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11 aprile 2014

“SincretiKa”, Massimo Canevacci. Recensione di Giorgio Cipolletta

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In occasione della pubblicazione in Italia di SincretiKa – Esplorazioni etnografiche sulle arti contemporanee di Massimo Canevacci, edizioni Bonanno, una recensione di Giorgio Cipolletta illustra la griglia interpretativa del pensiero antropologico  di Canevacci sul sincretismo e sulla differenza.

 

SincretiKa – Esplorazioni etnografiche sulle arti contemporanee è l’ultimo lavoro di Massimo Canevacci.

Già presentato sotto le vesti di e-book, il testo ci offre un intenso percorso sulla trasformazione nel rapporto tra arti e etnografie, all’interno di quel processo di globalizzazione e localizzazione che coinvolge, sconvolge e travolge i tradizionali modi di produrre cultura, consumo e comunicazione.

Massimo Canevacci riprende il lavoro di Sincretismi (costa & nolan 2004) in una nuova edizione fornendo al lettore una versione profondamente mutata e riempita di ulteriori ricerche, da Roma a Nanjing fino a Florianopolis. Proprio quel Brasile (anzi con i diversi Brasis) orienta(no) il ricercatore in differenti contesti multipli. Il disorientamento e il vagare sono il viaggio che Massimo Canevacci compie, proprio quel deambulare incerto apre a panorami sull’arte contemporanea connessi da una metodologia vagante.

La parola chiave è quella di “sincretismo”, perché il sincretismo è vago, SincretiKa è vagante. Proprio il fattore K, l’elemento kafkiano che luminoso infiamma una “a” plurale, esprime quel vagare dell’etnografo e quel vago dell’arte. Ubiquità, trasloco, eteronomia, diaspora sono gli ingredienti necessari mescolati al trittico dialogica-polifonia-ibrido per poter digerire, masticare questo interessante, coraggioso e innovativo sguardo sul mutamento di una realtà complessa, quale l’arte contemporanea. È necessario addestrare lo sguardo al mutamento in direzione di un mix di codici, applicazioni e tracce. La contemporaneità complessa si scioglie nella prospettiva innovativa e plurale che offre Canevacci.

Nel libro si possono rintracciare tre ritagli vaganti: il primo graffio presenta concetti sincretici (antropofagie, acculturazioni, glocal, quilombo) e metodi ibridi (maronizzazioni, bricolage, biforcazioni, dialogica, polifonia, eteronomia, ubiquità); il secondo ritaglio, quello centrale, si colloca su di un traslocare riflessivo, un continuo entrare ed uscire che trama tessuti su cui vagano sincretismi culturali: cinema, musica, moda, letteratura, arte pubblica.

Infine nell’ultimo ritaglio troviamo una meravigliosa fuga verso l’ubiquità in direzione di vaghezze sincretiche. La prima sensazione attraversando questo testo è proprio quella del vagare, di sentirsi improvvisamente catapultati in una sorta di smarrimento, perdita di equilibrio e un continuo sentimento del trasloco.

Proprio nel sentirsi dislocati, si attraversano le terre del Brasile, mentre si prende confidenza con il videomaker xavante Divino Tserewahu e l’artista cherokee Jimmie Durham. Il divino Tserewahu produce, crea montaggio, smuove significati per un’antropologia compositiva, mentre Jimmie Durham destabilizza le “ingenue” categorie etnografiche ed estetiche in uno straordinario viaggio nell’auto-rappresentazione.

Nella cultura digitale lo spettatore incorpora l’autore e viceversa in una contaminazione di spett-attori. La comunicazione è aumentata, confonde, attrae reciproci panorami che mescolano il locale e il globale (glocal): il sincretismo è glocal. Proprio attraverso la scoperta dell’altro si moltiplica l’io, sciogliendo il suo nodo (ii). Per Canevacci nella ricerca si sta coltivando un terreno sincretico rimasticando la letteratura e scienze sociali, mentre il compito del ricercatore è quello di moltiplicare le soggettività, contaminare i generi e accrescere le variazioni cromatiche.

Quella che Canevacci applica è una pratica sincretiKa dell’oltre, intrecciata di molteplicità, di tessuti, con tenerezza poetica snodata dove la filosofia transita dalla visione del mondo ai visori del mondo. L’occhio etnografico si addestra a decodificare la coesistenza di codici (codex espanso) in un montaggio interno su cui si dilata la percezione della simultaneità. Il lettore, lo studioso attraversa sentieri percorsi che producono cultura e trasforma intersezioni di rete organica (body corpse), dove il morto e il vivo si mescolano, ripulsano e respirano.

Le discipline esigono quindi performatività, ubiquità, simultaneità per vivere, devono uscire fuori nell’indisciplinarità delle discipline stesse, transitando una nell’altra, come nomadi, istaurando una sorta di mille piani mobili e molteplici. L’esperienza del transito e delle mescolanze sono ricombinazioni sorprendenti che anticipano e stupiscono la contemporaneità. Innesti sincretici multi-identitari scorrono nell’aria di pixel che si respira sfogliando questo volume.

Canevacci applica un feticismo metodologico alle arti visuali che conserva nella comunicazione digitale quell’aura vagamente riproducibile (digital auratic reproducibility): perfino Walter Benjamin si stupisce. Il digitale ha il potere di sincretizzare, un’aura che si riproduce, hic et nunc e being there contemporaneamente: ubiquità emozionante.

Lo stupore del molteplice sincronizza e si colloca, in quell’attimo prima. Canevacci ci regala un finale imbevendo pensieri, innamorando sull’acqua perfino Gramsci e Keats. SincretiKa è un cultura eXtrema che attraversa la pelle porosa e gli interstizi digitali. Una tripla B. (Bateson, Bachtin, Benjamin) si compone polifonicamente come una sinfonia sincretica di John Hassel, un paesaggio sonoro che mixa il ritmo biologico della natura a quello artificiale del sintonizzatore.

Acqua che sgorga, cade, sbatte, una scrittura d’acqua, dove Keats ha scritto il suo nome: transizione trans-acquatica e trans-scritturale. Quello di Canevacci è un montaggio che assembla frammenti, riflessioni metacomunicative, incontri, territori e funerali tribali. Questa sorprendente polifonia indaga sia l’oggetto che il metodo attraverso metropoli comunicazionali in cui si praticano mix di corpi-spazi, interstizi dove si respira la pratica del transurbanesimo.

SincretiKa è l’attimo prima, la condizione che ogni ricercatore deve incorporare applicando un’etnografia desiderante, stupefacente, dislocata, sensibile verso qualcosa, con natura vagante, accogliendo lo sconosciuto, assorbendo ogni atmosfera, eccedendo, direzionando lo sguardo in un incredibile e profonda dissonanza polifonica vibrante. Sincretika rovescia il no trepassing di Orson Welles, quel transito obbligatorio da superare, sporcandosi perfino le mani, per andare verso l’oltre, oltre quella linea di polvere. SincretiKa è cranio sonante, performante, carico di musiche-in-visione, ritmicità emozionate come quell’angelo terribile di Rilke che pulsa emozioni dove i sensi si assorbono.

Canevacci realizza un manifesto dedicato alla ricerca e al ricercatore, con l’invito di smarrirsi e di vagare. Come scriveva già Benjamin nella sua «Infanzia Berlinese»: Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta.

«Sinkretica» è pratica e stupore.