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20 maggio 2011

Corpi, testi e culture metropolitane

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Anna Maria Di Miscio

Corpo come testo

La cultura per Clifford Geertz è un insieme di discontinue azioni simboliche, pratiche discorsive, testi scritti non tanto in caratteri alfabetici quanto piuttosto in fugaci esempi di comportamento che l’antropologo si sforza di leggere sopra le spalle dei suoi informatori:

Le forme culturali possono essere trattate come testi, come opere dell’immaginazione costruite con materiali sociali [Clifford Geertz 1987: 444].

Nell’incessante attività umana di produzione simbolica, di scrittura dei testi della cultura, anche il corpo è un testo costruito con risorse e materiali sociali, un assemblaggio provvisorio di formazioni discorsive che delimitano gli spazi e i confini del piacere e della sessualità, dei ruoli di genere e di status.

Il corpo è il supporto materiale dei modi d’uso del linguaggio, delle iscrizioni della cultura, di ruoli ascritti a vita, di forme sociali che delimitano il perimetro delle emozioni, orientano la percezione, il sentire del corpo e le modalità della sua rappresentazione.

Il corpo è il supporto materiale di scrittura: il potere retorico della parola, i saperi della scienza e della teologia cristiana, il pensiero razionale e la filosofia cartesiana costruiscono le gerarchie dei corpi, le bolle prossemiche, il tempo, la distanza e lo spazio sociale.

E tuttavia le verità del corpo non sono mai ferme, sfuggono a qualsiasi determinazione definitiva: non c’è un corpo dato una volta per tutte, il corpo è entità semiotica, mutabile, non è un’essenza. Il corpo è materia organizzata da una forma, in-formata, costruita con i mattoni della cultura, dell’immaginario individuale e collettivo.

La rappresentazione del mio corpo, infatti, costruita dall’occhio che osserva, che mi osserva, ha una qualità mentale, non è mera riproduzione della morfologia del mio corpo, è una rappresentazione in-formata da peculiari modalità di percepire e osservare il mondo, di abitare il corpo. È una differenza alimentata e prodotta nel gioco relazionale tra il sé e l’altro. Il corpo è puro sensibile vestito di immaginazione.

Il gioco seduttivo della moda assicura il passaggio dal puro sensibile al suo significato, dalla materialità del testo alla narrazione, dal silenzio del corpo al corpo semiotico, alla fascinazione dei codici vestimentali.

L’abito – scrive Perniola – è una seconda pelle, una protesi del corpo. Il look è la cultura del corpo-veste, contaminazione tra stoffa e pelle, organico e inorganico.

L’esperienza di una sessualità neutra e inorganica conviene al look, inteso come cultura del corpo-veste; nel look infatti l’esperienza del vestito come corpo si prolunga in quella del corpo come vestito: maquillage, tatuaggio, hair dressing, body building, chirurgia plastica e ingegneria genetica sono i passi successivi di un cammino che conduce all’uomo quasi cosa. [Perniola, 1994: 59].

L’abito-pelle orienta la percezione dell’osservatore, veste e/o sveste, accende il desiderio, è una promessa di inedite di felicità, è un artificio che affida ad un gioco di codici l’intenzionalità del corpo.

Il grande paradosso del pudore: tutto ciò che è nascosto dall’abbigliamento è con ciò anche messo in evidenza, i luoghi del corpo sottratti alla vista sono i più evidenti, gli indumenti che devono proteggere le zone proibite diventano erotici. [Volli, 2002: 254]

L’abito-pelle è una geografia artificiale, non è innocente, gioca con l’(est)etica, tra seduzione e austerità, seduzione e fascinazione, verità e menzogna, è fictio, corpo fabbricato, mascherato e mentito:

Leggere il corpo è sempre una scommessa ermeneutica. [Volli, 2002: 252]

Il corpo è un testo multi-verso in cui sedimentano, si confrontano e confliggono giochi linguistici, sistemi di significato, forme di vita. È materia che attende dietro le quinte della ribalta di indossare la sua maschera, di essere messa-in-forma dallo sguardo, dal look. L’esito dell’incontro tra parole e oggetti è infatti una materia formata, insieme di forma e sostanza.

Nel Novecento la narrazione del corpo si fa discontinua, mutevole. Uno dei più importanti movimenti corpo-centrati del primo Novecento, il surrealismo e l’esotismo etnografico degli anni Venti, già costruiva altri orizzonti di possibilità espressive del corpo: una materia fluida, mai data una volta per tutte, un cut-up discorsivo di segni e codici, collage sorprendente e aberrante.

Le illustrazioni di Documents – la rivista diretta da George Bataille – sono un esempio di contaminazione tra le suggestioni del Surrealismo la ricerca etnografica, che sovverte e disordina le tassonomie e gli ordini geometrici della cultura occidentale con giustapposizioni insolite, sorprendenti, stranianti. Il gusto dell’esotico e la scomposizione dei dettagli del corpo sono un’implicita critica culturale alle categorie dicotomiche, corpo/mente, natura/cultura: il corpo – e la sua rappresentazione – non è un mero dato della natura, è piuttosto costruzione umana, un artefatto della cultura.

Il Surrealismo Etnografico ha, infatti, ribaltato con notevole anticipo rispetto alle più recenti riflessioni maturate nelle Scienze Sociali le gerarchie dei saperi sul corpo e delle culture del corpo, primi bersagli da scomporre e ricodificare.

Lo sputo – scrive Griaule, titolare della prima cattedra di Etnologia alla Sorbona – in alcune culture africane è un balsamo, in altre culture un’impurità; la saliva per Leiris, etnologo surrealista, è come lo sperma e la parola un atto, eiaculazione della bocca.

Infine una delle più suggestive rappresentazioni del surrealismo etnografico è la pittura corporale di Masson, che gioca con le figure zooantropomorfe delle maschere africane, con le ibridazioni tra l’umano e il non umano.

Tra le avanguardie del Novecento il cubo-surrealismo è, dunque, la prima e più autorevole battaglia alla categoria dell’Arte come hortus conclusus, ai canoni artistici ed estetici occidentali sedimentati e consolidati: altera e scompone le rappresentazioni del corpo, suggerisce nuovi sincretismi visual-corporei, nuovi insiemi di forma e sostanza. Una diversa e possibile epistemologia da cui ripartire per ripensare il corpo.

Corpo, comunicazione e metropoli

Sulla linea di confine tra natura e artificio, tra normale e deviante, tra puro e impuro, sono radicate le categorie che consentono alla biopolitica la riproduzione e la conservazione del biopotere sui corpi. Ed è nelle pratiche discorsive comuni e condivise sul corpo che il potere-sapere del biocontrollo si articola, circoscrive e delimita gli spazi del desiderio, funziona come un divieto: la sessualità e le identità di genere sono, di fatto, i luoghi privilegiati del controllo normativo [Michel Foucault, 1976]

Nella seconda metà del Novecento si consolida con Foucault, nella circolarità tra saperi e culture emergenti, un nuovo frame cultural-comunicativo che sottrae il corpo alle strategie locali e globali dei poteri forti: le culture giovanili, i corpi liberati della metropoli comunicazionale, che si sottraggono ai modelli arrugginiti della biopolitica, elaborano altre modalità di abitare il corpo, altre narrazioni corporali, altri codici: è il gioco semiotico messo in atto dalle culture metropolitane, dalle avanguardie, dai movimenti corporeisti, dalla body art.

Sono culture emergenti che scompongono l’ordine cristallizzato delle culture e delle identità, sono culture anomiche che dissolvono la fissità delle forme in eterogenee e fluide riappropriazioni dell’originaria ambiguità della materia-corpo, dell’avventura nel corpo, dei linguaggi espressivi della corporeità.

In Occidente la scoperta del corpo represso, prima di diventare a sua volta disvelato, è dipesa dalla coincidenza tra un frame politico e uno cultural-comunicativo. Da un lato la fine della guerra fredda aveva aperto alla nuova generazione la possibilità di non vivere l’esperienza bellica in prima persona; contemporaneamente le immagini della TV, i ritmi elettrici del rock, i nuovi modelli di abbigliamento immettevano nei comportamenti e nell’immaginazione giovanile una carica verso l’esibizione e il disvelamento corporale che entrava in diretta contraddizione con le norme morali allora vigenti. [Canevacci, 1996: 219]

Il corpo così s-velato è non più una mera riproduzione di una entità naturale, quanto piuttosto un corpo fictio, fabbricato, un corpo-testo, reinvenzione creativa, libera espressione dell’agentività del soggetto, produttore di inedite pratiche discorsive e simboliche del corpo.

Il corpo è sì luogo privilegiato di controllo del biopotere, materia plasmata dalle dinamiche dei poteri saperi sul corpo, ma mai del tutto riducibile all’unicum: il corpo è un’entità discorsiva in fieri nella processualità dinamica tra io e mondo, tra l’esperienza soggettiva del corpo e il corpo sociale e politico, tra l’egemonia dei saperi sul corpo e l’anomia del desiderio.

Le tecniche, le pratiche e le azioni simboliche che vestono e svestono il corpo – dress-code e piercing, tatuaggi e chirurgie plastiche ed estetiche, innesti di protesi – rimettono in gioco identità monolitiche, date una volta per tutte, che non funzionano più: sono un’inflazione segnica, un pluriverso che offre nuovi e altri orizzonti della corporeità.

Nelle scomposizioni delle emergenti Culture eXtreme giovanili [Canevacci, 1999] emerge il conflitto tra la biopolitica e il corpo impolitico, tra l’economia dell’industria pesante e quella immateriale della comunicazione visuale metropolitana e delle culture digitali, ma anche e soprattutto la fuga dal potere del codice unico e delle sue iscrizioni sul corpo.

L’eccedenza digitale dei corpi, come nel  caos cosmico dei miti di fondazione in cui tutti i segni erano fluttuanti, è disponibile all’irruzione di nuovi e altri significati. E’ una sfida incessante ai meccanismi sociali del controllo, all’ordine dei poteri-saperi: la proliferazione dei segni produce corpi semiotici eXterminati, che non hanno fine, che hanno dissolto le identità monolitiche delle più tradizionali categorie sociologiche: sesso, età e genere.

Il corpo digitale è un’entità artificiale, ha molti nomi e molte età, non è più ordinabile in tipologie. Il suo contesto è lo spazio pixellatoche collassa il dato biologico:

Ora entity – letteralmente entità – è il post concetto con cui diventa quasi impossibile classificare, almeno secondo i parametri dualistici o sintetici della modernità […] diluisce le fissazioni binarie fino a dissolverle, svincolata da ogni residuo mistico-arcaico si configura e configura nuove spazialità corporee. [Canevacci,1999: 38-39]

Le nuove spazialità corporee nella danza di tutti i codici rimuovono la fissità dei ruoli ascritti a vita, il corpo è ora un testo senza titoli né capitoli, il suo gioco polisemico racconta ciò che lo muove: il desiderio. Un desiderio nomade che sottrae il corpo al controllo generalizzato del biopotere che organizza tempi e spazi, le gerarchie degli sguardi, le emozioni. Un desiderio disordinante che irrompe in ogni modello esemplare, conosce il limite e lo attraversa, non sa nulla dell’ortodossia dei saperi, della razionalità del calcolo, di verità, menzogne ed equivalenze. Il suo flusso anomico è insofferente alle regole, il suo tempo è quello della danza dionisiaca, del sacro, della festa che infrange tutti i divieti, della trasgressione ritualizzata che sovverte l’ordine sociale.

La vita creativa genera continuamente qualcosa che non è di per sé più vita, qualcosa contro cui la vita muove , qualcosa che si oppone a essa con esigenze sue proprie e che non si può esprimere se non in forme che sono e significano qualcosa di loro proprio diritto e indipendentemente da essa. [Simmel, 1913:143].

Le forme vincolanti in cui la vita è costretta, i limiti che la vita pone a sé medesima, si dissolvono nella dialettica tra spirito oggettivo – le forze eterogenee della società e della cultura – e spirito soggettivo, libero e creativo, che tende a subordinare a sè le forme in cui è costretto.

Simmel – scrive Alberto Izzo – non spiega quale sia la forza che trascina la vita fuori di sé, per superare le forme in cui essa si chiude. [Izzo, 1991:170].

Per me la forza che trascina la vita fuori da ogni forma delimitante, costrittiva, risiede nel flusso anomico e disordinante del desiderio, nella sua forza creativa, generativa di altri futuri possibili.

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