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20 maggio 2011

Editoriale – Corpi eteronimi

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“Ser poeta nao è uma ambiçao minha / E’ a minha maneira de estar sozinho”

… da Fernando Pessoa (136)

Le poesie di Pessoa si intromettono nei labirinti della solidità dell’io, così impenetrabile e a senso unico, almeno nelle sue manifestazioni più appariscenti, per scioglierne le insopportabili rigidità e liberare le potenziali molteplicità. L’eteronimo, da lui praticato nelle diverse scritture, non è solo un espediente letterario e tanto meno psicologico. Assumere diverse identità e disvelare attraverso questa opera di auto-nominazione moduli narrativi diversificabili, mai raggruppabili nella sintesi unificata del soggetto pubblico-privato, bensì scorrevoli nei tanti sentieri che si dipartono e attraversano e assemblano costantemente-rischiosamente il nesso soggettività-stile-percezione-visione-elaborazione-composizione-scritture.

L’eteronimo è la polifonia dell’io che trasborda nelle diverse scritture.

Non siamo più nel paradigma di Bachtin, secondo cui Dostojevskij scrive polifonicamente in quanto decentra nei vari personaggi psicologie e stili narrativi-scritturali non più accentrati nel nesso monologico autore-eroe. Pessoa gira – spirala – oltre. Incorpora la polifonia e la vive nella scelta radicale di farsi non personaggio in cerca di autore – al contrario: è l’autore che accetta e sfida nella sua corporalità scritturale la polifonia identitaria, l’ansia soggettiva di non rimanere vincolato nella propria monolitica individualità, e così farsi multividuale: quello che lui stesso definisce os outros eus…

I suoi altri “ii” sono le corporalità scritturali del poeta.

Il nodo sciolto dell’io. Questo esprime la prospettica de os outros eus… I nodi sciolti degli ii.

Sciogliere il nodo dell’io non vuol dire disperdere l’autonomia della propria soggettività: l’io non è non annullato da un plurale diverso dal noi, come sempre protesta l’atterrito conservatore-progressista, addestrato al dualismo ossificato dell’essere e il nulla. È ora di praticare l’oltre la compattezza unificata del noi dove proprio os outros eus iniziano a scorrere.

La stessa metafora del nodo è sintomatica.

Il groviglio di corde tra loro annodate e per così dire atterrite di potersi smarrire, e che solo in tal modo – in questo modo-nodo – immaginano di potersi costituire come forza unificata e indistruttibile dell’io, una volta snodato, tale groviglio di corde annodate dell’io, libera una molteplicità di corde che costituiscono la matassa: una matassa pluriforme e mossa, che non si tratta più di definire, bensì di distenderla, dispiegarla.

Da tali premesse snodabili si arriva alla poesia citata. L’essere poeta non è ambizione di Pessoa, anche perché, come abbiamo visto, il pronome “mia” non identifica più una singolarità: la stessa configurazione o posizionamento di chi sente la poesia non ha una vocazione, un sentirsi scelto da, come per una missione di cui non si è soggetti attivi, ma solo un involucro che l’atto del creare riempie, un atto quasi esterno al soggetto, che spesso viene imprecisamente tentato di definire come intuizione, estasi, genio, creatività e via di seguito…Nessuna metafisica è qui presente.

La soluzione data dai due versi, soli e strappati dal loro contesto grazie alla loro potenza narrativa smisurata, evocativa illimitata, sta in quell’aggettivo finale – sozinho – il cui diminutivo esprime una tenerezza risoluta e sorridente. Non entra la solitudine, sostantivo deciso e forte, astratto ed esistenziale. Soletto… Si sa che il portoghese parlato è il regno dei diminutivi; forse nessuna altra lingua al mondo ne coniuga così tanti, fino a imprimere il diminutivo al diminutivo, come per attestare nello sforzare il linguaggio la voglia di penetrare dentro significati difficili da esprimere nella loro coniugazione grammaticale data. Il diminutivo, esplicitabile solo nelle lingue di matrice latina (?), redime l’asprezza asciutta del sostantivo: il viversi poetico nel segno del sozinho e non della solidao imprime una tenerezza concettuale, dove non convivono ambizioni o missioni di sorta. Da tale tenerezza concettuale si aprono gli eus che possono finalmente dedicarsi alle tante snodate potenzialità espressive. Gli eus sono il risultato liberato dell’essere sozinho. Anziché una chiusura nel proprio involucro individuale, l’aggettivo diminutivo è premessa per l’espansione al di fuori dei confini del soggetto. Questa la forza logico-sensoriale della poesia.

Tenerezza poetica snodata.

In un notebook del 1995 ho ritrovato questa citazione di Pessoa e, in una pagina successiva, vi è questo disegno cui ho circoscritto una sorta di aura che cerca di cogliere elementi di affinità tra il poeta e l’antropologo. Nel training classico, infatti, l’antropologo si deve addestrare a stare solo. L’essere soletto è condizione per svolgere le proprie ricerche etnografiche, per cui deve apprendere a saper affrontare e risolvere – snodare – i problemi che il vivere nei contesti più altri comporta. In tal modo il rapporto tra poeta e antropologo si avvolge negli outros, che si presentano sia interni che esterni al soggetto. Come sfida a tale unificata psicologia dell’io. Non si è antropologi per ambizione. Questo immagino sia tanto chiaro quanto per i poeti. Nello scegliere di vivere soli, non sempre, che sarebbe estrema quanto grossolana contraddizione rispetto alle molteplicità degli eus, ma nel momento in cui si pratica l’etnografia: ecco, questa condizione temporanea è l’espressione compositiva – tenera e snodabile – di una maniera di convivere con le proprie inquietudini.

Gli “ii” sono le inquietudini del soggetto poetico-antropologo.

All’altro, allora, sia essa amante o amico, non spetta l’ansia di vederlo chiuso e di aprirlo a sé. L’altro può scorgere in tale momentaneo stare solo soletto da parte dell’antropologo la massima vicinanza possibile alla propria irriducibile alterità. L’essere solo è condizione di stabilire profonde e inquiete connessioni con l’altro. Si può essere soli solo in quanto si sente che l’altro è vicino: che l’amore in quanto altro è vicino. L’essere solo senza l’altro d’amore intorno sarebbe poco sopportabile, una sorta di regressione anticipata verso l’immobilità rinchiusa. Verso quella solitudine che nulla ha a che vedere con l’inquietudine dei propri eus…

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