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10 settembre 2015

Social-network: un’etnografia dell’io

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Gianfranco Meneo

La costante connessione a Facebook mi consente di essere sempre on line e ricevere aggiornamenti in tempo reale.  In una di queste giornate in rete, il trillo di un messaggio rompe la monotonia degli schemi di uno spazio temporale  privo di impegni: Ammiro il tuo coraggio!.  Nient’altro. Il profilo Facebook da cui proviene è uno dei tanti silenti, anonimi, senza foto esplicative o rifermenti alla vita quotidiana. Non capisco.  Esito, lascio stare. Provo una repulsione ai profili anonimi ma, d’altro canto, è pur vero che la curiosità rappresenta una costante della mia esistenza.  Vedo che è attivo on line e gli domando cosa intende con quel riferimento al coraggio. Del resto, dentro di me l’ho categorizzato: Sarà il solito fesso.

Non risponde.  Il giorno dopo poche righe stentate: È bellissimo il tuo modo semplice di essere.  Gli domando perché, visto che conduco una vita come tante altre persone. Perché ti manifesti come sei, non te ne freghi nulla di non sembrare normale. Premetto che la parola normale suscita in me grande indignazione. Evito di sottolinearlo, preferisco capire cosa vuole. Sottolinea di essere eterosessuale anzi per la precisione un eterosessuale curioso. Non ho mai capito come la curiosità possa portare le persone a mutare il proprio orientamento sessuale ma, tant’è, credo che ascolterò o meglio leggerò molte incongruenze.

Ovviamente non mi piace la piega della conversazione su normalità o meno.  Glisso, vorrei chiudere. Gli chiedo come mai abbia bisogno di un profilo Facebook anonimo, ma non mi risponde. Passa un giorno, giunge uno striminzito messaggio: Ho una dignità da salvare. (Ovviamente secondo il giudizio proveniente da questo soggetto io non ne avrei). Lo penso anch’io, è la mia stizzita risposta, chiudo la conversazione. Il pomeriggio del giorno dopo, sempre al solito orario, mi chiede se io sia arrabbiato. Gli chiedo il perché della domanda. Sono duro, affermo, perché di persone velate il mondo è pieno, lo sono  stato anch’io tanti secoli (!) fa e non ho intenzione di stare lì  a capire chi sia migliore e chi no. Io ho le mie risposte, non cerco altre. Oggi come oggi non ho fardelli e assolutamente non ho voglia di portare quelli altrui così carichi di giudizio.

Imperterrito il giorno dopo nuovo messaggio molto più articolato. Mi racconta di essere sposato, con due figli. Gli chiedo perché mi mette al corrente di queste cose.  Lui aggiunge: Per farmi capire. Resto in silenzio. Lui aggiunge di aver bisogno di sfogarsi sessualmente con uomini, che ha schifo di se stesso, di coloro che si accompagnano a lui. (Mentre leggo ho schifo anch’io dell’ipocrisia che trasuda da queste parole. È evidente che sono in una modalità giudicante)

Inizia a scrivere e smette più o meno alla stessa ora come ogni volta.  Ribadisco che di persone occultate o, peggio, di chi rinnega le proprie azioni il mondo è pieno. La sua reazione a queste parole è esagerata. Ribadisce che è  stanco.  Ha terrore che possano in qualche modo riconoscerlo. La moglie lo lascerebbe, la madre morirebbe, il padre lo ammazzerebbe. Mi racconta di una famiglia dove essere maschi è predominanza, uno stile di vita. Di un nonno che ha picchiato il proprio nipote per averlo visto giocare  con giocattoli classificati come “da femmine”. In un quadro, che per carità stento non a credere reale, ma troppo pieno di giustificazioni, aggiungo che il tutto non mi sembra molto diverso dall’idea: Non sono ricchione, anche se vado con altri uomini!. Nuovo silenzio e nessuna riposta per qualche giorno.

Sinceramente non ricordo quanto tempo dopo, forse una settimana, esordisce con un Tutto bene?. Mi sono seccato di queste conversazioni sterili, di idee fondate sul nulla, ma giustificate su vecchi cliché che non trovo manco reali alla data odierna. Rispondo per monosillabi, sperando capisca. Ma il personaggio non è stupido e mi prende  in contropiede scrivendo: Ti vanti di ascoltare gli altri eppure con me non lo fai. Resto, mi perplimo. Probabilmente ha ragione. Devo prendere tempo. In fondo, ho condannato la sua vita, ma non gli ho permesso nemmeno di venir fuori e di capire perché fosse lì a scrivermi, quando potrebbe continuare come fatto finora? Quelle parole che non ricevono risposta mi condizionano il resto della giornata. Nessuno dei due scrive per qualche giorno.

Dopo una lunga pausa il messaggio reca: Ti sei divertito ieri?. Non capisco il senso, chiedo spiegazioni, mi risponde che mi ha visto mentre stavo fuori con altri ed evidentemente ridevo. Quindi è di Foggia anche lui. È una sensazione strana quella che ti assale quando una persona sa chi sei e cosa fai, può vederti e tu, invece non hai idea di chi sia. Sia chiaro nessun timore in quel momento, eppure una sensazione di grande fastidio.

Gli chiedo di manifestarsi, non lo fa. Io decido di fermarmi.  Non rispondo più. Sono duro,  lo riconosco.  In generale mi soffermo sulle storie altrui, sulle sensazioni che cercano di comunicare e di lasciarmi. Devo dire che in questo caso non c’è nulla di tutto ciò. Sono censore. Questa cosa però mi induce a non voler archiviare la cosa. Il contatto non era finalizzato ad altro e quindi forse bisogna chiedersi il perché dell’esternazione. Pongo questa domanda: Come mai hai scelto di contattarmi?. Non ottengo risposta. Dopo una settimana, o giù di lì, una lunga risposta, una di quelle che aspetti che sia fatta in un determinato modo quando sei dentro una relazione tra individui che non comprendi, perché posta in essere. Evito gli smile o riferimenti di natura strettamente personale.

Caro Gianfranco, finalmente mi domandi perché. Nelle nostre piccole conversazioni non lo hai mai fatto. Ho scelto di non dirti chi sono, ma non lo hai chiesto nemmeno tu. Non hai provato nemmeno a chiedermi dove potessi essere quando ho affermato di averti visto. Non sei mai sceso dal tuo piedistallo giudicandomi… omissisÈ incredibile la situazione che si sta verificando. Una persona che rinnega il proprio orientamento sessuale si ritiene giudicato ingiustamente e addita la situazione in cui opera come la conseguenza dell’ambiente sociale che lo ha formato. È troppo chiedere a questa persona di assumersi le responsabilità? È troppo credere che riuscire a riconoscere se stessi sia il primo passo da compiere? No, non credo.

La mia risposta: Probabilmente non sono sceso dal piedistallo, eppure mentre ti riconosci etero e al contempo cerchi giovani o meno giovani (non so) per avere rapporti, mentre parli con me da un profilo anonimo e continui a svolgere la vita del buon padre di famiglia, che magari si diverte pure ad esaltare i valori della famiglia tradizionale, mentre nascondi te stesso dietro i comportamenti del tuo nucleo familiare, eppure sei adulto, tu dove ti trovi? Sotto o sopra un piedistallo? Carissimo, ci vuole più coraggio per essere. E una volta superato quel traguardo, incrociare gente come te significa solo aver desiderio di evitarla.

Dopo aver letto nessun riscontro. E così successivamente anche sui social dove mi rendo conto di essere stato bloccato sul suo profilo. Da allora nessuna notizia. Personalmente credo che ognuno di noi debba compiere un percorso dove magari le giustificazioni possono pure essere dovute a situazioni limite, creatasi per effetto di stratificazioni familiari contingenti, ma non dobbiamo mai dimenticare l’amor proprio e il rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Non esiste coming out di cui pentirsi, perché vivere alla luce del sole, senza sotterfugi, ti permette di non aver paura. A volte mi domando se, qualche volta, la incrocio questa persona. Potevo essere comprensivo? No, non potevo per rispetto a quanti omosessuali come me ogni giorno offrono il proprio essere per giungere ad una comunità che possa vivere liberamente senza nickname o cianfrusaglie, senza  timore di incrociare lo sguardo di nessuno, senza dover attendere periodi di tempo infiniti per manifestarsi col proprio nome.

Essere significa essere liberi. Liberi, come solo la brezza mattino sulla pelle può rendere l’idea.