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10 settembre 2015

Il giovane proletario di fine Ottocento e le aggregazioni in bande: i Vic-Boys

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Luca Benvenga

Storicamente la violenza ha da sempre segnato il ritmo della quotidianità, soprattutto quando si è cercato di conciliare interessi privati, opposti modi di pensare o di integrare sistemi differenziati di esistenze sociali, ergendosi, il più delle volte, a pura manifestazione di ribellione contro l’autorità o anche semplice valvola di sfogo ludico-vandalica.

La violenza come azione comportamentale dal sapore antico sia sociale che politico: se è vero che per Eraclito il “Polemos” asseriva “essere la madre di tutte le cose”, per il piccolo Davide nella lotta contro il gigante Golia la violenza – declinata nell’uso del sasso – è stata provvidenziale per la sua sopravvivenza, e qualche secolo dopo, per i Luddisti, essa si tradusse in una distruzione cieca delle macchine, gesto funzionale ad esprimere il malcontento di una classe operaia contro la rovinosa ascesa della tecnologia industriale.

Anche in epoca vittoriana, seppur con metodologie e scopi differenti, vasti settori di giovani subalterni, i kids dei falansteri e delle neonate periferie urbane, rimasti al di fuori della grande produzione dell’impresa capitalista, iniziano a modellare la loro condotta imprimendo una svolta sullo sviluppo dell’azione violenta simbolica, in antagonismo con i nuovi rapporti di produzione che nel giro di poco avrebbero modificato il sistema produttivo.

Il nuovo alfabeto comportamentale ha così prodotto l’affermarsi di una posizione di categoria e di classe in contrasto con l’imposizione di un nuovo ordine sociale ed economico. Esso ha trovato un’iniziale forma espressiva in correlazione con i primi mutamenti indotti dallo sviluppo industriale e dall’allargamento della produzione meccanica sempre più specializzata, le cui conseguenze portarono in nuce il moltiplicarsi di tensioni sociali, con interi segmenti di popolazione refrattari all’instaurarsi del moderno paradigma socio-produttivo, garante della riproduzione e della crescita del sistema economico, delle aspettative introdotte dalla seconda rivoluzione industriale.

In questa contingenza storica, l’esaltazione della “fisicità” peculiarizzante il periodo artigianale, in cui le differenti fasi della lavorazione del prodotto erano attuate sulla base dell’abilità e della manualità dell’operaio di mestiere, viene affiancata, e successivamente sostituita, da una moderna figura professionale circoscritta nei limiti richiesti dal nuovo sistema, il tutto funzionale ad un ciclo di accumulazione che troverà la sua sintesi nel giusto sodalizio tra abilità fisiche e capacità riflessive. Elemento, questo, caratterizzante l’affermarsi del sistema capitalista-industrializzato, che progredirà nel secolo successivo.

Il nuovo modello economico-produttivo ha l’obiettivo di accrescere l’estrazione di plus-valore operaio con l’equazione produzione meccanica = riduzione dei tempi di lavoro, che genera come effetto collaterale una condizione di disagio delle classi sociali subalterne, investite da una crescente disoccupazione, e il superamento del modello di lavorazione “fisica” dei beni.

Fisicità che nella prima metà dell’Ottocento manifestavano come vessillo di fierezza e specificità workin’ class: un fattore di virilità nell’ambito del progressivo affrancamento dallo stato di denutrizione e fame cronica che caratterizzava la storia dei ceti subalterni fin dalle soglie del XVIII secolo (V., Marchi, 2004) e dal cui superamento è possibile scorgere l’emergere della polisemia comportamentale conflittuale giovanile in forme strutturali e irreversibili (o, comunque, la sua origine è da ricercare anche nelle forme attuali del cambiamento tecnologico e organizzativo).

Per tutto l’Ottocento la Gran Bretagna è stato il Paese dall’incontrastabile leadership economica internazionale. Solo dopo la I guerra mondiale, attraverso una duplice combinazione di fattori, quali la vittoria nel primo conflitto bellico e l’applicazione delle tecnologie tayloriste a partire dai primi del Novecento, gli Usa scalzano definitivamente la Gran Bretagna e si collocano come super potenza mondiale

All’interno di questo grande organismo industriale e urbano si va affermando oltremanica una nuova topografia dell’epoca, che ci consente di analizzare lo scheletro delle trasformazioni micro e macro-logiche che hanno interessato la classe proletaria e i giovani in particolar modo.

L’analisi è possibile scandagliando, soprattutto, una memoria storica attenta all’ascolto e alla comprensione dei fenomeni giovanili dei due decenni precedenti il primo sforzo bellico, sforzo che impose la rimozione dalle coscienze collettive del conflitto giovani/establishment per un lungo periodo.

Nell’ultima parte del XX secolo la Gran Bretagna vittoriana si presenta davanti ai nostri occhi come una sorta di riassunto stenografico di una società duale, in cui è possibile osservare una povertà che echeggia nei bassifondi e la mondanità arricchita di vizi e virtù che assedia i Palazzi.

Scriveva Camille Pissarro, pittore francese esule oltremanica, di un’anima londinese – ma quest’aspetto riguardava per esteso tutta la nazione inglese – sprezzante, con a destra la febbre degli affari e lo sfavillio del lusso; a sinistra le fabbriche tristi, il duro lavoro, quasi la provincia”, ivi si trovano “segni di sciovinismo egoista e violento (AA.VV., 1994).

Una rappresentazione icastica in cui è possibile annotare la persistente marginalità della classe operaia urbana ed industriale, isolata ed esclusa dal resto della città, una realtà sociale che trova conferma anche nelle parole della storica Monica Charlot, la quale, servendosi degli appunti dell’accademico Francese Hippolyte Taine, viaggiatore attento alle disuguaglianze sociali, così osservò:

I docks appaiono [a Taine] portentosi e opprimenti. Shadwell, il quartiere povero nelle vicinanze dei docks, sembra «con la grandezza della sua miseria e la sua estensione, proporzionato all’enormità e alla ricchezza di Londra». I bassifondi di Marsiglia, Anversa e di Parigi non sono nulla rispetto a quelli di Londra con i loro «mendicanti, ladri e donnacce». Le scale che portano al Tamigi pullulano di ragazzini di strada «più patiti, più lividi, più deformi, più ripugnanti dei monelli di Parigi (AA.VV., 1994).

In un tale contesto di subalternità sociale ed economica incalza un’aggressività esistenziale che investe le relazioni inter-soggettive. Il ricorso alla violenza è quel dispositivo di regolazione e ricatto sociale che conferisce uno status di prestigio, un valido strumento di riproduzione dei codici non scritti della strada. Un’operazione propedeutica per l’autoaffermazione individuale e per uno spiccato senso di controllo del territorio, quasi a voler richiamare quella pura e semplice fisicità che simboleggia(va) l’alterità proletaria dei primi decenni dell’Ottocento.

In questo scenario, tuttavia, alle manifestazioni di dissenso declinate nei molteplici fattori comportamentali dei giovani che occupavano le posizioni più basse della stratificazione sociale, si sommano le resistenze interstiziali della popolazione operaia – anch’essa in gran parte giovanile – che già da qualche decennio iniziarono ad impensierire l’establishment, a causa dell’inanellarsi di significative conquiste delle prime organizzazioni delle società di mestiere – i moderni sindacati – come il diritto all’associazionismo, la riduzione della giornata lavorativa, gli aumenti salariali e la continuità del rapporto di lavoro per favorire dei flussi reddituali più stabili, e i cui risvolti quotidiani iniziarono ad emergere con i nuovi rapporti di socialità postulati oltre i confini dell’attività produttiva e padronale.

Le classi subalterne si affermarono come soggetto in grado di soddisfare economicamente i bisogni materiali e di poter esprimere le proprie preferenze nell’acquisto dei beni di consumo, il tutto associato all’incremento delle frequentazioni pubbliche post-lavoro. E questo, come osserva Geoffrey Pearson, storicizzò un comportamento sociale propagatore di allarmismi:

Tutte le forme di divertimento dei giovani della classe operaia suscitano un progressivo stato d’ansia: il pub viene accusato di provocare l’etilismo e, più in generale, uno stato di depravazione e predisposizione alla violenza; il Music Hall e la stampa d’appendice si trasformano in micidiali strumenti dell’abbattimento degli standard morali della gioventù. Negli ultimi anni del secolo, si registra addirittura un’esplosione di panico intorno alla neonata figura del ciclista: il 15 ottobbre1898 il «Times» denuncia per esempio in un adiratissimo editoriale «i comportamenti scomposti ed il linguaggio volgare dei ciclisti dell’East End e delle periferie (G. Pearson, 1992).

In relazione alla «questione giovanile», sul finire del XIX secolo, in seguito all’introduzione di un nuovo modello produttivo, allo smantellamento del tradizionale sistema di malthusianesimo sociale e alla mancanza di prospettive professionali per un esercito di giovani maschi, fa eco una maggiore propensione solidaristica e aggregativa che trova il suo modello organizzativo nella forma tradizionale della banda.

L’istituzione della banda assume così una duplice valenza socio-culturale: da un lato, ridefinisce l’azione individuale favorendo un processo di autoidentificazione del soggetto che sviluppa un sentimento di appartenenza ad un contesto collettivo, dall’altro, favorisce l’adesione ai valori e agli atteggiamenti di una comunità che aspira ad affermarsi attraverso le manifestazioni dello status simbol della virilità, della mascolinità e del coraggio.

Tra le bande giovanili a cavallo tra il XIX e XX secolo si distinguono i Victorian boys con il loro Holding the street (letteralmente “Tenere la strada”), un’azione comune di “controllo dal basso” del territorio, manifestazione di un comportamento teppistico-delinquenziale dai connotati tipici del romanzo popolare, cui si associava un atteggiamento a tinte xenofobe, con le aggressioni ai negozianti italiani e ciprioti, così come gli atti di vandalismo nei pubs, nei locali pubblici e le ubriacature collettive che spesso sfociavano in risse di strada.

Nonostante le bande giovanili rappresentino una costante nella storia a partire dall’Età Rinascimentale con i putti cinquecenteschi, le azioni dei Victorian Boys (Edwardian Boys con il cambio di trono), vengono narrate come un fenomeno inedito, ma con le stesse tinte usate nel tracciare il carteggio ipostatico della gioventù operaia urbana e industriale (V. Marchi, 1998). Nel 1898 con le seguenti parole ci viene descritta una banda di questi giovani inglesi:

Tutti senza cappello, colletto e cravatta, portano una sciarpetta annodata al collo, un berretto poggiato scostumatamente in avanti, ben calcato sugli occhi, e dei pantaloni molto aderenti al ginocchio larghi alle caviglie. Sono qualche dozzina di ragazzi, tutti armati di bastone, tutti con lo stesso berretto di velluto (V. Marchi, 1998).

Eredi dei compatrioti Scuttlers, Peaky Blinders, Area Snakers, che solo qualche decennio prima avevano veicolato nell’establishment ondate di moral panic, il teppismo dei giovani vittoriani assurge ad una nuova condizione dispensatrice di uno stato collettivo paranoico

[…] raggiungendo l’apice nel periodo che corre dai festeggiamenti per il giubileo di diamante della regina Vittoria, nel giugno del 1897, fino all’estate dell’anno successivo, quando l’intera stampa popolare si lancia in descrizioni allarmatissime delle turbolenze dei Vic-Boys durante il Bank Holidays (V. Marchi, 1998).

Dal punto di vista stilistico, il codice vestimentale dei Victorian boys, che ha una forte valenza sociale, è costituito dai pesanti scarponi da lavoro con la punta rinforzata in metallo, che si trasformano in armi micidiali negli scontri con le altre bande: i “boots”, che mezzo secolo dopo diverranno anche il codice d’arredo urbano di un’altra sottocultura inglese, gli skinheads, anch’essi figli della classe operaia che incontra e si mescola con le nuove culture occidentali.

Dallo studio della Gran Bretagna nell’epoca vittoriana, emerge la visione di un agire mutualistico dalle venature radicali, che è al contempo codice relazionale e simbolo di consapevolezza di classe, e che a partire dal Cinquecento ha rappresentato la discriminante per l’inclusione sociale dei giovani nelle bande di quartiere.

Comprendere la genesi di questi fenomeni microscopici dell’universo giovanile e le loro interazioni con l’organizzazione societaria, credo che sia, a mio avviso, un compito fondamentale per la teoria sociale che indaga le sottoculture giovanili, senza perdersi in riflessioni genericamente basate sull’ipotesi, prive di una conseguente dimostrazione empirica, di imbarbarimento generazionale.

E dunque, cercare di capire chi sono i Meravilleux, i Vic, gli Apache, i Mohicani, o cosa si nasconda dietro le forme espressive e comunicative dei Mods, dei Sudheads, degli Smothies o degli Skinhead, e cosa rappresenti da un punto di vista storico e sociologico questo articolato affresco sociale, potrebbero essere i capisaldi analitici sui quali imperniare gli studi, il cui obbligo è quello di riordinare questa complicata mappa teorica, sbrogliare i grovigli sulle dinamiche e sulle tendenze della scena marginale e far luce sui modelli complessivi delle culture giovanili, su quegli aspetti e quei comportamenti che hanno propagato l’esistenza di un continente sociale parallelo e opposto al mainstream.

 

Bibliografia

AA.VV., 1994 Londra. L’oro e la fame, Milano, Frassinelli.
Hebdige, D., 1988 Hiding in the Light. One Images and Thinghs, London, Routledge.
Marchi, V., 1998 Teppa, Roma, Castelvecchi.
Marchi, V., 2004 La Sindrome di Andy Capp, Rimini, Nda press.
Pearson, G., 1992 Hooligan. A history of respectable fears, Londra, Macmillan press.
Perrot, M., 1994 La gioventù operaia: dal laboratorio alla fabbrica, in G. Levi – J.C. Schmitt (a cura di), Storia dei giovani in età contemporanea, Bari-Roma, Laterza.