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2 gennaio 2014

Una voce da “dentro”: le proteste del Gezi Park

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Oggi – Il 9 Settembre 2013 ad Hatay (Antiochia) c’è stata la sesta vittima degli scontri tra manifestanti e polizia, un altro ragazzo di 22 anni (Ahmet Atakan) è stato colpito da una latta di gas lacrimogeno alla testa ed è morto. La repressione della polizia continua ad essere violenta a Istanbul, ma in particolar modo ad Antiochia (Hatay), città natale di 3 delle 6 vittime degli scontri, da sempre centro della resistenza contro l’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi, in italiano il partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdogan. Antiochia è lontana dai centri di governo, ed è scomoda proprio per non aver mai accettato il governo di Erdogan.

Zona già fulcro delle proteste e successivi attacchi durante la guerra civile in Siria, la cittadina di Reyhanli, dove sono esplose le due autobombe, è appunto nella provincia di Hatay. E l’11 Maggio, il giorno dell’esplosione delle autobombe, Erdogan ha imposto un veto e l’oscuramento dell’evento da parte media. Data la vicinanza con la Siria, le proteste e le reazioni ad Hatay, in cui abita una buona percentuale di Alevi (comunità di sciiti musulmani di Anatolia), sono state attribuite dalla politica locale all’influenza generata dalla guerra in Siria sull’intera provincia, e descriverla come pro-Assad.[1]

Intanto ad Ankara gli studenti dell’Università Tecnica del Medio Oriente (Orta dogu teknik universitesi – ODTÜ) stanno protestando contro la costruzione di una strada ad alto scorrimento che attraverserebbe il campus. In risposta la polizia ha sparato sugli studenti gas e acqua pressurizzata.
E a Istanbul piazza Taksim è stata trasformata in un’enorme, uniforme colata di cemento.

La copertura massmediatica della situazione a Istanbul e in Turchia è del tutto assente, i media si orientano e dibattono piuttosto sull’Egitto e sulla Siria, mentre ci sono bulldozer che abbattono alberi per far posto al terzo ponte sul Bosforo e a Istanbul gli orti di Yedikule vengono occupati da chi li lavora. I forum continuano ormai solo in pochi parchi, in particolar modo a Istanbul sul lato asiatico, a Yogurtcu Park. Un parco che prosegue nello spirito del Gezi Park, creando spazi di condivisione non controllati, momenti di scambio di idee e luogo di sperimentazione di nuove forme di comunicazione e, volendo, democrazia. Così escono dalla nostra percezione gli aggiornamenti su un paese ancora in subbuglio. Dal 14 Giugno, il sabato dello sgombero del Gezi Park, oltre all’intensificazione della censura e dei controlli, il governo di Erdogan non ha concesso nulla ai manifestanti e non ha cambiato nulla, se non l’aver avviato il processo di costruzione del terzo ponte e il dibattito su interminabili questioni legali sul futuro utilizzo del Gezi Park.

Storia a Istanbul – Ho abitato ad Istanbul per 4 anni, partecipato a proteste per Taksim, per Tarlabasi, per la libertà di stampa, al Pride, al Trans Pride, contro gli impianti idroelettrici, al primo Maggio e altre proteste. È stato emozionante e spaventoso aver visto quello per cui abbiamo protestato a lungo coinvolgere così tante persone e creare questo effetto.

Piazza Taksim e la strada Istiklal sono il centro di Istanbul, della vita notturna e di gruppi politici e non. A Taksim si tengono quasi tutte le manifestazioni o proteste. Quel che accadeva a Istanbul ormai da anni era alla base della protesta iniziata a Gezi Park, quel che è accadde dopo ha radici anche in altro.
Istanbul, già dagli anni del governo di Turgut Ozal[2] aveva assistito a una deriva neoliberista nei rinnovamenti urbani di zone storiche e alla minaccia di sfratto per molte persone, alla costruzione di hotel a cinque stelle, grattacieli, complessi di uffici, zone commerciali, privatizzazione dei servizi pubblici, grandi opere di rinnovamento come l’apertura di grandi boulevard, la demolizione di zone industriali e la costruzione di gated communities. Progetti di rinnovamento, ricostruzione, demolizione che ne hanno cambiato il profilo, la distribuzione demografica e sociale, e che stanno scuotendo l’opinione pubblica, come la stazione ottomana di Haydar Pasa sul lato asiatico, che pare sia destinata a diventare un altro hotel di lusso, o come il molo di Besiktas per il quale è stato firmato un accordo per integrarlo nell’hotel Shangri-Là.
Dopo aver firmato un contratto di 29 milioni di dollari, sembra sia inoltre in cantiere la costruzione di un terzo aeroporto per Istanbul.
E ancora, la costruzione del terzo ponte sul Bosforo (voci riferiscono sia stato iniziato a costruire nel posto sbagliato, vanificando la rimozione di alberi che non possono comunque essere ripiantati) che, secondo le varie fonti che circolano sui vari media, eliminando fino a 2.000.000 darebbe un brutto colpo alla foresta Belgrad, la grande area verde intorno alla città.
Nel film del 2011 Ekumenopolis di İmre Azem, la costruzione di un terzo ponte che si propone come una soluzione al traffico intenso della città, è alla base di una catastrofe ambientale per Istanbul. Le autostrade che lo collegherebbero alla città diventerebbero una delle cause principali dell’aumento del traffico, portando nuove abitazioni, negozi e infrastrutture in una zona che era in precedenza coperta di alberi. Persino il nome del ponte ha portato malcontento, essendo candidato il nome del sultano Yavuz Selim I, che nel XVI secolo compì il massacro di 40.000 Alevi.
Bartu-Candan e Kolluoğlu, sottolineano come il momento in cui il partito di Erdogan prese il controllo della Buyuk Belediye (Grande Municipalità) e degli altri distretti, segnò un punto di svolta decisivo nel processo di liberalizzazione di Istanbul[3]. Sottolineano, inoltre, come dal 2000 il tipo di investimenti del comune di Istanbul sia cambiato in maniera visibile, orientandosi verso hotel di lusso, centri commerciali e uffici[4].
Infatti il governo di Erdogan, dal 2002 continua a sostenere attivamente la costruzione di centri commerciali e altre zone di grande ritorno economico, come le nuove gated communities ad Atakent e a Kucukcekmece, ma non solo, a discapito di investimenti di sostegno per le fasce più povere della società, costrette a spostarsi ai confini di Istanbul e disperdere le proprie comunità. Il film Ekumenopolis è illuminante, già annuncia ciò che è successo a Istanbul, nello specifico.

Tra le prime grandi operazioni di ingegneria sociale dell’AKP un esempio di grande impatto è stato un progetto di “rinnovamento” a Sulukule, che ha espulso artigiani e professionisti che abitavano nella zona da generazioni e ha anche allontanato la comunità Roma, perché Sulukule, distretto storico, doveva essere rinnovato. Un altro esempio è il quartiere di Tarlabasi, zona adiacente a Taksim dove abitavano Curdi, immigrati e sex workers che ora non hanno più casa o, in alternativa, si sono spostati ai confini della città che, si dice, non abbia fine. Tarlabasi è stata sempre una zona densamente abitata e prospera dal XVI fino a metà XIX secolo, ricca di case, negozi e chiese, che è stata separata da Beyoğlu e dall’Istiklal nel 1980, demolendo oltre 360 edifici in tipico stile levantino per far spazio alle 6 corsie del Tarlabaşı Boulevard. E ora la demolizione di un blocco di circa 30 case farà spazio a un comprensorio di uffici e negozi che, come riferisce il comune di Beyoğlu sul sito, sarà Herkes için, hep beraber (Per tutti, tutti insieme)[5] e renderà la zona più sicura e economicamente più ricca. Il quartiere si sta preparando, dunque, a diventare una zona ricca di boutique hotel e presumibilmente di turisti. La compagnia che ha vinto l’appalto per la ricostruzione di Tarlabasi è di proprietà della Calik Holding, il cui CEO, Berat Albayrak, è il genero di Erdogan.[6]

Gezi Park – La giunta comunale in mano all’AKP ha varato un piano di rinnovamento di alcune aree senza alcuna pubblica consultazione, tra cui il progetto che coinvolge piazza Taksim, un progetto che già aveva iniziato a disturbare e distruggere gli equilibri della zona di Taksim. Come per esempio sull’Istiklal (la via pedonale dello shopping e della vita notturna dove negli ultimi anni si sono moltiplicate sempre più le grandi marche e sono diminuiti gli esercizi a conduzione familiare) nel 2011 è stato inaugurato il centro commerciale Demiroren, costruito su un edificio ottomano e presentato come ricostruzione storica. Lentamente, dopo alcune proteste, il centro commerciale è stato comunque inglobato nella realtà quotidiana dell’Istiklal.

Proprio accanto al Demiroren, a partire dal 2009, c’erano state proteste per la chiusura del cinema Emek, cinema storico e indipendente che ospitava vari festival. Nello stesso blocco dell’Emek il Cercle d’Orient. nel Dicembre 2012 ha chiuso anche una pasticceria storica, Inci, per far posto a un altro centro commerciale, che ha alimentato il disagio e i sospetti sul progetto di rinnovamento. E il 7 Aprile, in una delle tante proteste davanti al cinema Emek, la polizia ha lanciato lacrimogeni e ha arrestato i manifestanti. Il cinema Emek è stato demolito il 20 Maggio 2013.
Ritorniamo a Piazza Taksim. Il progetto della nuova piazza, col suo centro commerciale, i grandi hotel, la zona pedonale, che la rendono più pulita e presentabile ai turisti o a chi vuole e può permettersi di fare shopping in negozi di lusso, vuole rendere innocuo il suo potere politico e sociale. Infatti Taksim, il luogo di Istanbul della protesta per eccellenza, una piazza che il primo Maggio diventa quasi sempre teatro di scontri per ragioni storiche e da cui partono praticamente tutte le manifestazioni, negli ultimi 5 anni ha visto crescere il numero dei partecipanti delle manifestazioni dell’8 Marzo, del Gay Pride e del Trans Pride. Una piazza politicamente usata da tutti.
Ed è proprio lì che c’è il Gezi Park, con i suoi 606 alberi che, si dice sulla rete, devono essere protetti, perché quel posto è uno degli ultimi spazi verdi di Taksim ed è un simbolo.
Negli anni passati, all’interno di una politica di strumentalizzazione dei terremoti dell’amministrazione (che dopo il grande terremoto del 1999 è un argomento sempre più dibattuto) si sottolineava come quella fosse in teoria l’unica zona in cui ci si potesse rifugiare, dato che in quella zona Istanbul è un fitto labirinto di stradine, palazzi e strade ove spesso può passare a malapena una macchina.
E tra le voci dei protestanti emerge prepotente quella di chi ritiene del tutto inutile un altro centro commerciale. E anche qui i numeri sono riportati dalla rete: potrebbe essere il 18esimo centro commerciale della zona e il 76esimo di Istanbul, dati di cui non ho informazioni certe, ma certamente di centri commerciali ce ne sono ovunque.
Da un punto di vista più ampio, di politica interna, il governo di Erdogan, ormai da più di dieci anni al potere, ha in cantiere due progetti, la costruzione di una diga e alcune centrali idroelettriche nell’est della Turchia, che avevano già dato origine a proteste. L’AKP ha anche dato il via ad ampie riforme legislative di diversi settori della vita pubblica e privata. Solo nel 2012 sono state approvate leggi che limitano aborto e parti cesarei, le dimostrazioni di affetto in pubblico (a due ragazzi che si baciavano sulla metro ad Ankara è stato fatta una multa, la protesta che è seguita è stata attaccata da un gruppo di militanti conservatori) e persino il colore del rossetto delle assistenti di volo della compagnia di bandiera. E le ulteriori restrizioni per uso e vendita di alcolici, per “proteggere” la Turchia da queste abitudini non islamiche, sottolineano la posizione più favorevole ai sunniti delle politiche sociali di Erdogan.
E il PM turco notoriamente non brilla per diplomazia dal punto di vista verbale. In una famosa frase di Erdogan sul ruolo delle donne nella società, spesso riportata, le mogli dovrebbero stare a casa e fare almeno tre figli. Questa affermazione è stata ripetutamente contestata e in una delle proteste su un muro si legge: “Erdogan, sei sicuro che vuoi che ogni donna abbia tre figli come noi?”. E non è l’unico esempio. Un altro rimproverava Erdogan “che non avrebbe dovuto proibire quell’ultima birra!”.
A Giugno, nei giorni delle proteste al Gezi Park, dopo aver accusato un gruppo di marginali, alcolisti e drogati, è poi passato a criticare sia l’opposizione (CHP cumhurriyet halk partisi, il partito popolare della repubblica di ispirazione Kemalista), che i poteri stranieri e i social network (dicendo di Twitter, un cancro della società) e ha poi ultimato il suo discorso dicendo che i protestanti sono solo gruppi di saccheggiatori e malandrini (capulcu che si pronuncia ciapulgiu), parola che, come da più parti è stato ironicamente sottolineato, è entrata nel dizionario inglese, o almeno su wikipedia, come termine che significa “difendere i propri diritti”.
Il 27 Maggio 2013 un gruppo di giovani e studenti, ma non solo, si riunisce al Gezi Park in risposta al piano di rinnovamento di Taksim per fermare le gru. Porta tende, libri e si ferma lì.
Alle 5 di mattina del 30 Maggio, giovedì, arrivano i bulldozers per sradicare gli alberi, la polizia gassa chi era lì a guardia del parco, brucia le tende e tutti gli effetti personali dei manifestanti, costretti a correre via tra le nuvole di gas per tornare poi il giorno seguente e ricominciare da capo, questa volta in numero maggiore. Il fatto si ripete comunque all’alba del Venerdì. Dopo le 12 la protesta pacifica viene attaccata dalla polizia con lacrimogeni e acqua compressa sparata dai TOMA, che miravano apertamente sui manifestanti. Hanno persino sparato lacrimogeni nella stazione della metro di Taksim e chiuso le uscite. La VI Corte Amministrativa di Istanbul sospende il progetto del centro commerciale prima delle ore 17 di venerdì. E in quel momento non si riuscì a capire se questo risultato fosse un successo dei manifestanti o solo un modo per mettere fuori legge tutti quelli che avessero continuato a protestare.
Ma la protesta si infiamma. Centinaia di persone si riversano in piazza Taksim, resistendo alla polizia e agli attacchi dei TOMA (Toplumsal Olaylara Müdahale Aracı o in italiano, più o meno, veicolo per interventi in eventi pubblici) e al gas… la resistenza dura tutta la notte, ma la repressione continua. I media non reagiscono, non diffondono alcunché della protesta, mandano in onda un documentario sui pinguini e una ricetta per il risotto.
Nel silenzio dei media turchi, e nella totale assenza di informazione della società civile, i media internazionali grazie ai social networks iniziano a mobilitarsi. La protesta si estende ad altre città, Ankara, Izmir, Hatay dove perde la vita un altro ragazzo. La repressione è brutale ovunque. Continua nel sud, Dersim, Baliksheir, Eskisehir. Il 5 Giugno, a Rize, la città natale di Erdogan, un gruppo di manifestanti viene assediato e attaccato da sostenitori del Primo ministro senza gravi conseguenze. Ed Erdogan non ha risposto alle critiche, le ha del tutto ignorate ed è partito per un viaggio di quattro giorni in Africa Settentrionale.
Quando sono arrivata a Istanbul, il 14 Giugno, era diffuso tra i più un senso di colpa e attesa della punizione.

Il giorno dello sgombero, in prima persona – Il 14 Giugno arrivo a Istanbul e mi informano subito che ci sarebbe stata una manifestazione sull’Istiklal in supporto dei musicisti di strada. Una pattuglia della zabita (vigilanti di quartiere) ha rotto strumenti e occhiali e schiaffeggiato una ragazza che suonava per strada, perché le percussioni sono proibite. La protesta è stata magnifica. Tamburi, musica, su e giù da Odakule a Tunel con gente che ballava e, quando la zabita ha provato a intervenire, è stata allontanata dal gruppo sostenuto anche da altri passanti. Insomma si era tranquilli e ci si preoccupava per il giorno dopo, la domenica, giorno dei grandi meeting indetti da Erdogaz (com’è stato ribattezzato da molti nei giorni del Gezi Park).

Io ero emozionata, stavo per vedere il Gezi park e mi chiedevo come potesse essere dopo otto mesi di mia assenza, dato che la città già mi sembrava diversa di per sé.
La protesta si conclude alle 18 circa e io penso di andare al parco, perché voglio salutare i miei amici che sono lì. Ci avviamo, facendo tappa per una birra in un locale dove spesso si radunano attivisti. Si parla, si specula, la gente in strada parla di gruppi organizzati, di supposizioni, quale sarà la prossima mossa, dove arriverà e quando attaccherà, si discute di quali siano le migliori maschere per proteggersi dal gas e i rimedi più efficaci. Si parla del fatto che il giorno dopo ci sarà un meeting dell’AKP a Istanbul, sul lato asiatico, e si ha paura di quello che potrà succedere, che potrebbero permettere alle persone di circolare e poi aizzarle le une contro le altre. Il che è poi successo.
La sera del 14 Giugno alle 20, ci stiamo avvicinando al parco, io lo voglio finalmente vedere. E iniziano a girare le voci che stiano per sgomberarlo. Fino a quel momento avevamo sentito solo che Erdogan aveva detto che “domani o si svuota o lo svuotiamo”. E quindi si pensava che avrebbe aspettato un altro giorno.
Noi alle 20 siamo all’incrocio di Taksim con l’Istiklak, ma da lì non si può entrare, perché la polizia fa partire un TOMA. Molti iniziano a indietreggiare e noi cerchiamo un’altra strada per raggiungere il parco. Non c’è verso, però. Le voci dell’attacco erano vere. E da quel momento in strada ho continuato a sentire solo voci, dicono che hanno lanciato il gas lacrimogeno nel centro del parco dove, in quel momento, nella sicurezza del non attacco, c’erano famiglie e bambini. Dicono l’avviso ha preceduto di mezz’ora l’attacco col gas, ma a chi occupava il parco non è stato dato il tempo di allontanarsi. Nel caos tutte le persone che erano lì correvano all’impazzata o cercavano rifugio nel vicino Divan Hotel, uno degli edifici che ha tenuto le porte aperte ai manifestanti e ha anche consentito l’allestimento di un revir (un centro medico d’emergenza). Altre voci annunciano poi che è stato anche tirato gas anche dentro l’hotel, dove la gente aveva cercato riparo. Tutte voci confermate.
Ritorniamo al locale, iniziamo a organizzarci. Si prepara il talcid, sostanza che allevia l’effetto del gas sugli occhi e sulla pelle, si preparano bottigliette, si immerge la sciarpa nel vicks, si copre con la maschera, cappuccio in testa, occhialetti al collo e ci si dirige all’incrocio con l’Istiklal. C’è gente ovunque, è a malapena buio. Io sono senza occhialetti, ma con la maschera, la avvolgo in una sciarpa e me la rimetto sul volto. La gente salta, grida “bu daha baslangic mucadeleye devam” (questo è solo l’inizio, la lotta continua) e a ondate si getta contro il TOMA, poi man mano le persone ritornano indietro con gli occhi distrutti, tossiscono, e noi gli diamo il Talcid, o li guidiamo per mano altrove. E poi si ricomincia. La gente chiama chi è dietro e invita ad avanzare, si dice ci sia la polizia in borghese tra di noi, c’è chi fa domande nel caos, passa un gruppo di persone che trasporta un ferito. Per il resto, alcuni avanzano, altri colpiti dal gas hanno bisogno di guida.
E nella folla spuntano i primi che vendono occhialetti da piscina e maschere antigas a prezzi stracciati. Questo è ciò che mi ha sempre fatto sorridere della Turchia. Sempre pronti sull’istante a fornire ciò di cui c’è bisogno. Mi son sempre chiesta dove tenessero le scorte.
Va avanti a ondate per un po’, fino a quando non si capisce che la polizia è determinata a concludere, a sgombrare e disperdere la folla. Si dice che il parco sia vuoto ormai e i manifestanti siano stati allontanati. Il TOMA spruzza sempre più lontano, brucia tantissimo, c’è qualcosa nell’acqua, non è più solo acqua e gas, o comunque, non si sa cosa sia. Oggi dicono che era una sostanza urticante ma, come per tutto, non ci sarà mai modo di confermare.
Il TOMA avanza con il suo getto d’acqua sulla folla, e si resisteva al tentativo di avanzare del TOMA, ma nei giorni successivi si son viste foto in cui qualcuno si è infilato sotto al TOMA per bloccarlo, o di persone sedute investite da potenti getti d’acqua. E poi arriva il gas lacrimogeno, o forse un’altra sostanza che ti toglie il fiato e stimola conati di vomito. E la gente inizia a correre e a scappare. In molti alziamo le braccia urlando “sakin sakin!” (calmi, calmi!) cercando di rallentare la folla impazzita, pericolosa, e in qualche modo la folla rallenta. Continuiamo ad allontanarci come una grande onda e a defluire in una strada laterale per rifugiarci in un locale.
Si entra, da fuori sembra chiuso, luci spente o molto basse. È pieno di gente dislocata su 4 piani. C’è chi invita a salire più in alto, intanto l’effetto del gas si avverte anche lì, ci dicono di stare lontani dalla finestra e di non fare troppo rumore. Al piano basso alcuni senza maglietta gridano, brucia, brucia… l’acqua, il gas…
Noi siamo al piano di sopra in attesa che sia il TOMA sia la polizia si allontanino dalla strada del locale. Il gas persiste, ma cerchiamo di calmarci, cerchiamo le persone che conosciamo e parliamo di quello che succede. Poi decidiamo di andarcene in gruppo, visto che non possiamo fare molto, o almeno non ce la sentiamo. Siamo gruppo di 15 persone, cerchiamo di trovare una strada aperta, la polizia spara gas su Istiklal e nelle strade laterali, sul Tarlabasi Boulevard c’è la polizia, noi attraversiamo lo stradone e ci buttiamo nelle stradine scure del quartiere, dove in qualche modo, ci si sente protetti. Credo di aver capito che in quella zona, essendo di maggioranza curda e particolarmente “unita” nel quartiere, la polizia non entra facilmente. Noi scendiamo verso il basso, verso Irmak Caddesi, per allontanarci dal gas, e poi risaliamo verso Omer Hayyam. Per fare un tragitto di dieci minuti ne impieghiamo quaranta, scambiano informazioni con i passanti per sapere se e dove c’è gas e polizia…. e poi a casa.
Stiamo tutte più o meno bene, una di noi è stata investita da uno spruzzo del TOMA e ora, a causa della sostanza nell’acqua, ha le gambe rosse che le bruciano. E non si può fare una doccia, perché l’effetto dell’acqua aumenta il bruciore, si deve solo aspettare. Io sento bruciare la mano che ho usato per mettere il Talcid sugli occhi delle persone che mi venivano incontro. Ora stiamo tranquille a casa, a scherzare in parte su quello che è appena successo.
Non si sapeva quel che sarebbe accaduto il giorno dopo, in qualche modo in scala minore, ma che ci avrebbe spaventato anche di più.

Dopo lo sgombero – La domenica, dopo un’intera notte di scontri a cui non abbiamo partecipato, è difficile attraversare l’Istiklal e raggiungere Cihangir, passando dal lato di Tarlabasi. Avevamo preparato dei panini da portare nei posti dove di solito ci si raccoglie durante gli scontri e dove conosciamo gente, ora che non c’è più il Gezi park. Però si può attraversare l’Istiklak solo senza maschere o elmetti o occhialetti nella borsa. Io faccio finta di essere una turista.

Il momento più importante della giornata è quando inizia il grande incontro dei sostenitori dell’AKP con Erdogan sul lato asiatico. Voci riferiscono che circa 300.000 persone si siano radunate, girano anche voci sul fatto che fossero tutte donne anziani e bambini, o che fossero stati trasportati lì con gli autobus o pagati. Voci confermate. La polizia su Istiklal continua a tirare gas per tenere libera la strada disperdendo i manifestanti nelle stradine laterali. Intanto viene confermato dai sindacati lo sciopero generale indetto per il giorno dopo.
Dopo aver finito le consegne, e dopo esserci accorte che i gruppi non riescono a radunarsi, ci ritroviamo a casa di una di noi, a Kasimpasa. E lì credo di aver visto la cosa che mi ha fatto più paura.
Mentre Erdogan sta per finire il suo discorso, sulla strada alcuni manifestanti cercano di costruire una barricata, ma arriva la polizia e con due bombe di gas lacrimogeno disperde la folla. Subito dopo, da una strada laterale di Kasimpasa, salgono 40 o 50 persone armate di bastoni che gridano Polise Kalkan Eller Kırılsın (si rompa le mani di chi si alza contro la polizia) o semplicemente “Recep Tayyip Erdogan”, poi a un certo punto qualcuno indica qualcosa e tutti, urlando si gettano in quella direzione. Vediamo la nostra vicina dal balcone che grida “Che fate? Non lo fate!” e poi scende giù di corsa. Da li non vediamo bene, ma non si può far altro che riprendere il più possibile con la macchinetta fotografica per pubblicare il video su Facebook, in cui sono già numerosi i messaggi che descrivono gruppi simili in giro in diversi quartieri. Quella è stata la giornata in cui il popolo è stato diviso, e mentre gruppi armati di bastoni (o coltelli) girano indisturbati per le strade, la gente che ha protestato pacificamente si è chiusa in casa o rifugiata da qualche parte. Quel giorno non ci sono state proteste spettacolari, ma paura e attacchi tra civili.
E dopo? Un breve riassunto. Hanno arrestato i medici che hanno curato i manifestanti, chi ha postato su Facebook o Twitter, e fermato persone che giravano da sole. E si parla di cambiare alcune leggi, tra cui una che obbligherebbe i medici a rivelare informazioni sui propri pazienti fino ad ora coperte da riservatezza, e il diritto dello Stato di poter usare armi in caso di rivolte (una legge pare basata sul modello iraniano). Ora ci sono proteste pacifiche, ma l’aver sgomberato con la forza il Gezi Park non significa aver risolto il problema. Ora che l’attenzione dei media si è ridotta, che la comunità internazionale torna ad altri problemi, ora le cose cambieranno, e potrebbero cambiare in peggio, perché si racconta di attacchi di gruppi di civili ad altri gruppi che si radunano nei parchi con lo spirito di portare avanti questo esperimento di democrazia aperta…
Dopo lo sgombero, e per un paio di settimane, ci sono stati gruppi che tentavano di avvicinarsi alla piazza per riprendersi il parco, ma a impedirlo c’era sempre il presidio della polizia. Poliziotti seduti all’ombra degli alberi di Gezi bevono il tè e chiacchierano. E tengono fuori i civili dal parco. Hanno circondato il parco con striscioni che annunciano lavori in corso per il rinnovamento del parco e che prima o poi ci sarà la riapertura al pubblico. Intanto son proseguiti arresti e pressioni, la gente si riabitua a lavorare sotto il regime di Erdogan, e i giornalisti che sono stati costretti a non parlare a causa di ordini superiori e che han cercato a modo loro di mostrare le immagini proibite, rimangono disillusi e sperano di trovare altro lavoro indipendente. Persone che sono state arrestate escono e raccontano cosa è successo e diffondono storie di molestie da parte della polizia.
Lunedì 24 giugno è stato rilasciato il poliziotto che ha sparato il proiettile di gomma a Ethem Sarisuluk, ed è stato giustificato il rilascio per legittima difesa e anche perché Ethem faceva parte di un’organizzazione.
Sabato 29 Giugno era già stata indetta una protesta anti-governativa a Taksim. La sera prima a Lice, Diyarbakir, era stato ucciso un ragazzo di 18 anni, Medeni Yildirim, che protestava contro la costruzione di un commissariato di polizia di avanzata sicurezza. È stato ucciso dalla polizia che ha sparato sulla folla dei manifestanti con proiettili veri, ferendo 7 persone. Piazza Taksim si è riempita di gente che urlava e slogan, “lunga vita alla fratellanza dei popoli”, che il ragazzo apparteneva ai curdi e come questa lotta per loro andava avanti ormai da anni. Ed è in questo spirito di unità conosciuto nell’ultimo mese che vanno avanti le proteste.
Dopo questo evento, la folla si è allontanata da Taksim Square, e un gruppo di circa mille persone è rimasto in piazza e poi è stato costretto dalla polizia ad allontanarsi. Si torna in piazza per riprendersi gli spazi che appartengono alla gente, si torna per riprendersi il diritto a protestare.
Nei giorni seguenti, e il 13 luglio in particolare, nelle strade laterali di Istiklal i negozianti locali reagiscono ai continui scontri con la polizia e alcuni se la prendono con i manifestanti. Già la sera del 6 luglio un uomo girava in Talimhane con una mannaia e minacciava i passanti, tra cui una donna, che veniva presa a calci sulla schiena e allontanata, scelta senza alcuna logica apparente. La polizia non interviene subito, poi arresta l’uomo, ma tuttavia viene rilasciato molto presto. Si identifica l’identità dell’aggressore e si scopre che è uno dei negozianti locali, e sui social network gira il video dell’attacco e il nome dell’esercizio. In un articolo su T24[7] si ricorda che, nonostante alcuni aggressori siano negozianti, non tutti lo sono. Girano suggerimenti alla cautela, che potrebbe essere d’aiuto sedersi e parlarne e, anche se si può sospettare che gli esercenti siano nella maggior parte dell’AKP, molti hanno comunque apertamente lamentato difficoltà a mantenersi gli esercizi attivi nei mesi degli scontri.
Ma cosa è riuscito a ottenere con questa protesta il popolo in Turchia? In piazza c’erano nazionalisti, musulmani anti-capitalisti, kemalisti, alevi, kurdi e LGBT. Gruppi che erano fianco a fianco, ma non hanno mai dialogato tra loro, né riconosciuti, né tantomeno sapevano dell’esistenza degli altri gruppi. In questa cornice, in una società estremamente maschilista e anti-LGBT, si è creato uno spazio per il dibattito, seppur minimo. Per esempio l’intervento dei ragazzi del Carsi (si pronuncia Ciarsci), il gruppo di tifosi del Besiktas, che si identifica come anarchico (con la A di Carsi scritta come il simbolo anarchico), che ha partecipato alle proteste a Taksim e che si è avvicinato alle tematiche femministe e LGBT, dimostrando un’apertura che, per quanto mi riguarda, non sarei mai riuscita ad attribuire a un gruppo di tifosi. Colpa mia.
Il blocco LGBT e sex workers hanno tenuto un workshop e si sono adoperati a spiegare il significato di termini come frocio o puttana, ricordando che froci e puttane erano lì con gli altri a protestare, e di non utilizzare tali insulti nella resistenza per non alienare nessun gruppo. Gruppi che, dopo lo sgombero, hanno iniziato a radunarsi nei parchi o in giardini pubblici per condividere le esperienze degli scontri e parlare di come costruire una risposta alle politiche del governo.
Quello che è successo a Gezi Park, e la reazione della gente, deve essere inserito in questo contesto, ricordando che la protesta non è nata sotto nessuna bandiera politica, probabilmente sotto la spinta di studenti universitari, ma che ora include nazionalisti, kemalisti, anarchici, LGBT, sex workers, Alevi, Armeni, Curdi, accademici, avvocati, alcuni elettori dell’AKP… e non era più soltanto per salvare il parco. È anche per il parco, ma è soprattutto per il malcontento prodotto dalle politiche del governo. E la protesta è solo una legittima richiesta di ottenere ciò che è dovuto alle persone, il rispetto del loro diritto alle città, a far parte del processo decisionale che riguarda ciò che a loro appartiene, a rispettare la loro libertà di espressione, assemblea, protesta, senza la repressione brutale e violenta dello Stato che abbiamo visto fino ad oggi.[8]
A Istanbul il rinnovamento è stato rapido ed evidente, in altre città funziona più lentamente. Non dimentichiamo che gli spazi pubblici ci appartengono e rappresentano un’idea di una società che appartiene a tutti, dove i rapporti che si creano possono essere indipendenti dalla logica del capitalismo.
La resistenza continua, gli attacchi brutali della polizia ai manifestanti in altre città ancora non si fermano e, dopo una lunga estate di alti e bassi, proprio pochi giorni fa ci sono stati nuovi scontri a Kadikoy, sul lato asiatico di Istanbul, tra polizia e manifestanti. Né allora, né oggi si può sapere come si andrà avanti, se il PM si dimetterà o se mai riconoscerà come violento il suo modo di rispondere alla volontà popolare, se non cambierà, se la polizia smetterà di attaccare i manifestanti, o se aspetteranno che non ci sarà più nessuno in piazza e per le strade. Non è facile immaginare ciò che accadrà, però come dicono ancora in Turchia, questo è solo l’inizio.

Bibliografia

Aksoy, Asu Riding the storm: ‘new Istanbul’, City: analysis of urban trends, culture, theory, policy, action, 2012, 16:1-2, 93-111
Almond, Ian, The fate of İstanbul’s historic Tarlabaşı, Today’s Zaman, 11 Luglio 2012, disponibile all’indirizzo http://www.todayszaman.com/news-286234-the-fate-of-istanbuls-historic-tarlabasi-by-ian-almond-.html;
Baydar, Yavuz Istanbul’s ‘One Minute!’ to Erdoğan 3 Giugno 2013, disponibile sul sito dell’Huffington post http://www.huffingtonpost.com/yavuz-baydar/istanbuls-one-minute-to-e_b_3377456.html?utm_hp_ref=tw
Bartu-Candan, A., Kolluoğlu, B. Emerging spaces of neoliberalism: A gated town and a public housing project in Istanbul, New Perspectives on Turkey, Vol. 39, 2008, 5-46.
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Zürcher, Erik J.Turkey:A Modern History, Revised Edition, I.B. Tauris, Settembre 2004
Articoli tratti da quotidiani turchi e internazionali, siti indipendenti tra cui Bianet (http://www.bianet.org/), Jadaliyya (http://turkey.jadaliyya.com/), T24 (http://t24.com.tr/ ), Hurriyet, Radikal, Today’s Zaman e Taraf e in particolare dialoghi con conoscenti ed esperienze personali.

Note

[2]Turgut Ozal, primo ministro turco dal 1983 al 1989 e Presidente dal 1989 al 1993
[3]Le leggi comunali del 2004 e 2005, tuttora in vigore, hanno ampliato le responsabilità amministrative dell’ufficio del sindaco (in particolar modo reso più facile per la Buyuk Belediye di avviare e mantenere collaborazioni con ditte private). A seguire altre leggi (tra cui la legge 5366 YIPRANAN TARİHİ VE KÜLTÜREL TAŞINMAZ VARLIKLARIN YENİLENEREK KORUNMASI VE YAŞATILARAK KULLANILMASI HAKKINDA KANUNovvero la legge per la Protezione tramite rinnovamento di edifici storici trascurati e Immobili Culturali) che garantiscono al comune il potere di avviare grandi progetti di rinnovamento urbando, ignorando le leggi presenti che regolano l’edificazione.
[4]La capienza degli hotel a 5 stelle dal punto di vista dei letti era di 2000 nel 1980, 6786 nel 2000 and un ulteriore incremento negli anni 2000 fino a 10,199.21. Per quanto riguarda i centri commerciali, dai primi anni 90 ne aveva solo 10 e tra il 2000 e il 2008 sono arrivati a quota 47, 28 dei quali costruiti negli ultimi 4 anni. Così come è successo per lo gli spazi adibiti a uffici.
[5]Sfortunatamente il sito è solo in turco ma vi sono descritti tre dei progetti di rinnovamento a Beyoğlu sul lato Nord-Ovest dell’Istiklal, disponibile a: http://www.Beyoğlubuyukdonusum.com/default.aspx