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17 ottobre 2012

Antropologia Medica – Editoriale

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Apro il Numero Zero della Rivista di Scienze Sociali in primo luogo con i ringraziamenti a docenti e collaboratori che hanno reso possibile questo progetto e in secondo luogo con una breve introduzione alle teorie e alle pratiche disciplinari in Antropologia Medica, che delinea il profilo di una scienza interpretativa in cerca di significati (Clifford Geertz, 1987), senza tuttavia chiudere in una definizione esaustiva ambiti disciplinari che, nelle molte direzioni di studio, raccolgono stimoli e riflessioni da molteplici orizzonti di studio e ricerca, piegando alla storicità del pensiero concetti, teorie, slittamenti paradigmatici.

Ringrazio il prof. Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma), che attualmente  vive e insegna in Brasile. Autore di numerosi saggi pubblicati in Italia e all’estero, nel 1995 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Federativa del Brasile l’Ordem Nacional do Cruzeiro do Sul, massima  onorificenza concessa a uno studioso straniero.

Le sue appassionate lezioni, e le illuminanti sollecitazioni a non fermarsi alla datità del testo, del manuale, mi hanno consentito di attraversare i confini disciplinari, dall’Antropologia alla Sociologia e alla Medicina Sociale, e di elaborare un particolare percorso di ricerca, un’etnografia del corpo che mette a fuoco i primi tasselli di un progetto molto più ambizioso: un’etnografia dei contesti locali e globali della salute e della malattia.

Essere docente nel senso pieno del termine vuol dire infatti condurre il discente sulla soglia della sua mente, vuol dire sollecitare la curiosità della scoperta, piuttosto che impartire ex alto una lezione di retorica scientifica. Vuol dire fare della circolarità orizzontale della dialogica didattica un metodo e una pratica democratica. Dunque lo ringrazio qui e ora per tutto quello che ha saputo darmi e che porterò con me come dono, memoria indelebile di un incontro in cui le emozioni dell’ascolto sono state filtro e lente di ingrandimento, poetica e politica di nuove e inedite etnografie e antropologie.

Il primo articolo che apre questo numero della rivista è, non a caso, un saggio breve del prof. Massimo Canevacci, che dà in qualche modo la misura dell’intreccio di emozioni e ragioni che muovono le poetiche e le politiche del ricercatore sul campo. Sono pagine thick, tra Poesia e Antropologia: dicono che ogni esperienza maturata nella ricerca e nella didattica è prima di tutto un’esperienza umana, esplorazione e viaggio, un farsi ininterrottamente altro nella bellezza e nella ricerca di un altrove.

Ringrazio il prof. Giulio Moini, docente di Analisi delle Politiche Pubbliche alla Facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma. Tra le sue numerose pubblicazioni scientifiche ho selezionato per questo numero della rivista un contributo che ancora oggi è una delle più esaustive analisi critiche del cambiamento introdotto nei sistemi sanitari dei paesi di area OCSE dalle riforme degli anni Novanta e dai processi di aziendalizzazione della sanità pubblica.

Lo ringrazio, dunque, di aver reso disponibile per questo numero della rivista il quarto capitolo del suo saggio “Welfare e Salute”, che analizza non solo l’eziopatogenesi sociale e politica della malattia, ma anche la correlazione inversa tra variabili strutturali e socio-economiche (il reddito pro-capite, il livello di istruzione, la condizione occupazionale) e i tassi di morbilità, mortalità e di esposizione ai fattori patogeni.

Ringrazio anche la dott.ssa Francesca D’Angeli, dottoranda in Politiche Pubbliche all’Università degli Studi “La Sapienza” (Roma), e la  Teresa Iannaccone, per i preziosi contributi alla rivista e anche per il sostegno nei momenti d’incertezza che sempre accompagnano ogni impresa umana e scientifica.

Infine un ringraziamento particolare al prof. Ivo Quaranta e al prof. Giovanni Pizza. Nella bibliografia disponibile e  più aperta a nuovi orizzonti di ricerca sono numerosi i loro contributi, felice premessa di un maggior radicamento dell’insegnamento dell’Antropologia Medica in Italia, nei contesti universitari e negli Istituti di ricerca, mai attraversati dalle illuminazioni della scuola di Medicina Sociale di Harvard.

La prima riflessione critica delle dimensioni della salute e della malattia è maturata ad Harvard sulle nozioni di corpo e mente sedimentate nella tradizione filosofica occidentale, nella Teologia Cristiana e nei saperi della Biomedica.

Gli antropologi della scuola di Medicina Sociale hanno elaborato da un lato una riflessione sulle definizioni di salute e malattia  negoziati nelle pratiche discorsive del quotidiano, dall’altro hanno elaborato nuove modalità di analisi dei sistemi medici e dell’esperienza incorporata della malattia.

Prevale oggi una sensibilità critica e riflessiva sui fenomeni che andiamo osservando e che non hanno molta autonomia rispetto alle retoriche di autorità scientifica, alla costruzione sociale dei saperi sul corpo.

A partire dalla messa fuoco dei concetti di  embodimen(Thomas Csordas) e di mindful-body (Nancy Sheper Hughes) la salute e la malattia sono state ridefinite figure del corpo, ne è stata sottolineata la dimensione sociale e politica, comunicativa e simbolica.

Inoltre, per superare il riduzionismo biologico della Biomedica, sono stati indagati i rapporti di forza e di potere che di volta in volta hanno determinato il corso dei processi di istituzionalizzazione del ruolo del malato e del medico sulla scena della cura, la formazione delle categorie nosologiche e, sulla base di parametri di efficienza economica, dei costrutti di produttività medica.

La dimensione egemonica dei saperi della Biomedica non è, infatti, solo una costruzione teorico-scientifica, ma è anche costruzione sociale e politica nella misura in cui scrive nei corpi modalità del vivere la malattia, occultando la sua dimensione simbolica, sociale e politica.

Il termine-concetto di Biomedica da tempo in uso in Antropologia Medica definisce il sistema medico occidentale e consente di distinguere la medicina occidentale da altri sistemi medici, saperi e pratiche di cura.

La distinzione tra il sistema medico occidentale e altri sistemi medici e le descrizioni del sistema medico come insieme di rappresentazioni, risorse materiali e simboliche, saperi e pratiche organizzative, hanno consentito di osservare la Biomedica come uno dei tanti sotto-sistemi culturali costruiti nei diversi mondi locali per dare risposta alle domande di cura: un insieme strutturato di norme, principi, dati per scontati, che hanno mostrato alla luce della storia della scienza i limiti di ogni pretesa di verità sul corpo e sulla malattia data una volta per tutte.

La riflessione antropologica sui sistemi medici ha comportato anche una rivisitazione del concetto di cultura biomedica, erroneamente concepita come un sistema unitario e omogeneo al suo interno, e la scoperta di assetti istituzionali instabili in cui si incontrano e confliggono non solo attori e culture differenti di tutti gli attori in gioco sulla scena della cura – medici, infermieri, operatori sanitari e pazienti – ma anche associazioni, agenzie governative e non governative, enti locali pubblici e privati, portatori di interessi pubblici e privati.

L’instabilità dei rapporti di forza negli assetti istituzionali del campo sanitario ha mostrato come il sistema Biomedica non sia separabile dai processi e dalle trasformazioni che emergono nel farsi stesso dei processi sociali, delle pratiche organizzative e simboliche.

Al concetto unitario di cultura e di sistema medico, un approccio che riduce la variabilità e le differenze nel campo biomedico ad un codice culturale unico, si preferisce oggi un concetto più fluido, plurale, attento alle sue differenze interne, di cultura del corpo e della malattia. Piuttosto che di sistema culturale biomedico unitario, che mostra i suoi limiti teorici e analitici, si preferisce dunque parlare di “campo biomedico”: un’intersezione di differenti pratiche materiali e simboliche, codici e valori, che non sono essenze, sono piuttosto processi che devono essere indagati e spiegati con gli strumenti teorici e interpretativi della nuova antropologia critica.

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