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29 dicembre 2014

Fare outing, donna gay, travestiti e altri orrori di comunicazione

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Irene Ranaldi

Linguaggio, uguaglianza e diversità inducono a riflettere sul potere trasformativo, rivelativo e stigmatizzante delle parole soprattutto quando si parla di tematiche legate al genere e alla sessualità. La scrittrice e attivista per i diritti civili, la newyorkese Audre Lorde[1] in “La trasformazione del silenzio in linguaggio e azione scrisse” 1978 «La trasformazione del silenzio in linguaggio e azione è un atto di auto-rivelazione e questo appare sempre carico di pericolo. Nel nome del silenzio, ciascuna di noi disegna la faccia delle proprie paure – paura del disprezzo, della censura, di un giudizio, di essere riconosciuta, sfidata, annientata. (…) e la dove le parole delle donne gridano per essere ascoltate, ognuna di noi deve riconoscere la propria responsabilità nell’andare a cercare queste parole, nel leggerle e nel condividerle, prendere in esame quello che hanno di attinente hanno con le nostre vite».

Un confronto con gli addetti al mestiere delle parole, con persone attive nella professione giornalistica, è d’obbligo[2] se si intende parlare di storture della comunicazione. L’ipotesi è che i mass media, nella rappresentazione dell’orientamento sessuale, contribuiscano al diffondersi di pregiudizi. La rappresentazione della persona omosessuale, soprattutto ma non solo in occasione dei gay pride, si sofferma spesso intenzionalmente sugli aspetti più ludici senza quasi mai offrire al lettore/spettatore un approfondimento. Per la rappresentazione delle persone transessuali, spesso ci si affida a terminologie inerenti atti di trasgressione (travestitismo) piuttosto che utilizzare termini corretti rispondenti alla migrazione da un genere all’altro. Per le donne lesbiche, quasi inesistenti nella panoramica dell’informazione giornalistica, si arriva addirittura alla negazione del termine stesso e alla sostituzione con l’espressione “donna gay”. Per indagare la rappresentazione e la costruzione del linguaggio di genere nei media, ho fatto tre interviste in profondità e ho utilizzato il metodo dell’osservazione partecipante ad alcune riunioni di operatori della comunicazione (alcuni aderenti alla Rete Equality Italia che si occupa di comunicare diritti civili, umani, individuali e collettivi) su: coming out/outing; la comunità gay; parole omofobe; rappresentazioni sessiste dei generi.

Nella comunicazione, sui media, assistiamo al dominio dell’etero normatività. Ma quali sono gli errori da evitare quando si parla di persone LGBTI? Lavorando nella comunicazione sociale e – nello specifico – in una cooperativa integrata con persone con disabilità, mi sembra di cogliere degli errori simili quando si parla di persone omosessuali nei media. Prima il disabile o viveva talmente poco da non essere visibile, o quel poco di vita che aveva la viveva tra le mura domestiche o in qualche istituzione totale. Poi esistevano altre categorie, come il mutilato di guerra o del lavoro per cui si utilizzavano epiteti circostanziali, come guercio, zoppo, ecc.

Diversa la situazione delle disabilità da invecchiamento che erano considerate, ovviamente, circostanze della vita e narrate nel rispetto che meritavano gli anziani nella società e nella famiglia. Con l’affacciarsi del diritto individuale ed il miglioramento delle condizioni di vita nei paesi occidentali, quindi della possibilità di sopravvivere ad una disabilità, il diverso diviene più visibile e nasce la necessità di definirlo come categoria sociale a sé stante obiettivo di specifiche politiche: ma non illudiamoci, non è che il trattamento migliori. Bisogna aspettare anni e soprattutto gli sforzi di determinate “categorie” di disabili in grado di inserirsi nella società e di rappresentarne un pezzo politicamente importante (ciechi, mutilati delle grandi guerre) per assistere ad una considerazione differente nei confronti della diversità. Nei paesi anglosassoni per definire questa categoria di persone viene utilizzato, anche ufficialmente, il termine handicapped. In italiano negli anni Settanta e Ottanta si affaccia il vocabolo handicappato (si è pensato per molto tempo per singole categorie, e non per categorie generali), ovvero una persona che ha un ostacolo al successo. Un termine con un’accezione fortemente negativa, perché equivale a naturalmente incapace di essere come gli “altri”.

Emerge molto lentamente, alla fine degli anni Ottanta un termine più politicamente corretto per definirli: disabled, disabili, gradualmente assunto da altre culture. Esso significa che si stratta di persone a cui manca un’abilità e che, per questo, non significa non possano essere come gli altri, quanto, piuttosto, che abbiano bisogno di specifiche attenzioni per compensarla ed. Sorge un problema, però. Usare questa definizione confonde la persona con il suo problema, facendone un tutt’uno. Dal tentativo di mettere tutti d’accordo nascono espedienti lessicali, come diversamente abile, che cercano di dare una connotazione maggiormente positiva alla condizione, ma risultano essere poco più che eufemismi. Progressivamente, si comincia a parlare di persone con disabilità, un termine che riesce a separare la persona dal tipo di problema da cui è afflitta e che, in qualche modo, come approccio deriva dal lavoro fatto dall’Oms per stabilire un indice universale per la valutazione delle abilità residue di ciascun individuo che parte dal presupposto che ognuno ha le sue inabilità. Oggi è il termine ufficiale, sancito anche dalla Dichiarazione universale dei diritti delle persone con disabilità, cui, parallelamente, si affiancano, ove necessario, quelli specifici, nel parlare comune, politicamente corretto, (persona con sindrome di down, paraplegico, non vedente, ipovedente, ecc) e nella vulgata (mongoloide, cieco, storpio, paralitico, ecc). La questione fondamentale, però, e lo dice anche la dichiarazione, è che nel rapportarci ad una persona lo facciamo con essa e non con la sua disabilità.

Ho fatto questa digressione sui vocaboli per porre una riflessione sulla carica di pregiudizi e di violenza che le parole possono avere.   Ho intervistato Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale che mi ha inviato un testo degli interventi ai seminari di formazione per giornalisti “L’orgoglio e i pregiudizi”, organizzati da Redattore Sociale e Unar a Milano il 15 ottobre 2013 e a Roma il 16 ottobre 2013. Grazie alle sue puntuali osservazioni, ho potuto focalizzarmi su alcuni termini a mio parere discriminatori o errati nella narrazione delle persone LGBTI.

Gli orrori di comunicazione

 Gli orrori di comunicazione che sono maggiormente emersi dalle mie interviste ruotano attorno ai seguenti aspetti:

  1. Il Coming out, distorto e confuso con l’outing
  2. Le immagini e le foto fuorvianti sugli omosessuali
  3. La rappresentazione dei media sulle lesbiche
  4. La presunta “comunità gay” raccontata dai media
  5. Tutto ciò che riguarda la transessualità
  6. L’invenzione linguistica dell’icona gay

Dice Rossi Marcelli: «la tendenza è sempre quella ad appiattire il fenomeno dell’omosessualità: ed ecco che sulla stampa italiana i gay sono tutti ricchissimi e istruiti, i maschi hanno tutti i muscoli, le donne i capelli corti, le transessuali vanno sempre in giro con le tette di fuori e, tutti indistintamente, vivono in un mitico paese lontano che risponde al nome di Sordido Ambiente Omosex. Bene, oggi siamo qui per ribaltare le parti, e scovare i vizietti e i cliché in cui cade quotidianamente la stampa italiana, per far vedere che a volte basta soffermarsi un attimo su una parola, per capire che si tratta di una piccola violenza nascosta che si può e si deve evitare».

  1. COMING OUT

Il punto di partenza più logico mi sembra che sia il coming out, cioè il momento in cui una persona dichiara la propria omosessualità. Chiaramente la parola viene presa in prestito dall’inglese, perché noi italiani le parole nuove non sappiamo assolutamente inventarle. La stessa cosa è avvenuta con gay, che chiaramente viene dall’inglese. Con gli insulti noi italiani andiamo fortissimo, e basti pensare a frocio, finocchio, checca, ricchione, culattone, cula, buco e chi più ne ha più ne metta, ma se poi chiedi a un italiano di trovare una parola per definire semplicemente un omosessuale, deve per forza andare ricorrere a gay dall’inglese perché se no non gli viene in mente nulla.

Insomma, siamo schiavi dell’inglese, e questo già si sa sapeva, ma il problema più grave è un altro: è che l’inglese non lo sappiamo! E così spessissimo sulla stampa italiana invece di coming out si trova la parola “outing”, che vuol dire tutt’altro. L’outing, quando si parla di omosessualità, è quando qualcuno svela pubblicamente e spesso anche senza permesso l’omosessualità di qualcun altro. Per tornare agli insulti, che in italiano non mancano quasi mai, vuol dire sputtanare qualcuno. Sono famosi gli outing da parte degli attivisti dei politici gay non dichiarati, delle star del cinema- Tempo fa sulla copertina di “Vanity Fair” era scritto che il cantante Tiziano Ferro aveva fatto outing… la domanda da porsi, se si legge una cosa del genere, sarebbe: “E di chi?”.

  1. FOTO E IMMAGINI FUORVIANTI

Recentemente è apparsa una notizia sulle adozioni gay vista su un quotidiano svizzero, solo che alla fine dell’articolo era stata inserita una bella foto di due transessuali al gay pride di Praga. Con tanto di didascalia che annunciava: “Nella foto: due drag queen al gay pride di Praga”. Ma cosa c’entra il gay pride di Praga con le famiglie omogenitoriali in Svizzera? Questa vicenda della proposizione delle foto delle transessuali appare spesso, ma si capisce anche perché: i pride sono stati per anni la sola occasione di visibilità delle persone lbgt in Italia, ed è chiaro che i giornalisti per alimentare un certo voyeurismo si siano concentrati soprattutto sui partecipanti più svestiti. Ma i tempi sono cambiati, la visibilità à aumentata, oggi la premier dell’Islanda o il sindaco di Parigi sono persone omosessuali, e non possiamo continuare a illustrare l’omosessualità solo con paillettes e lustrini.

  1. LESBICHE

Come sempre, le donne se la passano peggio. Perché se è vero che l’italiano è stato in grado di produrre solo decine d’insulti per gli omosessuali maschi e neanche una parola neutra, con le lesbiche ha fatto di peggio: non ne ha prodotto neanche uno. Le lesbiche valgono talmente poco, che i giornalisti non si sono sprecati neanche a inventarsi un insulto, come invece hanno fatto molte altre lingue e così il corrispettivo femminile di «brutto frocio» è solo «brutta lesbica». Così sulla stampa questa parola a volte è avvertita erroneamente come offensiva e la si usa una certa cautela, attenzione, oppure non si usa affatto e si parla solo di gay in quanto omosessuali maschi. L’errore che invece la stampa italiana commette molto spesso è ricorrere a tutta una serie di eufemismi come per esempio primo tra tutti: il suffisso lesbo. Un “tenero bacio lesbo”. Anche se l’origine storica dell’aggettivo è la stessa di lesbica, è evidente che la stampa italiana usa “saffico” per rendere più seducente, e adatto a un pubblico maschilista, l’idea di due donne che fanno sesso insieme. Saffico fa pensare a i costumi dell’Antica Grecia, vestali semi nude e orge a base di vino e baci saffici. Partiamo dalle parole. Non esistono insulti per una lesbica. E anche questo è grave. Ricchione, checca, frocio, culattone, finocchio. Nella lingua italiana esistono almeno cinque modi per insultare un uomo per il suo orientamento sessuale.

E per le donne? Sembrerà strano, ma anche l’assenza di insulti da rivolgere a una lesbica può dirci qualcosa. Magari, che “le lesbiche non esistono”, come recita il titolo provocatorio di un documentario realizzato da due giovani registe toscane, Laura Landi e Giovanna Selis, sulla condizione delle donne omosessuali in Italia. O meglio, le lesbiche esistono ma sono invisibili. Fanno fatica a fare coming out, hanno pochi riferimenti al cinema o in tv. E a volte sono le stesse donne omosessuali a odiare questa parola, che nell’uso comune ha assunto per lo più un’accezione negativa. Che derivi dall’isola di Lesbo, dove aveva vissuto la poetessa Saffo, si sa. Quello che non si sa è che all’inizio la parola lesbica venne usata in senso dispregiativo. Poi con la Psycopathia Sexualis di Richard von Krafft-Ebing di fine Ottocento, che considerava ancora l’omosessualità una malattia, si moltiplicarono i termini per definire le lesbiche: saffiche, urninghe, tribadi. Ma non entrarono nell’uso comune. E solo in un lavoro psichiatrico di inizio anni Settanta (Charlotte Wolff, Amore tra donne) per la prima volta le donne attratte da altre donne non vennero viste come portatrici di patologie. Il termine ha mantenuto però un alone negativo.

La donna molto spesso è identificata come moglie e madre, la donna lesbica scardina questo meccanismo. Anche se in realtà una lesbica può benissimo essere moglie e madre, ma il fatto di non essere moglie di un uomo o di non vedere la partecipazione di un uomo nel concepire un figlio spaventa ancora molto. E le cose che spaventano vengono esorcizzate anche così. L’assenza di insulti lo conferma: L’insulto, per quanto negativo, implica un prendere in considerazione l’altro. Il silenzio nel dizionario è sintomo di un’identità negata, nascosta. L’omofobia comincia dalla negazione, con una pericolosa tendenza al silenzio. La storia del movimento lesbico italiano comincia nei movimenti femministi.

Alla fine degli anni Settanta le lesbiche che avevano militato nei collettivi iniziano a far emergere la propria identità lesbica. Comincia così un percorso differenziato da quello del movimento delle donne e soprattutto da quello dei gruppi omosessuali come il Fuori (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano). Di lesbiche ce ne sono tante, dunque, così come esistono diversi modi di esser donna. E ci sono molti termini per definirle. Sul sito Lezpop.it (sottotitolo: “la cultura pop in salsa lesbica”) esiste un intero glossario. Tanto per elencarne alcuni: butch è una lesbica che ha atteggiamenti e abbigliamento mascolini, in opposizione alla lipstick lesbian (dette anche girly), lesbica dall’aspetto femminile che indossa le gonne, porta i tacchi e si trucca; hasbian è una donna che si è identificata per un periodo della sua vita come lesbica e che oggi si presenta come eterosessuale.

  1. COMUNITA’ GAY

Per qualche motivo alla stampa piace molto parlare di comunità gay, o anche nell’accezione ancora più generalista “il mondo gay”, che è davvero un mondo perché mette sotto la stessa definizione degli attivisti, dei gestori di locali, dei ragazzini presi in giro a scuola, e, in generale, gente che ha davvero poco a che spartire. La comunità lgbti (i sta per intersexual) è un’invenzione, che spesso viene confusa con le associazioni. Un esempio abbastanza recente, da un titolo di La Repubblica: “Guido Barilla fa pace con il mondo gay”. Cosa vuol dire questa cosa, che Guido Barilla si è presentato con un pacco di spaghetti regalo davanti alla porta di ogni singola persone omosessuale d’Italia? No, vuol dire che ha incontrato i vertici di varie associazioni, che non sono elettive e non rappresentano nessuno se non loro stesse.

  1. ICONA GAY

Si viene a definire col termine icona gay una figura storica, una celebrità o un personaggio pubblico contemporaneo che serve come referente (punto di riferimento e di riconoscimento per l’immaginario) in determinati ambiti della comunità lesbica, gay, bisessuale e transgender (LGBTI). Alcune delle principali qualità di un’icona gay includono frequentemente la bellezza, l’eleganza e il glamour, una tendenza all’androginia, gesti esagerati – a volte al limite dell’eccentricità – nel modo di proporsi: nel caso si tratti di artisti, quegli interpreti e autori di qualche importante opera che la comunità omosessuale ha assunto come parte integrante della propria cultura.

Anche se la maggior parte delle icone gay hanno dato nel corso del tempo il loro pieno sostegno a favore del movimento di liberazione omosessuale, alcune si sono invece dichiarate in opposizione ad esso. Le icone storiche sono in genere elevate a tale status a causa del proprio orientamento sessuale. Le icone gay moderne, prevalentemente donne del mondo dello spettacolo, riescono solitamente a generare un largo seguito di fan all’interno della comunità gay nel corso della loro carriera. La maggior parte delle icone gay dividono in due categorie: la figura tragica associata ad una forte personalità, con amori difficili o impossibili che a volte sfociano nel suicidio, o quella della figura di spicco all’interno della cultura pop (stelle della canzone o del cinema).

  1. TRAVESTITI

Relativamente all’orientamento sessuale, nel linguaggio comune si parla di orientamento eterosessuale, bisessuale (bisex), omosessuale (lesbico, gay) e pansessuale (per i quali l’attrazione comprende tutti i generi: uomo, donna e oltre). Si parla anche di asessualità in assenza di un orientamento definito nei confronti della sessualità. Il termine omosessualità è la traduzione italiana della parola tedesca Homosexualitat (creata fondendo il termine greco “omoios”, che vuol dire “simile”, e il termine latino “sexus”, che vuol dire “sesso”), dalla quale poi sono derivate le traduzioni in tutte le altre lingue. Fu coniato nel 1869 dal letterato ungherese di lingua tedesca Karoly Maria Kertbeny (1824-1882) che lo usò in un pamphlet anonimo contro l’introduzione da parte del Ministero della Giustizia prussiano di una legge per la punizione di atti sessuali fra due persone di sesso maschile. Kertbeny non fece mai coming out. Egli giustificava il suo interesse per l’omosessualità con il suicidio di un amico d’infanzia, vittima di un ricattatore. Sempre Benkert coniò i termini di “Normalsexualitat” (normosessualita’) e “Doppelsexualität” (bisessualità). Solo negli anni venti si fara’ strada il termine di “eterosessuale”.

La radice di questa parola gay è quella dell’antico francese-provenzale gai: “allegro”, “gaio”, “che dà gioia” che passo’ in inglese come gay. Questa lingua la parola acquisì nel Settecento il senso di “dissoluto”, “anticonformista” (come in “allegro compare”). Il significato peggiorò ancora nell’Ottocento, fino a voler dire “lussurioso”, “depravato”. Nell’Inghilterra dell’Ottocento, una gay woman era “una donnina allegra” ovvero una prostituta, mentre una gay house (letteralmente “casa allegra”) era un bordello. La connotazione omosessuale della parola, in questa fase, non era ancora presente. La connotazione dell’omosessualità si ha solo nell’inglese parlato negli USA, prima del 1920, anno dal quale iniziano a moltiplicarsi le attestazioni dell’uso del termine gay col significato di omosessuale (riferito ai soli uomini, e non senza un beffardo parallelo con la gay woman).

Tornando alla persona transessuale, essa è una persona affetta da disturbo dell’identità di genere, la cui identità sessuale fisica non è corrispondente alla condizione psicologica dell’identità di genere maschile o femminile e che, sovente, persegue l’obiettivo di un cambiamento del proprio corpo, attraverso interventi medico-chirurgici. Trans è in pratica una persona che non si sente nel corpo giusto: una donna con un corpo da uomo oppure un uomo con un corpo da donna. Questa condizione rientra nell’identità di genere della persona e non ha nulla a che vedere con l’orientamento sessuale; un trans può essere quindi attratto da persone dell’altro sesso (e quindi avere un orientamento eterosessuale) o da persone dello stesso sesso (e quindi avere un orientamento omosessuale). Il termine transessuale è stato coniato nel 1949 dal dottor David Cauldwell (1897-1959), ma diventa di uso comune solo dopo la pubblicazione del libro The transsexual phenomenon del dott. Harry Benjamin, edito nel 1966.

Il termine travestito viene riferito soprattutto alle persone di sesso biologico maschile che amano vestirsi da donna nell’intimità; secondo la psicologia il travestitismo denota un’esigenza erotica, ma può essere un primo passo verso la presa di coscienza della parte femminile (o maschile) presente in ciascuno. Al termine travestito, troppo carico di connotazioni negative, si preferisce crossdresser. Il crossdressing indica tutte quelle situazioni in cui, per ragioni anche molto diverse tra loro, si utilizzano indumenti e atteggiamenti dell’altro sesso. Anche le persone transessuali vivono una fase di travestitismo prima della transizione. Agli occhi esterni, esse sono travestiti quando il contrasto tra corpo e psiche è ancora evidente e gli abiti sono già quelli del sesso d’arrivo, ma in realtà una persona trans si sente travestita quando è costretta a indossare panni del sesso biologico.

 
 

Appendice – stralci da due interviste

 

Intervista con David Giacanelli, ufficio stampa

Una tua opinione sul rapporto giornalismo ed omosessualità?

Mass media e omosessualità è un binomio non sempre costruttivo ed edificante per usare un eufemismo. Come sempre non è possibile né auspicabile generalizzare, ma per giornalisti e testate di settore che riescono ad affrontare il tema dell’omosessualità declinandolo in tutte le sue articolate sfaccettature, ci sono altri contenitori, perlopiù nazional popolari, che ancora rappresentano questo mondo in modo troppo sintetico e stereotipato. Si fermano ad un’analisi superficiale, che non tiene conto né del parametro “qualitativo” né, tanto meno, di quello “quantitativo”. I contenitori generalisti, con specifico riferimento alla televisione e alla radio, non riescono ad offrire un approfondimento sufficientemente esaustivo sul tema. Ci rimbalzano, ancora una volta, un mondo omosessuale tratteggiato come “ghetto”, “imbarazzato” e “imbarazzante”, che colpisce per le modalità di superficie, le dinamiche esteriori del comportamento e della comunicazione.

Dinamiche e processi, questi ultimi, che vengono utilizzati indifferentemente anche per rappresentare il mondo eterosessuale ma che, per ovvie ragioni, su quest’ultimo incidono meno. Secondo i dati Istat del 2012 i gay dichiarati in Italia sono oltre il milione di abitanti, pari al 5% della popolazione nazionale. La stessa percentuale, nazionale, è veritiera a livello mondiale. Questo dato è sicuramente in incremento. Significa che andrebbe considerata anche la percentuale di coloro che, per eterogenee ragioni, decidono di non volersi dichiarare. Per quanto nel XXI secolo di strada se n’è fatta, e parlare della propria omosessualità non costituisce più un tabù come nei decenni passati, il percorso da compiere è ancora lungo e lastricato d’insidie, spesso studiate a tavolino da forze politiche e ristrette lobbies che non accettano ancora di considerarlo per quel che è: una percentuale in continua espansione. La realtà gay, lesbica, bisessuale e trans – Lgbt – è di fatto sdoganata sempre più perché oggettivamente in aumento e perché, anche se in modo discutibile, trova il suo spazio e attenzione nella quotidianità.

Numeri che descrivono una realtà con la quale doversi confrontare, non più eludibile e circoscrivibile come minoritaria, macchiettistico villaggio ai confini del mondo. Le percentuali di chi trova la forza ed il coraggio, soprattutto tra gli adolescenti, di arrivare ad esplicitare il proprio “coming out”, in famiglia come all’esterno, sono in netta crescita tanto da imporre quesiti interessanti a sociologi, medici e politologi sull’effettivo cambiamento del tessuto della popolazione nel nostro Paese. Per questo motivo si vive con insofferenza il costante divario tra la realtà da legittimare e tutelare e l’incapacità della classe politica, sempre troppo indietro con i propri vuoti legislativi, nel codificare e riconoscere appieno il mondo omosessuale. Classe politica che, ultimamente, sembra addirittura più tardiva nella propria azione rispetto al recente Sinodo e alle posizioni, pur eterogenee ma di apertura, della Chiesa.

A livello prettamente linguistico si fa ancora parecchia confusione nel tentativo di spiegare, anche solo descrivere, i processi conoscitivi sull’identità sessuale di ciascuno di noi. Le parabole esperenziali che ci conducono a definirci in un modo piuttosto che in un altro sono percepite come una sorta di astrusa malia, un rito magico ed anticonvenzionale, se non addirittura un atteggiamento provocatorio e modaiolo. I concetti si confondono, non si pone la minima attenzione alle sensibilità dei diretti interessati, ed esiste ancora un’ottusa minoranza che ragiona per schemi precostituiti, ereditati dal passato, che concepisce la “famiglia” come unica vecchia struttura sopravvissuta nel tempo.

Cosa potrebbero fare i professionisti della comunicazione per veicolare messaggi non discriminatori o stereotipati?

Ciò che dal punto di vista della comunicazione è auspicabile è che si arrivi progressivamente a parlare di omosessualità in modo naturale, ricorrente, come per tutti gli ambiti di un quotidiano che si racconta. Che lo si faccia utilizzando la giusta terminologia, senza adoperare casualmente espressioni come “coming out” e “outing”, che ovviamente sono completamente differenti, e magari cominciare a porre maggiore attenzione sul mondo omosessuale femminile.

Anche quest’ultima realtà, per una visione della sessualità maschio centrica, crea qualche imbarazzo e non viene mai esplorata nella sua autenticità. Nell’immaginario comune, nella comunicazione distorta che ne segue, l’amore tra due donne è un’anomalia, una vergogna non rappresentativa e credibile. A limite può vivere solo in funzione dell’edonismo maschile: l’amore lesbico è sovente annoverato nell’immaginario erotico maschile. L’amore tra due uomini, per quanto inconcepibile, gode dell’attenuante dello sfogo. E’ comunque atto animalesco, naturale, funzionale al raggiungimento dell’orgasmo. Basti pensare che nel mondo arabo l’omosessualità è considerata un reato, ma nella consuetudine nascosta e taciuta, la è diffusa. Il rapporto sentimentale/sessuale tra due donne è invece inconcepibile, neanche annoverabile, perché la donna nasce per procreare, e sottrarle la funzione di “contenitore” di nuova vita è sovvertire l’atavica legge naturale.

L’uomo può invece disperdere il proprio seme, se raggiunge comunque il piacere fisico, sempre in una prospettiva che vede il maschile come dominante e, quindi, per il quale è ammesso il conseguimento del piacere edonistico ed il raggiungimento dell’orgasmo. L’orgasmo femminile è concettualmente inaccettabile, poiché se la donna non procrea e non si unisce ad un uomo non può bastarsi, essere sufficiente a se stessa. La definizione della propria identità sessuale non è sempre così immediata e scontata; se infatti dipende dalle esperienze che si cumulano nella propria prima breve esistenza, sono anche il prodotto di inclinazioni e sensibilità personali, di modelli di riferimento che ci condizionano.

Insomma, il percorso che ci conduce alla scoperta di noi stessi non è mai semplice, quanto appare ancora impreciso, errato e superficiale l’atteggiamento di chi stigmatizza o, per paura ed ignoranza, categorizza con estrema semplificazione la propria definizione. Ad arginare tutte le lacune ricorrenti sopravvivono gli studi di settore, i report aggiornati sulle percentuali crescenti, sulla famigliarità nel parlare di noi stessi, sulle discriminazioni ricorrenti e ingiustificate. Aiuta la causa l’organizzazione di convegni, momenti di confronto con esperti, la programmazione di iniziative di ampio respiro mirate all’annullamento proprio del pregiudizio e all’accettazione della realtà per quello che è. L’adozione di pratiche antidiscriminatorie, il lavoro delle reti e dell’associazionismo, tutti mirati alla promozione di campagne di sensibilizzazione e di lotta contro una minoranza miope ed ingessata. Il superamento di una visione manichea, che respinge al mittente tutto ciò che sfugge ad una facile classificazione e apparente ordine. Perché, come sempre, è il “noto” che non spaventa e soprattutto non costringe ad una nuova analisi e riconsiderazione di idoli anacronistici.

A sopperire a tutti questi limiti c’è una vasta antologia di moderna letteratura, comprensiva di saggi, come di romanzi e cinema, che ripropongono il tema della definizione della propria identità con nuova sensibilità, costringendoci a ragionare e demolire tutto quanto è stato ereditato come “scontato” e, pertanto, non discutibile. La comunicazione e l’associazionismo lgbt dovrebbe avere anche una funzione educativa per combattere i pregiudizi ad esempio contro la comunicazione errata e stereotipata che si fa sul gay pride sarebbe utile suggerire ai partecipanti un dress code identificativo, un elemento estetico simbolico. Secondo me sono aumentate molte le persone che si definiscono bisessuali, gay o lesbiche è aumentata la consapevolezza. È aumentato il coming out.

 
 

Intervista con Aurelio Mancuso, Presidente di Equality Italia

Qualche informazione su Equality?

Equality è la prima rete trasversale italiana per i Diritti Civili. Equality Italia è un’idea che nasce dalla volontà di offrire un nuovo spazio e dare un nuovo valore ai Diritti Civili grazie alla relazione tra differenti identità e storie. Noi manifestiamo, con la nostra mission e i nostri valori, la volontà di accedere a diritti e tutele ricostruendone una nuova consapevolezza, proponendo argomenti, tesi ed iniziative concrete a istituzioni, realtà strutturate e persone disponibili al dialogo nel nostro paese. In Italia, milioni di volontari e migliaia di associazioni operano ogni giorno: è un patrimonio enorme che ha bisogno di essere valorizzato e che deve poter contare su momenti di interrelazione e collaborazione ma soprattutto che necessita di concretizzare i propri obiettivi.

Equality Italia ha una sua filosofia: vuole contribuire a realizzare un reale percorso di mutamento culturale e sociale che consenta al nostro Paese di essere al passo coi tempi, di essere parte integrante di un’Europa che sta avanzando a grandi passi sulle riforme legate ai Diritti Civili ed Umani. La trasversalità è l’approccio pratico con cui gli stessi diritti civili, umani, individuali e collettivi si sono potuti sviluppare nelle democrazia, nelle istituzioni internazionali, nelle Direttive e Risoluzioni Europee e nella nostra Carta Costituzionale.

Anche Equality Italia vuole avere lo stesso approccio funzionale: una volta proclamate le tante e importanti identità di cui ci sentiamo parte, è infatti necessario, nel nostro Paese, identificare e sviluppare punti di incontro e sintesi utili a far procedere campagne culturali, leggi, interventi nazionali e locali, a sostegno dei diritti e contro ogni forma di discriminazione. La nostra vuole essere la prima vera opportunità per ascoltare, dialogare ed agire, insieme, in tante e in tanti, a favore di una politica sociale che riattivi la fiducia e l’impegno su temi essenziali per la felicità, il benessere, l’armonia collettiva e individuale. Perché noi ci crediamo e perché il nostro paese ne ha davvero bisogno.

Quali sono le storture della comunicazione che ravvedi quando si parla di omosessualità nei media?

Nella comunicazione esistono stereotipi di vario tipo in ogni caso la comunicazione è sempre etero sessista e dell’omosessualità si parla solo come eccezionalità legata a fatti criminosi o a fatti di costume, cronaca rosa, nella politica. Ma non esiste una narrazione di vita quotidiana, di “normalità” dell’omosessualità. Internet ha contribuito molto all’emersione ma nel linguaggio non c’è una rivoluzione, anzi. Le lesbiche vivono la doppia discriminazione in quanto donne e in quanto omosessuali. Anche la comunicazione lgbt non è esente da maschilismo. Sono pochissimi gli opinion leader che possono permettersi il privilegio dell’autenticità e dichiararsi, si preferisce la anonimicità piuttosto che mettere la faccia per battersi per i diritti di tutti.

Il nostro paese è sempre stato meta di turismo sessuale, dal romanticismo in poi ma questo aspetto è sempre stato sottaciuto e non raccontato. In Italia codice Rocco è l’unico paese europeo a non aver mai previsto delle leggi esplicitamente persecutorie contro l’omosessualità perché essa è sempre stata trattata (vedi Una giornata particolare di Ettore Scola) come una generica “pericolosità sociale” un attentato alla riproduzione naturale della famiglia (per il fatto della non procreazione) ma non è mai stato esplicitato il vocabolo omosessualità nel codice legislativo italiano. E’ solo con la cristianità, nei vangeli, che si arriva alla condanna esplicita dell’omosessualità.

Esiste una comunità gay o un movimento unitario secondo te?

Non credo. Vedi ora con la vicenda Luxuria. Il problema non è Luxuria che va ad incontrare Berlusconi, il problema è il vuoto e la mancanza di un messaggio unitario del movimento Lgbt che di fatto come movimento non esiste, altro mito come “la comunità gay”, non c’è un comune messaggio da contrapporre e quindi la politica non ha un interlocutore unico: così si arriva a non fare mai una legge sui diritti civili, non c’è un protagonismo e si è visto anche ora con l’azione simbolica che ha voluto fare Marino con la registrazione delle coppie di fatto, è stata una azione politica del sindaco e il “movimento” ha fatto solo da comprimario a questa azione.

 

Bibliografia
  1. Chetcuti, Dirsi lesbica. Vita di coppia, sessualità, rappresentazioni di sé, Ediesse, Roma 2014
  2. Martel, Global Gay, Feltrinelli, Milano 2014
Carta di Roma, 2008 (carta di deontologia professionale sul corretto uso dei vocaboli per evitare discriminazioni)

 

Sitografia
http://gea-draconia.net/2014/10/13/carol-rossetti-artista-illustratrice-contro-gli-stereotipi/
http://www.internazionale.it/opinione/claudio-marcelli/2013/10/28/i-vizietti-della-stampa-coming-out
http://www.equalityitalia.it/tag/aurelio-mancuso

 

 Note
[1] Audre Lorde (New York 1934, Saint Croix 1992) lascia il segno con la sua opera più conosciuta The Black Unicorn (1978) in cui esplora il patrimonio culturale africano. Contemporaneamente alla fama di scrittrice, cresceva il riconoscimento, in campo nazionale, di leader del movimento a difesa delle donne, degli omosessuali e per l’uguaglianza dei diritti civili. Lorde fu anche una scrittrice e saggista ricordata soprattutto per la pubblicazione di The Cancer Journal (1980) in cui documentò la sua malattia, un cancro al seno, che la obbligò a sottoporsi alla mastectomia. Lei, tuttavia, non volle mai essere considerata una vittima, ma piuttosto una guerriera. Come scrittrice, educatrice e attivista Lorde si impegnò a far accrescere la visibilità delle donne nere in campo nazionale e internazionale. Si occupò dell’apartheid delle donne in Sudafrica, e fondò l’Organizzazione Sisterhood in Support of Sisters in South Africa. Partecipò alla conferenza National Coalition of Black Lesbians and Gays. Lorde era già una poetessa e scrittrice affermata quando pubblicò Zami: A New Spelling of My Name nel 1982, in particolare era conosciuta per aver personalmente partecipato alle lotte in favore delle donne Afroamericane, per le sue idee sul femminismo e il lesbismo e per il suo lungo periodo di attività accademica come docente.
[2] Ho realizzato tre interviste in profondità con i giornalisti », David Giacanelli ufficio stampa, Aurelio Mancuso presidente di Equality Italia, Claudio Rossi Marcelli giornalista di «Internazionale».

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