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3 settembre 2013

Il (dis)valore femminile e la prevaricazione maschile

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È possibile ipotizzare che rispetto al modello interpretativo che spiega la violenza sulle donne, da una parte sia possibile ipotizzare la violenza come una sorta di prodotto genetico e naturale, dall’altra la risultanza di influenze sociali e culturali. La profonda crisi valoriale della società attuale e una comunicazione martellante, che centralizza la mercificazione del corpo femminile, sotto l’egida di una irrinunciabile giovinezza, finiscono per amplificare un quadro già di per sé piuttosto scoraggiante.
Se l’uomo nell’immaginario collettivo ha sempre la possibilità di ricollocarsi nella rappresentazione del quadro sociale anche in età anziana, passando dalla seduzione all’autorevolezza, per la donna inspiegabilmente alcuni passaggi del normale ciclo di vita sono assimilati come problematici e socialmente escludenti. Se un uomo mantiene il suo fascino, o addirittura lo accresce con un tocco di grigio tra i capelli, per l’universo femminile tutto ciò è inaccettabile. Così come altrettanto insopportabile è qualche chilo di più, qualche fastidio di carattere ormonale. La cellulite è diventata una malattia cui le case farmaceutiche eroicamente provano a dare risposte risolutive. Per i peli superflui sono arrivati a schierarsi luminari della scienza e farmaci di ultima generazione (per evidenti ragioni economiche mai veramente “ultima”).
È necessario correre ai ripari, dunque, pena l’esclusione dal mondo che conta.
E qui, però, che comincia a farsi strada l’ambivalenza.
Dai dati di una ricerca Istat del 2006, stranamente sembrano essere proprio le donne coloro che detengono il primato del pregiudizio su abbigliamento, orari di uscita,luoghi frequentati dalle donne, come motivo di esposizione al rischio di violenza e aggressione. E sono proprio quelle più grandi anagraficamente e con un titolo di studio inferiore ad assegnare valore al modo di presentarsi di una donna (trucco, abbigliamento, atteggiamenti) come causa scatenante dell’aggressione e della violenza.
Nella giostrina socio – culturale del forever young sembra finire stritolata la possibilità stessa di una fondamentale solidarietà tra donne. Se le giovani guardano a quelle più avanti negli anni con fastidio se non altro per, spesso, imbarazzanti tentativi di imitazione, le più anziane finiscono per coltivare un vero e proprio risentimento per coloro che sono portatrici sani (sebbene in alcuni casi rifatte) di un “bene” che sentono sfuggire di ora in ora.
È fondamentale e innegabile, dunque, la necessità di una costante educazione alla parità nelle scuole ma, forse, più ancora la stessa andrebbe praticata nelle case.
La famiglia, infatti, senza necessariamente andare a scomodare gli scritti marxisti, è sempre stata letta un po’ come il luogo della negoziazione del potere tra i sessi.
Per i processi di identificazione dei figli con i genitori che la psicanalisi ha ampiamente illustrato, troppo di frequente ancora oggi i maschi acquisiscono come valore la prevaricazione, il possesso, la centralità sociale, mentre le femmine la disponibilità, la pazienza, lo scarso valore di sé.
Straordinaria l’affermazione del Papa Francesco I che ha parlato di un Dio Madre, riprendendo il Concilio Vaticano II e l’affermazione di Papa Giovanni Paolo I, sebbene l’accezione non dovrebbe essere limitata solo alla capacità di accogliere e di perdonare percepita come tipicamente femminile.
Non sarà facile per le donne dei paesi a più forte impronta cattolica riuscire a liberarsi da tanti condizionamenti.
Solo per fare degli esempi:
«Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.» 1-Timoteo 2, 12 (di San Paolo)
«Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio.» 1-Corinzi, 11, 3 (di San Paolo)
«Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore.» Colossesi 3, 18 (di San Paolo)
«Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace.» Genesi 19, 8
Bronislaw Malinowski, pur accennando a uno dei rari casi di matriarcato non sommerso nella storia dell’uomo, ossia quello delle Isole Trobraindesi, rimarcò come pur non considerando tali popolazioni il contributo maschile alla procreazione, in ogni caso la prole finiva per somigliare al padre cui la madre aveva offerto la materia (Malinowski, 2004).
A tal proposito anche nella cultura giudaico-cristiana, la Madonna offre la materia ma il suo unico Figlio e tutt’Uno con il Padre: «Io e il padre siamo una sola cosa» (Gv, 10, 30).
Claude Lévi-Strauss si sofferma sul regime di scambio, rimarcando come tra gli oggetti previsti fosse contemplata anche la categoria della donna (Lévi-Strauss, 2003).
A pieno titolo, dunque, si tratta di un problema culturale. In Italia, sempre secondo i più recenti dati Istat (2006), nel 75% dei casi di violenza sulle donne gli autori sono italiani, nell’80% si tratta di uomini del tutto “normali”, senza alcun disturbo mentale. La violenza, dunque, sembra essere una scelta.
La maggior parte dei reati avviene nelle regioni del nord Italia, dove la donna cerca più spesso di emanciparsi, e a comportarsi in modo violento sono uomini di tutte le classi sociali e i livelli culturali, dal medico all’infermiere, dall’idraulico all’avvocato.
Non appare di facile smantellamento il sistema della disparità proprio perché l’intervento preminente dovrebbe essere di matrice culturale. L’educazione al rispetto dell’Altro è fondamentale così come un’adeguata educazione sessuale nelle scuole dovrebbe essere imprescindibile, pena una vacatio colmata dalla pornografia via web che certo non rende un buon servigio al rispetto per la donna.
La scuola oltre che a guardare alla storia intesa come sequenza di eventi dovrebbe provare a indurre alla riflessione sugli errori accumulati nel tempo. Dovrebbe lavorare sull’idea che il potere dell’uomo non sta nella violenza perpetuata a danno della donna, così come la subordinazione della stessa non può che essere favorita dalla sua acquiescenza. E davvero si può parlare di una storia antica e mai veramente superata.
Ci sarebbe da chiedersi, poi, cosa accadrebbe se oltre che alla donna in generale guardassimo anche a quelle aree dell’universo rosa ancor più particolari e svalutate. Se la sensibilità scarseggia, figurarsi quando si parla di donne tossicodipendenti.

Donne, tossicodipendenza e violenza sessuale – Una ricerca

Secondo i dati più recenti resi noti dal Dipartimento Antidroga del nostro Paese sono più di 27mila le donne tossicodipendenti in Italia.
L’’86% (23.500), numero in crescendo negli ultimi dieci anni, è in cura nei servizi pubblici o in comunità. La sostanza di uso più comune per queste donne resta l’eroina, sebbene in aumento risulto il dato relativo alla cocaina, soprattutto in associazione con l’alcol (75%).
La donna tossicodipendente, secondo lo stesso Dipartimento arriva a chiedere aiuto dopo 6-8 anni dall’inizio del consumo pur restando più tempo in trattamento, rispondendo meglio alle terapie e presentando un numero di recidive inferiore rispetto all’uomo.
Nonostante la diffusione del fenomeno, lo stesso è spesso poco indagato dal punto di vista sociologico. In Italia quasi del tutto assente (Cipolla, 2013). Nel contesto anglossassone la prospettiva di genere è stata accentata negli studi sociali solo di recente (Ettorre, 1992)
In un disegno di ricerca il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto si è chiesto quanto le esperienze traumatiche in tema di sessualità possano indurre, in termini non solo di automedicazione, la donna al consumo di sostanza e quanto quest’ultimo non esponga essa stessa ad episodi di abuso.
Nella perdita di controllo che accompagna l’uso di sostanza, è poi possibile riscontrare una più ridotta capacità di riconoscere l’abuso da parte della tossicodipendente?
Circa 6 milioni e 743 mila donne, in età compresa tra i 16-70 anni, hnnoa subito violenza fisica/sessuale nel corso della propria vita (Istat, 2006).
In Italia ogni 4 giorni viene uccisa una donna per mano del partner o ex (Eures-Ansa 2006).
Per la stessa fonte, gli omicidi in ambito famigliare sono pari al 28,7% del numero complessivo di omicidi.
Cosa accade alle donne tossicodipendenti?
Secondo i dati raccolti da una ricerca condotta dal Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto, somministrando 65 questionari alle proprie pazienti e alle ospiti delle Comunità femminili (residenziale e Centro Bassa Soglia) presenti nel territorio tra giugno e luglio del 2011: è emerso che 25 donne hanno riportato esperienze di violenza sessuale. Alle stesse è stata proposta, in un secondo momento, un’intervista non strutturata, al fine di dare voce in maniera più ampia al vissuto riportato (Lacatena, 2012).
Si tratta, dunque, del 38,4% della popolazione analizzata: il 44% parla di stupro, il 20% di molestia sessuale, il 12% di tentato stupro, il 24% non specifica.
L’età media è di 37,5 anni. La condizione civile è simile a quella delle donne che non avevano subito violenze con una media figli che si attesta a 0,64.
In media le donne che hanno risposto affermativamente alla domanda “Hai mai subito una violenza sessuale?” al momento dell’episodio avevano 18,3 anni (si precisa che di “violenza sessuale” è stata data una puntuale definizione ad inizio questionario, secondo quanto stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità).
Estremi del cluster sono da una parte 8 anni e dall’altra 44.
Pur presentando un livello medio di scolarità, la percentuale di disoccupate è del 91,3%.
Il 70% avverte come necessario un innalzamento delle pene per quanti si macchiano di reati di violenza contro le donne. Per il 41% il luogo dove le donne corrono più rischi è la famiglia.
Il dato nazionale, fuori dalla distinzione tra donne tossicodipendenti e non, riferito alla violenza sessuale conferma a pieno titolo la convinzione di questa parte del campione.
L’80% degli abusi sui minori, in Italia, infatti, si registra nell’ambito del contesto familiare, così come un omicidio su 4 si consuma all’interno delle mura domestiche. Sembra pleonastico aggiungere che il 70% di questi ultimi riguardano le donne (Giddens, 2006).
Il gruppo si spacca in merito all’offerta terapeutica e alla preparazione degli operatori dei Servizi Pubblici e del Privato Sociale sulle problematiche analizzate dalla ricerca.
Se il 58% del campione costituito dalle 40 donne che hanno riportato vissuti di abuso vede una correlazione tra violenze sessuali e uso di sostanze, la percentuale sale, inequivocabilmente, per il campione costituito dalle 25 donne con un netto 75%.
Di grande interesse sono state le valutazioni del campione in merito a ciò che accade dopo l’avvio della carriera tossicomanica e l’istaurarsi della dipendenza patologica.
In estrema sintesi, poco più del 10% segnali situazioni di abusi e violenze.
Ascoltando le donne sottoposte all’intervista è emerso che questi episodi sono presenti ma scarsamente percepiti come tali.
E’ un po’ come se la stessa pagasse lo scotto dello stigma della tossicodipendenza nel già insopportabile solco culturale, che in ogni modo prova ad alleggerire il crimine della violenza sulla donna.
Nella pagina dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) la definizione di dipendenza patologica è chiara: «malattia cronica e recidivante».
Per tale ragione lo scambio sesso-sostanza (o soldi per l’approvvigionamento della stessa) in nessun modo e da nessuno (vittima, carnefice, società) dovrebbe essere inteso come non coatto.
Chi tutela queste donne? Chi si occupa nei Servizi delle donne portatrici di simili problematiche? A chi spetta la competenza?

Donne per le donne

Esiste un punto di vista, non recente ma ampiamente consolidato, per il quale ad occuparsi della cura delle persone debbano essere le donne (Cinti, 2011).
Nelle società meno strutturate e complesse, infatti, era le madri, le sorelle, le donne della comunità ad occuparsi delle fasce più deboli.
Nonostante l’espandersi della complessità del fenomeno e dei numeri ad esso collegati, ancora oggi si assiste ad una sorta di continuità nella risposta.
Sul piano prettamente quantitativo, nel nostro paese, secondo i dati Eurostat, la percentuale dei lavoratori impiegati nei servizi sanitari e sociali si attesta al 7,2% del totale
degli occupati (Commissione europea, 2008, 2010).
Per gli operatori del sociale, al più, è sembrata delinearsi improrogabilmente la necessità di una spersonalizzazione dell’intervento (Bianchi, 1981). Si è fatto necessario, pena la messa in discussione della stessa scientificità e competenza, un certo distacco dall’emotività virando verso la direttività e la tecnicizzazione.
E’ grossolano se pur diffuso lo stereotipo dell’assistente sociale donna e del medico uomo, come se questa seconda professione fosse più nobile per il solo fatto di essere più praticata dal genere maschile.
Il realtà l’iniziale dualismo ha lasciato spazio all’articolazione indotta dall’ingresso di altre figure professionali come psicologi, sociologi, tecnici della riabilitazione, ecc.
Specificatamente, quella di psicologo è, e continuerà ad essere nel futuro più prossimo, una professione tutta “al femminile”: infatti tra gli iscritti alla facoltà di psicologia nei diversi atenei del Paese, le ragazze costituiscono l’84,8% degli iscritti secondo il Rapporto Almalaurea del 2005.
Più in generale: «Appare evidente la dominante femminile del gruppo, mediatamente costituito da tre donne per ogni maschio» (Bosio, 2004).
Nonostante tutto ciò, il retaggio fa ancora fatica ad essere divelto del tutto, con la prospettiva di rompere l’asse donna -affettività -mancanza di scientificità.
Volendo, brevemente, ripercorrere le tappe delle professioni sociali e la loro scientificizzazione, bisognerebbe tornare alla Berlino del 1899 per trovare un vero e proprio corso di formazione.
A tutti gli effetti, l’istruzione professionale si avvia nel 1904, nel solco tracciato da Mary Richmond.
Anche in Italia sono le donne ad occuparsi del settore dell’assistenza e del sostegno, facendo leva su quello che hanno appreso all’interno dei contesti familiari. Evidentemente il tutto giocato sulla filantropia e sul volontariato.
Solo a partire dal 1928 si registra la prima Scuola per Assistenti Sociali.
Sono passati decenni eppure ancor oggi queste figure devono fare i conti con un’aspettativa di maternage dequalificato e poco scientifico e con la necessità di emanciparsi da una svalutazione della propria autorevolezza legata all’incertezza del compito e del ruolo.
«Spesso nelle USL o comunque nei Servizi- pubblici o privati- non hanno una loro precisa definizione professionale e quindi agiscono come se fossero medici mancati o psicologi mancati, alla ricerca convulsa di una professionalità definita che le metta al riparo dal riassorbimento nel buco nero del vecchio modello di maternage. Non vogliono che la loro professionalità richiami echi del lavoro di cura svolto nella casa, quindi sono feroci nell’impersonalità, nel chiudersi dietro a un’immagine neutra, nel provare che loro non sono donnette, ma professioniste… » (ibidem, pag. 17)
Nel contemporaneo, si assiste al privilegiare l’alfabetizzazione logico-formale a danno dell’area affettivo-sentimentale. Rispetto al primato del cognitivo, tutto ciò che ha a che fare con la storia ed il sentire dell’individuo sembra connotarsi ancora di secondario.
Il modello di intervento e di presa in carico è sempre più orientato alla neutralità e alla spersonalizzazione dell’operatore e del paziente, senza però tenere nella debita considerazione che, spesso, è proprio da riportare a questi aspetti l’accentuarsi del disagio avvertito da entrambi i poli nella relazione di cura.
Scientifico non è oggettivo senza possibilità per il soggettivo. Impersonale non è fondato e certamente attendibile. Il mondo della doxa e quello della scienza non sono in contrapposizione.
La prospettiva della relazione più ancora che della prestazione è quanto il welfare della crisi globale chiede a gran voce. Tutto ciò non sarà possibile se non si riesce a ridare dignità di sapere al sentire. Tutto ciò non come aspettativa da nutrire nei confronti dei vertici decisionali e organizzativi ma come impegno personale di crescita e di approccio etico-morale alla professione di aiuto.
Per quanto riguarda l’evoluzione normativa italiana tra i passaggi decisivi va ricordata la Riforma del diritto di famiglia del 1975 (introduzione del concetto di pari dignità diritti e doveri tra i coniugi, conseguente abolizione della figura del «capofamiglia» e del suo diritto di «correggere» la moglie e i figli).
Di grande importanza e non solo sul piano culturale è stata l’abolizione delle attenuanti per il cosiddetto «delitto d’onore», retaggio del periodo fascista, registrata nel 1981.
E’ del 1996, cosa verrebbe da dire assai poco onorevole per un paese occidentale, quinta potenza mondiale, la legge sulla violenza sessuale che ha di fatto spostato il reato dagli atti contro la morale a quelli contro la persona. Appena meno datata, è la Legge n.154 del 2001 «Misure contro la violenza nelle relazioni familiari», attraverso la quale è sanzionata dalla normativa vigente la possibilità di allontanare dal domicilio familiare il coniuge violento.
Negli ultimi dieci anni si è assistito ad un proliferare di città che hanno predisposto protocolli in materia, numeri verdi, così come sono ormai oltre 100 i Centri Antiviolenza in Italia, sebbene i tagli alla spesa sociale hanno finito per segnare un rovinosa battuta d’arresto.
Si continua a parlare di costruzione della rete tra i Servizi ma non è da escludere che la stessa sia l’ennesima grande opera dove i lavori in corso sembrano non finire mai con tante scuse per i disagi arrecati all’utenza.
Troppo spesso, infatti, nella rete sembra finire imprigionata la persona in una serie di rimandi a sempre nuovi servizi e competenze specifiche.
Forse le tante operatrici che ancora oggi si occupano della care dovrebbero ricordare di essere donne. Forse alcune dovrebbero lavorare sul proprio vissuto e percepito, in chiave personale e professionale.
Quando si parla della violenza sulle donne in termini di questione culturale, si dovrebbe tenere in conto la responsabilità delle donne, evidentemente non in chiave di colpa ma di risposta (la radice di responsabilità e risposta è nella parola latina respondeo), della loro capacità di essere solidali con altre donne.
Spesso le violenze sono mimetizzate o taciute, diventando quasi lo stile di vita inevitabile quando non la modalità relazionale più diffusa.
Non sembra esserci spazio per la parola che da voce al dolore, per un ascolto reale che offre sostegno e non delega, il tutto a vantaggio di formalizzazioni burocratiche incapaci di rispondere a bisogni sempre più pressanti.
Non si può continuare a sperare in eventi salvifici, in nuove leggi se poi a quelle già presenti non viene riconosciuta una reale certezza e applicazione.
E’ la donna a doversi porre in chiave attiva e non più ambivalente, senza rinunciare alla propria emotività, anzi facendo della stessa una sorta di propulsore evitando, con un lavoro specifico sulla persona, proiezioni aggressive o insane idealizzazioni.
Il non sapere a chi rivolgersi nell’eterno gioco del «non è di nostra competenza», il sentirsi poco ascoltate, il percepire il giudizio dell’operatore, sono situazioni che lavorano a favore della rigidità al cambiamento delle donne (tossicodipendenti e non) con vissuti di violenza e abusi.
Il dualismo cognitivo-emotivo dell’operatore che si cristalizza in ambivalenza non lavora a vantaggio della riemersione del dolore e della rabbia, della motivazione al cambiamento, del valore di sé delle stesse donne.

Un femminicidio mancato? Comunque Evviva!

Quanto si va ad illustrare è la ricostruzione di un percorso di aiuto che ha fatto registrare la collaborazione di più realtà istituzionali e del Privato Sociale arrivando ad una soluzione.
Oltre il 90% degli Operatori coinvolti erano donne.

F. 40 anni senza fissa dimora.
Ospite presso un Centro di Accoglienza per senza fissa dimora, arriva segnalazione al Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, da parte del Presidente di un’Associazione regionale che si occupa di persone HIV+.
F. è divorziata, madre di quattro figli dati in adozione dopo la rottura del matrimonio, in cui si registrano episodi di violenza fisica e psicologica, con segni ancora eventi.
Ha contratto il virus dell’HIV a seguito di una violenza di gruppo dopo la separazione e l’avvio della carriera tossicomanica.
Attualmente astinente, F. riporta almeno tre precedenti percorsi comunitari (complessivamente poco meno di dieci anni). Da qualche settimana vive per strada terrorizzata dalla minacce di un suo ex dal quale si è allontanata per episodi di violenza fisica e psicologica.
F. è impaurita e disorientata, per evitare di incontrare il suo ex in luoghi di comune frequentazione, vaga per la città anche nelle ore notturne.
Vengono presi contatti con i Servizi Sociali del Comune entro il cui territorio risale l’ultima residenza – la risposta è negativa perché non più residente.
Nella stessa maniera si contatta il Reparto Infettivi che segue la donna e i Servizi Sociali – la risposta è negativa per mancanza di fondi specifici e per mancanza di un preciso riferimento relativo alla residenza.
Passano due giorni
Il DDP contatta telefonicamente una Casa di Accoglienza per donne che hanno subito violenza. Viene fissato un appuntamento dopo qualche giorno – la risposta è negativa perché F. è HIV+.
Passano altri tre giorni
La situazione tra F. e l’ex compagno precipita ulteriormente. Dopo aver costatato la determinazione di rompere definitivamente ogni contatto da parte di F., l’uomo la aggredisce in presenza di altre persone scatenando una rissa.
Passano due giorni
Viene riproposto il caso di F. al DDP da un’Associazione di volontariato cittadina.
Si sonda la disponibilità di una Struttura per sieropositivi e malati di AIDS (extraregionale), essendo i tempi di ingresso troppi lunghi per quelle della Regione di riferimento – la risposta è positiva ma la soluzione non appare congrua data anche la presenza di persone in uno stato avanzato della malattia.
Si porta a conoscenza del caso una Comunità Terapeutica per tossicodipendenti territorio di riferimento del DDP, il cui Responsabile si offre di ospitarla ma solo per qualche giorno, non essendo la tossicodipendenza attuale.
La Struttura Sanitaria di una Comunità Terapeutica (extraregionale) si offre di accoglierla dopo alcuni colloqui preliminari – non appare risolutiva l’opzione dovendo prevedere l’allontanamento ma anche il successivo ritorno nel territorio.
Si contatta una Comunità Terapeutica per tossicodipendenti con più Programmi e sedi (extraregionale). Si propone di accogliere F. in una sede intermedia dove, dopo un’iniziale fase di osservazione, poter svolgere un lavoro sulla persona e sul suo vissuto. La stessa chiede una relazione dettagliata, inviata in giornata via fax.
Passano due ore
La Comunità Terapeutica, presa visione della documentazione e rassicurata circa l’impegno di spesa per la permanenza dell’ospite, comunica di voler accogliere F. già dalla mattina successiva.
Un’Associazione di volontariato cittadina anticipa i soldi necessari all’acquisto del biglietto ferroviario, confidando nella restituzione della cifra impiegata, in un secondo momento, da parte dei Servizi Sociali del Comune per i quali sarebbe necessario un iter burocratico di alcuni giorni.
Passano due giorni
F. fa il suo ingresso in Comunità Terapeutica dopo essere stata dotata del necessario (abbigliamento,ecc.) e accompagnata presso la stazione ferroviaria cittadina da due volontarie dell’Associazione.
F. E’ viva!
Evviva!

Conclusioni

La cultura del rispetto dell’Altro e soprattutto delle donne (tutte) appare ancora oggi da costruire. Chiamati a farlo sono gli uomini ma anche e soprattutto le donne. La normativa vigente, il suo possibile inasprimento poco potrebbe cambiare senza un ampio e indistinto consenso sociale e senza la volontà tra donne e per le donne di fare fronte comune.
Chi opera nella care, avendo scelto questo particolare settore, poi, dovrebbe assumersi una responsabilità in più rispetto a questo complesso percorso socio-culturale, a valenza profondamente etica.
Non si può mettere la burocratizzazione del lavoro sociale e socio-sanitario prima della sua essenza morale.
«Se questa tendenza può essere comprensibile, rimane il fatto che i suoi risultati hanno reso il lavoro sociale sempre più distante dal suo originario impulso etico; i destinatari dell’assistenza si sono trasformati sempre più in fattispecie di categorie giuridiche e il processo di spersonalizzazione, endemico a ogni burocrazia, si è messo pienamente in moto.» (Bauman, 2006)
Rifacendoci all’incertezza che incombe sulla care è il caso di ammettere che il suo comandamento non detto è proprio il conflitto (Løgstrup, 2002). Quell’incertezza, quell’interrogarsi, quella mancanza di garanzie che è responsabilità verso l’Altro, chiunque esso sia.
Quando ci si augura un cambiamento culturale come quello ampiamente auspicabile rispetto alla donna e alla piena parità di genere, evidentemente ci si sta augurando di abbandonare le certezze cristalizzate del pensiero dominante non senza una precisa messa in discussione dei pilastri etici e morali di un’intera società.

Bibliografia
Bauman Z., 2006, Homo consumens, Erickson Edizioni, Trento, pag. 94
Bianchi M., 1981, I servizi sociali- Lavoro femminile, lavoro professionale, lavoro familiare, Edizioni De Donato, Bari
Bosio A. C. (a cura di), 2004, Professioni psicologiche e professionalizzazione della Psicologia, FrancoAngeli Editore, Roma, pag. 41
Cinti P. (a cura di), 2011, Prendersi cura: indagine sulle professioni sociali, Franco Angeli, Milano
Cipolla C., 2013, Droghe al femminile, FrancoAngeli Editore, Roma
Commissione europea, 2008, Biennial Report on Social Services of General Interest (Commission
staff working document), Bruxelles
Commissione europea, 2010 Second Biennial Report on Social Services of General Interest (Commission staff working document), Bruxelles
Ettorre E., 1992, Womend and substance USE, McMillian, London
Giddens A., 2006, Fondamenti di sociologia, Il Mulino, Bologna
Lacatena A. P., 2012, Con i tuoi occhi. donne, tossicodipendenza e violenza sessuale, FrancoAngeli Editore, Roma
Lévi-Strauss C., 2003, Le strutture elementari della parentela, Feltrinelli, Milano
Løgstrup K., 2002, After the Ethical Demand, nella traduzione inglese di S. dew e van Kooten Niekerk, Aarhus, Aarhus University
Malinowski B., 2004, Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, Bollati Boringhieri, Torino

È possibile ipotizzare che rispetto al modello interpretativo che spiega la violenza sulle donne, da una parte sia possibile ipotizzare la violenza come una sorta di prodotto genetico e naturale, dall’altra la risultanza di influenze sociali e culturali. La profonda crisi valoriale della società attuale e una comunicazione martellante, che centralizza la mercificazione del corpo femminile, sotto l’egida di una irrinunciabile giovinezza, finiscono per amplificare un quadro già di per sé piuttosto scoraggiante.
Se l’uomo nell’immaginario collettivo ha sempre la possibilità di ricollocarsi nella rappresentazione del quadro sociale anche in età anziana, passando dalla seduzione all’autorevolezza, per la donna inspiegabilmente alcuni passaggi del normale ciclo di vita sono assimilati come problematici e socialmente escludenti. Se un uomo mantiene il suo fascino, o addirittura lo accresce con un tocco di grigio tra i capelli, per l’universo femminile tutto ciò è inaccettabile. Così come altrettanto insopportabile è qualche chilo di più, qualche fastidio di carattere ormonale. La cellulite è diventata una malattia cui le case farmaceutiche eroicamente provano a dare risposte risolutive. Per i peli superflui sono arrivati a schierarsi luminari della scienza e farmaci di ultima generazione (per evidenti ragioni economiche mai veramente “ultima”).
È necessario correre ai ripari, dunque, pena l’esclusione dal mondo che conta.
E qui, però, che comincia a farsi strada l’ambivalenza.
Dai dati di una ricerca Istat del 2006, stranamente sembrano essere proprio le donne coloro che detengono il primato del pregiudizio su abbigliamento, orari di uscita,luoghi frequentati dalle donne, come motivo di esposizione al rischio di violenza e aggressione. E sono proprio quelle più grandi anagraficamente e con un titolo di studio inferiore ad assegnare valore al modo di presentarsi di una donna (trucco, abbigliamento, atteggiamenti) come causa scatenante dell’aggressione e della violenza.
Nella giostrina socio – culturale del forever young sembra finire stritolata la possibilità stessa di una fondamentale solidarietà tra donne. Se le giovani guardano a quelle più avanti negli anni con fastidio se non altro per, spesso, imbarazzanti tentativi di imitazione, le più anziane finiscono per coltivare un vero e proprio risentimento per coloro che sono portatrici sani (sebbene in alcuni casi rifatte) di un “bene” che sentono sfuggire di ora in ora.
È fondamentale e innegabile, dunque, la necessità di una costante educazione alla parità nelle scuole ma, forse, più ancora la stessa andrebbe praticata nelle case.
La famiglia, infatti, senza necessariamente andare a scomodare gli scritti marxisti, è sempre stata letta un po’ come il luogo della negoziazione del potere tra i sessi.
Per i processi di identificazione dei figli con i genitori che la psicanalisi ha ampiamente illustrato, troppo di frequente ancora oggi i maschi acquisiscono come valore la prevaricazione, il possesso, la centralità sociale, mentre le femmine la disponibilità, la pazienza, lo scarso valore di sé.
Straordinaria l’affermazione del Papa Francesco I che ha parlato di un Dio Madre, riprendendo il Concilio Vaticano II e l’affermazione di Papa Giovanni Paolo I, sebbene l’accezione non dovrebbe essere limitata solo alla capacità di accogliere e di perdonare percepita come tipicamente femminile.
Non sarà facile per le donne dei paesi a più forte impronta cattolica riuscire a liberarsi da tanti condizionamenti.
Solo per fare degli esempi:
«Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia.»
1-Timoteo 2, 12 (di San Paolo)
«Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio.»
1-Corinzi,
11, 3 (di San Paolo)
«Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore.»
Colossesi
3, 18 (di San Paolo)
«Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace.»
Genesi 19, 8
Bronislaw Malinowski, pur accennando a uno dei rari casi di matriarcato non sommerso nella storia dell’uomo, ossia quello delle Isole Trobraindesi, rimarcò come pur non considerando tali popolazioni il contributo maschile alla procreazione, in ogni caso la prole finiva per somigliare al padre cui la madre aveva offerto la materia (Malinowski, 2004).
A tal proposito anche nella cultura giudaico-cristiana, la Madonna offre la materia ma il suo unico Figlio e tutt’Uno con il Padre: «Io e il padre siamo una sola cosa» (Gv, 10, 30).
Claude Lévi-Strauss si sofferma sul regime di scambio, rimarcando come tra gli oggetti previsti fosse contemplata anche la categoria della donna (Lévi-Strauss, 2003).
A pieno titolo, dunque, si tratta di un problema culturale. In Italia, sempre secondo i più recenti dati Istat (2006), nel 75% dei casi di violenza sulle donne gli autori sono italiani, nell’80% si tratta di uomini del tutto “normali”, senza alcun disturbo mentale. La violenza, dunque, sembra essere una scelta.
La maggior parte dei reati avviene nelle regioni del nord Italia, dove la donna cerca più spesso di emanciparsi, e a comportarsi in modo violento sono uomini di tutte le classi sociali e i livelli culturali, dal medico all’infermiere, dall’idraulico all’avvocato.
Non appare di facile smantellamento il sistema della disparità proprio perché l’intervento preminente dovrebbe essere di matrice culturale. L’educazione al rispetto dell’Altro è fondamentale così come un’adeguata educazione sessuale nelle scuole dovrebbe essere imprescindibile, pena una vacatio colmata dalla pornografia via web che certo non rende un buon servigio al rispetto per la donna.
La scuola oltre che a guardare alla storia intesa come sequenza di eventi dovrebbe provare a indurre alla riflessione sugli errori accumulati nel tempo. Dovrebbe lavorare sull’idea che il potere dell’uomo non sta nella violenza perpetuata a danno della donna, così come la subordinazione della stessa non può che essere favorita dalla sua acquiescenza. E davvero si può parlare di una storia antica e mai veramente superata.
Ci sarebbe da chiedersi, poi, cosa accadrebbe se oltre che alla donna in generale guardassimo anche a quelle aree dell’universo rosa ancor più particolari e svalutate. Se la sensibilità scarseggia, figurarsi quando si parla di donne tossicodipendenti.

Donne, tossicodipendenza e violenza sessuale – Una ricerca

Secondo i dati più recenti resi noti dal Dipartimento Antidroga del nostro Paese sono più di 27mila le donne tossicodipendenti in Italia.
L’’86% (23.500), numero in crescendo negli ultimi dieci anni, è in cura nei servizi pubblici o in comunità. La sostanza di uso più comune per queste donne resta l’eroina, sebbene in aumento risulto il dato relativo alla cocaina, soprattutto in associazione con l’alcol (75%).
La donna tossicodipendente, secondo lo stesso Dipartimento arriva a chiedere aiuto dopo 6-8 anni dall’inizio del consumo pur restando più tempo in trattamento, rispondendo meglio alle terapie e presentando un numero di recidive inferiore rispetto all’uomo.
Nonostante la diffusione del fenomeno, lo stesso è spesso poco indagato dal punto di vista sociologico. In Italia quasi del tutto assente (Cipolla, 2013). Nel contesto anglossassone la prospettiva di genere è stata accentata negli studi sociali solo di recente (Ettorre, 1992)
In un disegno di ricerca il Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto si è chiesto quanto le esperienze traumatiche in tema di sessualità possano indurre, in termini non solo di automedicazione, la donna al consumo di sostanza e quanto quest’ultimo non esponga essa stessa ad episodi di abuso.
Nella perdita di controllo che accompagna l’uso di sostanza, è poi possibile riscontrare una più ridotta capacità di riconoscere l’abuso da parte della tossicodipendente?
Circa 6 milioni e 743 mila donne, in età compresa tra i 16-70 anni, hnnoa subito violenza fisica/sessuale nel corso della propria vita (Istat, 2006).
In Italia ogni 4 giorni viene uccisa una donna per mano del partner o ex (Eures-Ansa 2006).
Per la stessa fonte, gli omicidi in ambito famigliare sono pari al 28,7% del numero complessivo di omicidi.
Cosa accade alle donne tossicodipendenti?
Secondo i dati raccolti da una ricerca condotta dal Dipartimento Dipendenze Patologiche della ASL di Taranto, somministrando 65 questionari alle proprie pazienti e alle ospiti delle Comunità femminili (residenziale e Centro Bassa Soglia) presenti nel territorio tra giugno e luglio del 2011: è emerso che 25 donne hanno riportato esperienze di violenza sessuale. Alle stesse è stata proposta, in un secondo momento, un’intervista non strutturata, al fine di dare voce in maniera più ampia al vissuto riportato (Lacatena, 2012).
Si tratta, dunque, del 38,4% della popolazione analizzata: il 44% parla di stupro, il 20% di molestia sessuale, il 12% di tentato stupro, il 24% non specifica.
L’età media è di 37,5 anni. La condizione civile è simile a quella delle donne che non avevano subito violenze con una media figli che si attesta a 0,64.
In media le donne che hanno risposto affermativamente alla domanda “Hai mai subito una violenza sessuale?” al momento dell’episodio avevano 18,3 anni (si precisa che di “violenza sessuale” è stata data una puntuale definizione ad inizio questionario, secondo quanto stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità).
Estremi del cluster sono da una parte 8 anni e dall’altra 44.
Pur presentando un livello medio di scolarità, la percentuale di disoccupate è del 91,3%.
Il 70% avverte come necessario un innalzamento delle pene per quanti si macchiano di reati di violenza contro le donne. Per il 41% il luogo dove le donne corrono più rischi è la famiglia.
Il dato nazionale, fuori dalla distinzione tra donne tossicodipendenti e non, riferito alla violenza sessuale conferma a pieno titolo la convinzione di questa parte del campione.
L’80% degli abusi sui minori, in Italia, infatti, si registra nell’ambito del contesto familiare, così come un omicidio su 4 si consuma all’interno delle mura domestiche. Sembra pleonastico aggiungere che il 70% di questi ultimi riguardano le donne (Giddens, 2006).
Il gruppo si spacca in merito all’offerta terapeutica e alla preparazione degli operatori dei Servizi Pubblici e del Privato Sociale sulle problematiche analizzate dalla ricerca.
Se il 58% del campione costituito dalle 40 donne che hanno riportato vissuti di abuso vede una correlazione tra violenze sessuali e uso di sostanze, la percentuale sale, inequivocabilmente, per il campione costituito dalle 25 donne con un netto 75%.
Di grande interesse sono state le valutazioni del campione in merito a ciò che accade dopo l’avvio della carriera tossicomanica e l’istaurarsi della dipendenza patologica.
In estrema sintesi, poco più del 10% segnali situazioni di abusi e violenze.
Ascoltando le donne sottoposte all’intervista è emerso che questi episodi sono presenti ma scarsamente percepiti come tali.
E’ un po’ come se la stessa pagasse lo scotto dello stigma della tossicodipendenza nel già insopportabile solco culturale, che in ogni modo prova ad alleggerire il crimine della violenza sulla donna.
Nella pagina dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) la definizione di dipendenza patologica è chiara: «malattia cronica e recidivante».
Per tale ragione lo scambio sesso-sostanza (o soldi per l’approvvigionamento della stessa) in nessun modo e da nessuno (vittima, carnefice, società) dovrebbe essere inteso come non coatto.
Chi tutela queste donne? Chi si occupa nei Servizi delle donne portatrici di simili problematiche? A chi spetta la competenza?

Donne per le donne

Esiste un punto di vista, non recente ma ampiamente consolidato, per il quale ad occuparsi della cura delle persone debbano essere le donne (Cinti, 2011).
Nelle società meno strutturate e complesse, infatti, era le madri, le sorelle, le donne della comunità ad occuparsi delle fasce più deboli.
Nonostante l’espandersi della complessità del fenomeno e dei numeri ad esso collegati, ancora oggi si assiste ad una sorta di continuità nella risposta.
Sul piano prettamente quantitativo, nel nostro paese, secondo i dati Eurostat, la percentuale dei lavoratori impiegati nei servizi sanitari e sociali si attesta al 7,2% del totale
degli occupati (Commissione europea, 2008, 2010).
Per gli operatori del sociale, al più, è sembrata delinearsi improrogabilmente la necessità di una spersonalizzazione dell’intervento (Bianchi, 1981). Si è fatto necessario, pena la messa in discussione della stessa scientificità e competenza, un certo distacco dall’emotività virando verso la direttività e la tecnicizzazione.
E’ grossolano se pur diffuso lo stereotipo dell’assistente sociale donna e del medico uomo, come se questa seconda professione fosse più nobile per il solo fatto di essere più praticata dal genere maschile.
Il realtà l’iniziale dualismo ha lasciato spazio all’articolazione indotta dall’ingresso di altre figure professionali come psicologi, sociologi, tecnici della riabilitazione, ecc.
Specificatamente, quella di psicologo è, e continuerà ad essere nel futuro più prossimo, una professione tutta “al femminile”: infatti tra gli iscritti alla facoltà di psicologia nei diversi atenei del Paese, le ragazze costituiscono l’84,8% degli iscritti secondo il Rapporto Almalaurea del 2005.
Più in generale: «Appare evidente la dominante femminile del gruppo, mediatamente costituito da tre donne per ogni maschio» (Bosio, 2004).
Nonostante tutto ciò, il retaggio fa ancora fatica ad essere divelto del tutto, con la prospettiva di rompere l’asse donna -affettività -mancanza di scientificità.
Volendo, brevemente, ripercorrere le tappe delle professioni sociali e la loro scientificizzazione, bisognerebbe tornare alla Berlino del 1899 per trovare un vero e proprio corso di formazione.
A tutti gli effetti, l’istruzione professionale si avvia nel 1904, nel solco tracciato da Mary Richmond.
Anche in Italia sono le donne ad occuparsi del settore dell’assistenza e del sostegno, facendo leva su quello che hanno appreso all’interno dei contesti familiari. Evidentemente il tutto giocato sulla filantropia e sul volontariato.
Solo a partire dal 1928 si registra la prima Scuola per Assistenti Sociali.
Sono passati decenni eppure ancor oggi queste figure devono fare i conti con un’aspettativa di maternage dequalificato e poco scientifico e con la necessità di emanciparsi da una svalutazione della propria autorevolezza legata all’incertezza del compito e del ruolo.
«Spesso nelle USL o comunque nei Servizi- pubblici o privati- non hanno una loro precisa definizione professionale e quindi agiscono come se fossero medici mancati o psicologi mancati, alla ricerca convulsa di una professionalità definita che le metta al riparo dal riassorbimento nel buco nero del vecchio modello di maternage. Non vogliono che la loro professionalità richiami echi del lavoro di cura svolto nella casa, quindi sono feroci nell’impersonalità, nel chiudersi dietro a un’immagine neutra, nel provare che loro non sono donnette, ma professioniste… » (ibidem, pag. 17)
Nel contemporaneo, si assiste al privilegiare l’alfabetizzazione logico-formale a danno dell’area affettivo-sentimentale. Rispetto al primato del cognitivo, tutto ciò che ha a che fare con la storia ed il sentire dell’individuo sembra connotarsi ancora di secondario.
Il modello di intervento e di presa in carico è sempre più orientato alla neutralità e alla spersonalizzazione dell’operatore e del paziente, senza però tenere nella debita considerazione che, spesso, è proprio da riportare a questi aspetti l’accentuarsi del disagio avvertito da entrambi i poli nella relazione di cura.
Scientifico non è oggettivo senza possibilità per il soggettivo. Impersonale non è fondato e certamente attendibile. Il mondo della doxa e quello della scienza non sono in contrapposizione.
La prospettiva della relazione più ancora che della prestazione è quanto il welfare della crisi globale chiede a gran voce. Tutto ciò non sarà possibile se non si riesce a ridare dignità di sapere al sentire. Tutto ciò non come aspettativa da nutrire nei confronti dei vertici decisionali e organizzativi ma come impegno personale di crescita e di approccio etico-morale alla professione di aiuto.
Per quanto riguarda l’evoluzione normativa italiana tra i passaggi decisivi va ricordata la Riforma del diritto di famiglia del 1975 (introduzione del concetto di pari dignità diritti e doveri tra i coniugi, conseguente abolizione della figura del «capofamiglia» e del suo diritto di «correggere» la moglie e i figli).
Di grande importanza e non solo sul piano culturale è stata l’abolizione delle attenuanti per il cosiddetto «delitto d’onore», retaggio del periodo fascista, registrata nel 1981.
E’ del 1996, cosa verrebbe da dire assai poco onorevole per un paese occidentale, quinta potenza mondiale, la legge sulla violenza sessuale che ha di fatto spostato il reato dagli atti contro la morale a quelli contro la persona. Appena meno datata, è la Legge n.154 del 2001 «Misure contro la violenza nelle relazioni familiari», attraverso la quale è sanzionata dalla normativa vigente la possibilità di allontanare dal domicilio familiare il coniuge violento.
Negli ultimi dieci anni si è assistito ad un proliferare di città che hanno predisposto protocolli in materia, numeri verdi, così come sono ormai oltre 100 i Centri Antiviolenza in Italia, sebbene i tagli alla spesa sociale hanno finito per segnare un rovinosa battuta d’arresto.
Si continua a parlare di costruzione della rete tra i Servizi ma non è da escludere che la stessa sia l’ennesima grande opera dove i lavori in corso sembrano non finire mai con tante scuse per i disagi arrecati all’utenza.
Troppo spesso, infatti, nella rete sembra finire imprigionata la persona in una serie di rimandi a sempre nuovi servizi e competenze specifiche.
Forse le tante operatrici che ancora oggi si occupano della care dovrebbero ricordare di essere donne. Forse alcune dovrebbero lavorare sul proprio vissuto e percepito, in chiave personale e professionale.
Quando si parla della violenza sulle donne in termini di questione culturale, si dovrebbe tenere in conto la responsabilità delle donne, evidentemente non in chiave di colpa ma di risposta (la radice di responsabilità e risposta è nella parola latina respondeo), della loro capacità di essere solidali con altre donne.
Spesso le violenze sono mimetizzate o taciute, diventando quasi lo stile di vita inevitabile quando non la modalità relazionale più diffusa.
Non sembra esserci spazio per la parola che da voce al dolore, per un ascolto reale che offre sostegno e non delega, il tutto a vantaggio di formalizzazioni burocratiche incapaci di rispondere a bisogni sempre più pressanti.
Non si può continuare a sperare in eventi salvifici, in nuove leggi se poi a quelle già presenti non viene riconosciuta una reale certezza e applicazione.
E’ la donna a doversi porre in chiave attiva e non più ambivalente, senza rinunciare alla propria emotività, anzi facendo della stessa una sorta di propulsore evitando, con un lavoro specifico sulla persona, proiezioni aggressive o insane idealizzazioni.
Il non sapere a chi rivolgersi nell’eterno gioco del «non è di nostra competenza», il sentirsi poco ascoltate, il percepire il giudizio dell’operatore, sono situazioni che lavorano a favore della rigidità al cambiamento delle donne (tossicodipendenti e non) con vissuti di violenza e abusi.
Il dualismo cognitivo-emotivo dell’operatore che si cristalizza in ambivalenza non lavora a vantaggio della riemersione del dolore e della rabbia, della motivazione al cambiamento, del valore di sé delle stesse donne.

Un femminicidio mancato? Comunque Evviva!

Quanto si va ad illustrare è la ricostruzione di un percorso di aiuto che ha fatto registrare la collaborazione di più realtà istituzionali e del Privato Sociale arrivando ad una soluzione.
Oltre il 90% degli Operatori coinvolti erano donne.

F. 40 anni senza fissa dimora.
Ospite presso un Centro di Accoglienza per senza fissa dimora, arriva segnalazione al Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL TA, da parte del Presidente di un’Associazione regionale che si occupa di persone HIV+.
F. è divorziata, madre di quattro figli dati in adozione dopo la rottura del matrimonio, in cui si registrano episodi di violenza fisica e psicologica, con segni ancora eventi.
Ha contratto il virus dell’HIV a seguito di una violenza di gruppo dopo la separazione e l’avvio della carriera tossicomanica.
Attualmente astinente, F. riporta almeno tre precedenti percorsi comunitari (complessivamente poco meno di dieci anni). Da qualche settimana vive per strada terrorizzata dalla minacce di un suo ex dal quale si è allontanata per episodi di violenza fisica e psicologica.
F. è impaurita e disorientata, per evitare di incontrare il suo ex in luoghi di comune frequentazione, vaga per la città anche nelle ore notturne.
Vengono presi contatti con i Servizi Sociali del Comune entro il cui territorio risale l’ultima residenza – la risposta è negativa perché non più residente.
Nella stessa maniera si contatta il Reparto Infettivi che segue la donna e i Servizi Sociali – la risposta è negativa per mancanza di fondi specifici e per mancanza di un preciso riferimento relativo alla residenza.
Passano due giorni
Il DDP contatta telefonicamente una Casa di Accoglienza per donne che hanno subito violenza. Viene fissato un appuntamento dopo qualche giorno – la risposta è negativa perché F. è HIV+.
Passano altri tre giorni
La situazione tra F. e l’ex compagno precipita ulteriormente. Dopo aver costatato la determinazione di rompere definitivamente ogni contatto da parte di F., l’uomo la aggredisce in presenza di altre persone scatenando una rissa.
Passano due giorni
Viene riproposto il caso di F. al DDP da un’Associazione di volontariato cittadina.
Si sonda la disponibilità di una Struttura per sieropositivi e malati di AIDS (extraregionale), essendo i tempi di ingresso troppi lunghi per quelle della Regione di riferimento – la risposta è positiva ma la soluzione non appare congrua data anche la presenza di persone in uno stato avanzato della malattia.
Si porta a conoscenza del caso una Comunità Terapeutica per tossicodipendenti territorio di riferimento del DDP, il cui Responsabile si offre di ospitarla ma solo per qualche giorno, non essendo la tossicodipendenza attuale.
La Struttura Sanitaria di una Comunità Terapeutica (extraregionale) si offre di accoglierla dopo alcuni colloqui preliminari – non appare risolutiva l’opzione dovendo prevedere l’allontanamento ma anche il successivo ritorno nel territorio.
Si contatta una Comunità Terapeutica per tossicodipendenti con più Programmi e sedi (extraregionale). Si propone di accogliere F. in una sede intermedia dove, dopo un’iniziale fase di osservazione, poter svolgere un lavoro sulla persona e sul suo vissuto. La stessa chiede una relazione dettagliata, inviata in giornata via fax.
Passano due ore
La Comunità Terapeutica, presa visione della documentazione e rassicurata circa l’impegno di spesa per la permanenza dell’ospite, comunica di voler accogliere F. già dalla mattina successiva.
Un’Associazione di volontariato cittadina anticipa i soldi necessari all’acquisto del biglietto ferroviario, confidando nella restituzione della cifra impiegata, in un secondo momento, da parte dei Servizi Sociali del Comune per i quali sarebbe necessario un iter burocratico di alcuni giorni.
Passano due giorni
F. fa il suo ingresso in Comunità Terapeutica dopo essere stata dotata del necessario (abbigliamento,ecc.) e accompagnata presso la stazione ferroviaria cittadina da due volontarie dell’Associazione.
F. E’ viva!
Evviva!

Conclusioni

La cultura del rispetto dell’Altro e soprattutto delle donne (tutte) appare ancora oggi da costruire. Chiamati a farlo sono gli uomini ma anche e soprattutto le donne. La normativa vigente, il suo possibile inasprimento poco potrebbe cambiare senza un ampio e indistinto consenso sociale e senza la volontà tra donne e per le donne di fare fronte comune.
Chi opera nella care, avendo scelto questo particolare settore, poi, dovrebbe assumersi una responsabilità in più rispetto a questo complesso percorso socio-culturale, a valenza profondamente etica.
Non si può mettere la burocratizzazione del lavoro sociale e socio-sanitario prima della sua essenza morale.
«Se questa tendenza può essere comprensibile, rimane il fatto che i suoi risultati hanno reso il lavoro sociale sempre più distante dal suo originario impulso etico; i destinatari dell’assistenza si sono trasformati sempre più in fattispecie di categorie giuridiche e il processo di spersonalizzazione, endemico a ogni burocrazia, si è messo pienamente in moto.» (Bauman, 2006)
Rifacendoci all’incertezza che incombe sulla care è il caso di ammettere che il suo comandamento non detto è proprio il conflitto (Løgstrup, 2002). Quell’incertezza, quell’interrogarsi, quella mancanza di garanzie che è responsabilità verso l’Altro, chiunque esso sia.
Quando ci si augura un cambiamento culturale come quello ampiamente auspicabile rispetto alla donna e alla piena parità di genere, evidentemente ci si sta augurando di abbandonare le certezze cristalizzate del pensiero dominante non senza una precisa messa in discussione dei pilastri etici e morali di un’intera società.

Bibliografia
Bauman Z., 2006, Homo consumens, Erickson Edizioni, Trento, pag. 94
Bianchi M., 1981, I servizi sociali- Lavoro femminile, lavoro professionale, lavoro familiare, Edizioni De Donato, Bari
Bosio A. C. (a cura di), 2004, Professioni psicologiche e professionalizzazione della Psicologia, FrancoAngeli Editore, Roma, pag. 41
Cinti P. (a cura di), 2011, Prendersi cura: indagine sulle professioni sociali, Franco Angeli, Milano
Cipolla C., 2013, Droghe al femminile, FrancoAngeli Editore, Roma
Commissione europea, 2008, Biennial Report on Social Services of General Interest (Commission
staff working document), Bruxelles
Commissione europea, 2010 Second Biennial Report on Social Services of General Interest (Commission staff working document), Bruxelles
Ettorre E., 1992, Womend and substance USE, McMillian, London
Giddens A., 2006, Fondamenti di sociologia, Il Mulino, Bologna
Lacatena A. P., 2012, Con i tuoi occhi. donne, tossicodipendenza e violenza sessuale, FrancoAngeli Editore, Roma
Lévi-Strauss C., 2003, Le strutture elementari della parentela, Feltrinelli, Milano
Løgstrup K., 2002, After the Ethical Demand, nella traduzione inglese di S. dew e van Kooten Niekerk, Aarhus, Aarhus University
Malinowski B., 2004, Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, Bollati Boringhieri, Torino