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12 ottobre 2011

Fake in China – Massimo Canevacci

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Prefazione di “Fake in China”, un diario-etnografia di Massimo Canevacci pubblicato in Brasile e gentilmente reso disponibile dall’autore per questo numero della rivista. È qui messa a fuoco una prospettiva “fake” che ribalta il concetto di produzione “made in” e in qualche modo è una risposta alle diatribe che hanno attraversato i circuiti dell’arte – più di recente anche le dispute tra la Apple e la Samsung – e, dunque, la relazione nella produzione degli artefatti artistici e delle merci tra la copia e l’originale. Il “fake” è un falso/vero. Dalle architetture alle produzioni industriali e alle tecnologie digitali il “made in China” è un “fake in China”, nè “copy-right” nè “copy-left” …

 

Viaggio di superficie nel paese che sta cambiando il mondo

 

I viaggi sono i viaggiatori (Massimo Canevacci)

Introduzione – Tecno-antropofagia

In un articolo uscito durante la mia permanenza in Cina sul South China Morning Post, era esposta una riflessione che mi colpì molto: la Cina, vi era scritto, è diventata la fabbrica del mondo e il Made-in-China sta conquistando i mercati globali. Questa deve essere considerata la prima fase della rivoluzione che sta cambiando le relazioni tra le diverse aree del mondo ma che non può continuare in questo modo per il seguente motivo: una gran quantità di prodotti costruiti qui sono il risultato di brevetti o comunque di invenzioni che provengono dall’estero. Europa, Stati Uniti, Giappone.

Questa fase di produrre in patria prodotti inventati altrove deve essere superata: a tal fine, si devono concentrare risorse, tecnologie e ricerche sul fronte dell’innovazione. Il design, quindi, deve diventare il centro degli investimenti della fase-due, intendendo per design ideazione, progettazione, creazione, brevetti. La Cina non potrà rimanere a lungo in questa zona ambigua dove il Made-in-China spesso è accompagnato da etichette di questo tipo: “Designed by Apple in California Assembled in China”.

La Cina non dovrà più essere il luogo di assemblaggio di tecnologie e design concepiti all’estero, per cui – questa la conclusione dell’articolo – la sfida del presente futuro è Design-in-China. Per questo in “piccole” città come Wuxi si finanziano progetti su scala globale per attirare qualche centinaia di designers anche dall’estero e mettere in moto una attività di formazione finalizzata alla creatività locale. Atteggiamento ben compreso da Robin Li, inventore del motore di ricerca Baidu e per questo scelto dalla rivista Time come una delle cento personalità più influenti del mondo. Latitudine e immaginazione: queste due coordinate, una spaziale e l’altra mentale, definiscono la nuova fase della Cina e per questo sono state scelte come parole-chiave per l’expo di Shanghai.

Nello stesso tempo, le tante persone acquirenti merci cinesi esportate in quasi ogni angolo del pianeta hanno chiara la visione che questi prodotti sembrano veri, è come se fossero veri, forse sono addirittura veri: pur tuttavia, anche se sono falsi, si comprano per tale ambiguità. Se si riflette meglio su quanto sta accadendo, pare che questa distinzione tra vero e falso – che qui chiamerò fake in omaggio al film di Orson Welles F for Fake – non riesca a cogliere la profonda superficie di queste cose. Esse, infatti, molto spesso sono prodotte in Cina su licenza delle case madri, per es. italiane per quel che riguarda i vestiti, solo che è sufficiente cambiare una lettera (da Armani ad Amani) per non incorrere in improbabili cause anche se il prodotto è del tutto uguale o verosimile. Spesso esce dalle stesse fabbriche o da sotto-fabbriche fantasma, gemelle o parallele senza che sia neanche necessaria l’operazione camouflage.

Insomma il copyright sta in crisi non solo per i prodotti intellettuali, come si dice ossessivamente nei convegni e nei parlamenti, ma anche nei prodotti materiali. Per meglio presentare il mio pensiero, questa distinzione tra materiale e immateriale non funziona più, è un dualismo logico – e produttivo – in crisi, che tenta di difendere un passato chiaramente finito ma certamente mutato.

In ogni caso, nessun governo cerca di bloccare queste innovazioni tecnologiche che possono replicare le “cose” premendo un tasto, tantomeno le aziende che producono queste tecnologie della riproducibilità hanno crisi morali o denunce penali. Anzi. Stiamo vivendo una fase in cui tutti noi possiamo sia creare cose, storie, immagini e sia replicarle senza dover per questo chiedere il permesso a nessuno; e le pubblicità contro le cosiddette “piraterie” sembrano favorire i pirati e causare risate in platea.

Il copy-left non è tanto uno slogan di una sinistra libertaria e piratesca. È la prassi che qualsiasi persona dotata di strumenti, ormai a portata di mano, pratica nella vita quotidiana; solo che questa attività riproduttiva in Cina coinvolge entrambi i lati delle merci e dell’intelligenza in una maniera estesa nella latitudine e nell’immaginazione. In tal modo quello che era l’autenticità del prodotto viene sempre meno e, con essa, il valore ambiguo che tale concetto ha sempre comportato: l’essere autentico è veramente un’ideologia restaurativa o un modello senza senso.

In Antropologia, poi, autenticità assieme a purezza e origine sono messe in discussione da tempo, in quanto le culture e persino gli individui non possono più dichiararsi o, peggio, essere dichiarati autentici, puri, originali: bensì sono un complesso risultato di miscelazioni, ibridazioni, mutazioni. Una volta che qualcuno – stilista di moda o ingegnere di software – inventi un prodotto, questo diventa una cittadella circondata da occhi che faranno di tutto – se essa ha un appeal – per copiarla. È una sorta di tecno-antropofagia che si mette in moto. Le cose vengono selezionate, sezionate, inghiottite, assemblate e riciclate come fossero prelibate parti di un corpo nemico fatto prigioniero e cucinato, ancora pieno delle virtù che portava con sé e il cui scopo finale sarà l’essere divorato e assorbito dall’affamata intraprendenza locale.

La tecno-antropofagia, un divorare merci e tecnologie per assumerle come proprie nella fisiologia individuale, caratterizza non certo solo la Cina, ma la prassi di tutti noi. Solo che la Cina è riuscita a dare in pochissimo tempo un salto organizzato, direi quasi sistemico, a tutto questo, unificando riproduzione materiale e immateriale. Oltre ai negozi “ufficiali” (termine ormai desueto) nei più diversi territori si espandono negozietti, banchi e bancarelle, carretti, semplici tappeti, ambulanti e via così: ovvero una infinita e incontrollabile microfisica di vendita i cui costi di riproduzione sono prossimi allo zero e i prezzi di vendita senza possibilità di concorrenza con prodotti affini di altre parti del mondo.

La Cina, cioè, interpreta al meglio quello che l’attuale fase glocalizzata offre in modalità tempo-spaziali accelerate grazie al tecno-digitale. Il classico conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione va in soffitta. L’attuale conflitto è tra forze produttive ideative, tecnologie della riproduzione, comunicazione digitale. Il centro motore è sempre l’ideazione innovativa, solo che questa aura dura un nano-secondo, in quanto la sua esposizione è offerta agli occhi replicanti di tutti. L’aura si fa riproducibile.

L’esempio più calzante è la sfilata di moda: si organizza un evento per presentare le modelle con i nuovi abiti, poichè lo stilista deve mostrare ogni collezione stagionale e la sfilata non può non essere globale perché globale è il prodotto, il brand e lacomunicazione. Nello stesso momento si mette in moto un meccanismo impossibile da bloccare in quanto è lo stesso evento che lo aziona: il copy-left tecno-antropofagico. Un software appena elaborato non ha una sorte molto differente: le difese per proteggerlo sono costantemente attaccate dalle stesse “logiche” che lo riproducono.

Questa diffusione irresistibile del fake non avviene solo nel campo della riproduzione di merci e cultura, ma anche nella sfera più sottile e vintage del consumo. Ancora più chiaramente su questo piano, il fake diventa non più l’opposto di vero o autentico: fake è l’onda che accelera il mutamento degli stili di vita e che diffonde una semplice verità sullo stato delle cose. Fake è il falsovero, un mix immanente che dissolve le distinzioni del dualismo classico basato sulla certezza di verità.

Un processo che l’arte aveva praticato da tempo, in stretta alleanza col mito (contro e oltre una logica tradotta come razionalità strumentale o ratio) e che il citato film di Orson Welles riesce a esprimere al meglio attraverso una sorta di testamento di un grande artista del cinema. L’arte non è mai realista né tantomeno riproduce la realtà.

L’arte esprime dissonanze verso ogni realismo e l’artista, fumando la pipa di Magritte, crea un fake. L’espansione del fake nel consumo e nella comunicazione urbana sollecita un processo affine a quello riproduttivo, in cui ogni soggetto si fa performer, concetto che nel suo “activism” è più preciso di prosumer. Questa ambiguità falsovera si espande nei diversi campi del vivere urbano così come ho potuto incontrare nel mio viaggio.

Quelli che sono stati i theme-park stanno diventando esperienza non legata solo e neanche tanto a specifici luoghi del loisir dove si paga il biglietto per entrare: sono zone inserite dentro che fanno parte del quotidiano, in cui si esce e si entra senza una soglia formale o simbolica, un limen che avverta la fine di una fase conosciuta e l’inizio di un’altra ancora ignota – lo svago.

Dalla sconfinata metropoli oltre i 30 milioni di abitanti di Chong Qing alle spiagge limpide di Sanya con le scritte in cirillico sembra che la superficie della Cina sia coinvolta o avvolta da questo processo performativo simmetrico a quello riproduttivo che si inserisce a macchie di leopardo nel tessuto quotidiano, ridefinisce l’autentico mixato con scenografie che esotizzano angoli del mondo nei vicoli della città.

Un hotel di Sanya è un parco tematico quanto le sue spiagge; la fortezza storica di Chong Qing domina il suo ampio fiume con scenografie da Capitan Uncino; il Centro Confucio a Nanjing inquadra sia il mercato che il museo omonimo, l’enorme testa dell’imperatore Ming sta diventando albergo a più piani che domina la Ghost-City. Fake-in-China sta tra il made e il design, tra il fabbricare prodotti altrui e l’ideare un disegno proprio.

La mia conclusione concettuale che è arrivata di sorpresa alla fine della revisione del testo è la seguente: Fake-in-Chinasignifica una pratica che intreccia secondo modalità e tessiture diverse tre concetti: falsificazione, illuminismo, illusione.

Fake è una costante falsificazione illuminata dell’illusione.

Quelle che ancora chiamiamo fabbriche in parte sono diventate qualcosa di altro. Così come le aziende avanzate tendono a far coincidere il target con una singola persona, simmetricamente si afferma il modello del one-man-show nella produzione: cioè le attività basate sul singolo individuo si sono estese dallo spettacolo alla riproduzione delle merci fino alla loro rivendita.

Il one-man-show è il segreto vincente della Cina, il paese più individualista che esista nella terra. E il cui eccesso di intraprendenza riproduttiva si cerca di sollecitare e, insieme, inquadrare in una visione del mondo determinata dal destino, dove la tradizione filosofica confuciana è inserita e mescolata nell’ideologia di Stato.

Ma per quanto? In un certo senso, il fake pratica l’opera d’arte totale estesa alle merci materiali e immateriali, al consumo performativo, alla comunicazione digitale. Illusione illuminata del falso. E così Fake sta diventando qualcosa di altro e alterato. Una visione del mondo con una sua filosofia e tante prassi.

Fin dall’inizio ho pensato che il mio compito non doveva entrare dentro le questioni politiche interne, sia per rispetto a un invito che mi è stato rivolto, sia per le enormi difficoltà ad articolare una posizione che non sia determinata da imprecisioni etnocentriche su una cultura così complessa, di cui non conosco la lingua e con una scarsissima conoscenza della sua storia.

Su questa scelta ha pesato non tanto l’etnografia, che impone un metodo che non potevo applicare per la mia ignoranza, quanto il desiderio di svolgere un mia scrittura che fosse narrativa, mescolando generi da questa angolazione: il viaggio di superficie. E, attraverso questo livello, cercare di spremere il succo di ogni minimo dettaglio.

Per questo il mio è un dichiarato viaggio di superficie che cerca di dare a questo concetto tutto lo spessore di cui sono capace.

Il viaggio e il viaggiarsi è l’antropologia, e il viaggio sono i viaggiatori; il saper raccontare entrambi i livelli è un’arte narrativa attenta alle minuzie e alle visioni, aggirante il rischio di riprodurre uno sguardo addomesticato dagli stereotipi. E proprio lo sguardo stupito si fa arte e astuzia nelle sottili penetrazioni dei dettagli, assorbiti come spugna, poi spremuti e interrogati sui loro possibili significati.

Fake-in-China non vuol rivolgere un’accusa alla Cina per la falsificazione delle merci, al contrario, il titolo cerca di presentare – nelle attività messe in moto dal potere politico e dalla forza delle cose di questo paese – quel processo globale iniziato nell’euro-america dove la Cina si è inserita dando un’accelerazione impressionante quanto imprevista.

Quindi, la Cina sta tutta dentro alle regole e, se si vuole, allo spirito di quello che ancora chiamiamo capitalismo, società industriale o post-industriale. È, infatti, a tutti noto che le regole dettate da se stesso Mensieur le Capital le ha rispettate solo quando conformi ai suoi fini.

Quella che secondo alcuni sarebbe irregolarità qui, è quella che è stata ed è ancora prassi istituzionale dei paesi detti “occidentali”: si pensi solo a quel genio del crimine finanziario di Bernie Madoff nel cuore di Wall Street che ha fatto tremare non solo le borse mondiali.

Fake-in-China vuole essere un tentativo di narrare la superficie delle cose da me viste in un periodo di sei mesi tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010.

L’occasione mi è stata data dall’Università di Comunicazione di Nanjing – la CUCN – dove ho insegnato per circa sei mesi e da cui ho potuto compiere i miei viaggi.

Questa fiction etnografica parte da qui e si muove su itinerari non lineari lungo diversi luoghi del paese, tra alcune grandi metropoli come Nanjing, Shanghai, Hong Kong, Macao, Chong Quing; lungo il fiume Yangtze e i suoi imprevisti incontri; sulle spiagge e i resort etno-turistici di Sanya; nei diffusi parchi tematici e le tante Venezie locali; il tutto intriso di frammenti di mie storie personali, di passati che affiorano, cruciali momenti della mia vita sentimentale, le difficoltà del mangiare, l’impegno per insegnare a studenti diversi, scambi di chat con un amico di vita, il disvelamento imprevedibile di un mio Iago, l’ Honest Iago di Nanjing; una critica a São Paulo, la mia seconda città che ha perso polifonia, qualche breve citazione o poesie raccolte qua e là, molte fotografie e un finale dedicato alla grande statua di Buddha che – silenzioso – osserva e placa le onde del fiume.

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