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1 marzo 2012

L’alternativa eco-comunitaria degli ecovillaggi: la relazionalità pragamatica di Torri Superiori

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Ecoistituto del Friuli Venezia Giulia

When the scientist has a very serius message toconveyhe faces a problem of disbelief.
How to be credible? This perennial problem of religious creed is now a worry for ecology.
(Mary Dauglas, Implicit meanings. Essays in anthropology, 1984, p. 230

Abstract

Nel confronto con le culture disgregate delle aree rurali, specie se marginali, il modello dell’ecovillaggio appare potenzialmente saldo e capace di resistere alla deriva del consumismo e dell’omologazione globale.

L’analisi condotta presso l’ecovillaggio di Torri Superiore ha messo in luce come una delle condizioni necessarie per sostenere questa recente forma di vita comunitaria sia un’azione continua da parte dei suoi membri rivolta a prevenire e a gestire i conflitti. L’ecovillaggio si trova infatti a dover fronteggiare due tipi di conflitti: quelli che nascono al proprio interno e quelli esterni, che insorgono con le comunità autoctone e che possono compromettere la stessa sostenibilità economica dell’ecovillaggio. Per minimizzare i conflitti esterni, l’ecovillaggio di Torri Superiore ha adottato una sorta di relazionalità pragmatica con la popolazione locale, mostrando una palese accondiscendenza nei confronti dei suoi comportamenti ed usanze. Così facendo, i residenti dell’ecovillaggio, senza rinunciare ai valori culturali fondanti della propria comunità, evitano di turbare il bisogno di supremazia identitaria degli autoctoni.

Un altro importante elemento emerso nel corso della ricerca riguarda lo stile di vita dell’ecovillaggio che, pur ispirandosi a valori tradizionali e naturali, è del tutto estraneo alla cultura contadina locale, spesso giudicata in modo negativo, in quanto succube di quel sistema perverso di produzione-consumo al quale  l’ecovillaggio si oppone.

Torri Siperiore è parte attiva della rete mondiale (GEN, Global Ecovillages Network, <http://gen.ecovillage.org/>), ripartita in Regioni: America del nord centrale e del sud, Asia Australia e isole del Pacifico, Europa Africa e Medio Oriente. Sfrutta il Web per mantenere i contatti con attivisti e simpatizzanti dei movimenti ecologisti, con i sostenitori della decrescita e con le varie anime dell’anti-globalizzazione. Come avviene anche in altri ecovillaggi, accetta membri non residenti, ed offre servizi di ospitalità, corsi di formazione alternativa, e così via.

Il presente lavoro, oltre che della ricerca svolta sul campo, si è giovato della tesi di laurea di Alberto Giani che ha trascorso alcuni mesi presso l’ecovillaggio di Torri Superiore e che, pur perseguendo interessi di tutt’altra natura, ha documentato alcuni importanti aspetti della vita di questa comunità.[1]

Fuga nell’eco-utopia

Il termine evasione (escapism) viene utilizzato per indicare un atteggiamento mentale attraverso il quale l’uomo cerca di sfuggire al fastidio e alla banalità della vita quotidiana. Anche gli ideali utopici, sotto certi aspetti, prendono le mosse dal desiderio di evadere dalla realtà di tutti i giorni, quando questa si fa sgradita ed insopportabile. Tuttavia, come è stato osservato, le utopie, a differenza delle distrazioni fantaricreative, possono contribuire al cambiamento della società, se si fondano su posizioni critiche delle teorie sociali dominanti (Honderich, 1995). Si consideri, ad esempio, il caso del turismo che, recentemente, fatto oggetto di considerazioni ideali, ecologiche e utopiche, da occasione di pura evasione ha assunto valenze d’impegno socio-ambientale (turismo sostenibile e turismo responsabile), stimolando riflessioni critiche sull’equo indennizzo (fair compensation), sulla giustizia partecipativa (participative justice) e su forme di vacanza non commerciali, quali il poverty tourism ed il toxic tourism (Pezzullo, 2007; Whyte, 2010).

Una delle fughe utopiche che ricorre in tutte le epoche, ed è a metà strada tra il fantaricreativo e una critica radicale alla società,  è quella che dalla confusione della città spinge verso il rasserenante ristoro della  campagna, dove, lontano dalla frenesia urbana, si immagina che la vita possa scorrere semplice e quieta:

Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus,
hortus ubi et tecto vicinus iugis aquae fons
et paulum silvae super his foret. Auctius  atque
Di melius fecere. Benest. Nil amplius oro.
(Orazio, Sermones, Liber II, Sermo VI)

Tuttavia, nella società post-industriale, la campagna e la coltivazione dell’orto non sono più l’aspirazione di chi, agiato e colto, ha raggiunto uno stato d’illuminata saggezza, ma rappresentano un’utopia che combina insieme una domanda sempre più forte d’evasione con un crescente desiderio di benessere, estetico, psichico, salutistico e alimentare. Così, mentre i contadini del medioevo sognavano il leggendario Paese di Cuccagna dove il cibo si produceva da solo, senza lavoro, ed era quello succulento e grasso dei ricchi: pesce, carne, vino e dolci (Hilario, 2001), da alcuni anni, nel mondo occidentale si vanno moltiplicando le proposte d’evasione utopica ispirate ai valori dell’ecologia, del “vivere naturale” e della partecipazione responsabile ai problemi dell’ambiente.[2] Il fenomeno, etichettabile come eco-utopia, interessa strati diversi della popolazione ed è talvolta caratterizzato dalla ricerca di un più profondo rapporto, anche spirituale, con la natura, accompagnato dal rifiuto delle gratificazioni compensative di esistenze parallele nel mondo virtuale, dalla battaglia contro il consumismo e dalla voglia di sottrarsi ad una quotidianità infelice ed inappagante. La campagna è anche il luogo nel quale le comunità di recupero cercano di combattere la dipendenza da farmaci, alcool e droghe. L’eco-utopia trova spesso importanti riferimenti anche in visioni alternative che credono nell’energia vitale quale fondamento del rapporto mente-corpo e nel  principio della comunione spirituale dell’uomo con l’universo.[3] L’aspirazione verso una relazione diretta con la natura da parte di chi vuole sfuggire alle angustie esitenziali del vivere in città anonime, sovrappopolate e inquinate, trova spesso riscontro nel largo interesse per le erbe spontanee e nella diffusione di negozi, virtuali o reali, che offrono prodotti biologici, promettendo talvolta rimedi addirittura  per guarire “dal mal di vivere”.[4] Altri fattori che avvalorano l’attrazione verso il naturale sono l’ampia pubblicizzazione di preparati e pratiche di medicina cosiddetta complementare o non convenzionale, comunemente intesa come alternativa, e soprattutto la rivalutazione ideale della ruralità e di quello che si immagina sia stato il mondo contadino preindustriale.

Il cinema, che è spesso lo specchio dei cambiamenti che avvengono nella società, ha ben rappresentato la fuga nell’utopia rurale con il film The Village, del 2004, diretto e sceneggiato dal regista indiano-americano M. Night Shyamalan. Classificato come thriller-horror non ha ricevuto elogi dalla critica, suscitando pareri contrastanti. Eppure il film coglie in modo esemplare alcune dinamiche soggiacenti ai modelli di vita autarchico-comunitari, nati qualche decennio fa come risposta radicale ai disagi che l’uomo moderno aveva cominciato a vivere nelle società metropolitane, globalizzate, pericolose ed estranianti. Il film narra di Convigton, Pennsylvania, un villaggio americano fermo al XIX secolo dove gli abitanti vivono pacifici, in armonia con la natura, completamente isolati dal resto del mondo. La vita della comunità scorre tranquilla grazie ad un patto che gli anziani avrebbero stipulato con le “creature innominabili” che popolano la foresta che circonda il villaggio. Nel corso del film si scoprirà che le creature innominabili non esistono davvero: sono un espediente inventato dagli anziani per trattenere gli abitanti dal contatto con la società esterna. Il villaggio è stato infatti creato da un gruppo di persone che hanno voluto spostare l’orologio del tempo indietro di un secolo, decisi a vivere fuori dalla modernità e dalle emergenze di una società insicura e violenta. Per salvare il proprio innamorato ferito dal rivale, la protagonista, cieca, viene messa a conoscenza dal padre che le creature mostruose sono una messinscena e si avventura oltre il bosco per procurarsi le medicine necessarie. Al suo ritorno, compiuta felicemente la missione e salvato l’amante, il segreto verrà serbato e si continuerà a celare la verità.

The village è indicativo di un sentire che, sviluppatosi verso la fine degli anni Settanta, ha successivamente trovato espressione nelle numerose reazioni contro i grandi marchi dei beni di consumo, efficacemente descritte nella seconda parte del famoso saggio No logo della giornalista canadese Naomi Klein (2000), e successivamente sfociate nel movimento no-global.

Al di fuori della fiction, non sono poche le voci che preconizzano forme di rifondazione di nuovi valori sociali e che si levano contro le forze che sono state finora generatrici delle città e delle geografie urbane (Harvey, 2009)[5] o che reclamano forme di economia controllata da contrapporre all’attuale paradigma dell’economia di mercato e della produzione industriale a crescita infinita (Hill, 2002). Come nel film, anche nella vita reale c’è chi è alla ricerca di modelli di vita comunitaria che offrano soluzioni radicali alla “liquid life” che precarizza lavoro e competenze, smantella sicurezze conquistate con fatica e spinge inesorabilmente verso una cultura che genera sempre nuovi bisogni senza preoccuparsi di soddisfare quelli essenziali (Bauman, 2005; 2011).[6] Gli attivisti che sostengono questi nuovi stili di vita stimano della massima importanza capitalizzare l’eredità della tradizione rurale e riscoprire nell’eco-utopia il rapporto sia con la natura, sia con la stessa società ai vari livelli, locale, nazionale ed internazionale, spesso in una dimensione economica  che propende più verso il mito che non verso la realtà.[7] Difficile però dare loro torto: il genere umano ha ereditato un capitale naturale di 3,9 bilioni di anni, ma ai ritmi attuali d’uso e di degrado ben poco di quel capitale potrebbe restare alla fine si questo secolo (Hawken et al., 1999, p. 3).

Il mondo rurale tra passato, presente e futuro

A partire dagli anni Cinquanta la popolazione che vive nelle aree rurali è globalmente cresciuta, sebbene in modo più lento rispetto alle aree urbane, passando dai 485 milioni del 1950 agli 819 milioni del 2000.[8] La crescita è però avvenuta solo nei paesi in via di sviluppo, specialmente in Cina, perché sul versante dei paesi progrediti è invece da tempo in corso un processo di segno diametralmente opposto. In particolare, per quanto riguarda l’Europa, dalla fine della seconda guerra mondiale si è progressivamente accentuato lo spopolamento delle campagne, accompagnato dalla perdita graduale del ruolo economico dell’agricoltura. Le ragioni del fenomeno vengono fatte risalire ai profondi cambiamenti che nel XX secolo, soprattutto nella seconda metà, l’Europa ha subito con l’industrializzazione. L’ascesa dell’industria, sul piano economico, ha prodotto come contraccolpo il declassamento dell’agricoltura da attività produttiva dominante ed ha richiamato nelle aree urbane e industriali enormi masse di popolazione.

Negli ultimi quarant’anni si è ridotto in modo ancora più significativo l’apporto dell’agricoltura al prodotto interno lordo, mentre il depauperamento e la marginalizzazione delle aree rurali, in alcuni paesi tra cui l’Italia, ha assunto dimensioni sempre più allarmanti. L’Unione Europea (UE) ha cercato di porre rimedio alle criticità che pesano sulle aree rurali attraverso programmi e piani d’investimento. I più recenti orientamenti strategici sono contenuti nel piano di sviluppo rurale 2007-2013, che è incentrato su tre direttrici fondamentali: l’economia agro-alimentare, l’ambiente e la popolazione rurale. Il piano parte dalla considerazione che le regioni rurali, pur rappresentando il 92% del territorio dell’UE, sono scarsamente abitate: solo il 19% della popolazione europea vive in zone prevalentemente rurali e solo il 37% vive in zone con una significativa componente rurale. Un altro elemento di forte preoccupazione riguarda la redditività delle regioni rurali. Esse complessivamente producono il 45% del valore aggiunto dell’UE ed il 53% dell’occupazione. Tuttavia, malgrado la grande varietà di situazioni, esse presentano in generale un reddito pro-capite inferiore di circa un terzo rispetto alla media europea, con un basso tasso d’occupazione delle donne e con il settore dei servizi assai meno sviluppato.[9]

Secondo la stima del Population Division of the Department of Economic and Social Affairs del Segretariato delle Nazioni Unite, [10] la popolazione rurale dal 1950 al 2050 dovrebbe crescere, su scala mondiale, di circa il 60%, contro una flessione in Europa superiore al 55% (tabella 1 e tabella 2). Per quanto riguarda l’Italia, la stessa fonte riporta che la popolazione delle aree rurali, nel 2050, dovrebbe dimezzarsi, scendendo a circa 10 milioni di unità, con una flessione sempre più marcata a partire dal 2010 (tabella 4 e tabella 5).

Tabella 1 – Crescita globale (milioni) ………………..Tabella2 – Crescita in Europa (milioni)

Tabella 4 – Crescita in Italia (milioni) ……………..Tabella 5 – percentuale di crescita in Italia


 

I dati mostrano che nonostante l’impegno profuso a livello internazionale dai paesi economicamente avanzati per sostenere lo sviluppo delle aree rurali, il loro declino demografico ed economico, al permanere delle attuali condizioni, è da considersi cronico ed inarrestabile. Da alcuni anni, per molti ricercatori ed operatori socio-economici appare perciò sempre più evidente la necessità d’imporre un cambiamento radicale nel modello economico di sviluppo delle aree rurali che consideri la possibilità di un loro rilancio attraverso l’agricoltura su piccola scala e l’integrazione dell’attività agricola con altre forme di produttività, coadiuvate dalla sperimentazione di nuove forme di partecipazione sociale e di governance (Ashley e Maxwell, 2001). L’attività agricola viene considerata d’importanza strategica anche per la conservazione sostenibile del paesaggio, altrimenti destinato al degrado e/o a dispendiosi interventi di manutenzione:

La gestione dei paesaggi rurali deve sempre tener presente l’importanza di matenere e potenziare l’attività agricola: senza di essa il paesaggio perderebbe le sue caratteristiche di autenticità (Ayuda Tellez e Garcia y Garcia, 2002, p. 3)

Ogni tentativo di rilancio delle aree rurali deve tuttavia confrontarsi con il fatto che, negli ultini quarant’anni, la realtà del mondo rurale è mutata al punto che oggi gli stessi concetti di “rurale” e di “ruralità” vanno ripensati e reinterpretati alla luce dei nuovi stili di vita, delle nuove visioni di sviluppo globalizzato e dei flussi migratori.[11] La contaminazione del rapporto città-campagna appare evidente nel quotidiano con l’affermarsi del turismo rurale (ormai uscito dalla dimensione elitaria). La campagna tenta di aprire spazi economici nelle aree urbane con la moda degli orti di città, mentre crescono i gruppi d’acquisto solidale (GAS) e la vendita di prodotti agricoli a kilometro zero, quale conseguenza anche di una maggiore accortezza dei consumatori nella spesa.

C’è  però un aspetto del cambiamanto che sta investendo la campagna che va esaminato. Il mondo rurale è stato a lungo il luogo nel quale le tradizioni si conservavano grazie alla sua scarsa permeabilità a modelli socio-culturali più aperti e ai condizionamenti delle classi che in successione lo hanno dominato.[12] Da tempo le cose sono cambiate. Ormai chi vive in campagna ha definitivamente interrotto il radicamento con la terra e con l’ereditità culturale del passato, stratificata in quel complesso intreccio di elementi eterogei descritto dai demologi dell’Ottocento. Sul versante opposto, chi non ha mai vissuto in campagna coltiva l’idea, del tutto anti-positivista e romantica, di un mondo rurale quale sconfinata area archeologica all’interno della quale riscoprire e recuperare antiche sapienze e valori universali. Il mondo contadino del passato, spesso crudele e prosaico, autoritario e servile, rassegnato e violento, superstizioso e timorato, egoista e furbo, è oggi guardato con nostalgia dagli eredi di coloro che ne sono sfuggiti e vivono comodi nell’anonimato delle città. Al di là di ogni considerazione sulla vita rurale del passato, negli ambienti che si dichiarano progressisti, è oggigiorno largamente diffusa l’idea che si possa partire dal recupero della ruralità per la rifondazione di un modello alternativo di sviluppo sostenibile che consenta di ripristinare l’autenticità del rapporto con la natura e con i propri simili (Cloke, 2003). Così, la creazione di processi rigenerativi di democrazia partecipativa a livello locale è considerata un’opportunità per sperimentare forme di governance che consentano di sopportare, superandole, le pressioni di un’economia basata sulla commercialization e le regole di mercato imposte dalla Wolrd Trade Organization (WTO) e dal General Agreement on Tariff and Trade (GATT).[13]

Modelli alternativi di sviluppo rurale

Alcuni anni fa, esponendo le prospettive antropologiche sui cambiamenti indotti dalla globalizzazione, l’antropologo John H. Bodley[14] si esprimeva in modo drastico, sostenendo che, a livello mondiale,  la nostra cultura era  giunta ad un punto critico:

Ciò di cui oggi siamo testimoni è forse l’ironia finale della nostra evoluzione culturale – nel breve periodo, la cultura a scala globale ha improvvisamente assunto una chiara, dominante e brillante posizione di successo. In precedenza avevamo conquistato le culture tribali; esse hanno  trionfato per lungo tempo, ma ora sembriamo apprestarci a diventare vittime del nostro stesso processo evolutivo (Bodley, 1996, p. 2).

Per Bodley, la soluzione al problema generale prodotto dal diffondersi di una cultura globalizzata e distruttiva della biodiversità non può prescindere dal controllo dei sistemi culturali che  governano la nostra vita domestica e comunitaria. L’autore è convinto che molti problemi che attualmente affliggono l’umanità possano trovare una soluzione adeguata attraverso lo sviluppo di comunità locali supportate da mercati ed ecosistemi regionali, piuttosto che nell’affermazione della continua accumulazione finanziaria quale processo culturale dominante. La tesi di Bodley scaturisce dall’osservazione che numerosi nostri problemi sono totalmente assenti, o quanto meno non appaiono particolarmente seri, nelle culture small scale. Sono diventati critici nelle culture globalmente organizzate dove gli sforzi fatti per risolverli risultano inadeguati, perché i singoli sintomi vengono affrontati ignorando le cause generali ad essi soggiacenti. L’autore mette in evidenza i fattori culturali che rendono critica la complessa catena di produzione-consumo e portano ad esempio:

ad incrementare l’energia pro capite ed i costi derivanti dal consumo delle risorse di cibo attraverso una sempre più ampia dipendenza da proteine prodotte sinteticamente piuttosto che, in modo meno efficiente, prodotte da animali. In effetti, l’obiettivo primario di un sistema commerciale di cibo è procurare un ritorno finanziario agli investitori, mentre la capacità del sistema di soddisfare le necessità nutrizionali degli esseri umani in modo sostenibile è un aspetto secondario, per molti versi irrilevante (Bodley, 1996, p. 113).

Espressione delle idee che si oppongono al paradigma produzione-consumo a crescita infinita e a costi sempre più bassi sono alcune forme alternative di vita comunitaria che, ispirate da valori antagonisti alle teorie neoliberiste, scelgono di insediarsi nei territori rurali e, per ragioni di costo, in quelli più marginali. Nella maggior parte dei casi non perseguono l’ideale della separazione autarchica e contemplativa dell’eremo, ma, al contrario, cercano l’interazione con altre realtà simili e sono orientate alla condivisione dei propri valori etici e delle proprie esperienze. Sul piano culturale questo è un tratto distintivo degli ecovillaggi che, prefiggendosi il superamento della divisione tra società e natura (society/nature divide), si insediano di preferenza nei territori rurali, sono organizzati in un network a livello mondiale e per diffondere il proprio messaggio sfruttano a pieno le nuove tecnologie della comunicazione telematica. In ciò gli ecovillaggi sono profondamente diversi dalle comunità che nel passato popolavano quegli stessi luoghi e al cui modello idealizzato di vita naturale spesso si richiamano per promuovere la propria riforma politica ed economica della società.

Esiste una certa analogia tra gli ecovillaggi e i gruppi tribali (25-100 persone) presi in considerazione da Bodley: l’autosufficienza, i ruoli assegnati secondo il merito, il senso d’appartenenza e la condivisione dei valori comuni, accompagnato dal sentirsi parte di un progetto più grande condiviso a livello universale.

Sono di seguito riportate le caratteristiche che gli ecovillaggi condividono con gli altri moderni tipi di comunità intenzionali:

·        Nessun limite imposto da relazioni parentali;

·        Composizione volontaria della comunità;

·        Separazione geografica e/o psicologia dalla società dominante;

·        Aderenza a valori e ideali comuni;

·        Condivisione totale o parziale della proprietà;

·        Prevalenza degli interessi della comunità su quelli del singolo.

Lo stile di vita degli ecovillaggi

In Ecovillage living, che presenta una ricca panoramica delle variegate esperienze di vita negli ecovillaggi (Jackson e Svensson, 2002), sono individuati gli elementi ideo-esistenziali che li caratterizzano. Questi vengono raggruppati in tre classi o dimensioni:

o      Dimensione sociale-economica

o      Formazione e comunicazione

o      Vivere e imparare

o      Stile di vita sano

o      Prevenzione sanitaria

o      Medicina complementare

o      Costruzione della comunità

o      Presa di decisioni

o      Risoluzione dei conflitti

o      Modernizzazione del benessere

o      Cura dei bambini e degli anziani

o      Integrazione dei disabili

o      Economia locale

o      Moneta complementare

o      Dimensione culturale-spirituale

o      Creatività e apertura personale

o      Spiritualità; trovare la divinità nella propria interiorità, comunione con la natura

o      Solennizzare la vita; onorare le culture; seguire il ciclo naturale

o      Visione del mondo olistica sia per la scienza, sia per la filosofia

o      Valorizzazione del locale e delle bioregioni; resistenza alla globalizzazione

o      Dimensione ecologica

o      Progettazione dell’ecovillaggio basato sulla permacultura

o      Protezione della natura selvaggia e della biodiversità, restauro dei territori

o      Produzione, consumo e circolazione locale del cibo

o      Analisi per la creazione di un ciclo di vita e di produzione verde

o      Edifici biologici; energie rinnovabili; attenzione nel consumo delle risorse idriche

Gli ecovillaggi sono comunità intenzionali, urbane e rurali, il cui obiettivo è quello di guidare verso uno stile di vita sostenibile da svilupparsi insieme ed in sintonia con altri, dove per altri si intendono sia gli esseri viventi sia la Terra (Svensonn, 2002, p. 10).[15] La comunità di un ecovillaggio cerca infatti di coniugare la creazione di un ambiente socio-culturale fondato sulla sussidiarietà con uno stile di vita a basso impatto ambientale. I loro sostenitori definiscono l’ecovillaggio come una struttura sociale che si situa oltre la dicotomia tra insediamento urbano ed insediamento rurale e vedono in esso un modello socio-culturale applicabile su vasta scala per pianificare e riorganizzare gli insediamenti umani nel XXI secolo. Nel 1998, gli ecovillaggi sono stati per la prima volta inseriti nell’elenco ufficiale delle Nazioni Unite che raccoglie le migliori 100 best practices e sono stati indicati come un modello eccellente di vita sostenibile.

Analizzando i casi reali, sembra, tuttavia, che la spinta maggiore per la creazione di un ecovillaggio scaturisca da bisogni sociali piuttosto che da considerazioni ecologiche. In ciascun ecovillaggio è evidente uno sforzo consapevole che mira a sviluppare nella comunità un forte senso d’appartenenza. Ciò può avvenire in modi completamente differenti ed originali, a seconda degli obiettivi e della visione condivisa dai suoi membri. Non ci sono regole precise per quanto riguarda la vita comunitaria. Ad esempio, vengono accettate forme di proprietà privata ed esistono diverse modalità per la gestione delle risorse finanziarie comuni; i pasti possono essere consumati in una mensa collettiva tutti i giorni, oppure solo la sera o due o tre volte la settimana. In alcuni ecovillaggi le pratiche agricole possono coinvolgere l’intera comunità, in altri è prevista una turnazione. I residenti di preferenza svolgono la propria attività lavorativa all’interno dell’ecovillaggio, ma possono anche lavorare fuori. Un tratto comune degli ecovillaggi è la forte attenzione per la formazione dei propri membri, spesso aperta anche agli esterni, come dimostra la ricca offerta formativa presente sul sito GEN e su quello RIVE, il network italiano degli ecovillaggi.

Pur nella loro eterogeneità ed assoluta indipendenza, le comunità degli ecovillaggi possono essere considerate come espressione di un movimento che possiede una propria identità distintiva. Con altri movimenti alternativi di matrice ecologista condividono l’obiettivo di contrastare la graduale disintegrazione delle strutture sociali e le crescenti e molteplici forme di distruzione ambientale. Il richiamo ai valori dell’ambiente e l’interesse verso la sostenibilità sembrerebbe collocarli nella complessa e mutevole galassia dei movimenti ecologisti, ma sarebbe un errore. Gli ecovillaggi sviluppano una forte attenzione anche verso teorie e suggestioni filosofiche e spirituali riguardanti la liberazione della vita quotidiana individuale dal materialismo nelle sue diverse forme e manifestazioni. Per quanto riguarda la sfera etico-spirituale spesso si richiamano ai principi dell’antroposofia di Rudolf Steiner, al pensiero e alla visione delle religioni orientali, reinterpretate, riadattate e rivissute in chiave moderna e occidentale. La permacultura,[16] più di altri sistemi teoretici, per il suo approccio olistico, aperto e flessibile, fornisce una valida base concettuale di sostegno alla vita nell’ecovillaggio. I fondamenti etici della permacultura sono così generali, emotivamente intensi ed improntati ad una profonda armonia umanitaristica da non contrastare con le varie concezioni religiose, compresa quella cattolica.[17] Riguardano infatti il prendersi cura delle persone e della Terra in una visione che si fonda sulla condivisione delle risorse ed è protesa ad uno sviluppo dell’esistenza umana armonico e sostenibile. La permacultura è un concetto che, insieme con quello di Earth restauration, ricorre spesso quando viene illustrata la dimensione ecologica dell’ecovillaggio. Un aspetto importante della permacultura, intrinseco nell’idea stessa di ecovillaggio, è la valorizzazione dell’azione su piccola scala quale strumento per la creazione di un nuovo rapporto eco-sostenibile, universale, tra l’uomo e la natura.

Così, la vita che si svolge in un ecovillaggio trae spesso ispirazione dai dodici principi del permaculture design di Holmgren: 

  1. Osserva ed interagisci

  2. Cattura e immagazzina l’energia

  3. Ottieni un ritorno positivo

  4. Applica l’autoregolazione e accetta i feedback

  5. Usa e valuta l’uso di risorse e servizi rinnovabili

  6. Non produrre danni

  7. Nella progettazione parti dal modello per arrivare ai dettagli

  8. Integra piuttosto che separare

  9. Sviluppa soluzioni a piccola scala e lente

  10. Usa e valorizza la diversità

  11. Usa l’eccellenza e valorizza la marginalità

  12. Sviluppa la creatività per rispondere ai cambiamenti.

La tabella di seguito riportata mette a confronto le maggiori differenze tra una cultura industriale e una cultura sostenibile che ha interiorizzato i principi della permacultura.

 

Caratteristiche

Cultura industriale

Cultura sostenibile

Energia di base

Non rinnovabile

Rinnovabile

Flusso dei materiali

Lineare

Ciclico

Risorse naturali

Consumo

Immagazzinamento

Organizzazione

Centralizzata

Distribuita

Scala

Grande

Piccola

Movimento

Veloce

Lento

Retroazione

Positiva

Negativa

Focus

Sul centro

Sui margini

Attività

Cambiamento episodico

Stabilità ritmica

Pensiero

Riduzionista

Olistico

Genere

Maschile

Femminile

Sistemi industriali i sostenibili a confronto (da Holmgren, 2002, p. xxviii).

Sotto molti aspetti gli ecovillaggi sono figli delle esperienze di cohousing, sviluppatesi in Danimarca agli inizia degli anni Settanta per superare i limiti delle opzioni abitative allora disponibili (Mc Camant et al., 2003). Con cohousing ci si riferisce ad una particolare forma di vicinato elettivo, adattato alle esigenze della vita contemporanea, in cui coesistono abitazioni private e servizi comuni. Gli spazi abitativi vengono armonizzati in modo tale da salvaguardare la privacy di ciascuno, ma, nello stesso tempo, vengono soddisfatte le esigenze di socialità e di vita comunitaria, offrendo una risposta efficiente per gestire svariate questioni pratiche del vivere quotidiano, come la cura dei bambini, degli anziani, dei diversamente abili, la disponibilità di aree ricreative protette, spazi verdi, e così via (Sapio, 2010).[18]
Se vivere in cohousing non è come vivere in condominio, non è neppure come vivere in un ecovillaggio. Per esemplificare, potremmo dire che l’ecovillaggio sviluppa necessariamente una forma di cohousing, ma nulla di più. Certamente la vita in comunità porta ad un analogo interesse per le pratiche partecipative, ma differenti potrebbero essere i criteri per la scelta dell’insediamento e, nel cohousing, potrebbero essere assenti la dimensione dell’impegno ecologico, il richiamo ad una sussidiarietà più ampia e soprattutto la dimensione spirituale.

Malgrado i decantati vantaggi, la vita in un ecovillaggio presenta i suoi inconvenienti. Da una parte ci sono le scomodità dovute talvolta alla scelta di uno stile di vita piuttosto eccentrico e scomodamente spartano, cui può aggiungersi la fatica di praticare l’agricoltura in modo arcaico. [19] Dall’altra, non è sempre facile andare d’accordo in una comunità, specie se di essa fanno parte persone di provenienza, istruzione e strati sociali differenti, con sensibilità e visioni spirituali diverse. È più facile teorizzare l’armonia e la fusione con l’universo che praticarla nel quotidiano con esseri umani in carne e ossa! Così, all’interno degli ecovillaggi non mancano gli attriti e i conflitti. Nella maggior parte dei casi essi riguardano la strategia di sviluppo della comunità. Non è sufficiente vivere insieme e condividere un programma generale di vita per andare d’accordo. Come giustamente osserva Daniel Tennis, esperto dei problemi delle rappresentanze locali negli Stati Uniti, i rapporti di buon vicinato presuppongono la condivisione degli spazi, ma non possono esistere senza la costruzione della fiducia, di un condiviso senso di giustizia e di una sicura onestà (1990, p. 118). Un’altra difficoltà che l’ecovillaggio deve fronteggiare è il rapporto con l’esterno. Malgrado i suoi membri dichiarino idealmente di condividere con le comunità preesistenti, con cui si trovano a convivere, il valore intrinseco della tradizione rurale, le dinamiche d’interazione fanno spesso emergere comportamenti di reciproca separazione (in alcuni casi di marginalizzazione), dovuti alla reciproca estraneità culturale. In effetti, concetti come “tradizione” e “valori della tradizione” da tempo non risultano più così ben determinati e, pur serbando un’indubbia valenza emotiva, sono diversamente vissuti nei vari contesti identitari. Ciò è tanto più evidente se si guarda ai territori rurali, sempre più dominati dall’ibridazione culturale e oggettivamente sottoposti a tensioni disgregatrici dovute a difficoltà economiche e alle diverse aspirazioni lavorative delle nuove generazioni, nonché all’immigrazione.

La rete degli ecovillaggi

La rete GEN – Global Ecovillage Network è la rete che a livello mondiale mantiene il collegamento tra gli ecovillaggi sparsi per il mondo. Fondata nel 1995, conta migliaia di associati e promuove i valori culturali dell’ecovillaggio attraverso notizie, contatti e attività d’informazione. Dal 1999 al 2003 la segreteria della rete europea è stata ospitata a Torri Superiore e Lucilla Borio, oggi presidente dell’Associazione Culturale Torri Superiore, ha ricoperto la carica di segretario generale per Europa Africa e Medio Oriente, a dimostrazione del ruolo che questo ecovillaggio ha svolto nel contesto internazionale e della reputazione di cui gode. Torri superiore è attualmente sede legale della rete GEN – Global Ecovillage Network ed un membro residente dell’ecovillaggio è stipendiato dalla rete.

Nella home page del sito della rete GEN, così è sintetizzata l’essenza della vita in un ecovillaggio:

GEN offre una serie di esempi ai quali ispirarsi e che riguardano come le persone e le comunità possono condurre uno stile di vita sano, autenticamente felice e pieno di significato –  un faro di speranza che aiuta nella transizione ad un futuro più sostenibile della Terra. Noi promoviamo una cultura di mutuo rispetto, che cerca la condivisione, è inclusiva, positiva e che persegue lo scambio energetico.

È significativo il richiamo ad una vita sana, cooperativa, naturalmente felice e piena di significato, che si contrappone alla negatività di una vita in luoghi inquinati, egoista, falsamente felice ed alienata. Nel sito della GEN, illustrando il backgroung degli ecovillaggi, si insiste sul fatto che per millenni gli uomini hanno vissuto in comunità a stretto contatto con la natura dando vita a strutture sociali di effettivo sostegno. Il richiamo alla natura, all’armonia, ai valori dell’ecologia e del vivere naturale in comunità sono i capisaldi della vita nell’ecovillaggio, ma, proprio per questo, lo stile di vita di coloro che vi risiedono è molto distante dalla concezione contadina che è stata alla base della vita realmente vissuta nelle campagne.

Sorgono così spontanee alcune domande. Quanto dei caratteri culturali che hanno distinto il vecchio mondo rurale sopravvivrà in questa sorta di ibridazione che coinvolge istanze ideali, aspirazioni ad una migliore qualità della vita e vuole sviluppare attività economiche ecologicamente sostenibili? La provenienza eterogenea dei membri delle nuove comunità quali ripercussioni potrà avere sull’attuale assetto dei territori rurali? L’esperianza comunitaria dell’ecovillaggio di Torri Superiore, iniziata nel 1994, può esssere illuminante.

L’esperienza dell’ecovillaggio di Torri Superiore

L’ecovillaggio di Torri Superiore viene fondato agli inizi degli anni Novanta. Situato nella parte alta della frazione di Torri, appartenente al Comune di Ventimiglia, occupa un intero borgo tardomedievale (XIV secolo circa) che, abbandonato agli inizi del Novecento, stava andando completamente in rovina. Secondo i racconti degli attuali residenti, l’idea del recupero del borgo si deve ad una coppia, Pietro e Gianna, lui torinese e lei ligure, che in vacanza da quelle parti si erano convinti che questo patrimonio culturale non dovesse andare perduto. Nel 1989 nasce a Torino l’Associazione Culturale Torri Superiore con lo scopo di recuperare il borgo abbandonato e, come ricorda Lucilla, di realizzare “qualcosa di bello e di utile anche per il territorio circostante e per la società in generale”. Il progetto prende forma grazie a Legambiente e al volontariato internazionale che per anni porta giovani provenienti da tutto il mondo a lavorare gratuitamente alla ricostruzione del borgo.[20] Nel 1993 viene aperto il primo cantiere ufficiale e nel 1994 qualcuno si insedia stabilmente nel borgo in condizioni a dir poco disagiate. Per ragioni finanziarie  i lavori sono andati a rilento: il recupero è ancora in corso (Fig. 1) e viene eseguito cercando di non alterare i caratteri originari dell’insediamento,  ad esempio riportando a vista la pietra con cui erano stati costruiti gli edifici. Il risultato, tenuto conto delle difficoltà sia tecniche che economiche, è senz’altro apprezzabile.

Fig. 1 – Il recupero in corso di un’ala dell’insediamento di Torri Superiore

Oggi Torri Superiore rappresenta un’interessante esperienza di ecovillaggio perfettamente integrato nel territorio ed in buoni rapporti con la popolazione autoctona. Persegue un’esperienza spirituale laica, molto vicina ai valori della permacultura. Così Alberto Giani, nel 2011, spiega le ragioni del suo interesse per Torri Superiori:[21]

Torri Superiore è qualcosa di speciale, ma al tempo stesso ha tantissime cose in comune con molte altre esperienze simili presenti nel mondo. È speciale perché il posto è incantevole, con un borgo bellissimo che è come una scatola magica riempita delle storie e dei sogni di un gruppo speciale di persone comuni, e al tempo stesso è qualcosa di naturale, dal momento che rappresenta il loro tentativo di costruire la propria felicità, vivendo in un luogo magnifico, in armonia con l’ambiente, mangiando ottimo cibo e in compagnia di buoni amici

(Giani, 2011, p.4).

Nel rapporto del Byron Shire Council,[22]così viene descritta la realtà di Torri Superiore nel 2000:

Torri Superiore costituisce un buon esempio di riproduzione della vita di un villaggio tradizionale in un contesto moderno. È anche un buon esempio di restauro e recupero a scopo abitativo di un complesso edilizio abbandonato e in rovina. Torri Superiore è un esempio di co-housing in un ecovillaggio, focalizzato sulla dimensione comunitaria. Le persone che vivono in Torri Superiore mostrano stessi punti di vista e stessi ideali. Hanno più o meno la stessa età, quarant’anni, e un apparentemente simile livello di benessere economico. I membri dell’ecovillaggio sono impegnati nello sviluppo di processi di mediazione e di risoluzione dei conflitti. Difettano dei capitali necessari per procedere in modo spedito con il progetto di recupero del villaggio. Questo può tuttavia tornare a loro vantaggio perché tra le comunin alcune tà visitate rappresentano quella che ha maggiormente sviluppato la dimensione sociale e ogni progetto necessita del suo tempo (Kanaley, 2000, p.11).

La Fig. 2 mostra l’insediamento di Torri Superiore, mentre la Fig. 3 mostra una veduta del villaggio di Torri che si trova a valle dell’ecovillaggio.

 

Fig. 2 – L’ecovillaggio di Torri Superiore

 

Fig. 3 – Una vista della frazione di Torri

 Oggi Torri Superiore conta circa 24 residenti, di cui 9 bambini. Lucilla e Massimo hanno recentemente otteneuto in adozione un bambino ed una bambina. Molta attenzione è posta nella cura dei bambini che vivono liberi in un ambiente protetto e fortemente affettivo. I residenti sono abituati alla presenza di persone esterne per via dell’attività di ospitalità e dei corsi di formazione. Sono molto gentili, ma poco relazionali: riservatissimi con chi non è riconosciuto come frequentatore abituale. Sono molto presi dai propri interessi e scarsamente curiosi per tutto ciò che si discosta da essi. I rapporti con gli esterni sono informali, ma improntati a scarsa flessibilità.

Fig. 4 – Un particolare della mensa collettiva all’aperto

Fig. 5 – La lavanderia comune

I pasti sono a buffet, sono annunciati a suon di campana e avvengono in un locale mensa, in tavolate collettive, ad orari fissi, che è d’obbligo rispettare (Fig. 4). La cucina non è vegetariana ed il cibo, salvo eccezioni, non proviene dalla coltivazione diretta, ma è acquistato all’esterno. C’è un frigorifero comune con affisse le regole d’uso. Anche la lavanderia è in comune, con una lavatrice collocata al coperto in un vano di transito (Fig. 5). L’acqua calda proviene da pannelli solari. Ci sono antennne televisive, ma le camere degli ospiti sono senza televisione. Alcuni residenti, specie i più giovani ed i volontari che prestano la loro opera alla comunità, per qualsiasi problema o richiesta rivolta dagli ospiti rimandano a Massimo che è il responsabile delle attività di ospitalità. Per diventare membro residente dell’ecovillaggio è necessario trascorre almeno sei mesi nella comunità per valutare (da ambedue le parti) la reciproca compatibilità. Nel periodo di prova bisogna mostrare come si intende contribuire allo sviluppo della comunità e come si intende produrre il reddito necessario per vivere nell’ecovillaggio. Solo se tutti i membri residenti sono d’accordo il nuovo membro viene accettato.

Nell’ecovillaggio di Torri Superiore la vita scorre in apparenza tranquilla e serena. Tuttavia Massimo, nei primi giorni del mio soggiorno presso la comunità, annunciandomi il seminario di Willi Maurer, che trattava proprio dei conflitti e dell’emergere del disagio durante la costruzione e la vita di un gruppo comunitario, mi faceva intendere che anche a Torri Superiore i conflitti erano di casa. Le tensioni che si generano all’interno sono alla base di un certo turnover che si riscontra tra i residenti. Per questo motivo, Massimo è convinto che occorra investire sulla risoluzione dei conflitti, anche sperimentando strumenti e metodi che aiutino nella presa di decisioni condivise. Egli considera il metodo del consenso la premessa essenziale per attivare processi decisionali partecipati all’interno della comunità. Sua moglie, Lucilla, che si autodefinisce facilitatrice, esponendo in modo chiaro e sintetico cosa si deve intendere per ecologia delle relazioni, tiene a mettere subito in chiaro che:

consenso non significa unanimità. In caso di unanimità tutti nel gruppo sono d’accordo, tutti sono convinti di aver fatto la scelta migliore in quel momento, tutti sono“vincitori”.

Il processo decisionale consensuale ha invece origine da un conflitto: non tutti sono d’accordo![23] Così, anche l’ecovillaggio di Torri Superiore vive alti e bassi nelle relazioni fra i suoi residenti ed è necessario un inpegno costante per risolvere i problemi che toccano la vita comunitaria. Alcuni di essi sono banali, come quello dei servizi relativi alla preparazione della colazione e dei pasti, al riordino e pulizia degli ambienti comuni, altri sono invece più seri, come quelli riguardanti la distribuzione degli alloggi, la ripartizione dei costi, l’impiego delle risorse economiche e la scelta delle attività produttive da privilegiare. Un episodio ha messo in luce come anche per Torri Superiore valga il proverbio che non c’è rosa senza spine.

Durante una seduta di psicoterapia di gruppo di tipo espressivo-elaborativo, gestita da Willi Maurer e da Claudia Panico[24] e incentrata sul tema dell’imprinting, una ragazza residente nell’ecovillaggio di Torri Superiore ha avuto una forte reazione emotiva. Niente di così grave e perfettamente in linea con le dinamiche che hanno luogo in questo tipo di sedute. C’è da premettere che Maurer aveva mostrato un filmato di 60 minuti,[25] assemblato con varie clip tratte da trasmissioni televisive, video e foto, che presentava alcune scene di parto. Si tratta di un filmato che circola da tempo nelle comunità alternative e del quale Maurer si serve per dimostrare le sue idee sulla nascita naturale e sull’imprinting, ossia sul carattere che il neonato assume attraverso il contatto nei primi momenti della sua vita. La ragazza, rimasta sconvolta dalle scene piuttosto crude, ad un certo punto della seduta si è alzata in piedi e con voce alta e strozzata si è rivolta ai presenti: “Perché devono capitare tutte a me? Perché sono dovuta venire a vivere anche in un ecovillaggio? Che colpa ho io? Perché devo stare qui?” e altre frasi del genere. Al di là dell’ostentata tranquillità, era palpabile l’imbarazzo dei responsabili dell’ecovillaggio dal momento che all’incontro con Maurer partecipavano numerosi ospiti esterni e il disagio manifestato dalla ragazza per la vita a Torri Superiore era evidente e non doveva essere loro particolarmente gradito.

L’economia rurale dell’ecovillaggio di Torri Superiore

È stato messo in evidenza che monetizzare il capitale naturale non risolve le contraddizioni del sistema capitalistico tradizionale (Hawken et al., 1999):

·        Molti dei servizi che riceviamo dai sistemi viventi non hanno sostituti, a nessun prezzo (es.  l’ossigeno prodotto dalle piante).

·        La valutazione del capitale naturale è difficile ed imprecisa; c’è però un dato certo: nessuna delle risorse indispensabili alla vita può essere rimpiazzata da altre, a nessun prezzo, e possiede un valore infinito.

·        Le macchine non possono sostituire i sistemi necessari alla vita del pianeta, né possono sostituire l’intelligenza umana, la conoscenza, la sapienza, la capacità organizzativa e la cultura.

Può un ecovillaggio fornire una risposta efficace alle contraddizioni del nostro tempo?

Certamente il fenomeno della re-peasantisation che è iniziato negli ultimi vent’anni (van der Ploeg 2006) può contribuire ad evitare la dispersione del capitale naturale e gli ecovillaggi si inseriscono perfettamente in quei processi che puntano al ripristino di pratiche di coltivazione eco-compatibile e che privilegiano il mercato locale e la filiera corta.

L’esperienza di Torri Superiore tuttavia dimostra come la sola attività agro-alimentare non è sufficiente per sostenere economicamente il progetto dell’ecovillaggio.

Torri Superiore viene gestito attraverso due diversi soggetti:

·        L’Associazione Culturale Torri Superiore, fondata nel 1989, che ha come scopo l’acquisto e il recupero dell’antico borgo, promuove l’avvio delle attività produttive, manutiene l’insediamento e sviluppa l’attività turistica.

·        La Societa’ Cooperativa Ture Nirvane, creata nel 1999, che si occupa della gestione delle parti comuni (ristorante e ospitalità) e dell’agricoltura.

La fonte primaria di reddito proviene dalle attività di ospitalità e di formazione (corsi, seminari, conferenze). Nel 2007, grazie all’apporto di un nuovo residente, un australiano con esperienza in agricoltura organica[26] maturata negli Stati Uniti, Gran Bretagna e Spagna, si è cercato di dare maggiore impulso alla produzione agricola. Successivamente si sono aggiunti altri due membri con esperienza in agricoltura sostenibile.

La proprietà dei terreni coltivati appartiene a tre membri residenti. Complessivamente consta di 25 appezzamenti di terreno, per un totale di 29.020 mq. L’appezzamento più piccolo è di soli 100 mq, mentre il più grande misura 5.651 mq. La media è di 1.561 mq. La maggior parte dei terreni, oltre il 50%, è destinato alla coltivazione delle olive, un 20% è bosco ed il resto viene utilizzato per coltivare agrumi e ortaggi. La Fig. 6 mostra un terreno destinato ad orticoltura, adiacente all’insediamento). L’alto numero di appezzamenti e la distanza tra loro ne rende costosa la coltivazione. La produttività dei terreni è bassa perché questi non godono di una buona esposizione e sono stati per lungo abbandonati.[27]

Fig. 6 – L’orto dell’ecovillaggio

Il dato che si ricava dall’analisi condotta da Alberto Giani è che la produzione agricola di Torri Superiore non è competitiva con il mercato. I costi dell’orticoltura sono proibitivi e la produzione d’olio è di molto inferiore alla media della zona.

Produttore

n. piante

Produzione Kg olio

Kg olio per pianta

Torri Superiore

250

470

1,88

Produttore 1

600

2000

3,33

Produttore 2

350

1000

2,86

Comparazione della produzione d’olio d’oliva tra Torri Superiore e altri produttori della zona nel 2008 (da A. Giani, 2011, p. 54).

 Per quanto riguarda le olive, il deficit deve essere attribuito in gran parte all’età delle piante e alla precedente mancata cura. Un dato è comunque certo, senza l’apporto di lavoratori volontari, appartenenti alle associazioni e ai movimenti ambientalisti,[28] l’impresa agricola di Torri Superiore non riuscirebbe a sopravvivere. Così, paradossalmente, si finisce per ottenere  maggiori proventi dall’organizzazione di corsi sull’orto biodinamico, la permacultura e l’aratura eseguita con gli asini che dalla effettiva coltivazione degli ortaggi.[29] Sei poi si guarda ai vantaggi di alcune pratiche agricole pubblicizzate dai residenti, come ad esempio la ripulitura dei terreni attraverso l’uso di animali, capre e asini, pur essendo vantaggiose sul piano teorico, la frammentarietà degli appezzamenti e la relativa distanza ne limitano drasticamente i benefici. In generale, l’utilizzo di metodi antichi di coltivazione è senz’altro affascinante e importante in termini di recupero culturale, talvolta può anche risultare appropriato, ma necessita di una condivisione territoriale ben più ampia di quella di un ecovillaggio. Nel caso di Torri Superiore, gli abitanti locali guardano con stupore l’attività agricola degli esperti di ecoagricoltura e rafforzano la propria convinzione che i residenti dell’ecovillaggio siano ”brava gente, ma un tantino strana”. Non mancano da parte loro neppure alcune considerazioni acide: “senza tutti quei volontari che lavorano gratis non ce la farebbero”; “dicono di fare agricoltura biologica, ma noi l’abbiamo sempre fatta e non ci vantiamo”; “Mi spieghino come mai loro potevano vendere le zucchine trombette[30] sul banchetto dei prodotti biologici, quando le nostre erano ancora così indietro … Non la raccontano giusta!”; “L’ecologia è solo una facciata per fare business e ottenere lavoro gratis”.

Alberto Giani a proposito della coltivazione degli ortaggi da parte di Torri Superiore osserva:

Vegetable growing in this area became possible only because by utilizing volunteers the cost of man power decreases (225 Euro/months in form of food, + accommodation, while the cost of one person helping in the garden would not be less than 30/40 Euro per day). In this way agricultural production is not only producing food at a lower cost, but also is a way of learning and a mean for exchanging experiences (Giani, 2011, p. 52).

Massimo, docente dal 2000 di corsi di permacultura, mi ha confermato che il rapporto con i coltivatori locali è cordiale e, in passato, è stato prezioso. I loro consigli in più occasioni si sono dimostrati validi, soprattutto considerata la particolarità dei terreni e l’inesperienza pratica dei residenti, malgrado la loro profonda conoscenza teorica della permacultura e dei canoni dell’agricoltura biodinamica.

Ho potuto constatare che c’è collaborazione tra Torri Superiore ed il contiguo bed & breakfast della famiglia B. che indirizza i suoi ospiti al ristorante dell’ecovillaggio che pratica prezzi di 15 euro a persona. Ciò non fa certo piacere all’unico ristorante di Torri, gestito attualmente da una cuoca superlativa, che è figlia di una signora che, negli anni Ottanta, ha aiutato l’ecovillaggio a nascere.

Villaggio vs ecovillaggio: l’integrazione apparente

Alcuni studiosi individuano quattro tipi di acculturazione:

  • . Assimilazione: quando un individuo o un gruppo abbandona la propria cultura e cerca di assumere quella dominante;

  • . Separazione: quando lo scopo principale è il mantenimento della proprio cultura ed avviene il rifiuto del contatto con gli altri gruppi;

  • . Integrazione: quando viene mantenuta la propria cultura ma c’è continuo scambio e collaborazione con gli altri gruppi;

  • . Marginalità: quando c’è scarso interesse nel mantenimento della propria identità culturale e rari contatti con gli altri gruppi.

Nessuno dei suddetti tipi di acculturazione si addice a pieno al rapporto che i residenti di Torri Superiore hanno instaurato con gli abitanti del villaggio di Torri. Per descriverlo si potrebbe introdurre una forma ulteriore d’integrazione, definibile come integrazionepragmatica. L’atteggiamento dei residenti dell’ecovillaggio nei confronti degli autoctoni è infatti disincantato e al tempo stesso benevolente, certamente non empatico.[31]

Le figure di maggiore rilievo all’interno della comunità dell’ecovillaggio, Lucilla e Maurizio, hanno fornito un’analisi lucida, acuta e ben articolata delle dinamiche relazionali che nel tempo si sono instaurate con la popolazione preesistente. Parlando degli inizi, Lucilla ricorda che da parte degli autoctoni c’era una certa non celata ostilità, come normalmente accade verso tutti i gruppi, ancor più le comunità, che si insediano in territori già occupati. Uno dei problemi per loro era quello di essere sconosciuti, estranei e c’era il timore fossero una setta di satanisti o “una banda di drogati”. I rapporti si sono fatti meno ostili grazie all’intervento di alcune persone del luogo che hanno cercato di comprendere più a fondo le istanze dei neoarrivati e sono nettamente migliorati quando è cominciato il recupero del borgo che ha coinvolto direttamente la manodopera locale. La coltivazione dell’orto è stata poi un’ulteriore occasione di socializzazione. Dice Lucilla: “Mentre lavoravamo la terra c’erano i vecchietti del paese che venivano a vedere e ci chiedevano: ‘Che fate? Cosa piantate lì? Ma lo sapete che i pomodori vanno bagnati in questo modo?’ E così via, a dare consigli. Pian piano allora abbiamo instaurato un dialogo e si sono tranquillizzati e, adesso non abbiamo più assolutamente problemi”.

Un certo fastidio tuttavia permane da parte dei locali, forse anche una certa invidia per queste persone che parlano con un accento diverso, spesso straniero, che li guardano e li trattano con scarso interesse, talvolta con condiscendenza e che malgrado le loro strambe idee riescono comunque a popolare di turisti la piccola valle. La distanza culturale è profonda, anche se in apparenza i rapporti, come sostiene Lucilla, sono sicuramente cordiali. In effetti i residenti dell’ecovillaggio applicano nei confronti degli autoctoni una sorta di relativismo relazionale che consente loro di evitare il conflitto e di trarre il massimo vantaggio da una convivenza non chiusa, sul piano pratico, alla collaborazione e allo scambio. Massimo racconta come negli anni Novanta si è verificato un episodio sul quale la comunità ha a lungo riflettuto e tratto alcune importanti conclusioni.

Tutta la vallata e il letto del torrente Bevera che nel fondovalle si allarga dando vita ad un paesaggio suggestivo era in completo abbandono. Le rive venivano usate come discarica, con rifiuti ovunque e di tutti i tipi. Qualcuno era arrivato perfino a seppellire con la ruspa alcuni vecchi veicoli. Contando sugli stretti e ottimi rapporti con Legambiente e con il volontariato ecologista, la comunità di Torri superiore era riuscita a mobilitare giovani provenienti da tutto il mondo per ripulire il torrente. Avevano cominciato a rimuovere i rifiuti, quando gli abitanti di Torri li contestano pesantemente. Lo scontro è violento: “Con quale diritto invadete i nostri territori e vi permettete di entrare nelle nostre proprietà? Le vostre lezioni fatele dove volete, ma non in casa nostra! Chi vi ha chiamati?”. La reazione era stata così inaspettata e furiosa che i volontari furono costretti a desistere.Così Massimo lucidamente commenta: “I paesani non avevano capito. Ma era stata colpa nostra: avremmo dovuto accordarci. Anche se le nostre intenzioni erano buone, avevamo sbagliato. Ci eravamo spinti troppo oltre.”

Oggi il modus vivendi con gli autoctoni è impostato su regole relazionali semplici ed efficaci, che Massimo così riassume:

  • . Conoscere e applicare le regole della comunità degli autoctoni;
  • . Fare solo cose per loro comprensibili (ad esempio, anche le proposte musicali devono essere comprensibili);
  • . Imparare e parlare il loro linguaggio;
  • . Conoscere e rispettare le loro tradizioni;
  • . Supportare le loro istanze e richieste, come l’apertura di un ambulatorio, servizi di bus, ecc.

In estrema sintesi Massimo, pur senza riferirsi direttamente ad esso, auspica l’applicazione del modello del living in place, proprio dei sostenitori del bioregionalismo (Mc Ginnis, 1999; Thayer, 2003). Tutti gli esseri viventi di una bioregione, uomini, animali e piante, sono egualmente inhabitans e devono perciò impostare il proprio comportamento alla relatività relazionale, nel rispetto della memoria storica e culturale del territorio che li ospita. Un passo di un’intervista rilasciata tempo fa da Lucilla chiarisce l’idea che i residenti dell’ecovillaggio hanno della propria comunità: “Cosa ci tiene davvero uniti è il grande amore per questo paese, la sua natura selvaggia, il clima mite. Vivere insieme è bello e, a volte, anche difficile. Come gruppo poi abbiamo un forte disincanto verso un’estetica comunitaria, non abbiamo ‘rituali’ particolari. Ci piace solo stare insieme”.

Qual è invece il punto di vista degli abitanti del villaggio di Torri? Bisogna premettere che vivono a Torri circa 200 persone. Il villaggio si estende nel fondovalle dove scorre il Bevera e  le due rive del torrente sono unite da un ponte. Sulla sponda opposta all’unica strada che arriva al villaggio c’è il paese vecchio, prevalentemente tardo-medievale. Ci sono due chiese di cui una intitolata alla Madonna Addolorata, la cui statua troneggia sull’altare. Non ci sono preti e la chiesa principale è aperta solo nei giorni di festa. Alcune croci di legno sono collocate lungo la strada che porta a Torri Superiore. Della loro origine gli abitanti hanno perso la memoria, ma le illuminano in occasione delle cerimonie e delle processioni. C’è un solo bar ristorante ed un negozietto di alimentari. Alcune persone del luogo hanno sposato stranieri, come normale nei luoghi di frontiera. La popolazione è mediamente oltre i quarant’anni e lavora fuori. Tutti coltivano l’orto per consumo personale. Alcune famiglie vivono di agricoltura. Una di queste gestisce un frantoio, produce olio d’oliva di qualità e ha avviato un’attività di bed & breakfast. Nelle vicinanze è attiva una cava. Il paesaggio appare inselvatichito e povero, malgrado la posizione suggestiva, resa romantica dal torrente e dalle montagne circostanti.

Le interviste fatte ai locali non sono state numerose. Da esse emerge che l’ecovillaggio non è sentito come una minaccia per l’identità del luogo, soprattutto per il fatto che la comunità autoctona di Torri ha sviluppato un forte senso di appartenenza con il proprio territorio. L’autorità pubblica, Torri è una frazione del Comune di Ventimiglia, viene percepita dalla comunità come estranea e lontana, così “se si vuole davvero che una cosa venga fatta, meglio farla da sé”.[32] Questa voglia e capacità di fare da sé si esprime nell’attenzione all’arredo urbano con l’acquisto di fiori e piante, nella cura della spiaggetta e nell’organizzazione delle sagre e delle celebrazioni religiose.

La presenza dell’ecovillaggio, come impresa turistica, è ritenuta dai locali utile: porta molta gente da fuori e questo è bene per l’economia locale. I frequentatori dell’ecovillaggio sono in prevalenza giovani e vengono da tutte le parti del mondo, grazie alla reputazione di cui Torri Superiore gode sui network alternativi e ambientalisti e all’ampia offerta di corsi e seminari. I locali percepiscono i residenti come strani: “sono un po’ così, ma non sono cattivi”. Tutti gli intervistati concordano sul fatto che “Se ne stanno per conto loro. Hanno le loro idee e vogliono starsene in pace”. C’è anche chi non ha un’opinione del tutto benevola sull’imprenditorialità dei responsabili dell’ecovillaggio: “Fanno gli ecologisti per business e deturpano il paesaggio con i loro pannelli solari”; “Sfruttano quei poveracci che non solo vengono a lavorare gratis ma gli pagano anche il soggiorno. Sono concorrenti sleali.”; “Quando fanno i corsi di yoga, fumano tutti dal narghilè”.

Dal confronto tra le due comunità dell’ecovillaggio e del villaggio emergono i seguenti tratti.

Villaggio

Ecovillaggio

Diffidenza e curiosità nei confronti dei forestieri

Condiscendenza nei confronti dei locali

Interesse verso chi si mostra gentile e bisognoso

Autointeresse

Orgoglio di essere di Torri

Forte senso della propria comunità

Scarsa conoscenza delle proprie tradizioni

Interesse e conoscenza della cultura locale

Condivisione della cultura sociale dominante

Ricerca di una propria dimensione alternativa

Visione di tipo popolare

Analisi acute e indipendenti

Scarsa elaborazione dei valori ereditati

Ricerca di libertà e spriritualità individuali

Le comunità del villaggio e dell’ecovillaggio hanno dato luogo ad una integrazione apparente. La comunità dell’ecovillaggio si mostra più forte e più salda, anche perché fondata sulla leadership di alcune figure chiave e sostenuta all’esterno da una fittissima rete di contatti e relazioni. La comunità del villaggio deve invece fare i conti con l’immigrazione, la cura dei propri anziani, la difficoltà dei servizi, la disgregazione del tessuto relazionale causata dalla necessità di lavorare fuori.

L’ecovillaggio potrebbe funzionare da volano per l’economia locale, ma dovrebbe abbandonare la propria visione comunitaria indipendente, elitaria, ma così facendo perderebbe anche la propria capacità d’attrazione ed il proprio bacino d’utenza.

L’integrazione disincantata adottata dai residenti dell’ecovillaggio nei confronti degli autoctoni è un tratto interessante che andrebbe approfondito. Potrebbe recare un contributo originale alla riflessione che si è recentemente aperta sulla fiducia nella multiculturalità e sull’esaltazione del meticciato che per anni hanno beneficiato del sostegno acritico di un certo mondo progressista (Callari Galli, 2005; Pompeo, 2009).

Conclusioni

Sono piuttosto evidenti le differenze, ma anche alcune analogie, tra il modello dell’ecovillaggio e quello tribale, o più in generale con quello delle culture small scale. Altrettanto evidente è la vitalità che queste ultime stanno manifestando di fronte alla prepotenza della cultura globale. In effetti, sono proprio le culture small scale che possono vantare, archeologicamente e storicamente, la maggiore capacità nell’affrontare e sopportare i cambiamenti naturali e sociali. Così, in un’epoca caratterizzata da profondi e continue trasformazioni, lo studio delle forme di vita comunitaria emergenti, per le analogie con i modelli comunitari tradizionali più antichi e longevi, diventa particolarmente importante, oltre che scientificamente interessante. Inoltre, poiché gli ecovillaggi rappresentano un fenomeno culturale allo stato nascente che fa riferimento, nella nostra stessa cultura, ad un modello antagonista e ideale di rifondazione societaria, il loro studio comparato potrebbe aiutarci ad evidenziare i meccanismi culturali soggiacenti alle dinamiche di affermazione e propagazione di utopie e di visioni spirituali del mondo. Il riconoscimento di meccanismi culturali, quali risposte preferenziali all’interno delle culture, potrebbe forse consentirci di colmare alcune lacune di conoscenza mediante elementi più fondati, evitando di formulare indimostrabili  just as story, un rischio nel quale si incorre spesso nel vasto campo dell’etnografia, specie nella storia delle religioni e nell’antropologia storica. C’è tuttavia un aspetto ancor più importante:

[…] la speranza che una chiara comprensione dei principi dell’antropologia possa illuminare sui processi sociali dei nostri tempi e che, se siamo pronti ad imparare, questa comprensione possa mostrarci cosa fare e cosa evitare (Boas, 1928, p. 11).

Una speranza che può tradursi in convinzione ideale, perché, come afferma John H. Bodley sostenitore dell’efficacia del modello societario delle culture small scale:

Se non è detto che il punto di vista antropologico sia in grado di fornire una risposta a tutte le nostre domande o ci porti ad individuare facilmente le soluzioni accettabili, certamente, però, esso ci mostra il punto dove siamo giunti e ci suggerisce la via verso cui dirigere il nostro futuro (Bodley, 1996, 8).

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Kyle Powys Whyte, An Environmental Justice Framework for Indigenous Tourism, “Environmental Philosophy”, 7 (2010), 2, 75–92.


[1] Molti riferimenti, materiali e interviste a Lucilla Borio, socio fondatore e presidente dell’Associazione Culturale Torri Superiore, sono disponibili sul Web, raccolti e pubblicati da numerose associazioni e gruppi ambientalisti o di cultura alternativa.

[2] Sotto le etichette “natura e ambiente”,  “sostenibilità ecologica”, ecc. si raccolgono numerose istanze, alcune delle quali non sono estranee ad un certo moralismo pauperistico e ad una sorta di minimalismo esistenziale. Così si va dal movimento per la decrescita (<http://www.decrescita.com/>, ultimo accesso 22 luglio 2011) che si richiama alle idee della bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994), alle iniziative di personalità dello spettacolo come il tastierista dei Rolling Stones, Chuck Leavell, fondatore nel 2008 del sito Web Mother Nature Network, che promuove la responsabilità sociale nei confronti dell’ambiente fornendo notizie, avvisi e informazioni  (<http://mothernaturenetwork.tumblr.com/>, ultimo accesso 22 luglio 2011), ai social network incentrati sulla gestione sostenibile delle risorse naturali, come il CBNRM net, Community-Based Natural Resource Management Network (<http://www.cbnrm.net/>, ultimo accesso 22 luglio 2011) o la Collaborative Adaptive Management Network (CAMNet) che ha come scopo quello di fornire supporto nella risoluzione di problemi complessi riguardanti la gestione delle risorse naturali.

[3] In queste forme alternative di fuga dalla società contemporanea sono spesso  evidenti i richiami alla bionergetica di Alexander Lowen e all’antroposofia di Rudolph Stainer.

[4] V. home page La bioteca dell’ associazione culturale La Bioteca di Udine (<http://www.bioteca.org/Home.html>).

[5]David  Harvey, docente presso il  Graduate Center dell’Università di New York, analizzando i fattori sui quali si basa la pianificazione urbana (utilizzo e locazione degli immobili, zonizzazione, costi della mobilità, concentrazione della povertà, ecc.) giunge al rifiuto di soluzioni liberali e tecnoctatiche per approdare ad una forma di “revolutionary geography”, che trascende i limiti strutturali all’attuale approccio di sfruttamento degli spazi che vorrebbe invece ispirato a principi di giustizia sociale.

[6]Si considerino gli effetti negativi prodotti nelle arre urbane dall’applicazione del principio della zonizzazione, che gli anglosassoni hanno sintetizzato con “keep the pigs out of the parlor”. La zonizzazione ha massimizzato le distanze e la dispersione a danno della densità e della prossimità dei servizi, ha incentivato la segregazione e fatto aumentare il traffico nelle aree urbane e suburbane, rendendo così necessaria la realizzazione di infrastrutture stradali sempre più capienti, svincoli e strutture di supporto alla circolazione dei veicoli (parcheggi, rotatorie, dissuasori di velocità, distributori di carburante, ecc.).

[7] Paul Hawken, Amory Lovins e L. Hunter Lovins in Natural capitalism (Back Bay Books, 1999) introducono una visione nuova di sviluppo economico che prevede forme di produzione e di commercio fondate su una riconquistata armonia con l’ambiente: una nuova rivoluzione industriale che ha come fondamento il valore del capitale naturale ed il suo incremento.

[8]V. United Nations, World Urbanization Prospects: the 2003 Revision, New York, United Nations, 2005.

[9]V. 2006/144/CE: Decisione del Consiglio, del 20 febbraio 2006 , relativa agli orientamenti strategici comunitari per lo sviluppo rurale (periodo di programmazione 2007-2013).

[10]I dati riportati nelle tabelle sono tratti da World Population Prospects: The 2008 Revision and World Urbanization Prospects: The 2009 Revision, (<http://esa.un.org/wup2009/unup/>, ultimo accesso, 24 luglio 2011).

[11] Il mondo contadino,  ieri come oggi, è diffidente, sospettoso e talvolta ostile con i forestieri: ma i forestieri del passato erano i signori che venivano a villeggiare nelle case di campagna, oggi sono invece i migranti, spesso clandestini, che forniscono mano d’opera a basso prezzo.

[12]Per quasi due millenni il contadino è stato considerato come un tutt’uno con la terra che coltivava. Marc Bloch vede nel feudalesimo la continuazione del principio romano che riteneva  il contadino, non importa se libero o schiavo, come appartenente alla terra dalla quale non poteva essere sradicato (“lo schiavo è della terra dov’è nato”). In effetti, col feudalesimo cambia solo  il dettaglio che tutti i contadini diventano egualmente servi (Marc Bloch, La società feudale, Torino, Einaudi, 1959).

[13]Jules N. Pretty in The Living Land.Agriculture, Food and Community Regeneration in the 21st Century(London, Earthscan Ltd, 1999), offre un panorama della rigenerazione rurale in Europa organizzandolo su tre direttrici: agricoltura sostenibile, sistemi agro-alimentari locali e sviluppo delle comunità rurali. Molta importanza viene attribuita al capitalizzazione delle risorse culturali e naturali. Il tema dei networks e del capitale sociale viene invece analizzato e comparato prendendo in esame lo sviluppo rurale in sei paesi europei, Finlandia, Irlanda, Italia, Norvegia, Scozia e Svezia, in: Jo Lee Vergunst , Arnar Arnason e Mark Shucksmith (eds), Comparing Rural Development. Continuity and Change in the Countryside of Western Europe, Aldershot, Ashgate Publishing Limited, 2009.

[14] John H. Bodley, docente di antropologia presso la Washington State University, è l’autore del famoso Victims of progress (Menlo Park, Cummings, 1975), un saggio che affronta l’impatto della tecnologia sullo sviluppo delle popolazioni tribali nel mondo. Quando Bodley usa il termine tribale si riferisce a culture small scale che considera politicamente ed economicamente indipendenti, prive di un’ autorità centralizzata di governo e di mercato e dotate di un alto livello di equità sociale.

[15]Non tutte le comunità intenzionali sono ecovillaggi. Non lo sono le Rural Landsharing (Multiple Occupancy) Communities che costituiscono una forma di insediamento rurale che consente ad un gruppo di persone di diventare proprietari collettivamente di un singolo appezzamento di terreno e di utilizzarlo come propria residenza principale. La proprietà comune del terreno è stabilita attraverso forme diverse (associazione cooperativa, ripartizione condominiale, ecc.).

[16] Il termine permacultura (permaculture) nasce dalla contrazione di permanent culture, cultura permanente,  e si deve a Bill Mollison e David Holmgren che negli anni Settanta avevano dato vita in Australia ad un modello di agricoltura sostenibile (permanent colture o permacolture) poi esteso ad una visione olistica del rapporto uomo natura, avente come fondamento la creazione di un sistema, perenne e autoalimentante, per  lo sviluppo integrato delle specie vegetali e animali utili all’uomo. La prima formulazione dell’approccio basato sulla permacultura è esposta da Mollison e Holmgren nel volume Permaculture One del 1978

[17] La citazione di un passo,  enfatico e al tempo stesso superficiale, di Alex Langer, attivista dell’organizzazione comunista Lotta Continua e successivamente  tra i fondatori del partito dei Verdi italiani, in un libretto di Enrico Turrini edito dall’Editrice Cittadella dimostra l’attenzione di un certo mondo cattolico per le problematiche ambientali e per una visione antagonista dell’economia: “Consumatore, scrisse [Alex Langer] è parola orrida, perché mette a nudo la dimensione vera del nostro ruolo assegnatoci dal sistema, qualità assai più vera e più penetrante del nostro essere magari cittadini o elettori ma termine realistico per designare la funzione che ci spetta nel potente universo delle merci e del denaro” (Enrico Turrini, Energia e democrazia, Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pp.17-18) – il libro di Turrini è stato offerto come omaggio ai partecipanti al Convegno organizzato da La Cittadella, Assisi, 20-24 agosto 2011, “Sporgersi ingenui sull’orlo dell’abisso”.

[18]La prima esperienza di cohousing sorge in Danimarca nel 1972, nei pressi di Copenhagen. L’esperienza si afferma successivamente in Olanda ed in altri paesi del Nord Europa. In Svezia, in cui esisteva fin dagli anni Trenta una forte realtà comunitaria, negli anni Ottanta il cohousing viene riconosciuto e sostenuto dagli enti pubblici. Negli Stati Uniti la prima comunità di cohousing è stata la Muir Commons di Davis nella California settentrionale, che in tre anni ha realizzato nel 1991 il proprio progetto, basato sulle esperienze danesi degli anni settanta. Attualmente Muir Commons ospita circa 25 adulti e 35 bambini; è costituita da una varietà di strutture familiari e alcune case sono di proprietà altre affittate (<http://www.muircommons.org/>, ultimo accesso 20 agosto 2011).

[19] Le scomodità possono essere una scelta obbligata, come nel caso di un gruppetto di abitanti di Pescomaggiore, che dopo il sisma dell’Aquila (6 aprile 2009), piuttosto che rassegnarsi ad aspettare un alloggio, hanno dato vita ad  E.V.A. (E.co V.illaggio A.uto costruito), che accoglie in 4 abitazioni in legno, acciaio e paglia una dozzina di abitanti stabili (sfollati senza casa agibile) ed altrettanti temporanei in strutture provvisorie (<http://www.slideshare.net/maxim0/eva-pescomaggiore>, ultimo accesso 30 agosto 2011). L’insediamento recupera le acque piovane, smaltisce i reflui in fitodepurazione, trae energia da solare termico e fotovoltaico, accoglie ed organizza workshops e visite. Gli abitanti, associati in MISA a.p.s. e formalmente impegnati nel processo di rinascita della Terra di Pescomaggiore,  conducono collettivamente terreni di compaesani ed esercitano i diritti di uso civico sul demanio universale della frazione traendone per l’autoconsumo cereali, legumi, tuberi, frutta, ortaggi, miele, e concorrendo alla manutenzione del paesaggio rurale.

[20] Il volontariato e il servizio civile internazionale organizzano numerosissimi campi di lavoro e progetti finalizzati ad attività di recupero e restauro ambientale.

[21]Alberto Giani ha frequentato nel 2000 un corso di permacultura a Torri Superiore, tenuto da Maurizio; dopo aver lavorato come veterinario in Valle d’Aosta ed in varie altre parti del mondo, presenta nel marzo 2011 la sua tesi di laurea presso l’Università di Wageningen, Department of Social Sciences, dal titolo Novelties, retro-innovation and fantasy: Torri Superiore Ecovillage as a form of resistance to the abandonment of rural marginal areas in Italy, <http://www.rso.wur.nl/NR/rdonlyres/27F2DB03-BBF3-4450-BA70-EF571A98C614/139502/MscThesis_AlbertoGiani.pdf>, ultimo accesso, 28 agosto 2011.

[22]V. David Kanaley,  Eco-Villages A Sustainable Lifestyle, Byron Shire Council, 2000 (<http://www.abc.net.au/rn/utopias/resources/pdf/d_kanaley.pdf>, ultimo accesso 25 agosto 2011).

[23] Lucilla Borio, Ecologia delle relazioni e metodo del consenso, <http://www.associazionebasilico.org/attachments/category/7/Il%20metodo%20del%20consenso.pdf>, ultimo accesso 26 agosto 2011..

[24]Willi Maurer e Claudia Panico sono due psicoterapeuti. Willi Maurer, nato nel 1945 nella Svizzera tedesca, attraverso lo studio e la sperimentazione di diversi metodi di psicologia umanistica e di terapia (Gestalt, Terapia Primale, Bioenergetica, Feldenkrais) è giunto ad una intravistone, termine che egli usa per indicare la visione d’insieme dei nessi) dell’origine dei conflitti individuali e collettivi. Egli sostiene che la consuetudine che nella nostra cultura fa separare il neonato dalla madre ha influenzato negativamente l’evoluzione della nostra civiltà. Questa separazione priva il neonato dell’imprinting, ovvero di quel periodo decisivo per tutti i mammiferi che risveglia nella madre e nel bambino quegli istinti naturali che garantiscono il senso di appartenenza e una crescita naturale e sana (Willi Maurer, La prima ferita. L´influenza dell´imprinting sul nostro comportamento, Terra Nuova, 2008).

[25] V. <http://www.willi-maurer.ch/PDF/DVD-it.pdf>, ultimo accesso 26 agosto 2011.

[26] L’agricoltura organica è una forma di coltivazione basata sulla rotazione dei seminativi, il sovescio, l’uso di compost e pesticidi organici, ecc. allo scopo di sviluppare un sistema di produzione che sostiene la salute del terreno, dell’ecosistema  e delle persone. È conosciuta anche come ecoagricoltura e in genere segue i principi dell’agricoltura biodinamica di Rudolph Steiner, dell’agricoltura naturale di Fukuoka e della permacultura di Mollison. V. http://www.agricolturaorganica.it/

[27] I dati sono ricavati dall’accurata analisi che Alberto Giani ha compiuto sulle attività agro-alimentari sviluppate dall’ecovillaggio.

[28]Molti volontari entrano in contatto con Torri Superiore tramite il circuito dei “wwoofers” (willing workers of organic farms), i volontari delle fattorie biologiche.

[29] Ad esempio, il corso di Trazione animale – Lavori agricoli con gli asini, tenuto da Marco Spinello (11-13 marzo 2011),  costava Euro 270 (senza soggiorno Euro 180); il corso Introduzione all’orto biodinamico, tenuto da  Stefano Cattapan (16-17 aprile 2011) costava Euro 220 (senza soggiorno Euro 150). Marco Spinello è fondatore di “La Masca” (allevamento caprino e caseificazione);  è rappresentante dell’associazione Asinoi (Asti) e corrispondente locale di Prommata (Francia, http:. ultimo accesso 30 agosto 2011) organizzazione che promuove l’insediamento di giovani agricoltori e la lavorazione dei terreni senza mezzi meccanici. Stefano Cattapan, perito agrario laureato in scienze naturali, è consulente scientifico dell’orto botanico e oasi naturalistica Villarey di Prascorsano (TO) e tecnico ispettore per Bios Srl.

[30] La zucchina trombetta di Albenga è una zucca del genere Cucurbita, dalle caratteristiche particolari. Ha portamento rampicante e viene coltivata in pergolati; il frutto, di forma cilindrico-clavata e allungata, come avviene anche per le comuni zucchine, viene raccolto immaturo, è di colore verde chiaro ed il suo sapore è particolarmente delicato.

[31] L’osservazione partecipante (participant observation) è una pratica consueta per l’antropologo. Mentre è facile instaurare un rapporto reciprocamente empatico con i locali, ciò non è possibile, malgrado gli sforzi, con i residenti dell’ecovillaggio. È difficile ottenere una mappa delle loro relazioni interne che non rispecchi la versione ufficiale, per molti aspetti didascalica, sulla storia e la vita della comunità.

[32] Gli abitanti di Torri non hanno tutti i torti: nel comune di Ventimiglia è forte la presenza della ndrangheta e il 25 giugno 2011 il sindaco Gaetano Scullino si è dimesso per evitare la nomina della Commissione di accesso al Comune, come invece era avvenuto l’11 marzo per il vicino Comune di Bordighera.

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