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7 gennaio 2017

Un’antropologia delle Herbariae: la caccia alle streghe

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La persecuzione femminile, sfociata nella “caccia alle streghe”, in Europa Occidentale

 

Cecilia D’Abrosca

I momenti storico-collettivi segnati da interpretazioni discordanti e visioni avvolte da suggestioni, sono molteplici. Un atteggiamento siffatto si rafforza in presenza di una categoria sociale che formi una minoranza silenziosa; la quale, colpita, diviene bersaglio comune ed oggetto di scherno. Tentando un’analisi e una riflessione critica, in prospettiva socio-antropologica (utilizzando la metodologia propria delle scienze sociali), di una fase storica repressiva nei confronti di donne appartenenti ad uno gruppo sociale, quello delle custodi delle prime forma di medicina popolare, va chiarito, in primo luogo, quale fosse il loro ruolo societario, la funzione di utilità sociale svolta, le competenze messe in atto, le accuse rivolte loro e le conseguenti motivazioni. In un secondo momento, sarà utile ripercorrere l’origine semantica del lemma “strega”: Perché la scelta ricade su di esso? Qual è la sua portata storica?

Le donne, oggetto dello studio, sono accusate di stregoneria, una delle possibili declinazioni del reato di eresia; a partire dalla metà del 1200, le Herbariae, figure già note e contemplate nel diritto romano, furono accusate di essere eretiche e streghe, sottoposte a processi drammatici, furono sentenziate e messe a morte sul rogo, bruciate, nella maggior parte dei casi, in altri, morirono sotto tortura. Chi erano le Herbariae? Perché a loro toccò questa sorte tanto feroce? Si è di fronte alle prime donne medico del popolo, esperte conoscitrici della Natura, delle erbe e delle piante, imparano attraverso la pratica e l’esperienza ad utilizzarle a scopo terapeutico e benefico. Ben presto i loro medicamenti, ricavati dalla natura, diventano per il popolo l’unico rimedio, l’unica cura possibile, in una realtà, quale quella medievale, che negava ogni assistenza agli strati popolari. Ma in particolare, le Herbariae lavorano per e con le donne. Tant’è che la maggior parte di esse assiste le donne al parto e le aiuta ad alleviare la sofferenza.

Le Herbariae, per le quali il diritto di Roma prescriveva il divieto di “facere cum herbis”, erano in età classica, sapienti donne greche, portate a Roma come schiave, che istruivano le donne romane, le quali, a loro volta, apprendevano e tramandavano la conoscenza acquisita alle loro figlie, trattandosi, dunque, di un sapere che presentava svariati caratteri: era in forma orale; di tipo pratico-applicativo; come si vedrà, intrecciato alle prime divinità femminili greche e al loro ruolo sociale (non trascurando le fonti epigrafiche, le quali rivelano che, le prime forme di medicina applicata sono intimamente connesse al sapere magico e ai rituali ad esso associati). Le erboriste greche, giunte a Roma, venivano ”ingaggiate” da famiglie senatorie per sanare vendette (nel caso delle esperte di veleni, le “avvelenatrici”), o per rendere un favore alle nobildonne, qualora fossero rimaste incinte a seguito di rapporti al di fuori dal matrimonio, o per curare il popolo, in particolare le donne.

Con il passare dei secoli, le Herbarie, attraverso un rudimentale metodo empirico, acquisiscono conoscenza e sapere medico, le cui radici andranno a costituire la scienza medica moderna. In molti Paesi europei la capacità di saper curare malattie della pelle attraverso le erbe, praticare aborti, utilizzare sostanze per alleviare i dolori del parto, preparare bevande per mitigare la sofferenza dell’anima, diviene un aspetto fondamentale della vita quotidiana, legato sopratutto al contesto agreste.

La Chiesa cattolica a partire dall’anno 1100-1200 inizia a perseguitare gli “eretici”, e tutte le forme di eresia, incluse le donne-streghe-medichesse. Ma occorreva costruire un impianto ideologico che legittimasse la persecuzione nei confronti di quelle donne che, per ragioni legate al loro status, non avevano il diritto ad accedere all’istruzione ufficiale, prima fra tutte – la Scuola di Salerno (che accoglieva studenti ebrei, arabi, e greci, ed era l’unica aperta alle donne); che, artefici di una forma di sapere che si oppone ai dettami della chiesa medievale, di ignorare la cura del corpo e abbandonarsi alla malattia, seppero trasgredire questo ordine, dando valore alla persona, composta da anima ma anche corpo, e come si dirà: “nulla di impuro ha a che fare col corpo”, eliminando l’idea di corpo come ricettacolo del male e della vergogna.

La Chiesa di Roma, coadiuvata dalla filosofia medievale, elabora un concetto di sessualità femminile che genera la catena semantica: donna-amante-immagine di Satana, laddove il femminile è fonte di irrazionalità.

La difficoltà di condurre uno studi di questo tipo è riguarda il tipo di “interlocutori-informatori con i quali ci si relaziona: il confronto con fonti scritte, epigrafiche, con testimonianze storiografiche e immagini testuali dal forte impatto visivo, ha guidato l’intero percorso in direzione di una profonda responsabilità verso il lettore e gli “informatori”, le donne che mi hanno permesso di ricostruire la loro sorte prediligendo una visione più “umana” oltre che animata dalla ricchezza e generosità delle scienze umane. Ma i testi scritti, si sa, non sono muti, parlano il loro linguaggio e recano significati che, in un’ottica di teoria della ricezione, va negoziato, costruito e trasmesso; ed è spesso, dal lavoro di negoziazione del senso tra autore e lettore (come nel mio caso), che si giunge alla costruzione del senso negoziato”.

L’obiettivo dello studio è di, a distanza di secoli, dare voce alle donne che non ne hanno avuta, attribuire loro un riconoscimento che non passi dal sapere ufficiale, ma che evidenzi in modo inequivocabile il loro ruolo nel processo della storia ed evoluzione della cultura umana. E’ un percorso che risponde chiaramente ad un dovere morale et etico. L’intento è, inoltre, quello di intravedere le radici della medicina e dell’esplosione delle successive scoperte (secoli XVIII-XIX) nei primi e più semplici esperimenti delle donne, che hanno spianato la strada alla scienza medica e al diritto alla cura della persona.

La violenza mimetica. Scelta della vittima: combinazione o arbitrarietà?

Il meccanismo mimetico è un processo complesso che abbraccia più momenti. È attivato da un desiderio di identificazione con un modello e imitazione dello stesso, a questo, segue una fase di rivalità che trova un’esasperazione nella crisi mimetica o sacrificale e si conclude con la designazione del capro espiatorio. Infatti, se il desiderio è di tipo mimetico, ossia imitativo, ciò implica che, un soggetto desidererà l’oggetto posseduto da un altro, che diviene oggetto d’imitazione. Nel fuoco incrociato della rivalità, l’oggetto scompare molto presto e l’unica ossessione diventa sconfiggere il rivale, piuttosto che ottenere l’oggetto che si trasforma in un semplice pretesto per esasperare il conflitto. I due rivali finiscono col diventare sempre più simili tra loro, se non identici, e si convertono ciascuno nel doppio dell’altro. La crisi mimetica è sempre una crisi d’indifferenziazione. È la sparizione dell’oggetto che favorisce l’emergere della rivalità e che si estende tutto intorno in forma contagiosa. Il desiderio mimetico ci permette di sfuggire agli appetiti quotidiani, puramente istintuali, e costruire la nostra identità, che non si crea dal nulla; mentre, l’istinto naturale mimetico, volto all’imitazione del desiderio, è quello che predispone gli esseri umani all’adattamento e all’apprendimento di ciò di cui necessitano per partecipare al processo di produzione della cultura che, non è inventata dall’individuo, ma nasce da imitazione e apprendimento, quali aspetti indissociabili.

Il desiderio mimetico non è un fenomeno della modernità, ma un processo che inizia nel Rinascimento, nel momento in cui l’accesso al desiderio, nella sua concretezza, era fortemente limitato e disciplinato da differenze sociali ed economiche. Senza dubbio il desiderio e la rivalità mimetica erano già presenti ed identificabili all’interno dei miti e dei testi religiosi come i Veda hindu o la stessa Bibbia. Valgano alcuni esempi: “Non ammazzare, non commettere adulterio, non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo” (Esiodo, 20:13-16). Da dove procedono questi crimini, se non dal desiderio d’imitazione, questo “desiderio umano”? La fenomenologia del desiderio inficia le relazioni personali ed ha effetti perturbatori sull’ordine sociale causandone la distruzione.

Quando l’attrazione mimetica del rivale cresce, l’oggetto che in origine è causa del conflitto, tende a svanire, si rompe, si distrugge nel contesto della disputa fonte della rivalità. A questo punto la mimesi si converte in puro antagonismo e l’oggetto sparisce, o passa in secondo piano. A tale fenomeno Hobbes, politologo inglese, dà il nome di “ lotta di tutti contro tutti”. L’unica riconciliazione possibile e l’unico modo di interrompere la crisi e salvare la comunità dall’autodistruzione, causata dalla concentrazione di questa collera e rabbia collettiva, è l’elezione di una vittima designata (in nome del mimetismo stesso, e adottata in forma unanime).

Nella piena follia della violenza mimetica si forma un punto di convergenza verso un membro della comunità, che passa per essere l’unica causa del disordine. Questo membro viene dapprima isolato, e poi massacrato da tutti. Non è più colpevole di quanto non potrebbe esserlo qualcun altro, però la comunità intera è convinta del contrario. L’assassinio del capro espiatorio mette un punto finale alla crisi, in virtù dell’unanimità raggiunta. Il meccanismo del capro espiatorio canalizza la violenza contro un solo membro della comunità, scelto in forma arbitraria, e questa vittima si converte nel nemico della comunità intera, che alla fine troverà la riconciliazione. (Questo stesso processo emerge chiaramente dai rituali, nei quali si ripetono tutte le fasi, in progressione).

Per quale motivo il rituale comincia con un disordine introdotto volontariamente, con una crisi deliberatamente simulata, prima di imboccare la via del sacrificio rituale della vittima? Perché si tratta di riprodurre la crisi mimetica che conduce spontaneamente al meccanismo della vittima unica, (supposto che quel tipo di ripetizione rinnovi il suo potere di riconciliazione). Il meccanismo mimetico non è qualcosa di predeterminato: la mimesi può scegliere come capro espiatorio qualunque membro del gruppo o può, allo stesso tempo, non scegliere nessuno.

Nessuno ha mai detto che il meccanismo mimetico obbedisca ad un determinismo. Si può supporre che alcuni gruppi umani arcaici non sopravvissero perché le loro rivalità mimetiche non produssero alcuna vittima in grado di creare una polarizzazione sufficiente a salvarli dall’autodistruzione. Altri gruppi, invece, non furono capaci di ritualizzare il fenomeno e di creare un sistema religioso duraturo. In tale prospettiva, l’origine della cultura poggia sul meccanismo del capro espiatorio e le prime istituzioni propriamente umane agiscono attraverso la ripetizione, deliberata e pianificata, di questo meccanismo.

Non è possibile dire che la vittima sia scelta a caso, né che non lo sia. Dallo studio e dall’osservazione dei miti, si evince che le vittime sono con grande frequenza personaggi invalidi, esseri con qualche limitazione o disabilità concreta o, quantunque, individui alieni alla comunità. L’evidenza di soffrire di una qualche disabilità o di provenire da un luogo altro, aumenta la possibilità di essere, per così dire, selezionati. Dunque, il solo fatto di possedere uno o vari segni preferenziali, per poi essere selezionati come vittima, incrementa le possibilità di essere trasformati in capro espiatorio.

Le disfunzioni, o i segni esteriori di incapacità, sono concepiti, erroneamente, come elementi di colpevolezza. Per questo motivo, nelle miniature medievali si rappresentano le streghe in forma più o meno uguale ai giudei, rappresentati nelle caricature antisemite con tratti deformi, gobbe, zoppie, etc. Se si considerano le divinità greche, molte di loro, lontane dall’essere degli apollo o afrodite, appaiono invalide o mutilate, e ci vengono presentate come sdentate e poco aggraziate; se, di frequente, gli dei antichi appaiono danneggiati fisicamente, vi è tra loro, di sicuro, un Apollo o una Venere. Di fatto, si tratta di una combinazione di arbitrarietà e di necessità.

In un certo modo, il meccanismo del capro espiatorio funziona come una falsa scienza, una gran scoperta o una cosa che si rivela all’improvviso e che tutti dovrebbero poter constatare negli occhi del proprio vicino, ed è in questo modo che si rafforza la certezza che essa abbia una qualche consistenza. Valga come esempio Fedra, la protagonista dell’Ippolito di Euripide, che si innamora del figlio di suo marito Teseo, il giovane Ippolito, il quale dopo averlo scoperto va su tutte le furie. Fedra, appresa la reazione di Ippolito, si suicida, non prima di aver accusato di violenza sessuale il giovane. Perché Teseo si lascia convincere facilmente della colpevolezza di Ippolito? Fedra esibisce la spada di questi come prova. C’è, per tanto, un oggetto fisico che dà l’impressione di costituire una prova vivente, “la prova di accusa numero uno”. Qualunque classe di ordine culturale e lo stesso linguaggio, sono successivi rispetto al funzionamento e alla messa in pratica del meccanismo del capro espiatorio. La questione concerne la modalità attraverso cui si sviluppa la cultura e la risposta va indagata attraverso il rituale.

Ripetendo, senza alcuna cessazione, il meccanismo del capro espiatorio su delle vittime che cambiano di volta in volta, il rituale si converte in una forma di apprendimento e in un qualcosa di dato. Esso contribuirà alla risoluzione di una crisi ed interverrà sempre nello stesso lasso di tempo di una crisi mimetica. In tale visione, il rito si trasforma in un’istituzione che calma, che fa rientrare la ragione, in qualunque forma di crisi, come può essere la crisi dovuta alla morte, che si risolve a partire dai riti funerari, o la crisi dovuta ad una infermità, affrontata con la medicina rituale. Non importa che la crisi sia reale o immaginaria, dal momento che, anche una crisi immaginaria può creare una catastrofe autentica.

Archetipi femminili: dea, maga, sacerdotessa

La storia delle donne s’intreccia a quella della conoscenza medica ed erboristica. Alla donna compete la sfera della cura, quale enclave della sua libertà espressiva; all’uomo, la parola. Se agli uomini spettava il dominio dell’universo delle parole, alle donne spettava il potere sul mondo delle cose. Le società organizzate erano caratterizzate da una suddivisione dei compiti in base alla quale, alle donne era affidata la gestione e la manipolazione delle materie prime, nonché la cura della dimensione “interna”: la casa e la produzione materiale (preparazione e conservazione dei cibi, produzione tessile, confezionamento del vestiario) e immateriale (crescita dei figli, cura degli anziani e degli ammalati). Tale è l’immagine dello spazio riconosciuto alle donne, esercitato in un luogo chiuso, quasi “claustrale”.

Nelle teogonie antiche dell’area mediterranea, gli elementi naturali e i fenomeni appartenenti alla sfera della procreazione e della fertilità erano filtrati da una visione “di genere”, contraddistinta da una predisposizione all’osservazione, al rispetto, all’umiltà e alla pratica empirica. Potnìa (Signora), dea matriarcale indoeuropea, esercitava la propria autorità sul mondo della natura, esperta conoscitrice delle forme viventi e dei meccanismi della vita; il maschio temeva questi processi segreti e preferiva non conoscerne quali “misteri” nascondessero.

Questa differenziazione delle mansioni si radicalizzò durante la fase preistorica, ma era destinata ad incrinarsi durante l’Età del Bronzo, che vide il passaggio da una società fondata sui valori del matriarcato, ad un assetto patriarcale e guerriero. In quel momento gli dèi patriarcali comparvero, pantheon in cui le dee, divenute mogli, amanti, figlie d’ immortali, venivano private dell’originario potere della grande madre, mantenendo solo gli ultimi riflessi di potere.

È questo il terreno che prepara l’estromissione del sapere femminile che, in opposizione al pensiero dominante, sarebbe stata accentuata, ma non generata, dall’avvento del Cristianesimo. L’età classica, fossilizzata sul dominio della ragione, scalzava l’antica percezione magica e mistica dell’esistenza delle donne e cominciò a farsi strada l’idea che il sapere femminile si cibasse di una dottrina occulta, esoterica, associata ad un meccanismo ingannevole al servizio del sovvertimento dell’ordine naturale dell’universo.

Questo sapere inizia a scivolare nella clandestinità, con particolare riguardo al campo della medicina e della sapienza fitoterapica.

La conoscenza erboristica femminile era stata tramandata finora attraverso le pratiche quotidiane relative alla preparazione dei cibi e dei medicinali usati per la cura della famiglia. Si trattava di saperi trasmessi oralmente, da madre in figlia e, poiché si perdeva nel tempo l’origine di quegli insegnamenti, questi saperi furono attribuiti a rivelazioni di origine divina, concesse dalle dee degli elementi, da semidee dedite alle pratiche sacerdotali e divinatorie o alle arti magiche.

Per secoli queste rappresentazioni hanno arricchito l’immaginario popolare che ruotava attorno alla medichessa, in cui si ritrovavano figure mitologiche e simboliche. In realtà, la conoscenza e l’uso delle erbe era parte fondamentale del corredo della conoscenza e dell’educazione di una giovane donna. Nella società greca la sposa aveva il compito di occuparsi personalmente della cura della salute dei componenti della famiglia, servitù compresa. La dea, la maga, la profetessa, archetipi della donna guaritrice che riempiono la mitologia e che hanno lasciato un segno nell’immaginario della saggezza femminile, sono entità di passaggio tra il mondo primigenio degli dei e quello degli uomini.

Figure di donne sagge, misteriose, dalla femminilità selvaggia, dalla conoscenza delle leggi del cosmo, temute dagli uomini e da loro ridimensionate attraverso la ragione, nella sfera di ciò che è sacrilego e oltraggioso, di ciò che va contro gli dei. La progressiva evoluzione della maga saggia, della pizia, della sacerdotessa guaritrice, verso il prototipo della strega condannata ai roghi dell’Inquisizione, non è stata un’invenzione del Medioevo, ma ha avuto un’incubazione più remota, che ha goduto di consenso durante tutto il periodo classico. Già la stessa Medea greca costituisce il momento cruciale di questa trasformazione; appare snaturata dai caratteri originari, già plasmata dal giudizio degli uomini e quasi “strega”.

Le donne si specializzano in ginecologia ed ostetricia, ma vi erano anche medichesse nella medicina generale e chirurgia. L’antichità ed il Medioevo furono epoche propizie per le donne, alle quali, più di quanto s’immagina, era riconosciuta una partecipazione attiva nella cultura. In campo medico vi sono, figure complementari alla medichessa: la cosmeta, l’erbaria, la mammana. Queste erano conoscitrici di pratiche proibite ai tempi, quali l’aborto, la contraccezione, incantesimi amorosi e della fertilità.

Vi è un altro campo, quello del sacerdozio, che è legato profondamente alla sfera medica e a quella della salute: un campo di privilegio e di accesso a una condizione di parità sociale tra i sessi, la cui prerogativa essenziale era da parte delle sacerdotesse la rinuncia al ruolo di moglie e madre. Il luogo deputato a a tali oneri era il tempio, poi il monastero, all’interno del quale si alternava una sapienza erboristica, alla cura dei malati. I profumi sacri, le fumigazioni aromatiche, l’unzione degli oggetti liturgici, la coltivazione di erbe e piante non conobbe una vera distinzione tra gli aspetti simbolici, sacri, magici e curativi.

Presso i popoli del Mediterraneo coltivare piante ed erbe curative intorno al tempio era una pratica comune, poiché nei campi limitrofi era agevole procurarsi gli ingredienti vegetali utili alla cura e alla liturgia. La consuetudine di praticare la fitoterapia si radicò nel tempio in modo così duraturo da restare indenne nel passaggio dal paganesimo alla nuova religione, il cristianesimo, per poi essere consegnata al monastero medioevale. Un’innata vocazione alla cura, accompagnata ad una conoscenza della botanica e da un interesse verso la medicina, sarà decisiva a rendere straordinaria quel tipo di sapienza femminile. La pizia, la dea, la maga, la levatrice, l’erbaria, la medichessa, la sacerdotessa, la vestale, la badessa, l’alchimista e la strega, non sono altro che sfaccettature di uno stesso profilo.

Il possesso del sapere si basava sulla distinzione tra la sfera femminile e quella maschile, che poggiava sull’esistenza di mitologie e cosmogonie che attribuivano alla competenza muliebre, e alle dee in particolare, il dominio sugli elementi della natura, sulla fertilità e sul concepimento. Il culto di una divinità madre ha permeato tutta l’aera mediterranea fino all’Indo, a partire dal Paleolitico, dominando il Neolitico e persistendo fino all’Età del Bronzo. Questa dea ancestrale convogliava in sé tutti i simboli legati al mondo naturale, animale e vegetale, e gli schemi generativi e trasformativi regolatori della vita. Il suo nome è Potnìa, che significa Signora, Sovrana, Dominatrice, Augusta e Veneranda. Godeva di un riconoscimento universale e si trasformava, a seconda della situazione, in Signora dei Serpenti, delle Fiere o in altre incarnazioni del mondo dei viventi.

Intorno al III-II millennio a. C. il suo patronato fu messo in crisi dall’arrivo, nel territorio euroasiatico, di popolazioni indoeuropee provenienti dalla Russia meridionale, portatrici di una cultura di tipo patriarcale fondata sui valori della guerra, del possesso, della conquista, che finì per schiacciare le forme preesistenti di potere femminile. Ma scardinare una visone del mondo, che era sopravvissuta molti secoli nell’immaginario di interi popoli, era molto difficile, di conseguenza si rese necessario fornire una nuova interpretazione di quei valori alla luce dei cambiamenti intervenuti, piuttosto che cancellare quei valori che si opponevano ad un cambiamento.

L’elaborazione di nuovi concetti fu realizzata attraverso il ricorso al mito, che favorì un’ibridazione tra i due sistemi. All’interno di questa rottura culturale ebbe un ruolo significativo la trasformazione dell’immaginario femminile: la damnatio memoriae della Potnia è passata anche attraverso l’evoluzione della simbologia della maga, conoscitrice di segreti e per questo figura positiva, nel suo opposto di manipolatrice degli elementi, la malefica ed infine la strega, perseguitata e bruciata. L’aspetto religioso, nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo, solo parzialmente è responsabile di questa trasformazione, dato che fu l’abbandono di un substrato ideologico di tipo indoeuropeo, matriarcale, a vantaggio di quello successivo, retto da una concezione patriarcale, ad introdurre un dialogo diverso tra i prìncipi del maschile e del femminile. Questo passaggio determinò una riorganizzazione della società ed una diminuzione della sfera muliebre d’azione.

Il sistema religioso greco e romano assorbì le caratteristiche della Potnìa e le ripartì tra le nuove divinità femminili, diluendo la ricca e variegata simbologia delle figure femminili. Le nuove potniai furono Era, Atena, Artemide, Demetra, Persefone, ma anche le italiche Flora, Feronia e Bona Dea. Hanno tutte competenze erboristiche, sono dee pharmakides. Poi vi sono le due figlie di Asclepio, collegate alla medicina e alla salute, Panacea e Igiea , da cui deriva “igiene”. La prima era protettrice delle pratiche connesse alla salute, la seconda era la personificazione della guarigione, conseguita con erbe curative.

Tutte queste figure rappresentavano la trasmissione femminile del sapere farmaceutico attinto dalla civiltà mesopotamica, sumerica e persiana, in particolar modo. La figura di Artemide, venerata anche come Ecate, è riflesso della dea-levatrice egizia Hekat, padrona del principio di generazione delle tre età della vita: nascita, crescita e morte. Prevalenti in lei erano i tratti legati ai poteri divinatori, alla magia e alle arti trasformative, che fanno di Ecate la dea della magia nera. Questa divinità è piuttosto atipica, pur essendo una dea vergine era la protettrice dei parti, nota con il nome di Ilizia, la sua sorte era quella di dover assistere sua madre Leto nel parto del gemello Apollo. Artemide fonda la propria identità sul distacco dal mondo maschile.

A livello simbolico, il passaggio dalla sfera concettuale del femminile, nascita, ciclo mestruale, arte ostetricia, a quella del maleficio, configurò un cambiamento di prospettiva che incise sull’immagine del sapere femminile, legata alla convinzione che la donna avrebbe usato le sue competenze acquisite nelle forme corrotte del suo tempo. La concezione che una donna dovesse concentrare nelle sue mani il potere di rivelare il sapere magico, e di proteggere le funzioni femminili, ha nel mondo Mediterraneo una storia antica.

La figura corrispondente a questa visione è senz’altro quella di Iside, patrona della maternità, della fertilità, e della medicina femminile. Signora delle arti magiche, insegnò alle donne la coltivazione delle piante aromatiche e medicinali, l’arte della filatura e della tessitura. Il culto di Iside fu attivo durante il periodo ellenistico e nella Roma imperiale.

Alla mitologia greca e romana è, inoltre, legata la tradizione celtica, in particolare una divinità di nome Epona, raffigurata a cavallo o accanto ad uno o più cavalli. Ad essa erano connesse altre divinità del mondo celtico. Si tratta di spiriti che si manifestano, in forma di fanciulle o matrone vestite di bianco, nei boschi o nelle stalle. Queste matronae sono un’eco delle Matrae, Matres o Matronae, ad esse sono dedicate molte iscrizioni e ancora una volta l’associazione è con Diana. Le Matronae, visibili sempre sedute, sono il simbolo della fertilità e prosperità, espressa da un cesto di frutta, un bambino in fasce, una cornucopia. Anche le Matres, come Epona, erano le protettrici delle partorienti, e legate ad un culto estatico.

L’estromissione dell’universo maschile da questa dimensione, alimentò una crescente diffidenza verso l’aspetto magico e misterioso di questa forma di sapienza femminile e, dunque, la demonizzazione di pratiche che un tempo erano guardate con riverenza e devozione.

Le forme del sapere furono nel tempo fortemente segnate dalla vena razionalistica e ciò contribuì a delineare il confine tra un sapere empirico ed intuitivo, praticato dalle donne, e uno orientato alla logica e ai criteri di sistematicità e rigore. Il primo tipo è sopravvissuto attraverso la pratica e l’oralità, ma destinato alla clandestinità; il secondo è stato affidato alla storia, nella forma della scrittura, e per questo votato all’ufficialità.

Circe e Medea

Le due grandi maghe della cultura ellenistica costituiscono un riferimento dei costrutti simbolici in Occidente. Sono Circe e Medea le figure femminili che, nell’immaginario letterario e mitologico greco sono legate all’archetipo della “maga guaritrice e sacerdotessa”; donne semidivine che utilizzano la conoscenza erboristica per controllare e trasformare la realtà. Le fonti letterarie, ad es. i poemi omerici, presentano entrambe come figure femminili che godono di uno status d’indipendenza familiare, in cui il sapere e la cultura sono uno strumento di riscatto. Circe è etichettata da Omero come polupharmakos, che significa “conoscitrice di molti rimedi”, “avvelenatrice”, “veleno”. È nota per i suoi poteri metamorfici impiegati per trasformare i compagni di Ulisse in Proci.

Peggiore è la fama di Medea, poiché a essa è associata l’idea della strega come creatura malefica, degenerata nella sua femminilità. La sua magia nasce da una conoscenza delle erbe che crescono sui monti della Tessaglia, che lei raccoglie ed utilizza. Il suo mito e la sua reputazione successiva sono segnati dall’infanticidio commesso sui due figli di Giasone, che ella sacrifica per vendicarsi del tradimento.

Medea diventerà una lamia, la strega rapitrice di bambini, figura ispirata a quella della regina libica Lamia, innamorata di Zeus, dal quale ebbe due figli. Era, sorella e moglie di Zeus, si vendicò della rivale uccidendo i suoi figli. La regina Lamia, con il cuore in pezzi e lacerata dal dolore, si trasformò in una creatura crudele, che rapiva e uccideva bambini, divorandoli dopo averne bevuto il sangue. Nella superstizione popolare essa incarnava e cristallizzava la paura delle madri, nonché minacciava l’incolumità dei loro neonati.

Medea è l’archetipo delle forme deviate di sortilegio, che popoleranno l’universo superstizioso dei latini: è Lamia, è Striga, è malefica. Nessuna meglio di lei incarna la decadenza dei valori del matriarcato. Sia Circe sia Medea appartengono al mondo della dea primordiale, della quale tramandano i simboli, quali il legame con l’acqua, la conoscenza delle erbe, la preparazione di medicamenti e filtri magici. Medea ha familiarità con il serpente (si tratta dell’appropriazione di un connotato iconografico della Potnìa), il cui significato è da sempre ricondotto alla sfera lunare, associata a quella femminile.

La varietà di simboli ad esso collegata abbraccia lo spazio magico e la vocazione curativa delle donne: rappresenta, attraverso il processo di muta della pelle, il principio di generazione che racchiude il segreto della vera guarigione. Il serpente rientra fra gli attributi di Esculapio, dio della medicina, che porta il caduceo, il bastone avvolto dai due serpenti, simbolo della guarigione, poi ripreso dalla simbologia esoterica (ancora oggi trova posto sulla croce dell’ordine dei farmacisti).

In tutte le culture mediterranee il serpente è il detentore della conoscenza ed è protetto anche da Atena, dea greca della sapienza, che nell’iconografia lo tiene stretto al petto, così come Iside sfoggia sul diadema il cobra reale. La presenza costante del serpente esprime, dunque, il senso della trasformazione spirituale che porta alla conoscenza.

I simboli subiscono una trasformazione nel tempo: nella Bibbia il serpente è allegoria della conoscenza, ma ciò che significa agli occhi di Adamo ed Eva è la consapevolezza portatrice di uno stato di grazia e non più di conquista del sapere. La conoscenza è ricondotta, in tale contesto, ad un pericolo da combattere, ad una tentazione da respingere, e non stupisce che sia Eva, la donna, a compiere la scelta. Cogliendo la mela, Eva decide di appropriarsi della libertà del sapere e di respingere la sottomissione culturale imposta da un dio misogino. Affiora, in questo nuovo contesto, un nuovo legame simbolico tra donna e serpente, che rimuove i significati arcaici e apre le vie ad un’interpretazione che vede la femmina come creatura, per natura, più sensibile alle lusinghe del male, più propensa a farsi strumento del diavolo attraverso la pratica di un sapere magico ed esoterico.

Circe e Medea, nel frattempo, vengono oscurate dai modelli imposti dal cristianesimo, ma poi riemergono in mitologie e culture più recenti, come in quella celtica. In essa la sacralità femminile è sopravvissuta grazie alle maghe epiche medievali, come Morgana.

Immaginario legato alla medichessa

Gli archetipi femminili hanno inciso in modo preponderante sull’immaginario della donna curatrice. Lo studio della medicina al femminile implica la necessità di dover rivisitare un percorso di emancipazione della donna a partire da un esercizio de facto dell’arte medica, praticata entro le mura domestiche o nello spazio comunitario fino ad una progressiva dimensione professionale.

Le donne sono state autrici di libri nel campo della medicina, dell’ostetricia e della cosmesi. Molte di queste opere sono andate perdute, ma non quelle della medichessa Metrodora di Bisanzio, vissuta intorno al V-IV secolo d. C.. La sua preziosa opera, intitolata Sulle malattie delle donne, è un trattato sulle malattie ha il seguente incipit: ‹‹Le malattie delle donne sono molte e svariate e tutte per così dire convergono sull’utero›› (Metrodora, 33, 34).

Nelle società mesopotamiche e sumeriche si riscontrano attività mediche praticate dalle donne, laddove alcune di queste erano esperte profumiere, conoscitrici di erbe e di fitoterapia. In Egitto le donne avevano accesso alla formazione accademica di scuole mediche istituite nelle città di Eliopoli e Sais. Il nome della prima medichessa, vissuta intorno al 2700 a. C. è quello di Merit Ptah, seguito da un’ostetrica, Peseshet. Anche in Grecia vi furono scuole di medicina accessibili alle donne, lo stesso Ippocrate fondò un’accademia di ginecologia e ostetricia aperta alle donne a Cos, altrettanto rinomata era la scuola di Cnido, in Asia Minore. Tra le donne medichesse greche si distinse Agnodice.

Alcune epigrafi funerarie, che commemorano donne medico, restano la prova più tangibile della presenza femminile nella medicina. Probabilmente furono proprio le donne greche ad esportare a Roma la professione medica; mentre, le donne romane si limitarono a riproporre i costumi delle regine egizie ed orientali al mondo romano-barbarico, bizantino, poi medievale, fino a depositare queste conoscenze presso le corti del Rinascimento e alle nobildonne dei Medici, degli Este, dei Gonzaga, degli Sforza, che diverranno esperte alchimiste e cosmetologhe.

Natura le ha fatte streghe. Come nasce la figura della Strix?

Il termine strega deriva dal latino Strix, un rapace notturno simile al gufo o alla civetta, portatore di malaugurio. La superstizione popolare si basava sull’idea che questi uccelli si nutrissero di sangue umano ed erano soliti entrare nelle case a notte inoltrata per rapire i bambini nelle culle. L’identità della strega prende forma nella notte, con le fase lunari. Le verranno affibbiate le onomastiche di striga, stria, strega. Anche in questo caso un simbolo viene trasformato in senso degenerativo: il rapace (gufo o civetta), epifania della divinità matriarcale della Dea Rapace, poi simbologia di Atena, come allegoria di chiaroveggenza e intuizione, viene associato alla simbologia della notte, dell’oscurità e della morte violenta.

Nel Medioevo, la strix diverrà una creatura legata al demonio. Si assiste ad uno stravolgimento di un personaggio come Panfile, che condurrà ad un’immagine caricaturale della stessa, ad un suo svilimento, così come per le altre rappresentazioni femminili. Solo oggi, in parte, si ha la consapevolezza che, l’antenata della strega medievale non è una strega più antica, bensì una sacerdotessa guaritrice, una profetessa, una pizia. La maga, poi, dedita alla magia pratica, era detta saga; mentre la sagacitas definiva la qualità di chi possiede sensi o sensibilità acuti, acutezza, sagacia.

Queste doti femminili, nel folklore popolare, erano utili per essere utilizzate nella negromanzia o per preparare filtri erotici; non vi è, invece, traccia dei poteri taumaturgici e medicinali della sapienza erboristica di queste donne. Tuttavia, dell’antico sapere magico femminile affiora un indizio espresso dal linguaggio: l’inglese witch, strega, in rapporto con il sassone wicca, donna saggia, presente nell’aggettivo inglese wise, saggio, o nel tedesco wise. Esempio di un immaginario condiviso e confermato da radici linguistiche comuni.

Per l’esaltazione, la donna è Sibilla. Per l’amore, è Maga. Per l’acume, è Strega.

Dà la sorte e placa i mali. A tratti è veggente. Osserva il cielo per stimarne i tempi e si dedica alla terra: conosce i fiori personalmente e a loro chiede di guarire chi ama. Questo è l’inizio di religioni e scienze, poi nel tempo tutto cambierà: nasce l’astrologo, il ciarlatano, il prete, il medico. Ma la Donna in principio è tutto. Una religione, come il paganesimo greco, ha origine dalla Sibilla e termina nella Strega.

Si potrebbe dire che la prima vergine gli diede incanto e lo cullò, conferendogli una sorte di aureola. Più tardi, coperto dalle tenebre medievali, il paganesimo trovò riparo nella strega che lo nutrì e continuò a vivere. Per questo motivo, per le religioni, la Donna è madre, nutrice e custode. Gli dei sono come gli uomini: nascono e muoiono con la donna. Regine, maghi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, non sono altro che il frutto di una metamorfosi: a colei che tramandò le virtù delle piante e il cammino delle stelle, che porgeva oracoli al mondo prostrato, mille anni dopo, le si dà la caccia come fosse una belva selvatica; è inseguita, umiliata, lapidata, piegata sui carboni ardenti. Ha solo pagato caro la fedeltà agli dei! Al clero non sono sufficienti i roghi, né al popolo le azioni villane, il poeta la colpisce ancor più duramente, descrivendola come una vecchia dall’aspetto ripugnante.

Alla parola “strega” sono associate le immagini di orrende vecchie, ma i processi mostreranno anche il contrario: molte morirono perché giovani e belle. La grande differenza è questa: la Sibilla prediceva la sorte, la Strega la creava. Essa dà forma al destino, non è l’antica Cassandra ed ha come sostegno la Natura, sua sorella. Con essa fiorisce l’industria che guarisce e che rinnova l’uomo. Il prete vede in lei il nemico, nonché il pericolo; la strega diviene la sua rivale, la sacerdotessa della natura che egli disprezza.

Intanto dagli dei antichi ne nascono altri: accanto a Satana del passato spunta un Satana dell’avvenire. Nella penisola iberica, nello specifico, nel Regno di Aragona, la strega fu l’unico medico delle donne che vivevano in campagna. Imperatori, re, papi, i più ricchi avevano qualche dottore di Salerno, o qualche Moro o Ebreo, ma gli appartenenti alle classi popolari, consultavano la Saga, o Saggia donna, e se questa non riusciva a guarire, la chiamavano “strega”. Spesso, per timore, la chiamavano Buonadonna o Belladonna, dal nome della sua pianta prediletta.

Veleni benefici e piante venivano usati come antidoti dei flagelli del medioevo, ma gli ignari maledicevano queste erbe. La strega le raccoglieva nei luoghi più infidi, tra rovine e macerie. Dove mai avrebbe potuto vivere, se non tra le lande selvagge, la maledetta, la perseguitata, l’avvelenatrice che guariva? Era vista dalla comunità come “la promessa del Diavolo”, “il Male incarnato”, ma ad opera sua nasce, l’esigenza di curare il corpo femminile e di allontanare l’idea del corpo concepito come impuro.

Quando Paracelso, a Basilea, nel 1527, diede alle fiamme tutta la medicina, dichiarò di non saper nulla oltre quello che aveva appreso dalle streghe. Per questo meritarono una “ricompensa”, pagata in roghi e torture, vennero citate a giudizio in massa e condannate per una sola parola.

A morte gli dei

Poco prima dell’avvento del Cristianesimo una voce percorreva le rive dell’Egeo, annunciando che Pan, dio greco dei boschi e della montagne, era morto. Ma l’ora dell’eclissi dei vecchi culti religiosi non era giunta. I primi documenti cristiani contengono la speranza che la Natura scompaia e la vita si spenga: basta con gli dei della vita che ne fanno durare l’illusione. Tutto muore e affonda: Pan è morto.

I primi cristiani maledicono la Natura in sé, la condannano e vedono il male prendere forma, il Demonio diviene un fiore. Gli dèi vivevano nel cuore delle querce, nelle acque profonde e difficilmente potevano essere cacciati. Era la Chiesa stessa a contraddirsi e ad affermarlo, pur proclamandone la morte e indignandosi chè vivessero. Pur intimando loro di morire, questi continuano a sopravvivere, “sono dei demoni” ed al popolo è concesso mascherarli ed alimentarli, poiché per la Chiesa non è possibile venirne a capo. Dove stanno? Dove si nascondono? Nelle case, nel focolare domestico, le donne li custodiscono nelle proprie case e nei propri letti. Non è più il tempio, ma l’abitazione il luogo di culto.

Nessuna rivoluzione è stata violenta come quella di Teodosio, nell’antichità non c’è traccia di una simile proscrizione di culti. La Persia lasciò gli dei in vita, pur offendendoli, la Grecia li tollerò, pur ironizzando sugli dei misteriosi, Roma accolse, assieme all’Etruria, gli dèi del contadino. Il Cristianesimo pensò di dover uccidere quel nemico: bandì la logica, demolì la scuola e uccise i filosofi che furono sterminati sotto Valente. Il cristianesimo imboccò una via solitaria, mentre il mondo marciava per conto suo, intanto all’interno di questo si era creato un vuoto. Chi lo riempì? Il Demonio.

I cristiani ovunque vedono il demonio: ubique daemon. Non solo il popolo, ma tutta la natura diventa demoniaca: il diavolo è un fiore che si nasconde nella foresta. La stella del mattino è un diavolo, si chiama Lucifero, mentre il diavolo tentatore della sera è Venere. La società diviene furiosa e indignata a causa della debolezza che sente verso gli dei e dovunque li perseguita, nei templi, sugli altari degli antichi culti, nei martiri pagani.

Aboliti i banchetti, ad essere sospettata è la famiglia, poiché potrebbe riunirsi attorno agli antichi dei domestici, i Lari. Il ruolo dell’individuo è quello di un essere un uomo solo e muto, che guarda il cielo e lì, negli astri, ritrova i suoi antichi dei.

La rabbia del popolo si scaglia sul pagano innocente, accusandolo di essere colpevole delle carestie e di tutti i flagelli di Dio. Gli dèi antichi dell’amore e quelli della luce devono spegnersi e scomparire nel sepolcro, mettersi il cappuccio e trasformarsi in monaci. Le Vergini devono diventare religiose e le mogli devono badare alla casa ed essere fredde sorelle per i mariti.

Il consiglio che la Chiesa rivolgeva agli uomini era di comportarsi come i bambini appena nati (quasi, modo geniti infantes), conservando l’umiltà e l’innocenza, allontanando le discordie e affidando se stessi nelle mani di Gesù. La via della ragione era stata bandita e la vita assumeva i connotati della leggenda. L’unica parola concessa era: imitazione, come dire, imitate e tutto andrà bene. Ripetete e copiate.

La più conclamata forma d’espressione della tradizione popolare medievale era Vite dei Santi, opera di letteratura religiosa. Furono i monaci a scriverle, ma il popolo le raccontò. Erano tempi violenti, dominati da una vita inquieta e precaria, che spingevano la massa a sognare storie seducenti e folli, che infondevano speranza.

Le famiglie attraversavano un deserto di allucinazioni: una donna aveva “sognato”, un bambino aveva “visto” e la storia faceva il giro del luogo, diventando una nenia. Tutti la cantavano e la ballavano. Il prete che officiava la messa della domenica cominciò ad essere sorpreso della bellezza di questi canti e pensò che fosse edificante per la Chiesa, dato che, Vox populi, vox Dei. Si chiedeva dove l’avessero trovata e fu la comunità a portargli i testimoni: l’albero, la pietra, coloro i quali avevano assistito al “miracolo”. La leggenda, intessuta di retorica da parte di un monaco capace a scrivere, raggiungeva l’abbazia.

Vite dei Santi, a questo punto, era pronta per essere letta in chiesa e nei refettori, entrando a far parte della Leggenda Aurea. La gente aveva seguito l’insegnamento della chiesa: era rimasta innocente come lo sono i bambini, ma in un’accezione lontana. Il cristianesimo temeva ed odiava la natura, ma il popolo l’amava e la considerava innocente, fino a santificarla.

Nella vita comunitaria, e ben presto leggendaria, gli animaletti che aiutavano l’uomo nel lavoro dei campi diventarono presenze del focolare, si pensi all’asino, alla cerva, ecc. Ne nascono le feste più belle del Medioevo, quella degli Innocenti, dei Matti, dell’Asino e con esse le fiabe, i racconti seduti sotto la grande quercia. Nell’asino l’uomo trascina la sua immagine: è caparbio, ha la testa dura, ma lavora sodo.

Un’eresia condannata dalla chiesa: l’innocenza della natura e l’indipendenza dell’uomo

A questo punto la Chiesa carolingia vieta l’ispirazione. Chiederà di ascoltare e di obbedire, di non inventare santi nuovi, di non innovare il culto con nuovi canti. Ai bambini raccomanderà di esser vecchi. Per dieci secoli uno stato di veglia e sonno ha avvolto il Medioevo. Da questo tipo di mondo non ci si aspetta niente, tutto è previsto. La prospettiva della noia, che caratterizzerà i giorni, toglie ogni essenza alla vita.

Intanto, per fermare l’avanzata dei barbari, verranno edificate porte, tetti, torri e altri luoghi di riparo. Il fuggiasco vi giunge e chiede al sovrano di potersi riparare assieme alla sua donna e ai suoi figli. Si dà vassallo, che significa valoroso e bravo. Ben presto il signore cinge la signoria di confini invisibili; d’ora in poi il vassus è sequestrato.

Fu la miseria che attanagliò il medioevo a “consegnarlo al Diavolo”. Nei primi secoli del medioevo la gente dei campi, oltre ad essere devota alla Chiesa, era tenera di spirito ed innocente, così come le era stato prescritto. Nonostante questo, nei Penitenziari si legge di strane cose, di porcherie commesse sotto il segno di Satana. Era questo l’effetto dell’ignoranza e della coabitazione di parenti stretti negli stessi spazi; il signore non si curava di questo aspetto e lasciava loro dormire nel tetto di qualche villa.

Le abitazioni non sorgevano ancora separate e i gruppi familiari dormivano assieme ai loro animali domestici. La donna, a quest’epoca, aveva una considerazione nulla. Tra i divieti riconosciuti e rispettati vi era quello di prendere come moglie una parente e non un’estranea. La Vergine, la donna ideale, si elevava nei secoli, mentre la donna dei campi era priva d’importanza all’interno delle comunità rurali.

Tale condizione venne meno quando le masse trovarono il coraggio di vivere separatamente e di distanziare le abitazioni, costruendole nelle vicinanze della foresta e di terreni fertili. Con il focolare nasce la famiglia e la donna acquista un’anima. Oltre la capanna, la donna possiede un fuso, un comò ed un letto. Tutto il giorno lei è da sola, perché suo marito va nel bosco e resta in casa a filare.

L’agricoltura non è stata ancora introdotta per questo motivo la donna approfitta del suo tempo libero per recarsi nella foresta a raccogliere la legna e prendere dell’acqua. La sua figura non è ancora quella deformata dal lavoro dei campi, né quella della grassa borghese annoiata. Si rispecchia in una fata, perché così si vede più bella. Chi erano le fate? Alcuni le definirono regine della Gallia che, all’arrivo di Cristo e degli apostoli voltarono loro le spalle. Molte furono ridotte in conigli o topi, oppure come la regina Mab, che fece di un guscio di noce un cocchio regale.

Sono piccole e buone. Quando nasce un bambino scendono dal camino, gli danno la dote e gli fanno la sorte e sono anche delle brave filatrici. Si dice: mani di fata. L’intera esistenza era precaria e fatta di un’alimentazione poverissima – siamo intorno al XII secolo – e questa condizione di semi-digiuno è causa di sonnambulismo di notte, di illusioni, pianto e fantasie di giorno.

Questa donna ha un segreto, che non confessa in chiesa: ha in cuore la pietà dei vecchi dèi e degli spiriti decaduti. Essi vivono nelle querce e nelle pietre, ma soffrono perché si sentono castigati e di notte girano attorno le case o si scaldano con le bestie. Di giorno non possono comparire e per questo motivo sono avidi di luce, ma la notte lei accende un lumino alla fontana o all’albero della foresta, dove questi abitano, senza dire nulla al marito, timoroso della chiesa.

Intanto la chiesa a suon di concili perseguita, e il prete si reca nella foresta con acqua benedetta e preghiera per cacciarli dalla quercia. Il ruolo della donna è ora quello di proteggere gli dèi e di riservare loro un posto nei suoi pensieri. Confiderà loro i segreti delle giovani spose, poiché saranno gli spiriti i suoi unici confessori ed amici. Ad essi verranno dedicate alcune feste: è Natale, ma anche l’antica festa degli spiriti del Nord, “la festa della notte più lunga”, oppure “la vigilia della notte di maggio” e il pervigilium di Maia.

La Natura e l’essere umano

Dal XIII al XV secolo l’essere umano e la natura continuano a comportarsi come due amanti, ritrovandosi di notte con il timore di pesanti punizioni. Nell’arco di questi secoli le sciagure che colpiscono l’uomo sono: nel XIII secolo le malattie della pelle e dunque la metamorfosi, la lebbra; nel XIV il male interiore dei nervi, delle danze epilettiche; nel XV, ritorna la calma, ma l’ulcera prepara alla sifilide, il male del XVI secolo.

Le malattie del medioevo erano la consunzione, la povertà del sangue e soprattutto la fame. A parte il medico arabo o ebreo, a disposizione del re, la medicina era quella praticata in chiesa, la domenica mattina dopo la messa, o all’acquasantiera. Al malato veniva risposto con queste parole: ‹‹Hai peccato e Dio ti punisce. Rassegnati, soffri e muori. La chiesa sa pregare per i malati››.

Presi dallo sconforto e dalla malattia, seguivano il consiglio e si lasciavano morire. Secondo Avicenna l’eruzione delle malattie della pelle del XIII secolo era l’effetto di stimolanti, usati per risvegliare il desiderio d’amore. Anche le bevande fermentate, ma l’avvento della distillazione e le spezie portate dall’Oriente c’entravano, ma non erano l’unica spiegazione. Tra la fede sottile e la ragione in fase embrionale, è lo Spirito dei desideri impuri e brucianti a prendere il sopravvento. Accadde che l’assenza dei godimenti del corpo e l’inibizione dello slancio dello spirito reprimesse la forza vitale che finì col corrompersi ed esprimersi attraverso i dolori fisici.

Un fenomeno di metamorfosi, considerato una sorta di incantesimo del desiderio rimandato, colpì l’uomo terrorizzandolo. Quando la sofferenza d’amore, il celibato e la passione violenta decompongono il sangue, la chiesa risponde in modo unilaterale: vai in pace o costruisci una capanna nel deserto, legando una campanella alla mano, in modo che tutti possano riconoscerti all’arrivo. Nessun essere umano sano dovrà vederti e avere consolazione di te.

A quei tempi, la lebbra costituiva il flagello più grave, fu allora che, rinnegata la medicina sacra, si chiese aiuto alla strega della foresta. Da allora la vera chiesa fu da lei. Chiedevano alla Sibilla cosa fare per calmare quel bruciore interiore, si recavano da lei per ottenere la vita, la salute, la bellezza ed il piacere, cose che erano negate da quel Dio della chiesa.

Il passo successivo fu rapido: perché non ottenere tutto questo dal Principe del mondo?

Il medico geniale del Rinascimento, Paracelso

Paracelso bruciò tutti i libri dei medici arabi, ebrei e greci, dicendo che le uniche cose giuste le aveva imparate dalla medicina popolare, dalle buone donne, dai pastori, dai boia; questi ultimi erano spesso bravi chirurghi e veterinari, essendo esperti conoscitori di ossa e slogature.

Paracelso è autore di Malattie delle donne, che nasce dall’esperienza d’incontro con quelle levatrici, curatrici di campagna, herbariae. Loro sono state l’unico medico per le donne, né loro avrebbero confidato ad un uomo i loro segreti. Esse utilizzavano una famiglia di piante molto pericolose e difficili da trattare: le Consolanti (Solane), famiglia che comprendono più di ottocento specie che crescono nelle siepi; si tratta di piante molto rischiose che richiedono un’esattezza e audacia nelle dosi.

Vi erano piante contenenti diversi gradi d’energia, le più semplici erano ortaggi (pomodoro, melanzane, carote), poi vi erano i verbaschi usati nei fomenti, utili a restituire la calma. Di estrema importanza era la dulcamara, primo tentativo d’omeopatia usato per le malattie della pelle, che ha un sapore inizialmente mielato, poi amaro. Poi vi era la morella, adoperata per i dolori al seno. Per le patologie più gravi, al seno per esempio, la strega dava loro qualcosa di più, un veleno.

All’epoca, nessuno sapeva che, i veleni, presi a piccole dosi, erano dei farmaci, dunque le piante, conosciute sotto il nome di erbe delle streghe, erano tacciate di essere uno strumento di morte. L’erbaria rischiava quotidianamente di essere accusata di essere un’avvelenatrice o artefice di filtri mortali. Se scoperta, era sottoposta alla prova dell’acqua o a quella del fuoco (per provarne l’innocenza o la colpevolezza) assieme ai suoi figli o da sola, oppure presa a sassate o trascinata sul sagrato della chiesa ed arsa viva.

Quando la curatrice era vista di notte dai pastori aggirarsi nel bosco a raccogliere le sue erbe, era dipinta come una seminatrice di terrore e di pericolo per il paese. La pianta da loro utilizzata, e tra le più pericolose, era il giusquiamo, veleno potente dalle capacità emollienti. Era utilizzato come sedativo per sciogliere il dolore. Poi vi era la belladonna, chiamata così in omaggio alla sua scopritrice. La pianta aveva il potere di calmare gli spasmi dovuti al parto e rasserenare la paziente.

La belladonna era la forma di medicina praticata al rovescio, l’opposto di quella degli arabi e degli ebrei. Come si arrivò a praticare questa medicina al rovescio, definita satanica? Il punto di partenza fu quello di fare l’opposto rispetto a ciò che faceva il mondo sacro: la chiesa provava orrore dei veleni, Satana li adoperava. La chiesa utilizzava mezzi spirituali, quali i sacramenti, per agire anche sul corpo, Satana, all’opposto, si serviva di mezzi materiali per fare leva sull’anima; fa bere l’amore, l’oblio, il sogno, le passioni tutte. Gesti magnetici, accompagnati dall’unione di mani si contrapponevano alla gestualità del prete.

Intanto le malattie della pelle diminuivano, ma non fino a scomparire. All’attività delle curatrici si aggiunse il miglioramento dell’alimentazione e la sostituzione della lana con la tela, come stoffa d’abbigliamento.

La funzione sociale della “strega”

La vera “rivoluzione”, apportata dalla curatrice e dalle prime donne medico, riguarda il corpo e la sua concezione, racchiusa da queste parole: “niente era impuro e niente di immondo vi era nel corpo”. Da allora inizia lo studio della materia: ogni cosa fisica è pura e va studiata. Non c’è più spazio per un vacuo spiritualismo. Il male morale rappresenta di per sé l’unica forma d’impurità. Null’altro. In questa concretizzazione risiede l’espressione essenziale della definizione del “tutto a rovescio” praticata dalle streghe, in opposizione alla chiesa che aveva mostrato il suo vero volto, l’Anti-Natura: visione secondo la quale, lo spirito è nobile, mentre alcune parti del corpo non lo sono.

Le streghe cominciano ad essere coperte di insulti, definite spudorate e scostumate. Per la prima volta il corpo era concepito come un tutto solidale: il ventre nutre il cervello, il cervello lo aiuta a preparare il succo per la digestione. Mentre la carne, considerata dalla chiesa impura, aveva come simbolo la Donna. La Vergine, esaltata come vergine e non come Nostra Signora, non aveva innalzato la donna reale, ma l’aveva abbassata, mettendo l’uomo su una via di purezza mascherata da ipocrisia. E la donna finì con l’accettare e vivere di questo pregiudizio, credendosi immonda.

Era solita nascondersi per partorire, arrossiva se amava ed era capace di donare felicità. Si imponeva supplizi ed era martire del pudore, tendeva a sopprimere la funzione procreatrice del suo ventre. A ricevere una cura reale era solo l’uomo, essere superiore e puro. Alle donne non si pensava mai, eccetto che presso le corti. Ecco che il Diavolo, vicino alla Donna già nel paradiso, irrompe nella qualità di mostro che sovverte l’ordine e fa in modo che tutto si realizzi al rovescio. Interviene per stravolgere i costumi: curare la donna e occuparsi di lei. La strega, il maligno, riesce a spuntarla, sa vincere la sua umiltà, il pudore, le esitazioni. Comprende e penetra laddove nessuno era riuscito prima. Fu la strega a far rivivere la donna.

Per un intervallo di circa tre secoli, tra il vecchio mondo che si spegneva ed il nuovo che si affacciava, la strega ebbe il proprio regno. Nel XIV secolo la chiesa è nel fango, solo nel XVI secolo troverà qualche energia. Tutto quello che prima la gente diceva al confessore, ora lo racconta alla strega. A lei si confidano i mali fisici e quelli dell’anima. I desideri, le passioni e le paure. Un’anima esasperata e violenta non avrebbe usato questo per provocare sofferenza ed alimentare odio? Non era questa la funzione della Strix, “rapace notturno.” Ormai tutti andavano da lei, senza vergogna o timore, per chiederle aiuto.

La giovane donna chiede un aborto, la matrigna chiede la morte del figlio di primo letto di suo marito, il giovane paggio chiede che la castellana tradisca suo marito e s’innamori di lui. Alla strega-herbaria viene chiesto di trovare rimedi, attraverso filtri e veleni, percorrendo la via della vita e della morte. Vi erano filtri di vario tipo. Alcuni erano pozioni d’illusione, in grado di far perdere la volontà alla persona, altri sfidavano la passione per vedere fino a che punto il desiderio potesse trasportare i sensi. Molti ancora erano eccitanti usati per turbare il senso, come ad esempio gli stimolanti adoperati in Oriente.

Le piante più comuni lavorate dalla strega erano l’Aconitum “il veleno del lupo”, la Datura stramonium o “erba del diavolo”, il giusquiamo o erba apollinea, oltre la già citata Atropa belladonna o “erba delle streghe”. In particolare, il giusquiamo veniva colto sulle rive dei fiumi ed aveva proprietà analgesiche e allucinogene. Nell’antichità classica la pianta era conosciuta col nome di herba Apollinnaris.

Principali credenze sulla stregoneria in Europa

Nel mito delirante della stregoneria l’essere umano è perso di vista. La magia non viene considerata come un evento della società, ma come una credenza. La credenza nella stregoneria diviene una modalità di rapportarsi al male ed un tentativo di definizione dei rapporti sociali. Due sono i tipi di credenze associate alla stregoneria e alla magia: l’una legata alla magia malefica e l’altra alla strega notturna.

Il primo tipo si basa sulla credenza di poter fare del male o del bene attraverso dei mezzi magici: far guarire, ammalare, uccidere, distruggere un raccolto, procurare una calamità; la seconda credenza consiste nell’ammettere come vero che, un gruppo di donne, di notte, in volo su scope magiche si riunisca per compiere riti diabolici, uccidere e divorare bambini, fare banchetti ed orge, prestare giuramento di fedeltà al demonio.

Questo secondo tipo di credenza è stato letale, poiché si è tradotto in azione, in persecuzione ed uccisione di migliaia di individui accusati di praticare magia diabolica. In Europa queste credenze erano una forma d’espressione della cultura popolare, già vive in epoca precristiana nella tradizione greco-romana, germanica e celtica. Il passo successivo fu compiuto dai giudici e dagli inquisitori, dall’autorità laica ed ecclesiastica: essi interpretarono queste antiche credenze come una forma di adorazione verso Satana.

Ne nacque lo stereotipo della strega come alleata e adoratrice del demonio, nonché sua amante, alla quale Satana aveva conferito speciali poteri diabolici: arrecare danno alla vita e alla proprietà degli esseri umani, fuorviare i “buoni” cristiani e metterli contro Dio. In quali forme si concretizza l’espressione di un tale culto demoniaco? Nei raduni del Sabba.

Ben presto le autorità elaborarono un’idea del sabba per legittimare le loro credenze: l’immagine era quella di un incontro notturno di streghe e stregoni, durante il quale si compivano macabri riti d’iniziazione, di infanticidio, cannibalismo e orge promiscue. Il mezzo utilizzato per raggiungere il luogo era una scopa magica in grado di volare.

Gli inquisitori dopo aver costruito questa immagine, ipotizzarono l’esistenza di una setta dotata di poteri sovrannaturali, in grado di minare le fondamenta della cristianità. Secondo tale concezione, essa si dipanava in tutta Europa e raccoglieva tra i suoi adepti persone di ogni estrazione sociale. Non vi erano limiti di età alla pratica stregonesca: anche i bambini potevano essere accusati del reato di stregoneria. La setta delle streghe era pura fantasia, un’invenzione, ma gli inquisitori per farla sembrare reale applicavano lo strumento della tortura agli imputati, al fine di estorcere loro la confessione. Il contenuto della quale, ottenuto nel corso di atroci sofferenze, non doveva altro che confermare quello stereotipo precostituito necessario a dare fondamento alla teoria della stregoneria.

In questo modo il cerchio si chiudeva e gli inquisitori stringevano, tra le loro mani, le prove dell’esistenza di una setta di streghe (e stregoni) che s’incontravano di notte per praticare riti non cristiani. La persecuzione iniziò nell’anno 1200 circa, ma raggiunse il culmine tra il XVI e XVII secolo. Secondo le stime furono arse vive circa un milione di persone in Europa. Solo nel Settecento la caccia alle streghe finì.

Nascita e costruzione dell’immaginario legato al Sabba

Il nucleo fondante ruota attorno alla figura del contadino, che durante il giorno è dedito al lavoro nei campi e solo di notte ha tempo per sé, avendo a disposizione del tempo libero. I primi sabba notturni sono un residuo delle feste pagane, nel corso delle quali la comunità agricola onora la luna, poiché ritenuta capace d’influire sui beni della terra. Alla Luna sono devote anche le anziane che accendono candele a Dianom (Luna-Ecate-Diana). Il lupercale continua a spaventare bambini e donne, sotto la maschera del fantasma Hallequin, e a San Giovanni si ammazza il capro per celebrare Bacco-Priapo-Sabasio e le Sabasie (Bariliari 2014).

Fino a questo momento è solo un innocente carnevale. Le prime comunioni dei contadini cominciano in seno alle feste notturne dove bevevano il sangue a vicenda o in luogo dell’ostia mangiavano la terra. Intanto le danze pagane persistevano e si arricchivano. Il servo conservava la sua vita da animale notturno e andava a ballare. Al ballo si accompagnò la baldoria e la satira verso il signore ed il prete: ne nacque una letteratura di notte, completamente ignorata.

Prima del 1300 il senso dei sabba va ricercato nelle tracce del paganesimo, nel desiderio di promuovere il senso di unione e di fratellanza tra i membri delle comunità agricole, nella voglia di evasione e nella ricerca di un contatto umano. A partire dal XIV secolo i sabba prenderanno la forma di una guerra dichiarata al dio del tempo, che si concretizzerà nella Messa nera. Come avvenne questo? D’improvviso, attraverso un’esplosione generale di collera dei contadini, esausti dall’empietà che avvolgeva le loro vite.

Il popolo era stato tirato su dal clero nell’attesa e nella fede nel miracolo, atteso invano da secoli. Lo invocava nel momento del bisogno, senza essere sfiorato dall’idea della fissità delle leggi di Dio. Ben presto il contadino individuò due carnefici: il cielo stesso e i suoi alleati. Ecco la Messa Nera e la Jacquerie.

La Chiesa costruì lo stereotipo che aveva ad oggetto l’immagine del sabba come incontro notturno avvolto dal velo della stregoneria, dove i partecipanti erano una folta schiera di streghe e stregoni che si radunavano di notte in luoghi bui, in una foresta, una landa, e giungevano alle riunioni a cavallo di manici di scopa, dopo essersi spalmati degli unguenti sul corpo ricavati da materiale umano, soprattutto da bambini.

I nuovi adepti erano obbligati a compiere riti d’iniziazione: rinunciare alla fede cristiana, rifiutare i sacramenti, calpestare la croce, prestare giuramento al diavolo che si presentava in forma animale o semi-animale. A questa fase iniziale ne seguiva un’altra, caratterizzata da danze sfrenate ed audaci, banchetti ed orge sessuali. L’analogia delle confessioni dei partecipanti al sabba suggeriva ai giudici e agli inquisitori l’esistenza in Europa di una grossa setta di streghe e stregoni, pericolosa e dunque da abbattere, perché minacciava la cristianità.

I racconti legati ai convegni notturni rafforzavano ed alimentavano lo stereotipo legato ai sabba, sulla base del quale gli inquisitori, attraverso violenze fisiche e psicologiche, ottenevano dagli imputati delle confessioni condizionate, a catena, che servivano a innescare/legittimare la “caccia alle streghe”.

L’intero disegno di sopraffazione, violenza psicologica, estorsione di confessioni degli accusati, dettate dal solo fatto di volersi salvare, era compiuto. La Murray (1962) sostiene che, le riunioni notturne, i sabba, non erano pure invenzioni degli inquisitori, ma descrizioni precise di riti esistenti, deformati dai giudici in senso diabolico, espressione di culti precristiani di fertilità legati alla dea Diana. Non è escluso che uomini e donne s’incontrassero di notte e praticassero, tra l’altro, orge (mai documentate), ciò significa che le descrizioni del sabba documentano miti, più che riti.

Sul mito della stregoneria disponiamo di testimonianze ostili, filtrate da esperti di demonologia, giudici ed inquisitori. Le testimonianze degli imputati sono distorte o falsate, estorte con minacce e violenza. Nello stereotipo del sabba, come sostiene Ginzburg (1989), va riconosciuta una formazione culturale di compromesso: una forma ibrida del conflitto tra cultura folklorica e cultura dotta.

Costruzione di una sessualità femminile per legittimare la condanna per eresia

Tentare una ricostruzione del perchè dell’elevato numero di donne giudicate dal Sant’Uffizio, a causa della loro religiosità definita eterodossa, implica muoversi lungo una prospettiva duplice. Da un lato, indagare il motivo per cui gli inquisitori cercano le vittime dei processi per stregoneria all’interno di contesti agresti, caratterizzati dalla persistenza di tracce di paganesimo; dall’altro, la ragione per la quale ad essere condannate siano le donne depositarie di un sapere orale femminile.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, la religione cristiana contribuì attivamente a disegnare il programma di vita al quale avrebbero dovuto uniformarsi le donne. Allo stesso modo, si preoccupò di limitare ed arginare l’autonomia e l’indipendenza della donna, dalla quale ci si attendeva solo una rassegnata subordinazione. Qualunque tentativo di sottrarsi al progetto di vita tracciato per loro era interpretato come un principio di disintegrazione sociale, equivalente ad una condotta che andava contro l’ordine stabilito dalla divinità. Speciale rilevanza aveva il controllo della sessualità femminile, nell’opera del frate Juan de la Cerda, si legge: è imprescindibile “l’onestà” delle donne, quale unica virtù.

Senza dubbio, la libertà sessuale delle donne era connessa ad un grave rischio di dissoluzione sociale. Nella fissità di una società divisa in classi, è imprescindibile fissare una linea successoria che assicuri la trasmissione del patrimonio ai legittimi eredi – seguendo sempre la linea paterna – e, allo stesso tempo, che inscriva ciascun individuo nella posizione sociale che gli corrisponde. Così come, le relazioni di potere, in quanto relazioni di dominio, si stabiliscono sistematicamente imponendo la sottomissione della donna.

L’indipendenza della donna era un importante elemento di fronte al quale la teologia proponeva l’ubbidienza e la castità come virtù che assicuravano la sottomissione. Per molti secoli, la società occidentale e la teologia cristiana sono state la fonte principale di verità; la referenza ultima di tutto il sapere, il fondamento ideologico indiscutibile che trasmetteva e garantiva i rapporti di dominazione. Sant’Agostino nelle sue Confessioni (XIII, 32, 47) dichiara che la donna pur essendo uguale all’uomo dal punto di vista razionale, era, senza dubbio, in quanto al sesso fisico, soggetta a quello maschile.

L’inferiorità della donna era un argomento così comune che pochi si vedevano obbligati a dimostrarlo o smentirlo. Tommaso D’Aquino, filosofo medievale, dichiarerà che la donna è dotata di un ‹‹intelletto inferiore›› rispetto all’uomo (Theologiae, Parte I, q. 92, a. 1). Dunque, il primo peccato fu commesso per l’intervento diretto della donna, fu lei che mangiò per prima il frutto dell’albero proibito e lo diede all’uomo per spingerlo a fare lo stesso. L’uomo, sebbene dotato di intelligenza e libero arbitrio, fece cattivo uso di entrambi e si lasciò convincere dalla donna.

Per Sant’Agostino la donna è inferiore all’uomo non per la sua natura mentale, ma per la sua responsabilità nell’introduzione al male, per la sua colpa. Mentre San Tommaso d’Aquino considera la donna strumento utilizzato dal demonio. In questa prospettiva, il diavolo assume il ruolo di causa agente principale e la donna quello di uno strumento per far peccare l’uomo. Secondo la visione dualista dell’essere umano, delineata dal cristianesimo, esso risulta composto da anima e corpo, da spirito e carne. Questa dicotomia sarà utilizzata per associare la donna al principio inferiore, che va combattuto e dominato, ossia il corpo, la carne.

Secondo Sant’Agostino il corpo è un qualcosa che ci condanna ad una esistenza marcata dalla lotta costante contro la nostra natura ribelle di fronte allo spirito, che terminerà con la morte. L’autorità di Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino non sarà messa in discussione dalla teologia cattolica, in alcun tema, fino al secolo XX. Nel tempo, i riferimenti alla donna andarono assumendo un tono sempre più denigrante. Considerata più vicina alla carne, più che alla ragione e allo spirito, la donna passò ad essere responsabile e causa della concupiscenza.

Per esempio, un libro come il Malleus Maleficarum, scritto nel 1486 dai due domenicani Kramer e Sprenger ha come obiettivo la descrizione della stregoneria e i meccanismi per combatterla, facendo un uso massiccio di ingiurie riferite alla donna. La prima parte si occupa di dimostrare l’esistenza delle streghe alla luce della Teologia – la tesi degli autori è che la detta esistenza è una prova dell’azione del diavolo sulla Terra – mentre, la questione VI prova a delucidare perché siano le donne il principale impulso delle superstizioni maligne.

I due autori individuano la causa della stregoneria nella insaziabilità passionale femminile. In questo caso, ciò che si pone in evidenza è la paura incontrollata della sessualità, nello specifico, di quella femminile. La donna, definita dal suo carattere negativo, corporale, irrazionale, è vista come portatrice pericolosa di morte. Sessualità e donna, corpo e donna, morte e donna, si convertono in un binomio inseparabile nella nostra cultura. Questo è l’intero sistema concettuale che nel corso di secoli si impone all’uomo e alla donna occidentale. Non solo la parola scritta – alla quale solo l’élite aveva accesso – anche la predicazione e le immagini, che popolavano le parrocchie ed i conventi, incidevano su queste concezioni e idee.

Era stato il cristianesimo a definire le caratteristiche dei due sessi. L’uomo era considerato un essere più spirituale e razionale, pertanto, prossimo al bene e alla divinità; al contrario, la donna, associata al corpo e alla sessualità, era era la rappresentazione del male e del demonio. A questo punto, ci si imbatte in una doppia catena deduttiva che, da una parte ci conduce dall’uomo a Dio, dall’altra, ci porta dalla donna al demonio:

Uomo-Spirito-Ragione-Bene-Dio/ Donna-Corpo-Irrazionalità-Male-Demonio

In corrispondenza di queste idee e della smisurata paura del demonio, si arrivò alla consapevolezza dell’esistenza di un nemico mortale dell’uomo e allo stesso tempo, si diffuse una concezione della donna come alleata del maligno, nel suo scontro con l’uomo. Di fatto, colui che minacciava il mondo, appariva agli occhi dell’élite giuridiche e religiose dotato di un battaglione disposto a seguire le sue perfide direttrici che prendeva forma nelle “streghe”.

La febbre anti stregoneria che assalì l’Europa durante un ampio periodo di tempo portò a condannare e bruciare una gran quantità di donne per stregoneria, una delle forme assunta dal reato di eresia. La religione cristiana aveva fatto ricorso a due strumenti di diffusione ideologica: la predicazione e le immagini. L’Età Moderna ne portò un altro: la stampa.

È pensabile che in tre secoli l’intero impianto ideologico costruito attorno alla figura della strega, donna esperta di medicina popolare, e alle riunioni sabbatiche sia andato distrutto? Il demonio, presentatosi alla strega nelle vesti della Natura e della Scienza aveva vinto la Chiesa.

Vince la “Rivolta” della Scienza. Nel XVII secolo, in politica scoppia lo spirito volteriano. A prevalere finalmente è la Ragione. La strada viene spianata da Giordano Bruno, precursore della Rivoluzione scientifica. Il dogma razionale vince con Keplero, Galileo, Cartesio, Newton, attraverso la fede nell’immutabilità delle leggi della natura (Assmann, 1991). Spariscono gli incantesimi del Medioevo, dove unicamente esiste lo spirito del Maligno.

Il dio Pan era creduto morto, poi, era stato compreso ch’egli vivesse ancora ed era stato trasformato in Principe dell’aria. Che significa che il sabba scompare? Che ormai è presente ovunque: è penetrato nel costume ed entra a far parte delle pratiche socio-culturali quotidiane. Durante il sabba nessuna donna voleva restare incinta, la Chiesa accusava il Diavolo e la strega di odiare la vita e di amare la morte, di essere nemici della capacità di generare la vita. Ma proprio nel 1700 quando la strega muore, l’amore per la sterilità, la paura di generare diventa la malattia di tutti.

La repressione femminile come evento collettivo in Occidente

L’apice dell’azione violenta e persecutoria viene raggiunta tra il 1550 ed il 1625. Qualche anno prima cominciava a farsi strada un nuovo modo di concepire l’essere umano e la realtà, una fase di cambiamento confluita nel Rinascimento, che dall’Italia s’irradia in tutta Europa. La diffusione di una diversa percezione di se stessi e della propria vita sceglie come canali espressivi la letteratura, l’arte, la musica, la poesia. Le nuove idee e le forme del pensiero generano una vivacità intellettuale in campo letterario, culturale ed artistico, gettando i semi per lo sviluppo dell’Umanesimo, basato sull’attenzione verso l’Uomo ed il suo mondo.

L’introduzione della stampa a caratteri mobili, importata dall’Oriente tra il 1430 ed il 1440, da Johann Gutenberg, contribuisce a conferire vigore e diffusione a questo scenario. L’idea era quella di incidere caratteri in metallo, recanti le lettere dell’alfabeto, sulla base degli ideogrammi cinesi troppo difficili da riprodurre e da memorizzare per gli europei. Da tale innovazione scaturisce la creazione di una futura industria libraria. Si pensi alla capacità di diffusione che, grazie al processo di stampa, raggiunsero i trattati di letteratura demonologica e la Bibbia, stampata dallo stesso Gutenberg.

Da quanto emerge, la persecuzione inizia quando il ritmo della vita culturale subisce una violenta accelerazione e l’incidenza della paura e il sentimento di minaccia si sovrappongono al progresso nel campo della scienza e della cultura. Alla soglia di un’epoca illuminata dalla civiltà, la paura delle “streghe” raggiunge una crudeltà inimmaginabile: nei primi anni dell’Età Moderna i processi diventano la norma, mentre nel Medioevo costituiscono accadimenti isolati.

Volendo ricercare le cause razionali, scevre dalla componente emotiva, che inevitabilmente comporta questo tipo di passato storico, diverse sono le ipotesi (dal momento che non possiamo formulare una risposta univoca né bilaterale): l’invenzione della stampa e la conseguente diffusione di testi, prettamente di natura religiosa, l’influenza dell’Oriente, del “diverso” come altro da sé, la scoperta delle Americhe.

Le migliaia di vittime dell’annientamento del pensiero e della mortificazione del corpo, ritengo, non considerassero quelle variabili come possibili cause della punizione loro inferta, né fossero in grado di valutarne gli effetti a lungo termine. Molto probabilmente la loro attribuzione di senso era il prodotto della realtà quotidiana e del loro status: donne del popolo, mogli o figlie di contadini, votate alla famiglia e ad “onorare” il marito. L’impossibilità di comprendere la complessità di quanto stava avvenendo e le atrocità commesse, a danno di un gruppo minoritario, spinse la Ragione a costruire il mito secondo cui il fanatismo e la paura erano figli di un’epoca preistorica.

Si fa davvero fatica a riconoscere la portata di ciò che viene inteso come mero progresso della storia della cultura.

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