L’artista abita il cyberspazio, mentre altri semplicemente lo vedono come uno strumento. La cybercezione è quindi l’agente di costruzione, che abbraccia una molteplicità di percorsi elettronici per sistemi robotici, ambienti intelligenti, organismi artificiali.

Questa nuova condizione di percepire fornisce un grado maggiore di consapevolezza universale, creando e abitando mondi paralleli, aprendo traiettorie di evento”divergenti. Proprio le tecnologie transpersonali della telepresenza, le reti globali e il cyberspazio possono stimolare e riattivare le parti dell’apparato di una coscienza a lungo dimenticata e resa obsoleta da una visione meccanicistica del mondo fatta di ingranaggi e ruote. La cybercezione, ci ricorda Ascott, può significare un risveglio dei nostri poteri psichici latenti, la nostra capacità di essere fuori dal corpo o nella mente in simbiosi mentale con gli altri. La cybercezione contiene una percezione tutta-in-una-volta di una molteplicità di punti di vista, una estensione in tutte le dimensioni del pensiero associativo, in altre parole, una presa di coscienza della relatività e della transitorietà di tutte le percezioni. La tecnologia ha travalicato il desiderio. Il bisogno di una società più coerente, collaborativa, interconnessa ha preparato le condizioni in cui ha potuto emergere il global networking[6].

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Roy Ascott propone quindi un costruttivismo radicale, secondo cui viviamo in realtà complesse e miste, perché ci troviamo sul confine tra cyberspazio e spazio materiale, tra pixel e particelle che insieme costituiscono un nuovo substrato delle nostre esperienze vissute. Questa convergenza tecnologica sempre secondo Ascott, contiene Bit, Atomi, Neuroni e Geni che rappresentano il nuovo Big B.A.N.G. Nel mondo degli artisti contemporanei questo universo mediale è dettato dalla condizione ibrida in cui i dati digitalmente asciutti (dry) tendono ad unirsi con la biologia bagnata (wet) dei sistemi viventi, dando luogo a una nuova specie di media che, l’artista inglese definisce umidi (moistmedia,). Avanza così l’immagine ibrida dei corpi e dei media.

Oggi con l’introduzione delle nanotecnologie si tende sempre più a realizzare nuovi mondi. Segue quindi la necessità di una nuova riconfigurazione dell’umano che ci impegna non solamente a edificare nuove realtà, ma anche a definire una nuova natura, in cui possiamo “ricreare” noi stessi in un mondo che non sia più soltanto né digitalmente asciutto, né biologicamente bagnato, né virtuale né attuale; in sintesi, un mondo umido[7]. Noi viviamo in un tempo transitorio, ci ricorda Ascott, una realtà variabile, infinitamente mobile, flessibile composto da forme incomplete, dove costruiamo i nostri sé. L’artista inglese usa la metafora della farfalla, Aporia crataegi, per rappresentare questa nuova cultura “post-digitale”[8], del cambiamento e della variabilità.

Sincretismo

Ecco che nasce l’essere ibrido e sincretico. Con il termine sincretismo[9], Ascott presenta il nuovo essere vivente in una nuova forma di comunione sacra, con l’accesso ad un nuovo mondo ad un altro livello di coscienza. Una visione di questo tipo di ricerca sposta l’attenzione verso diverse realtà variabili, come quella Vegetale attivata dalle culture psicotrope degli sciamani e degli stati alterati della coscienza, quella Virtuale che racchiude la sfera della condivisione delle esperienze attraverso la diverse forme tecnologiche ed infine quella Validata, che raccoglie gli esperimenti e le simulazioni. La risultante di queste tre realtà è la Realtà Variabile (Variable Reality) che abita questo spazio fluido producendo un cambiamento ontologico e creativo, dove l’instabilità e l’insicurezza rappresentano due caratteristiche dell’evoluzione e del comportamento dell’identità post-human. In questa realtà sincretica si costruisce il nuovo modello vivente dotato di un processo di mantenimento di una pluralità di differenze che si con-fondono, si mescolano in un “mixing-together”. È proprio questo elemento di varietà a determinare the “spice of syncretism”.

La nostra presa di realtà sicuramente dipende dalla naturale condizione di accettazione normativa e passiva dell’ambiente, ma allo stesso tempo c’è la consapevolezza di una straordinaria ri-costruzione e ri-definizione attraverso l’interattività cibernetica da un lato e la natura della biologia nanotecnologizzata dall’altro. Questa nuova natura asincronica di interazione telematica produce un nuovo senso di sé e di conoscenza planetaria mescolando insieme mente umana e sistema telematico. In tutto questo è proprio l’esperienza che gioca il ruolo più difficile ed intenso in una sincretica combinazione di diversi elementi con effetto “enteogeneo”[10]. Il processo sincretico – spiega Ascott – non può essere confuso con la sintesi dove ogni cosa si fonde in un’unica entità omogenea, perdendo la loro primaria distinzione individuale. Nel contesto sincretico, le differenze estreme vengono rispettate, ma allo stesso tempo si allineano in modo tale che la somiglianza si trovi tra le cose appunto diverse, ossia la potenza di ogni elemento arricchisce il potere di tutti gli altri all’interno proprio della matrice delle loro differenze. Il sincretismo investe, dissolve rimodellando il rapporto tra livelli differenti, estranei e familiari e culture contemporanee.

Per molto tempo il concetto di sincretismo veniva relegato ai fenomeni religiosi, ma l’origine della parola stessa, per Plutarco descriveva il momento in cui i cretesi, sempre pronti a litigare tra loro, decidevano di allearsi quando si presentava un nemico esterno. (Sin-cretismo, unione dei cretesi). Un concetto in primis difensivo che si relaziona con la volontà di sconfiggere il nemico, piuttosto che l’amico-nemico interno, riunendo insieme gruppi conflittuali. Questi tentativi sincretici hanno rappresentato possibili alleanze tra interpretazioni diverse, traghettando il concetto dalla politica alla religione (alleanze teologiche). Per i valori cattolici e umanistici dominanti in quell’epoca, non era sufficiente trasformare il corpo di un essere umano in schiavo, stringendogli la bocca in una mordacchia, ma era necessario convertire anche l’anima. In altre parole lo schiavo doveva accettare le normative morali di una religione non sua, la quale veniva classificata come animismo, magia, superstizione, mentre l’altra, la vincitrice si ergeva sull’altare della redenzione ecumenica. In questo contesto il sincretismo religioso sembra aver raggiunto quel compromesso difensivo tra vincitori e vinti[11]. Avanza liberato dalla matrice religiosa e dallo stigma di superficialità invece un nuovo sincretismo, che seduce, disloca “altrove”, processi comunicativi, estetici e culturali. I nuovi sincretismi, scrive Canevacci, indossano i segni dell’opposizione mobile, del “negativo” irrequieto e impertinente[12], sperimentando non il contro, ma l’oltre, ogni sintesi universalistica di filosofie, religioni e morali, focalizzando snodi frammentari che liberano dislocazioni e incroci attraverso un soggetto che sperimenta la moltitudine dell’io. Il sincretismo culturale diviene tale proprio negando ogni attrito e dignità alla pulizia sintetica, ai superamenti dialettici, agli evoluzionismi unilineari e progressivi. Questo tipo di sincretismo nasce in Brasile nel momento della liberazione degli spazi da chi rifiutava la condizione di schiavo e si armava contro il padrone (quilombos), una grande fuga, un movimento desiderante e di inquieto vagare[13]. Proprio Canevacci restituisce energia alla parola sincretismo, sostituendo la consonante “c” con la “k”, inserendo così all’interno della parola “sincretico” un doppio valore aggiunto, mobile e plurale.

SincretiKa, manifesta un suo “K” luminoso che infiamma e una “a” plurale che espande la disparità degli oggetti trovati o raggiunti negli itinerari orlati. Ed è proprio il vago dell’arte (nella sua complessità), e il vagare dell’etnografo si disperdono nei sincretismi culturali e si racchiudono nella bellezza sfuggente e sincretiKa. Proprio questo vagare alla ricerca del vago è la pratica dell’artista-etnografo che elabora l’incontro tra l’estetico e il sincretico[14].

È necessaria quindi una inversione di paradigmi, ragionando sul valore sincretico dell’arte al fine di realizzare nuove condizioni materiali di vita, liberando la varietà necessaria di modalità cognitive e gli stati spirituali per il compimento del nostro potenziale umano.

In questa variazione sincretica Ascott pone l’artista come utilizzatore della tecnologia al fine di esplorare la conoscenza. L’essere è presente simultaneamente in differenti realtà, dalla presenza fisica, all’ecospazio, dall’apparizione nello spazio spirituale alla telepresenza nel cyberspazio fino alle presenze microscopiche nel nano spazio[15]. I new media art sono immateriali ed umidi (moist), mentre la mente technoetica abita il corpo, ed insieme si distribuiscono attraverso lo spazio e il tempo. Secondo Ascott, arte e realtà possono essere sincretiche e questo sincretismo emerge dalle interconnessioni. Ecco come la metafora della farfalla si erge come necessario attributo del corpo nella realtà variabile che noi ora abitiamo. L’abilità della farfalla è quella di svolazzare da punto a punto, cambiando prospettiva con agilità e costantemente ridefinendo lo stato del corpo nella nostra Variable Realilty, come un essenziale transito, come un passage benjaminiano.

Il paradosso in cui viviamo ha rimesso in discussione il nostro rapporto con il corpo, visibile ed invisibile, mentre l’estetica accoglie questo cambiamento inserendosi in un campo transdisciplinare con una mente technoetica. La mente si sta sviluppando più del corpo, e la sua capacità di gestire l’identità è sempre meno limitata dal punto di vista sociale. Per Ascott dovremmo occuparci di più non solo della (ri)creazione personale, non dimenticandoci di Nietzsche, ma anche della creazione di identità multiple. Non siamo più, un organismo costituito da un solo sé, ma da pluralità di sé e di “ii”. Ne è prova Second Life, e altri scenari multiversali, oltre che le comunità di social network. I computer e l’architettura, avverte Ascott, impareranno a vedere, sentire, prevedere; le interfacce e i luoghi svilupperanno sensibilità emotive e la capacità di pensare. Ci muoveremo senza discontinuità tra campi virtuali e materiali, riconoscendo di poter costruire la realtà man mano che la viviamo.

Il corpo ospiterà la nostra moist technology di comunicazione.

Come all’inizio del Medioevo, – prosegue Ascott nella sua analisi – ci rivolgeremo sempre più spesso al sincretismo per risolvere conflitti geopolitici, religiosi e civili, come quelli da cui siamo afflitti ora. In tutto questo, il ruolo dell’impulso sincretico nell’arte non va sottovalutato. Tuttavia, il sincretismo richiede la partecipazione di comunità di pensiero che rifiutano l’ortodossia e celebrano il cambiamento. Di conseguenza, l’educazione artistica subirà grandi riforme oppure sarà destinata a scomparire. Lo stesso vale per le università: le potrà salvare solo la trasformazione radicale in organismi dinamici di apprendimento e ricerca transdisciplinare[16]. La comunicazione digitale in qualche modo mette così in discussione ogni dualismo, uscendo così dalle mura disciplinari per un farsi transdisciplinare. L’invito è quello di esplorare il dentro e il fuori in maniera disordinata, superando persino le specializzazioni per una meta-morfosi a cui non possiamo non essere che spett-attori mutanti di scenari futuri possibili e di progettazioni presenti in-credibili.

Bibliografia

Ascott R., Seeing double: Art and the Technology of Transcendence, in Reframing Conosciousness: Art, Mind and Technology, edit by Roy Ascott, 66-71. Exeter: Intellect 1999.
_,Quando a onça se deita com a ovelha: a arte com mídias úmidas e a cultura pós-biológica, in: Domingues D. (ed). Arte e vida no século XXI. São Paulo: Editora UNESP. 2003, pp. 273-284
_, The Architecture of Cyberception, in ISEA’94, The 5th International Symposium on Electronic Art , Helsinki,Finland/in F.A.U.S.T.’94, Forum des Arts de l’Univers Scientifique et Technique, Toulouse, France/Cybersphere ‘94, International Symposium on Cyberspace, Stockholm, Sweden.
_, Syncretic Reality: art, process, and potentiality, 2005 in http://www.drainmag.com/contentNOVEMBER/FEATURE_ESSAY/Syncretic_Reality.htm
_, The Technoetic Dimension of Art, in Art @ Science, Sommerer C., Mignonneau L. (eds.), Springer-Verlag/Wien
1998, pp. 279-289.
Bolognini M., Postdigitale, Carocci, Roma 2008.
Canevacci M., Sincretismi, costa&nolan, Genova, 1996.
_, Sinkretica, Bonanno Editore, Roma 2014.
Cipolletta G., Passages metrocorporei. Per un’estetica della transizione, eum, Macerata 2014.
Monico F., Reviewing the Future: Vision, innovation, emergence, Conference Planetary-Collegium Montréal, 19-22 Aprile 2007, Canada.
 

[1] Ascott R., Seeing double: Art and the Technology of Transcendence, in Reframing Conosciousness: Art, Mind and Technology, edit by Roy Ascott, 66-71. Exeter: Intellect 1999.
[2] Prima pubblicazione in portoghese: Ascott, R., Quando a onça se deita com a ovelha: a arte com mídias úmidas e a cultura pós-biológica, in: Domingues D. (ed). Arte e vida no século XXI. São Paulo: Editora UNESP. 2003, pp. 273-284.
[3] Monico F., Reviewing the Future: Vision, innovation, emergence, Conference Planetary-Collegium Montréal, 19-22 Aprile 2007, Canada.
[4] Secondo il filosofo tedesco, l’essere abita (wohnt) nelle cose, senza di esso le cose non sarebbero, perché l’essere è ciò che le “entifica”. La presenza dell’essere è nella forma della mancanza (die Anwesenheit in der Form des Mangels), nella forma di una potenza che è capacità di sottrarsi al compimento.
[5] Ascott R., The Architecture of Cyberception, in ISEA’94, The 5th International Symposium on Electronic Art, Helsinki,Finland/ in F.A.U.S.T.’94, Forum des Arts de l’Univers Scientifique et Technique, Toulouse, France/Cybersphere ‘94, International Symposium on Cyberspace, Stockholm, Sweden.
<http://w2.eff.org/Net_culture/Cyborg_anthropology/cyberception.paper>. Cfr., Acott R., The Technoetic Dimension of Art, in Art @ Science, Sommerer C., Mignonneau L. (eds.), Springer-Verlag/Wien 1998, pp. 279-289.
[6] <http://www.luxflux.net/n16/artintheory1.htm>.
[7] Ibidem.
[8] Cfr., Bolognini M., Postdigitale, Carocci, Roma 2008.
[9] Ascott R., Syncretic Reality: art, process, and potentiality, 2005 in <http://www.drainmag.com/contentNOVEMBER/FEATURE_ESSAY/Syncretic_Reality.htm>
[10] Il termine enteogeno è un neologismo che deriva dal greco antico: entheos, che significa letteralmente “Dio (theos) dentro”, e genesthe, ovvero “generare”. Così enteogeno è “ciò che genera Dio (o l’ispirazione divina) all’interno di una persona”. Il termine enteogeno è stato coniato nel 1979 da un gruppo di etnobotanici e studiosi di mitologia, ed ha sostituito “allucinogeno” (utilizzato anche da Aldous Huxley a proposito delle sue esperienze con la mescalina descritte in The Doors of Perception nel 1953) e “psichedelico” (un neologismo coniato dallo psichiatra Humphry Osmond, che significa “che rende la mente manifesta”). Roy Ascott utilizza questo termine riferendosi alle pratiche sciamaniche. In relazione alla realtà Vegetale, l’artista inglese studia l’utilizzo di sostanze psicotrope, che possono essere esogene, ovvero assunte e per lo più di origine vegetale, oppure endogene, ovvero prodotte dallo stesso corpo, attraverso varie forme di meditazione.
[11] Canevacci M., Sincretismi. Esplorazioni diasporiche sulle ibridazioni culturali, costa & nolan, Genova 2004, p.23.
[12] Ibidem.
[13] Canevacci M., Sinkretica, Bonanno editore, Roma 2014.
[14] Ibidem.
[15] We are simultaneously present in many realities: physical presence in ecospace, apparitional presence in spiritual space, telepresence in cyberspace, and vibrational presence in nanospace. Ascott R., New Realities: Being Syncretic, cit., p. 29.
[16]    Intervista a Roy Ascott (13 agosto 2009) http://www.toshare.it/toshare09/?p=557