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27 dicembre 2014

La Spectre delle news: il virus mutante dell’informazione globalizzata

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Tratto da CLINICA DELLA TV – I 10 virus del Tele-Capitalismo: filosofia della Grande Mutazione, Carmine Castoro, in uscita a Maggio 2015 per Mimesis

 

Carmine Castoro

In Il domani non muore mai (1997) James Bond affronta il facinoroso e astutissimo Elliot Carver (interpretato da Jonathan Pryce), capo dell’omonimo Media Group Network (CMGN) che, come egli stesso dice ai suoi soci-aguzzini in video-conferenza, garantisce una “copertura giornalistica totale”, che si parli di inondazioni, di incidenti aerei o di ricatti ai politici. Il suo vaneggiamento belluino viene messo in atto attraverso una nave-ufo invisibile ai radar che, oltre a mettere fuori uso a distanza il suo GPS per mandarla fuori rotta, lancia una trivella subacquea contro un incrociatore inglese, interpretata sui monitor dal personale di bordo come il missile sparato da un mig cinese. In realtà il natante sembrava ai suoi ufficiali in acque internazionali, ma aveva giù superato il confine marino finendo in quelle orientali.

I cinesi non avevano ancora eretto una barriera di fuoco di difesa ma, in una guerra di simulazione-dissimulazione, Carver crea un’improvvisa escalation di attentati e ritorsioni, o meglio: quella che gli organi di stampa – da lui diretti – annunceranno che sia accaduta, basandosi solo sulla manipolazione delle frequenze satellitari, sulle sacche di interazione fra forze nemiche e sulla ineguagliabile versione dei fatti che i titoli a caratteri cubitali offriranno il giorno dopo. Intanto, l’imbarcazione della Regina affonda, tutti muoiono nel naufragio e lo “strillo” sui giornali è: “British sailors murdered”, ovvero “i marinai britannici sono stati assassinati”. L’incidente diplomatico col lontanissimo paese del Sol Levante è bello e costruito. Inutile dire che, al vernissage della sua televisione, il Polpot delle News parlerà di media al servizio dei popoli, di lotta alle ideologie e all’ignoranza, per poi, invece, dire in privato: “Le parole sono le nuove armi. I satelliti la nuova artiglieria. Che la grande beffa abbia inizio”. Sconfitto e ucciso dall’agente 007 in una sarabanda mozzafiato di colpi di scena, la morte di Carver, per par condicio, viene tenuta segreta all’opinione pubblica mondiale, come sempre ignara del genocidio sfiorato, e di lui i comunicati diranno che si è suicidato su uno yacht di lusso finito in fondo al mare…

Lo Spettacolo come Spectracolo. Anche i più pirotecnici action-movie lo hanno capito: la raccolta delle notizie giornaliere da proporre a chi vuole sapere ciò che succede nel mondo di “importante” come sistematica opera di traduzione e trascrizione del Reale a uso e consumo di ignoti committenti. L’individualità rinnegata (pur in una sua apparente incandescenza tecno-connettiva), l’oggetto selezionato (e quindi “sofferente” di rivisitazioni e di deterioramenti ermeneutici) e la totalità storico-sociale offuscata ma ricomposta in quello che definisco olismo elettronico, le sue tre teste di drago.

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Dice Alan De Botton in News. Le notizie: istruzioni per l’uso (Guanda): “Un dittatore contemporaneo che volesse conquistare il potere non avrà bisogno di un gesto evidentemente scellerato come vietare le notizie: dovrà soltanto fare in modo che gli organi d’informazione trasmettano un flusso casuale di bollettini, tanti ma privi di contesto, entro un ordine del giorno in continuo mutamento, senza attribuire alcuna rilevanza attuale a un problema che soltanto poco prima sembrava impellente, il tutto intervallato da costanti aggiornamenti sulle gesta stravaganti di assassini e stelle del cinema”.

Che è quanto dire che viviamo già, senza accorgercene, in una sorta di feudalesimo elettronico, sotto la coltre di un Potere che non è più blindato, centralizzato e repressivo, ma reticolare, diffuso e allucinatorio, che non usa più (o non solo) il volto sfigurato e scellerato dell’interventismo poliziesco, delle punizioni esemplari e delle finestre sbarrate, ma quello amorfo e leggero della seduzione, del consumismo, del ritardo cognitivo, dell’iperrealismo.

Per togliere alla gente ogni volontà politica e ridurla a una moltitudine di persone senz’anima e senza soglie critiche, dunque tendenzialmente istupidite e con diritti solo formali, i massmedia e le caste di governo con cui sono coniugate utilizzano “dinamiche molto più insidiose e ciniche della censura. Tutte prevedono di confondere, annoiare, allontanare la maggioranza dalla politica presentando gli eventi in maniera così disorganizzata, frammentaria e intermittente che gran parte del pubblico non sarà in grado di seguire il filo delle questioni più importanti nemmeno per un breve lasso di tempo”.

Un “provincialismo globalizzato”, dice De Botton, detta legge, e ci vuole informati ma ignoranti, sovrastimolati ma incapaci di riflettere e trasformare finanche le condizioni più essenziali delle nostre vite. Un tele-potere che meccanizza le nostre risposte, ci abitua al sensazionalismo e a contenuti inutili, neutralizza la forza dissidente delle vere notizie che restano quasi sempre nel sottoscala dei tg, ci nega piani d’insieme e spettri allargati per cercare di capire dietro l’episodio occasionale di cronaca, lo scoop stupefacente o gli incontri fra i Grandi della terra cosa cova, cosa si cela, l’unità di cose lontane, le matrici culturali realmente nuove che potremmo abbracciare a livello mondiale per crescere ed emanciparci tutti.

De Botton non a caso usa nel sottotitolo della sua ultima opera l’espressione “istruzioni per l’uso” riferita alle news, come se queste fossero un pacco da maneggiare con cura, o prevedessero controindicazioni come un farmaco forte che può rilevarsi più nocivo del male che intende combattere, e qui il “male” è l’insufficienza di ciò che viene trasmesso, la barbarie decorativa del gossip, le derive dell’invidia instillate in un popolo abbandonato sempre e solo all’emulazione, il tecnicismo pervasivo che ci riempie di cifre, statistiche e codici imperscrutabili, se non dai super-esperti, e che ci riporta a vecchie distinzioni di classe, al ripetersi di un’ortodossia politica e comunicativa che chiede solo obbedienza, allineamento, accettazione di desideri finti, in due parole: inespressività e immobilità.

De Botton sfoglia un ipotetico giornale di news che, guarda caso, è uno dei media più giurassici che il sistema delle interconnessioni virtuali registri oggi: sempre uguale a se stesso in quasi tutte le latitudini, fatto di toni urlati o di silenzi colpevoli, di connivenze e di indifferenza, di titoloni sul niente e di niente spalmato su ciò che servirebbe davvero sapere alle nostre città. Ecco allora la Cronaca che ci rimanda un universo malvagio che esacerba le nostre paure e la voglia di vendetta ma azzera la nostra capacità empatica sulle fragilità umane; ecco gli Esteri che non ci fanno mai davvero sperimentare la differenza etnica, la conoscenza dell’”altro”, se non in chiave di guerre ed eccidi dove contano solo i numeri e punti di vista di tipo militare, commerciale o umanitario; ecco la Cultura che dirotta le nostre emozioni su vite di attori e miliardari, rentier e jet set senza, invece, farci assorbire valori e conoscenze da chi davvero è esemplare per ciò che ha regalato al mondo; ecco l’Economia tutta schiacciata su borse, percentuali e profitti che dimentica il sudore di chi lavora, i progetti di chi si alza la mattina, la frustrazione di chi socialmente viene considerato un esubero; ecco le notizie sul Benessere che sono solo un golgota continuo di oggetti che “dobbiamo” avere, dai viaggi esotici agli smart phone, a costo di essere out nella considerazione dei vicini.

L’”effetto autodeterminante” dei media, alle cui responsabilità ineludibili ancora non riusciamo a inchiodarli, sta proprio in questo, nel dare una patente di ovvietà, necessità e irreversibilità a quella che è solo una, e una soltanto, delle milioni di possibilità di profilare la nostra quotidianità, di tracciare i nostri bisogni, di alzare la temperatura della nostra felicità. Se questo avviene con l’accumulo di paccottiglia, mentale e materiale, o con assetti di convivenza e sentieri comportamentali più rispettosi della dignità e della serenità di ognuno di noi, questo, ca va sans dire, dipende anche da ciò che televisione, radio, spot, giornalismo, magazine, social network ci invogliano a fare e tradurre in atti di spesa e di orientamento psicologico.

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Tornare a essere introspettivi, a imparare, a non farci prosciugare dalla “cacofonia delle novità” (dice sempre De Botton) che si accende ogni mattina, sono imperativi categorici per i nostri prossimi diritti di cittadinanza. Ai media e ai loro boss il dovere di ricordarsi di essere, come invita a fare de Botton, dei “simulatori di vita”, dei congegni cioè che, come la letteratura e la storia, devono aiutarci a spaziare nei cieli della libertà, a superare la barriera dei facili orrori e dei cronici errori, e a tuffarci in un futuro che ci renda più aperti e meno autistici, più combattivi e gioiosi, e meno spettatori ebeti di fronte ai lustrini dell’ennesimo Grande Fratello.

Invece, che si occupino di notizie strambe e incongrue, o che ci offrano scorci spaventosi di tragedie immani, calamità naturali, terribili incidenti aerei o ferroviari, i media mainstream, paradossalmente, ci rassicurano [1] , sospingendoci verso microcosmi privatistici forgiati sul panico asociale [2], o in quello stato di pazzia foolish grazie al quale ci dilettiamo con dati o immagini in versione snack, corticali, light, magari scaricati all’impronta dai nostri device mobili [3], troll senza passato e futuro, boli informatici che metabolizziamo senza riflussi o inappetenza. Una “soffice poltiglia di dati” per De Botton prende il posto di prospettive lungimiranti, di classificazioni dei fatti che spingerebbero a scelte oculate e scale di priorità riviste e corrette in chiave comunitaria; dietro lo sfavillare arrembante del giornalismo ufficiale, la speranza latita, la costruzione recalcitra, la visione di mondi possibili è sempre avvolta da una tempesta di sabbia che soffoca rabbuiando il nostro sguardo, i significati sociali sono depredati o calmierati.

Alla casta degli “informatori” manca quasi del tutto quell’etica di ascolto profondo della nostra natura, e oltremodo l’etica di un divenire delle cose che ci rimanderebbe l’idea positiva della vita come sempre perfettibile, migliorabile, puntellabile quantomeno nelle sue ingiustizie più clamorose, e non smunta e ridotta in una ridda di storie minime e pretestuose che si disperdono in mille fiumiciattoli. Non è fuori luogo battezzare l’Informazione come una sorta di Anonima Sequestri degli accadimenti pubblici sui quali non sembriamo più esercitare alcun potere, né nella direzione di capire se sono davvero successi e con quei corollari propostici, né con quali parametri di “notiziabilità” sono stati scelti per essere overdosati nei prime-time, o lasciati abortire sul nascere perché non incontrerebbero interesse alcuno – si dice – nel pubblico da casa. Basti pensare a quell’osceno verismo del buon cuore che allunga come una molla solo alcuni dei “pasticciacci” di periferia conditi di coltellate, ammazzamenti e corna, trasformandoli in soap-noir deliranti, mentre a fianco di quei cadaveri, eletti – non si sa perché – come indimenticabili per l’opinione pubblica, continuano a crepare in altre zone d’Italia in centinaia, forse migliaia ogni giorno, senza che nemmeno un riflettore si accenda o un “inviato” si lanci all’inseguimento di azzardate, quanto ridicole, ipotesi da detective in erba (La vita in diretta e Pomeriggio Cinque sono al riguardo due ex cathedra).

Senza memoria storica [4], senza visuali aggregative e punti di sintesi, senza spirito propositivo sulle cose future che riguardano tutti, l’informazione abdica a quell’umanesimo che dovrebbe ispirarla e illuminarla e si mostra come un’ars combinatoria di basso livello, un affastellato senza impalcatura, un pulviscolo di fatti che ci brucia e infastidisce, consacrando quel nichilismo mortificante di tutta la contemporaneità, sempre pronta a scagliarsi a velocità impazzita “verso un irenismo ibrido e ambiguo nel quale c’è la paralisi della critica e l’accettazione euforica, direi eutanatologica, del suicidio”, come dice Igino Domanin in Grand Hotel Abisso (Bompiani) [5]. Se, dunque, come per la fotografia – allude De Botton -, dobbiamo pensare a un’informazione “di conferma” e a un’altra, più civile e antropocentrata, “di rivelazione” che sfida i luoghi comuni, i preconcetti e i rettilinei sociali [6], allora “il problema non sono le notizie nel loro complesso, ma quelle, fin troppo abbondanti, che inibiscono la “vita””, per cui dobbiamo mirare, non a circumnavigare il reale con pseudo-narrazioni consolatorie o urticanti, ma a svelare l’universale che si nasconde sotto il molle terriccio del particolare: “i temi psicologici, sociali e politici che trascendono l’ambientazione temporale e geografica delle storie e che si basano su caratteristiche fondamentali e immutabili della natura umana”, dice De Botton.

Le rovine che calpestiamo ogni giorno devono cominciare a fungere da argine, da frangiflutti di un mare di insensatezze, friabilità e polvere che i media e le immagini continuano a usare nel loro mesto ruolo ammaliante e coprente della realtà e del passato, e quindi a invertire la rotta che le vede solo come patetici dagherrotipi di un’epoca che fu o rottami inerti di un’umanità scomposta e sdilinquita per sempre.

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Un tempo il sinonimo della prostrazione morale e della perdita di dignità per il singolo era “vendersi”, oggi è essere una contingenza pura, una coincidenza in un sistema termoregolato di scambi e smistamenti all’interno dei quali la ricerca del giudizio e del gusto, la qualità, l’irredento sono solo termini di passaggio di una macerazione totale, cattiva e coattiva, che ci rimbalza, ci trastulla, ci corruga. Un tempo il rischio di decadenza collettiva era (ed è stato per davvero) la violenza assurda dei totalitarismi, la deterrenza nucleare, le epurazioni etniche; oggi, una distesa di dispositivi interattivi e analogici, che burocratizzano e metaforizzano l’esperienza reale, sempre più calpestata dall’eccesso di visibilità e di registrazione, oggetto di consumo e manipolazione, dentro un faconnage sociale che lavora senza ritegno ogni germoglio di vita, surrogandolo, ingabbiandolo, suturandolo senza più una fenditura, un incaglio, un nuovo incipit.

L’ontologia oggi è un’adontologia, dove il nucleo centrale è quell’adontare che sa di oltraggio senza resipiscenza, di zombismo puerile, di idiotismo di massa, di ingiuria all’essere e di orrore del divertissement, che ci fanno girare in tondo fino allo sfinimento, come cavie all’interno di un rullo.

L’ontologia oggi è un’impiantologia, un occultismo dell’immagine, una im-mondo-logia, che svelle il suo tempo e il suo mondo, dove l’elemento dirty, sporco, inquinante, im-mondo appunto, che imponiamo, seviziandoli, agli equilibri della natura, per esempio, si applica con gli stessi agenti patogeni alle nostre possibilità di reinventare quella Storia la cui Fine, forse, è stata stabilita in modo un po’ troppo sbrigativo.

Per il senso di colpa del nazismo, dello stalinismo, delle deportazioni e delle bombe atomiche, l’Occidente sembra essersi consegnato a un sinistro neoliberismo che pattina con foga e con sinuosi balletti sulla lastra di ghiaccio di una Comunicazione piallante e piangente per statuto. Serve un’emorragia dell’emorragia, una sorta di emorragia di secondo grado, che scongiuri l’emofilia definitiva, e che sia dunque, beffardamente, un coagulo, un grumo, un r-apprendersi ed anche un ri-apprendersi, un reimparare, un re-incantarsi con i rizomi della vita, della libertà, della cultura.

Serve un’iniezione di realismo che faccia da luce-faro nella fase di tramonto della nostra modernità. Da presagio di concretezza. Da spiraglio, oltre le cortine fumogene della mediocrità. Serve il Reale. Walter Siti, in un saggio denso del 2013, associa “realismo” a “sporgersi”. Il realismo non rispecchia, piuttosto dismette, disgrega, disinveste, distorce ciò che replichiamo con scarsi apporti interni e personali, è una sfida all’ingenuità, uno stupro dell’indiscutibile squadernato al soffio dell’Imperscrutabile, dell’Impredicabile. Come diceva Zola: “il salto nelle stelle mediante il trampolino dell’osservazione esatta”, dunque una verticalizzazione verso l’Assoluto che non abbia in dispregio la contiguità con le profferte della scienza e l’orizzontalità conclamata delle regole di gruppo. E nemmeno con il “falso” stesso della Fiction.

Non a caso oggi, molto più che le promesse della politica, i progressi della tecnica o gli “eroismi” di faziosi e fanatici, sono determinati serial televisivi di grande impatto a offrirci uno scandaglio raffinato e perturbante della realtà, House of Cards o Gomorra, in testa a tutti, ad esempio, per consensi ricevuti e premi vinti. Macchine teatrali, luoghi fittizi, rotative dell’essere, eppure potentissimi strumenti che non usano lo story telling come trappola perfida, ma per non sopprimere il lutto della condizione umana, le macchie scure delle metropoli, le aberrazioni di chi trionfa sadicamente.

A conferma di ciò, a fine 2013 si registrò negli Stati Uniti un rarissimo caso di uso a fin di bene di un faraonico skyline di cartapesta. Un cartoon dal vivo per parcheggiare momentaneamente l’avversità letale di un tumore, con un lampo di tragedia greca che balugina in mezzo al cemento dei grattacieli e dei poli affaristici a stelle e strisce. Equilibrio delicatissimo fra reale e Reale, fra simulazione e sublimazione. Miles, un bambino di 5 anni affetto da leucemia dalla nascita, grazie al regalo della fondazione “Make-A-Wish”, si è trasformato in un salvatore di Gotham City come aveva sempre sognato, grazie all’interessamento logistico di più di mille volontari, delle forze di Polizia di San Francisco, del loro vero capo e del vero sindaco e dello stesso presidente Obama, tutti pronti a creare intorno a lui la favola – con tanto di Bat-mobile cromata di nero che schizza a tutta velocità nelle strade vere della città americana – di un piccolo supereroe che cattura l’Enigmista e lo chiude sotto chiave in una cella mentre stava per scassinare le cassette di sicurezza di una banca. Per poi passare al Pinguino e imporsi anche su di lui con gesti da navigato hero della popolazione, acclamato da tutti fra due ali di folla. Bat-man grande e il suo aiutante Bat-kid/Miles li hanno arrestati e consegnati a due grossi agenti, e lui, votato forse a una fine tristissima quanto prematura, è stato felice così….[7].

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Per Walter Siti in Il realismo è l’impossibile (Nottetempo) il realismo è “intarsio traforato e instabile”, “dettagli sottratti al flusso della consuetudine e gettati a illuminare il mistero”, “l’anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale”. Tutte immagini pertinenti e focali che vedono nel “reale” come scrittura nella vita, sulla vita, non l’adeguamento, il doppione, la copia sbiadita, l’oggetto reificato, ma l’anomalia, il cuneo, l’itinerante, e dunque l’unione di una fissità e di una sollevazione, di un attaccamento e di un conflitto, di un’interezza e di una mancanza che va sempre frugata e sanata. Sicché si crea una sorta di chiasmo. Il vero ir-realismo è la realtà stessa quando non disattende la chiamata – il flatus di un Impossibile che sempre incombe -, e quando mantiene allertata una prassi generatrice di senso e contraddizioni; mentre la “realtà” telecapitalizzata mostra tutto il suo “irrealismo” in quanto vitrea, effimera e capitolata nella strettoia delle immagini e delle parole frutto di mera accumulazione come sacchi di merce da imbarco o baccelli riarsi. Conclude Siti: “Forse l’immagine mediatica e spettacolare ha ormai talmente preso possesso del nostro cervello che chi vuole apparire credibile deve imitare quella e non la realtà sottostante. Il verosimile è l’irrealtà, l’impegno coincide espressivamente con l’evasione e l’identificazione scatta col luogo comune”.

A questo immane rovesciamento tassonomico possiamo porre rimedio solo con un andare al fondo delle cose, con un ritorno alla crucialità del trauma che non è la trama costituente delle leggi e dei rapporti, ma lo sconcerto soave dell’erinnerung, “ricordo interiorizzante e appropriante”, che ci re-incammina sul sentiero di un dis-senso, prima che di un passivo e irredimibile dis-sesto. Si resiste alla dis-integrazione con il coraggio della vera paura e dell’azione. Con la dis-tanza dalla colla delle parole e delle icone già cadaverizzate che ci impiastriccia l’anima. A raschiar via le certezze per trovarne di nuove e più efficaci per tutti ci si fa del male, ma sicuramente non ci si “fa” di male, trattandolo come una droga paradisiaca, o rendendolo monumentale per spezzarne la tragicità, o lasciandolo sanguinare senza curarne le ferite.

“Sporgersi” significa intravedere la caduta e salvarsi in tempo. Forse. Ma aggrapparsi al tempo è già un salvarsi.

 

Note

  • 1) Capita sempre, ad esempio, che, in occasione di uragani, stragi, agguati, esplosioni e quant’altro di preoccupante avvenga fuori dai nostri confini nazionali, il giornalista di turno si affanni subito a precisare che, per fortuna “non c’è nessun italiano nella lista dei morti e dei feriti”, derubricando il dramma in corso in vantaggiosa statistica per l’etnia maggioritaria che ascolta.
  • 2) Il sigillarsi in una sorta di difensivismo domestico rispetto al profluvio di bad news che subiamo ogni giorno da schermi e carta stampata avviene anche con una sorta di indifferenza, di dissociazione che è l’altro lato della medaglia di un panico che porta a rigettare, o a minimizzare, qualsiasi relazione con gli altri e il mondo esterno. Miguel Benasayag e Gerard Schmit in L’epoca delle passioni tristi (Feltrinelli), riferiscono il caso di Pierre, un giovane psicotico di 33 anni. Una crisi particolarmente acuta Pierre la ebbe durante un pranzo con la famiglia, mentre guardava un tg che si soffermava con toni drammatici sull’inchiesta “mucca pazza” che, come tutti ricordiamo, gettò ombre sinistre sui nostri consumi quotidiani di carne. Pierre butta il piatto a terra, comincia a gridare e smette subito di mangiare. Ciò che per i parenti era quasi uno show del male da interpretare come sciagure che non ci toccano mai, per Pierre era prodromico a una paura attiva, fatta di pericolo imminente che non riusciva a gestire. Né ritiro, né distacco, ma paura. Paura vera perché attribuiva patente di verità a ciò che sentiva in televisione. Lui era “pazzo”, mentre gli altri erano “normali”? Psichiatricamente le cose stavano così… Dicono gli autori: “In fin dei conti per continuare a mangiare la bistecca guardando il telegiornale, per vivere tranquillamente, bisogna che tutti i giorni, se non più volte al giorno, le persone “normali” siano capaci di negare la realtà, di pensare che i rischi collegati al fatto di mangiare, di respirare e di esporsi ai raggi del sole riguardino solo gli altri. Si costruiscono in tal modo un’armatura, uno scudo immaginario dietro al quale si credono al sicuro”.
  • 3) La pubblicità tv dell’iphone 6 indugia molto sulla possibilità di scaricare app con le quali si possono contare i passi di una corsa, i battiti cardiaci, le calorie del cibo che abbiamo appena mangiato, rallentare i video con lo slow motion, accelerarli con il time laps che prende i minuti per secondi, senza dirci, ovviamente, che utilità potrebbe mai avere, e che influsso positivo sulle nostre giornate, questa medicina da happy hour… Al capo opposto di questo data smog (per dirla alla David Schenk), gli spot della Tim, con la iena Pif come testimonial, che insistono, invece, sul vecchio immaginario collettivo della cablatura nazionale che arriva in ogni casa, con scene simil-Buitoni, “per tutti e contemporaneamente”, e con la possibilità di fruire di Tim Vision, canale per le famiglie ricco nella sua library di cartoni animati.
  • 4) Un bell’esempio al riguardo lo forniscono Benasayag e Schmit (nell’opera sopra citata) quando ricordano il caso di una nube di smog tossico che si era sviluppata nel 1999 al di sopra dell’Oceano Indiano, scoperta trasmessa per puro caso al grande pubblico in quell’anno – visto che esisteva da tempo e nessuno si era preso la briga di dedicarle un’inchiesta – e, con altrettanta casualità, dimenticata di nuovo come emergenza e mai più trattata nei media. Gli autori scoprono, a distanza di anni, che, non solo esisteva ancora, ma che nel frattempo si era allargata e metteva a repentaglio l’ecosistema regionale in maniera ancor più grave di prima.
  • 5) Che televisione è quella di un Enrico Mentana che a Bersaglio Mobile (La7). per parlare della Cupola di Massimo Carminati a Roma, invita anche l’avvocato dello stesso boss la quale, davanti a giornalisti arrembanti e con le carte giuste in mano, non fa altro che far scendere di livello lo spessore del dialogo in studio, smorzando i toni, alzando polveroni come se indossasse la toga in aula, derubricando le gesta di un pericolosissimo malavitoso come quelle di un leader “carismatico” seguito da molti e oggetto anche di sceneggiati televisivi? Che senso ha offrire allo spettatore la figura di un avvocato di parte che, certo, non darà nessun contributo alla verità, ma tenderà solo ad abbassare le serrande e a guadagnarsi il saldo delle sue prestazioni professionali? Triste esempio di abdicazione al ruolo di mediazione vera e critica vera un tempo incarnato dal giornalista d’inchiesta, e soprattutto dal conduttore tv, che si prendeva, egli stesso, la briga di studiare i dossier e far apprezzare al pubblico la gravità della situazione, senza “appoggiarsi” laidamente, e per meri motivi di audience, a personaggi faziosi e prezzolati che portano alla “somma zero” ogni controversia, inducendo in chi guarda, se non confusione, addirittura gradimento verso il particolarismo di tesi finalizzate alla chiusura ermetica e all’insabbiamento di ogni responsabilità.
  • 6) Proprio al riguardo delle scuole di pensiero fotografico che si sono succedute dall’800 a oggi, è interessante il contributo di Franco Ferrarotti, La parola e l’immagine (Solfanelli), dove il famoso sociologo che insegna a Roma evidenzia come la foto stessa sia passata da “documento” di civiltà lontane a “testimonianza” di povertà sociali, lavoro minorile, deportazioni in autori come Smith, Thomson, Riis, Sander, a pura tumescenza e serialità auto-appagante, come avviene oggi nei social network e in una valanga di magazine da sfogliare e buttare via in pochi minuti. Stesso sviluppo diacronico per l’opera scritta che dapprima è legata a verbi come “decifrare”, “distribuire”, e poi sempre più a “riconoscere” nel senso di attraversare, percorrerne il senso nel quale ci proiettiamo e ci rispecchiamo con tutto noi stessi. Passaggio, dunque, da una letteralità come leggibilità di qualcosa, a letturalità come continuum, circolo ermeneutico, potremmo dire alla Gadamer, fra le frasi dell’autore e la nostra compartecipazione affettiva come studiosi e “lettori” di quel preciso manoscritto.
  • 7) Il commovente video con tutte le comparsate vip: http://www.cineblog.it/post/366849/miles-wish-to-be-batkid-il-corto-dedicato-al-piccolo-batman-di-san-francisco
 

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