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10 aprile 2014

Per un’antropologia della nuda vita contro la logica tele-capitalistica della vita nuda

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Siamo tutti “clochard dell’anima”

 

Le tante recentissime inchieste di tipo economico-giudiziario (vedi caso Ilva di Taranto) hanno svelato il cuore malato del cosiddetto “capitalismo cognitivo”, cerniera perfetta e macabro sigillo fra la nuda vita e la vita nuda. Esso cioè, da un lato assume come risorsa da sfruttare non più soltanto i muscoli, le braccia, le reazioni fisiche, la disciplina dei tempi e dei movimenti a una catena di montaggio, ma anche i desideri, le tensioni, i consumi, i saperi pratici, le inclinazioni del sentire, le competenze intellettuali, tutto quanto può essere inquadrato come la “nudità” psicofisica dell’individuo, i suoi tratti primari e più intimi. Dall’altro, inserendo l’insieme di questo patrimonio organico e comportamentale nelle cinghie, spesso supplizianti, di un funzionalismo logico-industriale globale, ci astrae dalla vita vera, fatta di passioni, progetti e complessità, per riconsegnarcela “nuda” storicamente e socialmente, ovvero abusata, offesa, deturpata, depotenziata, tarlata di disoccupazione, disperazione, isolamento, guasti ambientali e cieli rattrappiti. Esattamente quanto succede in tutte le cosiddette “periferie” del mondo della miseria diffusa e del lavoro che non c’è, fra fabbriche che producono morte e un’esistenza che, senza individuazione all’interno della collettività e del tessuto economico, sa di tremore e di vuoto.

Dice Pietro Barcellona in La speranza contro la paura: “L’epoca in cui viviamo si caratterizza per la trasformazione del processo riproduttivo sociale in fattore produttivo economico, che assume la creazione della vita a elemento del ciclo dell’accumulazione capitalistica”; “Ciò che sta accadendo è una messa a profitto dell’intera vita degli uomini e delle donne, che annulla ogni tradizionale distinzione fra tempo di lavoro e tempo di vita, fra autonomia della società e produzione di valori monetari”. Barcellona individua nello stigma dell’”utilizzabile e del traducibile” la cifra di un’estetica di massa incistata in un assetto economico basato sul neoliberismo più feroce, sorretto da una ipertrofia dei linguaggi scientifici predittivi e costrittivi, che riducono la vastità e bellezza dell’agire umano in asettiche curvature evoluzionistiche, in sistemi chiusi e deterministici all’interno dei quali ogni oncia di libertà, ogni finalità autopoietica, ogni ombra del Mistero e del Tragico viene convertita in eliche del dna o formule matematiche.

Un patto scellerato fra Denaro e Scienza, con la complicità della Comunicazione che ci offre istanti slacciati e parole senza senso. Ecco dunque rimpicciolirsi e impoverirsi quello spazio della relazione, dell’affettività, della territorialità, del riconoscimento reciproco e dell’apertura al futuro; e un divenire, invece, pervasivi e tentacolari da parte di quei dispositivi che ci condannano alla “paura”, appunto, di non farcela, di non comprare sufficientemente, di non rinnovare costantemente la nostra vita secondo i diktat del marketing e delle speculazioni finanziarie, pronti a spolpare la nostra interiorità in nome di una finta sicurezza, di una nuova formula di cittadinanza, parossistica e conveniente solo per i poteri forti. Senza effettività e coscienza, coltiviamo – secondo Barcellona – “la vacua fluidità del piacere”, un naufragio perenne dell’io, una rottura col simbolico.

Chi sono tutte quelle persone che coltivano il riposto desiderio di ottenere la grande svolta nella vita, di diventare “personaggio” dello spettacolo, di vedere apprezzate doti canore inesistenti, che, visto lo smottamento qualitativo che travolge i palinsesti televisivi da anni, ritengono di potersi ritagliare un loro orticello di notorietà con qualche smorfia, due barzellette e una canzoncina a cappella, affollando a decine di migliaia i casting dei reality più imbecilli e delle trasmissioni di maggior impatto sulle masse? Sono tutte persone sottilmente disperate, spiazzate dai magri bilanci, violentate dall’anonimato, disprezzate dal Sistema, che scelgono il circo, l’avvenenza, l’arte del camuffamento e dell’improvvisazione più sbilenca per dare un senso a esistenze altrimenti soffocate dai ritmi stanchi della periferia, o ingrigite da un applauso, da una gratificazione che stenta ad arrivare, nelle cinghie salariali come nelle relazioni interpersonali. Una sorta di depressione felice e connivente  – potremmo definirla – che sposta le lancette dei nostri orologi biologici.

Ma se la sottraiamo alle striminzite interpretazioni cliniche e farmacologiche, la depressione può essere rappresentata come una orlatura, una linea d’ombra che tratteggia la vicinanza, e frequentemente la sovrapposizione, fra due aree emozionali e comportamentali ben precise. Da un lato, l’infondatezza del nostro essere, la tragicità della condizione umana, la malinconia che sa di un infinito irraggiungibile, la fragilità di ogni nostro apparire e dire. Dall’altro, un sentimento di esclusione, di precarietà che sa di lotta per la sopravvivenza, uno stress psicologico incombente dettato da bisogni insoddisfatti e frustrazioni. La prima mappa, se così possiamo definirla, insiste sul lato oscuro ma incoercibile della nostra ontologia profonda. Fattore altamente “depressivo” per via dell’assenza di garanzie, di paradigmi di salvezza, di certezze sul chi siamo e dove andiamo. La seconda è frutto di meccanismi sociali cooptanti, di dispositivi relazionali, politici e produttivi innescati da un certo modello di sviluppo che da tempo, ormai, sfida e sfibra l’individuo a vantaggio di classi più abbienti e di sistemi di controllo pervasivi e annichilenti. È alla giunzione di queste due dimensioni che Aldo Bonomi intravede quella “terra di mezzo tra l’Io e il Noi” che sa di sconfitta, avvilimento ma anche di insicurezza creativa e di riaccensione dei legami affettivi e comunicazionali così offuscati da un capitalismo onnivoro e alienante.

In Elogio della depressione il sociologo intrattiene un dialogo con lo psichiatra di impronta fenomenologica Eugenio Borgna, e il libro, scritto a quattro mani, è proprio il tentativo di vedere nella depressione non solo uno stigma della nostra epoca caratterizzata dalle “passioni tristi”, dalla inermità, dall’oblìo dei grandi valori, ma anche un’oscurità che apre alla luminosità dell’essere, una dignità della sofferenza che contiene i germi della bontà, della gentilezza, della non violenza, e pur tuttavia la “sfrenatezza” – come dice Romano Guardini – che fa traboccare a fiotti la vita dalle anime apparentemente più disagiate e pensose. La “terra di mezzo”, quella sospesa come un lembo di speranza fra le pene dell’identità e lo squassamento delle contraddizioni sociali, urla insomma la necessità di una “comunità”, di una narrazione collettiva, di una trasversalità della conoscenza e del sentire che nel pozzo nero dell’esistenza, nella notte della nostra origine, colga un elemento di condivisione, di pathos, di slancio di libertà e vicinanza. Come a dire che, proprio in un momento storico in cui la fame, la disoccupazione, la crisi delle ragioni del cuore, il collasso delle istituzioni, la perdita dell’apprensione dell’altro, allargano e ulcerano le nostre ferite quotidiane, consegnandoci all’infelicità di un ingovernabile desolante scoramento, proprio allora, proprio lì, va cercata una cerniera più analitica, più sommersa e sorprendente con il dolore generale, pre-categoriale dello stare al mondo in quanto tale.

È la dialettica della “nuda vita” e della “vita nuda”, secondo Bonomi, ed è proprio negli attuali ferocissimi risvolti della net-economy che lo spiazzamento, l’angoscia, il rattrappimento delle menti, la mancanza di un affaccio al futuro, diventano nutrimento palpitante, drammatico, ineludibile per un ripensamento globale della propria immagine e del vivere in mezzo agli altri. Il sangue che deve portare al senso.

La depressione come turbamento e malattia che riporta a quello “spaesamento” primario, a quella “comune terrestrità” dove è già data l’inconsistenza, la vertigine, per tutti, e dove l’unico codice non può che essere la mutualità, la fratellanza, la luce buona di un patire che va trasceso. Dice Bonomi: “Un esercito della società dei servizi che lavora mettendo al lavoro la propria nuda vita, cioè il pensare, il sentire, il ricordare, il comunicare. Dentro questo chi non ce la fa a reggere è out, è depresso. O, se non ce la fai, ti devi impasticcare per reggere il livello di stress… Dall’altra parte, anche nelle nostre città, viene sempre più avanti la vita nuda, il mangiare, dormire, coprirsi, le cose elementari del corpo e quindi le vere differenze sono fra chi mette al lavoro la propria nuda vita e chi ha solo la propria vita nuda… differenze che spaccano in due il corpo, scindono la mente dal corpo e così spaccano il corpo sociale”.

Bonomi e Borgna, dall’alto delle loro esperienze professionali, uno sul territorio e nei microcosmi locali, l’altro a contatto con la follia, le psicopatologie, le morse d’acciaio dei deliri e delle diagnosi mercificate delle mura ospedaliere, è come se ci mettessero in guardia, ma ci offrissero un’opportunità irrinunciabile. Finite le ideologie del ‘900, scoperchiate le comode dimore del concetto di classe o di nazione, evitare il pauperismo spirituale e la disgregazione dei rapporti interpersonali diventa un imperativo, per risolvere il quale bisogna recuperare quella che, proprio Borgna, con il solito amorevole e raffinato acume di “basagliano”, definisce “comunità di destino”: l’ultima chance di ricomposizione delle schegge della nostra anima e di reintegro di un rispetto verso la solidarietà, la reciprocità, l’immedesimazione negli abissi e nelle debolezze di chi ci accompagna nell’aspro cammino della vita.

La storia si ricongiunge alla metafisica del soggetto attraverso il bagliore di una metafora dell’empatia che finalmente sbaraglia l’entropia. Dice Borgna: “La fragilità, la depressione, si fanno così fonti di aggregazione sociale e di rivolta morale, e testimoniano della presenza di persone che sono incapaci di aggressività, e di violenza, e che, chiedendo di essere aiutate, conoscono immediatamente quelli che sono i bisogni di aiuto degli altri. Questa comunione di anime ferite dalla vita, questa comunità di destini, formano come lo sfondo silenzioso di una vita dominata, e divorata, da ben altri orizzonti: quelli delle ribalte sempre accese, del successo ricercato in ogni campo con febbrile ostinazione, delle ricchezze ostentate e segrete, della indifferenza alle ragioni del cuore e della insensibilità al dolore, al sacrificio”.

“Ripartire dai sussurri e non dalle urla” significa allora per i due autori abiurare il potere della biopolitica, il management delle emozioni e dei desideri, e riabbracciare il vocabolario della “cura” all’interno del quale la logica del gestire e dell’accumulare cede il passo al professare la verità di sé. Come diceva Foucault: “Fonda te stesso in libertà, attraverso la padronanza di te”.

Pier Aldo Rovatti, avversario di quella che definisce come una dilagante “cultura terapeutica” che ci ha reso tutti pazienti, tremanti, ansiosi, qualunquisticamente disagiati psichici, bisognosi di interventi lenitivi e di “consigli” su come condurre le nostre esistenze, propone in La filosofia può curare? la bellezza di un “produrre affanno” e di una “respirazione contro” come argine a quelle che, a uno sguardo più approfondito, non possono che apparire “ortopedie per sedare i conflitti”.

La consulenza generalizzata, il cosiddetto counseling, non ha più nulla del sapere filosofico che impone, al contrario, aporia, paradosso, senso del superamento dei limiti e incessante messa in gioco del soggetto nelle predicazioni scientifiche sugli oggetti e le sue passioni. Si è passati, insomma, dalla sorveglianza disciplinare di foucaultiana memoria, ad un regime di “autosorveglianza”: introiezione, con sempre meno varchi e ritorni, di quei discorsi del potere ufficiale che deve addomesticare e normalizzare ogni simbolicità del dolore e della contingenza (Bonomi parla in modo folgorante al riguardo di “psicocrazia” contro la “somatocrazia” delle fabbriche e dei manicomi).

La macchina del sapere-potere ha come suo rovescio della medaglia l’eclissi della libertà, della nudità dell’uomo che solo nella “parola ritardata”, nell’arretramento dal potere, in quel ritmo dissociato che spezza la perfetta musicalità della soggezione alla lettera del dominio, può ritrovare la sua più netta sostanza filosofica, là dove il rischio si armonizza col benessere e dove la cifra della ribellione, questa sì, è già salute. “Noi non smettiamo, a ogni momento, di costruire un soggetto padroneggiabile e dunque padroneggiato, però possiamo andare contemporaneamente nella direzione opposta, introdurre delle deviazioni, decostruire e dunque allentare il soggetto che ogni volta siamo…Uno sdoppiamento virtuoso, una lotta tra noi e noi stessi per uscire dalla bolla in cui siamo tenuti e ci tratteniamo”. Nell’”abitare la distanza”, capiamo che un’estraneità, un’alterità incolmabile presiede al nostro equilibrio, ed è ancora una volta in quella che Rovatti chiama “decompressione”, e che fa davvero rima con il concetto di “depressione” di Bonomi e Borgna, che possiamo ritrovare una scena, un luogo  di tutti con tutti dove la terapia da somministrare è omeopatica alla nostra splendida flebile incompletezza.

A questa dinamica del particolare e del generale nella filosofica apprensione del reale e delle sue possibili trasformazioni, Augé si era appellato nel suo Diario di un senza fissa dimora.

Un ispettore del Fisco a riposo si guarda allo specchio e si ritrova povero all’improvviso. I duemila euro scarsi di pensione che percepisce mensilmente vengono quasi per la metà assorbiti da un esoso assegno di mantenimento versato alla prima moglie. La seconda l’ha appena mollato lasciandogli l’affitto di casa che da solo basterebbe a rovinarlo. Deve stringere la cinghia. Niente cellulare, tv, elettronica. Bisogna subito abbandonare l’appartamento. Recuperare la cauzione del contratto. Avvertire la portinaia.  Ridare le chiavi. Svendere a prezzi spartani il mobilio a un rigattiere astuto e senza pietà. Cominciare a fare le prove per quello che sarà il nuovo tetto, da ora in poi: l’automobile. Comincia così, con una scena neanche tanto surreale, il libro.

E la follia, nella metodologia e nella filosofia di Augé, non è genericamente la recessione economica, le sacche di disoccupazione, l’implosione dei sistemi istituzionali, quanto il rattrappimento dell’individualità, l’ondeggiare del sé, il suo disancoraggio e naufragio in uno sfibrato tessuto di connessioni, prima ancora che di relazioni, che ne atomizzano le scelte e ne neutralizzano gli sforzi comunicativi ed affettivi. È ancora una volta il “nonluogo”, baricentro da decenni delle speculazioni di Augé, a spezzare le trame espressive del protagonista, ad assorbirlo nelle sue luci intermittenti, a trasformarlo in un termostato dove socialità, valori condivisi, finanche le più elementari forme di progettualità, sono accesi e spenti alla bisogna, e come perennemente estradati, involontariamente sceneggiati, dimidiati fra ruolo e anima, funzione e partecipazione. L’uomo diventa pellegrino, profugo, utente dell’esistenza, anche se mancano caselli e ticket da pagare.

La spaziotemporalità, trascendentale e categoriale in Kant, diventa on the road in Augé, trama di rapporti, scena vivente, paesaggio di incroci, non di fuggevoli transiti. È cosmo, modulazione dell’io nel mondo, presenza chez soi, presso di sé, attraverso il “noi”, tessitura di pelle e urbanità. Identità, relazione, storia. Ovvero: riconoscimento reciproco attraverso il fare e la memoria, processo di simbolizzazione profonda. Esattamente ciò che manca nel nonluogo dove c’è solo “solitudine e similitudine”, codice d’accesso, indifferenza senza integrazione, gratificazione senza passione. Una dinamica a dir poco tettonica precisata proprio nell’opera Nonluoghi: “Il luogo e il nonluogo sono piuttosto delle polarità sfuggenti: il primo non è mai completamente cancellato, e il secondo non si compie mai totalmente”; “Il ritorno al luogo è il rimedio cui ricorre il frequentatore di nonluoghi”.

Esattamente ciò che accade al protagonista di questo tagliente e attualissimo Diario. La vera condanna al nonluogo per un neo-clochard come lui non è tanto dimenticare salotti e stanze da letto e vagare per cavalcavia, parcheggi, stazioni di servizio e snodi ferroviari abbandonati e divorati dalle ortiche, quanto l’avvertire una vertigine di estraneazione dal consorzio umano anche in un bar “caldo” di avventori e servizi rilassanti, nella locanda dove ritrova il dolce contatto fisico con una donna che forse ama, nella villa dell’amico dove il giardino, l’ospitalità, il buon vino e un nostalgico tramonto non lo convincono ugualmente ad accettare un trasloco e un’accoglienza. Mentre, per converso, il ciglio rovinoso di un dirupo dove una disaccorta frenata lo fa uscire fuori di carreggiata, diventa uno stupendo pensatoio, fra i sospiri del bosco, al riparo dai rumori della modernità, per riflettere sulla sua felicità mista a disperazione.

Ecco che allora il nonluogo si rivela in tutta la sua tragicità. Esso non è solo il recinto anonimo e spersonalizzante di autostrade, ipermercati, alberghi e bistrot. Non sopprime solo nel consumo e nella folla le diversità e le radici di ciascuno preso nella sua irripetibilità. Esso è lo smarrimento sempre incipiente, l’”assenza” incolmabile che geograficamente traluce, lo scarto che incombe fra un senso possibile e quell’arido imitare la “parte” dell’ex funzionario, sempre benestante e in carriera, che sorride amabilmente a un barista ma non vede l’ora di imboccare a tutta velocità la via che porta verso la Senna. Per sparire a tutto e a tutti, verso il vero “luogo” che, alla fine di un lungo percorso di vita, rende forse equivalente il fantasma di un suicidio alla prossima baracca in cui adagiarsi.

Il nonluogo, allora, come scarto fra una finta familiarità del consumo e una comunanza del destino che si apre come una crepa, una slabbratura nei meccanicismi e nelle oscenizzazioni del sentire, sicché un giorno, proprio attraverso l’esercizio di una solitudine-aggregante che si fa largo fra ticket aerei e menù di ristoranti, potremmo paradossalmente scoprire che “l’insieme dello spazio terrestre diventerà un luogo” e che solidarietà e prossimità, sature di oggetti, possono ritornare alla loro luce primordiale se soltanto le sganciamo dagli airbag con cui il Capitale ne ammorbidisce gli urti, ovvero da quei dispositivi di sicurezza passiva che ne leniscono, affievoliscono la forza dirompente e desiderante. Il nonluogo allora come un precipizio dell’anima, volta celeste e deserto da mettere a frutto, reticolo sanguigno della nostra nullità.

Un coraggio che prima o poi dovremo ritrovare. Perché la Tecno-politica e lo Spettacolo-Impresa ci costituiscono come frame, come addensante; soprattutto adesso che – come dice Michel Serres in Non è un mondo per vecchi – al canonico rapporto Stato/stasi subentra quella “sofisticazione” che ci costringe a una lotta che sembra non avere più l’odore delle barricate e della polvere da sparo, ma proprio la risolutezza di una “disintossicazione eroica che ci purgherebbe dei sonniferi distribuiti da tanti dispensatori di torpore”. L’ineludibile dimensione della tecnica e del sapere applicato al potere va, dunque, secondo il filosofo francese, squadernata, come scuoiata, aperta come un baccello e ricondotta – soprattutto in un’epoca che le informazioni le ha esternalizzate in mega-contenitori e banche dati che interagiscono con le nostre memorie cerebrali – ad una “intuizione innovatrice e vivace” che non abdichi all’ordine e alla ragione ma conferisca loro una tonalità e una curvatura non asettici, non captanti, intercettando quell’”enorme domanda politica” che incalza da più parti. Dice Serres: “Mi converto a questo vuoto, a quest’aria impalpabile, a quest’anima, espressioni che traducono questo vento… invento se arrivo a questo vuoto. Non mi riconoscete più dalla testa, né da ciò che vi è stipato dentro, né dal suo profilo cognitivo singolare, ma dalla sua assenza immateriale, dalla luce trasparente che emana dalla decapitazione. Da questo niente”.

È  il niente del nuovo, il vero atto fondante, l’intarsio delle singolarità che creano e delle loro irripetibilità, il codice del “vivente singolare” che incrocia il generale e l’individuale, l’indecifrabile e il cifrabile, l’apparire nell’unicità. A patto che rifranga questa sua forza verso la capsula dello Stesso e gli apriori del sociale determinato e delle astrazioni centralizzate che si attivano come satellite/sonda rispetto al soggetto, ovvero orbitano intorno a lui e lo auscultano, per condizionarlo nello sguardo e nell’intimità. A patto che lasci addivenire un universo non conformista ma screziato, multifacciale, polimorfo, “tigrato” dice Serres. Diversamente, l’eterogeneo dell’uomo unico, viandante in compagnia di altri uomini unici, si lascerà permeare dal siero “magico” delle chance, dallo sfavillio degli strumenti a disposizione, dalla dispettosa arroganza di chi crede di sapere oltre ogni insegnamento sol perché le sue fonti informative si sono moltiplicate, dal brusìo che sarà solo chiacchiericcio e non preparazione a un avvento. La singolarità dovrà essere sempre un “ex” che va verso l’”extra”, una provenienza che si coagula e spazia nell’esistenza, ma proponendosi come ingovernabile, inimitabile e in prima linea nella battaglia per un oltre. Altrimenti è un fantoccio abbigliato, iperdotato e imbellettato dal Sistema.

Serres parla della “comune lallazione” del “noi soffriamo”, “rumore di fondo” e voce dell’umano.

Mentre cosa accade nei sistemi chiusi? La variatio interna è solo una modulazione di qualcosa che prima o poi si abbatte in modo inappellabile, eseguendo un ordine, un interesse centralizzato, una finalità senza contrappunti, simulando la ricchezza delle risorse, ma spaziando la Legge. Una fiction di supporto. Nella ratio dello spettacolo può esserci solo una discontinuità sempre irretita dal codice segreto, dalle “password” autorali, dagli ingranaggi della macchina televisiva. Un testo costipato, già-scritto, che allarga e restringe le sue maglie, senza che i sensi che sgocciolano ai lati possano creare nuove correnti e nuovi alvei. L’illusione del capitalismo applicata all’immaginario e alle irregolarità accidentali è tutta qui: nella menzogna di una libertà o di un eccesso che è solo la riconferma più triste del dedalo che li opprime.

Ma possiamo dire di più. La microfisica degli pseudosaperi razionalizzanti/repressivi che hanno come unico portato euristico la liquidità dei propri presupposti concettuali e la forza estetico-pubblicitaria con la quale impongono il loro messaggio a una cittadinanza ormai inerte, si trasforma, a livello televisivo, per esempio, in una ragnatela di programmi che, guarda caso, stanno riscuotendo un notevole successo. Un intero palinsesto riproduce la necessità del Sistema di annichilire, inaridire, disarcionare, menomare, slogare alla base tutto quanto è evento, soggettività o situazionalità che aprirebbe pericolosi scenari di critica interna.

Il canale Sky Real Time ha fasce giornaliere coperte solo da questo tipo di offerta, là dove emergono figure, professionalità, ruoli intra-istituzionali così disseminati e parcellizzati da far schizzare verso l’alto la soglia dell’intrattenimento (notoriamente aduso a curiosità e morbosità), e verso il basso i propositi di lettura d’insieme del sociale così mistificato, corretto e canalizzato in chiave anti-olistica. Ma rispetto all’estetica dell’oggetto potremmo dire il contrario: ciò che è (o sarebbe) fonte di conoscenza e bellezza viene brutalizzato, sommerso, sprofondato, costipato, reso fattizio/fittizio, dunque rinsaldato verso il basso, mentre la sua spinta ascensionale, in quanto liberatoria ed emancipante, è come del tutto obliata dal mero trastullo della sua matericità, della sua infinita tecno-plasticità.

L’aspetto soft di singoli giochi linguistici, dunque, liofilizza o spappola del tutto il gioco linguistico interdisciplinare della società in toto, che diventa, a quel punto, come un territorio attraversato da tanti canali irrigui e geometrizzato da tante proprietà private, ma senza un’appartenenza o una seppur lontana idea di convivio.

Ecco allora gli esperti di “accumulo compulsivo” e di “disordine cronico” agire in Sepolti in casa; gli esperti di “malattie imbarazzanti” (vedi nota 65) nell’omonima striscia; gli esperti di educazione e crescita dei figli in Jo Frost: SOS genitori;  gli esperti del mercato immobiliare in Vendo casa; gli esperti di buon gusto, bon ton, look in Shopping night e Ma come ti vesti?!; gli esperti di gastronomia in Fuori menu; gli esperti del risparmio in Pazzi per la spesa; gli esperti di “design delle torte” in Provaci ancora Angelo; gli esperti di “nail art” in Nail lab; gli esperti di make-up in Make-up time. E poi esperti di problemi di coppia come in Sex Therapy, esperti di giochi, di cerimonie, di detecting, di diete dimagranti; gli esempi potrebbero aumentare, in una sorta di sapere/potere-ombrello che spiega tutto, insegna tutto, motiva su tutto, distoglie su e da tutto, grazie alla codifica di condotte, a “galatei” di ogni umana decisione, in un isomorfismo immobile fra ciò che accade e ciò che “deve” accadere, fra la parola che la singolarità “si prende” e quella che “le viene data” dalla formula patteggiata corrispettiva. Come dice Agamben nel suo saggio Forma-di-vita, la forma-di-vita della nuda vita cede il passo alle “molteplici forme di vita astrattamente ricodificate in identità giuridico-sociali (l’elettore, il lavoratore dipendente, il giornalista, lo studente, m anche il sieropositivo, il travestito, la porno-star, l’anziano, il genitore, la donna), che riposano tutte su quella”.

Auspica Nancy in Corpus: “Liberazione dei corpi, invece, – riapertura dello spazio che il capitale concentra e reinveste in un tempo sempre serrato, acuto, stridente. Corpo made in time. La creazione è, lei sì, eterna: l’eternità è l’estensione, il mare che si confonde col sole, lo spaziamento come la resistenza e la rivolta dei corpi creati”. L’errore di sistema, il blackout della rete, l’interruzione di energia, il default monetario, sono impasse che rispondono a matrici di senso, configurazioni e lettere la cui dicibilità è sempre parziale, ma il cui potere di controllo è totale. Anche il distacco indotto di alcune sinapsi cognitive nel pubblico di un format televisivo attraverso la finzione di una forma di rispetto (la posticcia autorevolezza ed equidistanza della De Filippi nei suoi programmi, per esempio), è solo il più tronfio e geometrico rispetto della forma. L’aurora di un immaginario televisivo ecologico, fatta di corpi sensi e qualità, è tutta un’altra cosa.

Ancora Nancy: “L’uguaglianza è la condizione dei corpi. Che c’è di più comune dei corpi? “Comunità” vuol dire innanzitutto l’esposizione nuda di un’uguale, banale, evidenza che soffre, che gode, che trema. Ed è proprio ciò che l’alba sottrae a tutti i sacrifici e a tutti i fantasmi, per offrirlo al mondo dei corpi”.

Ed è proprio a questa luce baluginante che dobbiamo guardare per muovere le prue del nostro pensiero e del nostro futuro. Siamo tutti clochard dell’anima, dunque, che condividono la miseria e la bellezza. E se l’universo della tecnica è insopprimibile, i “tecnici” professionisti dovranno saper impugnare bene il timone della nave, altrimenti saranno solo traghettatori osceni verso l’inferno dell’incoscienza, senza passare per il purgatorio della cura.

Junger è chiaro nel suo famoso Trattato del ribelle: “Il mondo storico in cui ci troviamo ricorda una nave che si muove velocemente mostrando ora il lato del comfort, ora quello del terrore. Di volta in volta essa è Titanic o Leviatano. E poiché il movimento tiene avvinto a sé lo sguardo, la maggior parte dei passeggeri ignora di trovarsi al tempo stesso in un regno in cui domina la quiete perfetta”. L’inferno degli ignobili nostromi ai quali, giorno per giorno, affidiamo il nostro tempo, è sinonimo di flutti perigliosi, o di scogli dove ci infrangiamo, o di secche dove ci areniamo.

L’inferno del Tele-Capitalismo è la perfetta equazione fra godimento immaturo e violenza silenziosa.

 

BIBLIOGRAFIA

Giorgio Agamben, Forma-di-vita in AA.VV. Comunità e  politica, a cura di Maurizio Zanardi, Cronopio, Napoli 2011

Marc Augé, Nonluoghi, Elèuthera, Milano 1993

Marc Augé, Diario di un senza fissa dimora, Raffaello Cortina, Milano 2011

Pietro Barcellona, La speranza contro la paura, Marietti, Genova/Milano 2012

Aldo Bonomi – Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Einaudi, Torino 2011

Ernst Junger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 2010

Jean-Luc Nancy, Corpus, Cronopio, Napoli 1995

Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare?, Raffaello Cortina, Milano 2006

Michel Serres, Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri, Torino 2013