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2 gennaio 2014

La figlia del Nilo dimenticata

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L’Egitto svolse un ruolo trainante nella diffusione delle questioni di genere in Medio Oriente, in parte ciò è dovuto al fatto che il Cairo fu uno degli epicentri culturali del risorgimento arabo-islamico. La nahdah e il fermento culturale a cui diede vita posero le basi per la nascita dei movimenti femministi nel secolo successivo, di carattere sia associativo che pubblico.

L’evoluzione di tali movimenti è intrecciata in maniera imprescindibile con le dinamiche, politiche e culturali del Paese del Mashreq[1], e ne possiamo individuare le tre fasi storiche principali.

In una prima fase, databile alla seconda metà del XIX secolo, emerse un dibattito intorno alla figura della donna cui presero parte intellettuali che si servivano della letteratura e di un tipo di riproduzione del sapere letterario indirizzato essenzialmente alle esigenze di consumo di massa come canali principali d’espressione. Una seconda fase, che prende forma agli inizi dl XX secolo, costituisce una sorte di femminismo “privato”, portato avanti a livello individuale e che conduce alla dissoluzione del sistema dell’harem. E infine la terza, subito successiva, in cui le donne si organizzano in associazioni e rivendicano pubblicamente la loro emancipazione.[2]

E fu proprio nelle tre prime decadi del secolo XX che il femminismo in Egitto acquistò maggior visibilità intellettuale, si organizzò e si politicizzò. Questa è anche l’epoca in cui s’intensifica il discorso nazionalista egiziano, nel quale il movimento femminista s’inserisce all’insegna della lotta per l’indipendenza contro l’oppressore britannico. Assistiamo a uno dei periodi più fertili a livello culturale e politico, a una crescente produzione letteraria e alla creazione di reti e associazioni che consentono un intercambio sempre più vasto tra le donne arabo-musulmane,[3] dando vita ad una nuova generazione di donne pronte a seguire le orme della celebre Huda Shar’awi.

Ora, nonostante la vasta proliferazione di opere sui movimenti femministi egiziani c’è un nome che spesso viene dimenticato oppure solo marginalmente citato: quello di Doria Shafik. In genere, la storia di quest’attivista non presenta un argomento di dibattito tra le militanti moderne e lo scopo di quest’articolo è di ripercorrere le tappe salienti di una vita complessa e straordinaria e di comprendere le cause che hanno portato all’esclusione dalla storia di una figura fondamentale del movimento femminista egiziano.

Doria Shafik[4] nasce a Tanta, capitale della provincia di Gharbiya, il 14 Dicembre del 1908 nella casa della nonna materna. É la terza figlia dei sei figli nati da Ratiba Nassif Bey e Ahmad Chafik Effendi. Sino all’età di otto anni, visse nella pittoresca città di Mansura, nella provincia di Daqahliya, crescendo in un nucleo familiare prettamente femminile. In quegli anni Doria scoprì che essere donna comportava trattamenti differenti, ineguali, talvolta ingiusti e iniziò a porsi le prime domande «[…] Are boy truly better than girls? This question would torment me for a long time. […]».[5] Ascoltando i racconti delle amiche della madre rimase meravigliata dalla potenza d’istituzioni come la poligamia e il divorzio e dell’importanza di sentimenti come l’onore e la vergogna.

Questi discorsi, la differente estrazione sociale dei suoi genitori e la sensazione di umiliazione nell’essere relegata in una classe sociale inferiore dell’immagine che aveva di sé le arrecarono grande frustrazione. Allo stesso tempo iniziava a interrogarsi sul significato di Dio, del quale aveva differenti interpretazioni in casa. Oltre il credo prettamente musulmano conservatore della nonna e del padre, vi era il Dio di Zaynab, una serva, sempre associato al mondo degli spiriti e degli jinns e il Dio cristiano della sua governante. Ci sono altri elementi che incisero sul suo carattere. Durante la sua infanzia non riuscì a trovare una connessione con i coetanei e questo le provocò un grosso trauma, nelle sue memorie scrisse che quando provava a giocare con gli altri bambini, si sentiva come una straniera, un être à part. Dalla formazione all’età adulta i temi ricorrenti nel pensiero di Doria Shafik sono la solitudine, l’alienazione, la sfida, la libertà, la determinazione e la ricerca dell’Assoluto, ben riassunte dal suo lemma: « to know, to be able, to want and to dare».[6]

Nonostante il suo animo sensibile era una giovane donna intraprendente e ambiziosa. Nell’Egitto degli anni Venti e Trenta si stavano lentamente spalancando le porte all’istruzione femminile. La scuola era il solo mezzo per contrastare le tradizioni e provare esperienze di vita alternative, principalmente ai precoci matrimoni combinati. Anche Doria vide in essa il solo mezzo per riscattarsi. Nel 1928 l’idea di poter studiare alla Sorbona divenne un’ossessione. Il sentiero però non era privo di ostacoli da superare: lasciare il padre e il fratello minore, convincere la nonna e, il più arduo di tutti, l’aspetto finanziario. Pertanto decise di scrivere a Huda Sha‘rawi, leader dell’Egyptian Feminist Union, che evidentemente rimase tanto colpita dalla sua lettera da invitarla al Cairo.

Il 1928 non è solo la data dell’inizio di una relazione molto controversa tra le due donne ma anche il ventesimo anniversario della morte di Qasim Amin, ricordato da molti come uno dei primi intellettuali che sostennero la causa femminile. Fu indetta una competizione nazionale che prevedeva la composizione di un saggio di commemorazione. Doria ne uscì vincitrice e fu invitata da Huda Sha‘rawi a parlare al teatro presso i giardini dell’Ezbakiya Gardens il 4 maggio. Da questo momento Sha‘rawi diventò la sua benefattrice. Il giorno dopo la sua performance, Doria scoprì che i suoi problemi finanziari erano risolti, la sua borsa di studio presso il Ministero dell’Educazione era stata disposta. Fu così che nell’estate del 1928 iniziò i suoi studi a Parigi che la portarono a conseguire la License libre e la License d’état nel 1933, e sarà la prima donna egiziana a ricevere il Doctorat d’état alla Sorbona nel 1940.

Ottenne il dottorato in filosofia con due tesi[7] attraverso le quali cercava di instaurare un connubio tra la tradizione egiziana e quella francese. Con la tesi La femme et le droit religieux de l’Égypte contemporaine, affrontò il tema della condizione della donna egiziana agli inizi del XX secolo. Secondo Doria, il problema preso in esame era principalmente un problema sociale: la crisi in cui versano le donne era causata da fenomeni sociali, e solo con riforme sociali poteva essere risolta. Questa teoria era avvallata da una ricerca storica, religiosa, politica e sociale fatta attraverso il pensiero di tre autori: Shaikh Muhammad ‘Abduh , ‘Abd al Fattah al-Sayyd e Qasim Amin. Doria esaminò dettagliatamente la condizione delle donne egiziane nell’antichità, i diritti di cui godevano le donne arabe prima della propagazione dell’Islam e le riforme apportate da quest’ultimo.

Conclusa l’esperienza parigina fece ritorno in patria. Inizialmente non trovò un lavoro adeguato alle sue aspettative, per alcuni anni ricoprì l’incarico di ispettore di lingua francese nelle scuole secondarie presso il Ministero dell’Educazione e collaborò saltuariamente per alcuni giornali locali di lingua francese come La Bourse Egyptienne. Provò a unirsi all’Egyptian Feminist Union della sua benefattrice Huda Sha‘rawi, ma la risposta fu negativa. Secondo Doria, Ceza Nabaraoui che redasse la rivista dell’Egyptian Feminist Union, L’Egyptienne, dal 1925 al 1940 ostacolò la sua partecipazione riconoscendo in lei un pericolo.

Vi sono differenti ipotesi sulle motivazioni del rifiuto.  Per alcuni, è da imputare alla differenza di classe tra i membri dell’Egyptian Feminist Union che erano tutte donne dell’élite turco-circassa, che vedevano le donne della classe Effendiyya (ovvero dei piccoli funzionari civili) come Shafik come ausiliarie.[8] Per altri Huda non osò dare alcuna possibilità a Doria di lavorare con lei perché si sentiva in dovere di proteggere Ceza Nabaraoui, che aveva visto crescere da una sua grande amica Adila al-Nabaraoui.[9] Il senso di rifiuto che Doria provava continuava a crescere. Decise così di accettare la proposta della principessa Chevikar (prima moglie di re Fuad) di unirsi alla sua associazione, La Femme Nouvelle Association, e di dirigerne la rivista La Femme Nouvelle nel 1945.

La decisione fu una scelta di compromesso: certamente avrebbe preferito far parte dell’Egyptian Feminist Union, ma sentiva la necessità di fare più esperienza nella vita reale dalla quale i suoi studi e la sua tendenza a meditare l’avevano allontanata. In quel momento aveva bisogno, ad ogni costo, di acquisire una certa notorietà che le avrebbe permesso, in seguito, di costruire se stessa, e l’amicizia con la principessa poteva aprirle la strada in quella direzione. Inoltre Doria condivideva la missione filantropica adottata da La Femme Nouvelle Association, come aveva scritto in un breve saggio del 1944 intitolato La Femme Nouvelle en Égypte.

Il saggio fu redatto in francese, poiché rivolto all’istruita élite egiziana, classe che lei immaginava di adunare e guidare come avanguardia del cambiamento sociale. Per Shafik, le donne che facevano parte di questa élite potevano condividere una missione speciale: colmare l’immenso gap tra le donne delle classi più agiate e quelle più povere. Era loro obbligo e al contempo responsabilità cambiare e trasformare le tradizioni socio culturali e le barriere legali alla libertà delle donne e alla loro completa partecipazione alla vita del paese. Infatti, i servizi sociali in Egitto, dall’inizio del XIX secolo e per tutti gli anni della guerra, erano forniti spontaneamente dalle famiglie facoltose.

Diverse donne dell’élite egiziana sovvenzionarono generosamente queste organizzazioni private. Nel 1940 i governi si formavano e si dissolvevano con una tale rapidità che non riuscivano a creare strutture sociali di welfare. Erano dunque queste organizzazioni filantropiche, basate sull’ideologia della noblesse oblige, e l’attivismo di movimenti come la Fratellanza Musulmana che provvedevano a fornire i principali servizi sociali e sanitari. Questa scelta non fu esente da critiche. Molti egiziani la disapprovarono i suoi rapporti con una classe che stava diventando insensibile alla sofferenza della maggioranza della popolazione, e vedevano in lei solo un’altra donna dei saloni da tè. Circolarono anche voci sulle sue tendenze anti-nazionaliste e filo-occidentali che portarono all’accusa di collaborazione con i colonialisti.

In risposta alle critiche sulla sua identità e sulla sua persona, Doria decise di fondare un giornale in lingua araba. La nascita di Bint al-Nil, Figlia del Nilo, (1945-1957), segnò la sua entrata formale nel mondo del giornalismo. Bint al-Nil fu il primo giornale in arabo del dopo guerra espressamente dedicato alle donne. Era pubblicato a suo nome e sotto la sua piena responsabilità. I destinatari erano soprattutto le donne, per risvegliare le loro coscienze e renderle consapevoli dei loro diritti. Doria lanciava un appello a battersi per quello che definiva il risorgimento dell’Egitto e delle donne.

Nel frattempo la morte della principessa Chevikar nel febbraio del 1947 mise il futuro di La Femme Nouvelle in discussione. I dissapori interni e le macchinazioni di palazzo si trasformarono in un trionfo per Doria. La Femme Nouvelle fu ufficialmente trasferita alla redazione di Bint al-Nil, al 48 di Qasr al-Nil Street, e col passare del tempo la rivista si guadagnò una reputazione nazionale e internazionale come rivista culturale e letteraria di alta qualità. Come aveva fatto con le sue due tesi di dottorato, Doria poté dedicarsi alle sue due grandi passioni.

La Femme Nouvelle rispecchiava la voce di Doria estetica e culturale, rivolta verso l’esterno, verso l’Occidente, per mostrare l’immagine della vera grandezza dell’Egitto, mentre Bint al-Nil era la sua voce attivista e femminista rivolta verso l’interno, alle donne egiziane e arabe per risvegliare la loro coscienza in merito ai loro diritti e alle loro responsabilità. Shafik pensava che Oriente e Occidente non fossero entità ermeticamente sigillate in se stesse, ma, al contrario, fatte per completarsi a vicenda e che la nuova donna potesse arricchire se stessa riscoprendo il proprio passato, ma anche prestando attenzione alle altre civiltà, specialmente a quella francese.

Nel 1948, decise di scendere apertamente in campo nella battaglia femminista fondando un nuovo movimento per la completa liberazione delle donne egiziane. La Bint al-Nil Union proponeva di poter contribuire a un miglioramento della società mediante l’acquisizione dei diritti politici della donna: riorganizzando la famiglia e prevedendo per essa delle garanzie, limitando il divorzio, abolendo i matrimoni precoci, tutelando la salute e il lavoro. Inizialmente l’associazione seguì la scia delle missioni filantropiche: promuovendo programmi di alfabetizzazione, istituendo diverse scuole, intraprendendo una campagna per migliorare i servizi culturali, sanitari tra i poveri, legando la campagna per i diritti politici delle donne alla campagna per le riforme sociali.

Il panorama del femminismo militante degli anni Quaranta alla prima metà degli anni Cinquanta è eterogeneo. Persisteva il movimento La Femme Nuovelle, affiliato alla principessa Chevikar, che era di stampo aristocratico, legato alle missioni caritatevoli. Il movimento Bint al-Nil di Doria Shafik può essere classificato come una miscela tra la filantropia, la protesta femminista e la presa di coscienza politica. L’antagonista di Doria, Ceza Nabaraoui, ora presidente dell’Egyptian Feminist Union, incarnava una differente strategia di riforma sociale. Ceza e altre donne come Inji Efflatoun erano simpatizzanti di sinistra e si erano affiliate ad un’organizzazione locale conosciuta come Ansar al-Salaam, o Partigiane della Pace. Ceza e Inji fondarono il Comitato delle Giovani Donne, Lagnat al-Shabbat, con l’Egyptian Feminist Union. Il Comitato forniva una copertura per le attività delle donne favorevoli al comunismo, le quali non avevano l’accordo del governo per costituire un’associazione.

Sul finire del 1950 il nome di Doria Shafik era conosciuto non solo in Egitto ma in tutto il Medio Oriente. In questo periodo notiamo un mutamento nelle strategie politiche del movimento. Quando vide che sollevare il semplice dibattito sulla condizione delle donne non portava all’esito sperato, fece ricorso a tattiche più radicali. La sera del 19 febbraio 1951, con quasi millecinquecento donne al suo fianco, prese d’assalto il Parlamento egiziano. Diresse quattro ore di turbolente dimostrazioni prima di farsi ricevere dal vice presidente della Camera dei Deputati, Gamal Serag al-Din, e strappare al Presidente del Senato la promessa che il parlamento avrebbe preso in considerazione le loro richieste. Fu un momento storico per tutte le donne.

Dopo la marcia, una delegazione di attiviste entrò nelle aule del Parlamento annunciando le loro richieste specifiche: il permesso di partecipare alla lotta nazionale e di entrare in politica, ottenere riforme sullo status personale, come la limitazione della poligamia, e salari pari a quelli degli uomini. Qualche giorno dopo depositarono delle copie delle loro richieste al Palazzo di Abdin, sede del governo. Si recarono nell’ufficio del Primo Ministro per fissare un appuntamento nei giorni seguenti. Una settimana dopo l’assalto al Parlamento venne  formalmente presentato un progetto di legge, che garantiva alle donne il diritto di elettorato attivo e passivo, al Presidente della Camera dei Deputati da un rappresentante del Wafd, Ahmad al-Hadri. Tutto sembrava andare per il meglio, fino a quando il Primo Ministro mancò all’appuntamento con la delegazione femminista.

Il 10 settembre 1952 il nuovo regime emerso dal Colpo di Stato dei Liberi Ufficiali in luglio emanò una legge sui partiti politici. Questa legge stabiliva che ogni partito doveva dichiarare pubblicamente il proprio programma politico, la propria organizzazione interna e i propri fondi al Ministero dell’Interno. Nei primi d’ottobre, Doria chiese al Ministero dell’Interno, presieduto da Gamal ‘Abd al-Nasser, di riconoscere la Bint al-Nil Union come partito politico, con lei come presidente. La richiesta fu accettata.

Il primo raduno del partito politico Bint al-Nil si tenne l’11 dicembre 1952. Dopo questo riconoscimento, Doria creò un nuovo supplemento mensile, chiamato Bint al-Nil al-Siyassah, per informare le donne egiziane dei più importanti eventi internazionali. Doria era convita che il nuovo regime avrebbe garantito i diritti delle donne e che fosse solo questione di tempo prima che questi diritti fossero formalmente riconosciuti. Raccolse le sue energie per sostenere la rivoluzione. Ma tale speranza fu presto infranta. Il 12 Marzo, una volta rimasta sola in casa, si recò nell’ufficio di Bint al-Nil. Dettò un telegramma alla segretaria nel quale avvertiva tutti i membri dell’assemblea costituente, i responsabili del governo militare, il rettore dell’Università di al-Azhar, il Presidente del Consiglio di Stato, i membri dei sindacati e la stampa egiziana e straniera dell’intenzione di incominciare un nuovo sciopero della fame.

Si recò al Sindacato dei Giornalisti e diede inizio allo sciopero. Arrivarono diversi telegrammi di supporto e alcune donne si unirono alla causa. La situazione politica era decisamente precaria. Il regime non voleva apparire contrario ai diritti delle donne, così decise di inviare ‘Ali Maher per convincere le dimostranti ad abbandonare lo sciopero. La discussione tra lui e Doria riguardò nello specifico la nuova costituzione e i diritti delle donne. Dopo lunghe trattative, supportate sia dalle donne sia dalla stampa, Mahmud Nour, governatore del Cairo, si recò all’ospedale e informò Doria che il Presidente Naguib aveva disposto che la nuova costituzione avrebbe garantito pieni diritti politici alle donne. Doria voleva che quest’affermazione fosse messa per iscritto. Mahmud Nour, in quanto messaggero, le disse che non sarebbe stato possibile. Ma acconsentì a scrivere che era stato in ospedale e le aveva trasmesso il messaggio del Presidente.

Doria trascorse la fine del 1954 e il 1955 a tenere conferenze per il mondo, portò il suo pensiero in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, Pakistan, India e Cina. Ebbe modo di conoscere eminenti personalità politiche e del giornalismo mondiale che stimavano il suo attivismo politico e riconoscevano i suoi sforzi per la liberazione della donna. Durante questi viaggi fu attenta a non parlare di Nasser e del nuovo regime. Il suo silenzio venne però interpretato dalle autorità egiziane come un’implicita sfida.

Al suo ritorno diventò un bersaglio per la stampa. Questo aumentò nuovamente il suo senso di estraniamento dalla società egiziana. Perse molti membri dal movimento a causa della Rivoluzione. Molti attivisti erano preoccupati per l’ostilità del regime e dei media verso Doria. Ciò nonostante, il 2 luglio 1955 la Shafik ottenne dal governo il permesso di pubblicare un altro giornale che battezzò col suo stesso nome, Doria Shafik. La reazione della stampa fu sprezzante e sarcastica. Doria infastidiva Nasser e il suo regime per i suoi contatti con l’Occidente.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta il ra’is nel tentativo di consolidare maggiormente il suo potere volle il supporto della popolazione femminile. Concesse alle donne il diritto di voto nel 1956, benché un articolo della nuova costituzione limitasse il suffragio delle donne a quelle fra loro che erano istruite, mentre lo stesso limite non era imposto agli uomini.

Con la promulgazione della Costituzione, il 16 gennaio 1956, Doria Shafik disse di aver fallito la sua missione, poiché la Costituzione né garantiva né definiva completamente i diritti delle donne. Nasser aveva promesso alle donne il diritto di voto attivo e passivo, ma aveva mantenuto inalterate le leggi sullo status giuridico personale del 1920 e del 1930, che erano alquanto conservatrici. Lo stato Nasseriano, infatti, non ha modificato le preesistenti relazioni di genere all’interno della famiglia, né ha consentito alle organizzazioni femministe di articolare indipendentemente i suoi programmi.

Doria non si accontentava di queste briciole di libertà. Avendo perso la maggior parte dei suoi sostenitori, alcuni perché erano ammaliati da Nasser e altri perché temevano le reazioni del regime, decise di sostenere i valori della democrazia da sola.

Il 6 febbraio 1957, si recò all’ambasciata indiana per protestare contro i nemici della libertà e intraprendere un nuovo sciopero della fame. Scrisse due lettere, una in arabo destinata a Nasser, una in francese per il Segretario Generale delle Nazioni Unite, facendo loro diverse richieste. Chiese alle autorità internazionali di costringere le truppe israeliane a ritirarsi immediatamente dai territori palestinesi e di ricercare una soluzione, giusta e definitiva, per il problema dei rifugiati. Alle autorità egiziane chiese di ridare la libertà agli egiziani e porre fine al regime dittatoriale che stava portando il paese alla bancarotta e al caos. Avrebbe sacrificato la sua vita per la libertà del paese, e si sarebbe presa da sola la responsabilità di quest’atto.

Le autorità erano realmente preoccupate, in primo luogo perché la polizia non poteva entrare in ambasciata e arrestarla e inoltre, perché questo suo gesto stava catturando l’attenzione della stampa internazionale. L’intervento del Primo Ministro indiano Nehru salvò Doria dal carcere, ma fu tenuta agli arresti domiciliari nel suo appartamento a Zamalek. Il 28 Febbraio del 1957, le sue compagne della Bint al-Nil Union la espulsero dall’organizzazione. Il governo emise un decreto per chiudere la sua casa editrice e fece in modo che il suo giornale fosse gradualmente sospeso e poi distrutto.

Doria si attirò le antipatie non solo delle donne che rappresentavano la sinistra progressista, ma anche quelle che appoggiavano il nuovo regime. Anche loro erano decise a vederla come l’incarnazione dei valori dell’Occidente. La sua costante opposizione al regime di Nasser segnò la fine del suo attivismo politico.

Nel luglio del 1957 la polizia fece irruzione nel suo ufficio di Bint al-Nil e distrusse tutto il materiale già pronto per la distribuzione e le sue carte private. Doria fu messa agli arresti domiciliari e rimase rinchiusa nel suo appartamento fino alla fine dei suoi giorni. Scomparve lentamente dalla coscienza pubblica, venne abbandonata dalla sue compagne, denunciata dalla società come traditrice della Rivoluzione.

Iniziava così la sua ultima sfida, contro l’isolamento e la solitudine. Una volta scontati gli arresti domiciliari, rimase comunque esclusa dalla società che tanto l’aveva rinnegata. Nessuno andava a farle visita, coloro che l’avevano supportata finirono per prendere le distanze dalle sue posizioni, anche per paura di ritorsioni da parte del regime. Tradusse il Corano in francese e inglese. Studiò la Divina Commedia e in un libro Avec Dante aux Enfers, paragonò l’inferno dantesco con l’inferno della sua vita.

Mentre lei era reclusa, l’Egitto era in fermento. Nel 1968 vi furono diverse rivolte popolari. Nel 1969 Nasser diede avvio alla cosiddetta “guerra di attrito” contro Israele e Sadat fu nominato vicepresidente. Solo un anno dopo Nasser morì e Sadat prese il suo posto. Nel maggio del 1971 ebbe inizio la rivoluzione correttiva per lo smantellamento del Nasserismo e nel settembre fu promulgata la Rivoluzione permanente. Nel 1973 iniziò la guerra dello Yom Kippur contro Israele.

In questi anni in una piccola colonna del giornale Akhbar al-Yawm fu riportata la seguente domanda: «Dov’è andata Doria Shafik e perché è completamente scomparsa?». La risposta del giornale, dopo aver fatto un breve excursus della sua vita, fu che il giornale della Shafik e il suo movimento costituivano un problema di sicurezza pubblica e che aveva deciso di rimanere in solitudine ritenendo che il silenzio fosse migliore della parola.[10]

Il silenzio che realmente la circondava la fece cadere in una profonda depressione. Solo nelle sue poesie denunciava l’oppressione, l’odio, la violenza e proclamava il suo attaccamento alla libertà, al bene e all’amore. Senza pace, il 20 settembre 1975 Doria Shafik decise di togliersi la vita gettandosi dal balcone del suo appartamento al sesto piano. La notizia comparve sui giornali egiziani. Diversi giornalisti, egiziani e stranieri, scrissero un tributo a questa instancabile attivista. Alcuni non smisero di fare pettegolezzi sul suo gesto.

Il femminismo era già nato in Egitto all’alba del XX secolo, ma era ancora un bambino senza nome. Le sue madri erano donne le cui vite abbracciavano i secoli XIX e XX e mentre il 1900 si stava dispiegando, una nuova consapevolezza su cosa significasse essere donna stava iniziando a mettere radici. La storia del femminismo egiziano si inseriva nel contesto storico di un discorso nazionalista, dato dalla lotta anticoloniale della prima metà dell’ Ottocento e  poi nella seconda metà, dalla costruzione di una nuova nazione indipendente. Fu proprio in questo secolo che le donne diedero forma a una nuova, moderna, identità – un nuovo modo di pensare, una nuova modalità di analisi e una nuova guida per la vita di tutti i giorni e per l’attivismo politico della collettività.[11]

Le femministe egiziane, hanno sempre corso il rischio di essere stigmatizzate come anti-religiose e anti-nazionaliste. Negli ultimi anni sono state incolpate –in particolar modo dagli islamisti e dai conservatori, ma anche da nazionalisti di sinistra – di collaborare con l’imperialismo occidentale e di importare idee aliene alla società. Questo genere di accuse fu interiorizzato in gran parte dalle attiviste stesse, e fece loro equiparare il femminismo ad un concetto occidentale, alieno e alienante al loro contesto sociale e culturale, generando col tempo una riluttanza da parte di molte donne egiziane a identificarsi come femministe. Il femminismo assunse in breve l’immagine di un movimento capace solamente a distogliere il popolo dai problemi politici più importanti come l’imperialismo, il sionismo e la lotta di classe.

Molte attiviste si sono impegnate nella produzione di opere e atteggiamenti che discostassero il loro pensiero dall’idea di un’altra infiltrazione occidentale, rivendicando l’autenticità dei loro movimenti e associando il loro lavoro alla lotta nazionalista, o screditando altri gruppi identificandoli come devianti per via del loro orientamento occidentale.[12] Poche riuscirono ad allontanarsi da questa infelice dicotomia di autenticità-occidentalizzazione.[13] Doria fu una di queste e per questo fu sottoposta a dure critiche durante il suo impegno politico.[14] Come sostiene Cynthia Nelson, Doria era impegnata in una critica culturale che era al tempo stesso diretta verso l’Altro (l’Ovest) e verso l’interno, verso il Sé (l’Egitto e l’Islam), in un progetto che mirava a smantellare la distorta e stereotipata immagine della donna orientale, nonché le strutture patriarcali in cui questa è stata incorporata.[15]

Alcune critiche sono riguardano non tanto la sua persona quanto la società Occidentale in generale, di cui si credeva lei fosse espressione. Altre, secondo Nadje Al-Ali (che si basano sempre sulla dicotomia indigeno-occidentale) hanno molto a che fare con le tensioni e i conflitti di classe interni all’Egitto più che alla differenza tra culture in sé. Infatti, come nota lo storico Massimo Campanini, è con la spedizione napoleonica del 1798-1799 che la società egiziana e in particolar modo la sua intellighenzia vennero scosse dal vento della cosiddetta modernità. Sotto il regno di Muhammad ‘Ali si palesa il difficile confronto-scontro con la modernità, verso il quale i musulmani hanno sostanzialmente tenuto tre atteggiamenti: l’acritica ed entusiastica accettazione, anche al prezzo di sconfessare la cultura degli avi e con essa l’Islam stesso; il tentativo di mediare tra il sapere laico e moderno, con sfumature assai diverse e infine il rifiuto radicale.[16]

Se prestiamo attenzione alla vita di Doria, possiamo comprendere meglio le basi della complessa e turbolenta relazione tra lei e la società. Per alcuni, era solo una donna eccentrica che amava mettersi in mostra. Come quando nell’estate del 1935 partecipò ad un concorso di bellezza per selezionare le giovani donne che avrebbero rappresentato l’Egitto a Miss Universo. Motivò la decisione come l’interpretazione concreta dell’immagine della nuova donna che lei descriveva nei suoi saggi, un’unità di bellezza e intelletto. La questione femminile implicava la possibilità di conciliare mondi apparentemente contradditori, il che la portò a riconsiderare sotto una nuova luce la relazione tra positivismo e arte. Questa conciliazione si manifestava nella convinzione che la donna fosse un’opera d’arte e il suo fine la conoscenza.

Attraverso i suoi scritti, si rivela come la sua lotta era tanto un riflesso del suo profondo impegno personale per la libertà individuale, quanto era espressione del desiderio di liberazione nazionale dell’Egitto. Doria stava cercando di far comprendere all’Occidente il messaggio femminista-nazionalista sulla grandezza della civiltà egizia. Si era impegnata nel mettere in discussione quelle barriere patriarcali che avevano ridotto la libertà umana della donna egiziana nella sua stessa società.[17] La sua idea di uguaglianza tra uomini e donne era molto semplice e si manifestava nella logica conseguenza che entrambi sono esseri umani, uguali in modo inequivocabile nella vera essenza della propria natura: la natura umana.[18]

Doria amava profondamente il suo paese e per salvaguardarne la sovranità credeva fermamente che fosse necessario prepararsi ad ogni sacrificio.[19] Era convinta che la donna egiziana potesse vantarsi di una storia gloriosa e un passato magnifico[20] e, riconoscendo il valore delle tradizioni e dell’Islam, voleva guidare la liberazione della donna attraverso un’interpretazione sociologica del Corano.

Fu sicuramente una delle poche attiviste che seppe vedere oltre le poche concessioni che Nasser garantì alla donna, e l’unica a schierarsi apertamente contro il suo regime. Il nazionalismo sotto Nasser, ad esempio, aveva incluso le donne come attori moderni nel sistema generale della redistribuzione, della modernizzazione e dello sviluppo nazionale, ma non aveva, tuttavia, modificato le preesistenti relazioni di genere all’interno della famiglia, né consentito alle organizzazioni femministe di articolare indipendentemente i suoi programmi. All’interno dei parametri dei progetti nazionalisti degli Stati post coloniali, la resistenza alla cultura imperialista occidentale aveva trovato un corrispettivo nella preservazione delle relazioni di genere esistenti e ciò aveva significato la perpetuazione del controllo patriarcale.[21]

E fu così che l’attivismo femminista egiziano si ritirò sotto il dominio del ra‘is a seguito del controllo rigoroso dello stato sulla società civile, che imponeva il divieto di formare qualsiasi tipo di organizzazione autonoma e stabiliva un iter procedurale che monitorava l’attività svolta dalle uniche organizzazioni consentite per legge, ovverosia quelle che si dedicavano ad attività di volontariato[22]. Questo era il femminismo di stato sotto il regime di Nasser, che produsse donne che erano sì economicamente indipendenti dalle loro famiglie, ma dipendenti dallo Stato per quanto riguarda il lavoro, gli importanti servizi sociali come l’istruzione, la salute, gli asili e la rappresentanza politica. Il femminismo statale, quindi, aveva creato e organizzato un sistema di patriarcato pubblico, senza modificare le visioni personali e familiari sulla dipendenza delle donne dagli uomini.[23]

Nadje Al-Ali ha riscontrato come l’esperienza di Doria Shafik non sia oggi un tema di dibattito tra le attiviste moderne. Alcune femministe, come Latifa Zayyad che facevano parte del movimento comunista in Egitto durante l’attivismo della Shafik, si opposero all’orientamento e all’approccio politico usato da Doria. Donne come Inji Efflatoun, Soraya Adham e la stessa Zayyad avevano adottato ideologie socialiste e comuniste, e rivendicavano una lotta più generale per l’uguaglianza e la giustizia sociale. La visione di Zayyad è diffusa tra le militanti che appartengono alla sinistra più radicale in Egitto.

Nadje ha intervistato le attiviste contemporanee sulla vita di Doria Shafik e ha rilevato una certa ignoranza sui dibattiti attorno alla sua figura. Alcune donne hanno sottolineato che erano in attesa della biografia di Cynthia Nelson su Doria Shafik (pubblicata nel 1996), perché attraverso questa avrebbero avuto una visione completa del suo attivismo e avrebbero potuto reintegrare la sua figura nella storia del movimento femminista egiziano. Tra gli studiosi che intervistai per ottenere più informazioni sulla figura della Shafik, quali Akram Khater[24], Alessandra Fani[25], Asunción Oliva Portolés [26], Sania Sha’rawi Lanfranchi[27], tutti concordarono sul ruolo decisivo di Doria nell’evoluzione dei movimenti femministi egiziani.

Invece, ho ottenuto risposte differenti in merito al fatto che non sia oggetto di studio nel dibattito femminista contemporaneo e alle critiche sul suo operato. Secondo la Dott.ssa Fani gli studi si sono soffermati più sulle linee femministe “ufficiali”, quindi Huda Sha’rawi che costituisce il prototipo per eccellenza, Ceza Nabaraoui di riflesso, per lo strettissimo rapporto che ha avuto con la prima, e Inji Efflatoun per rappresentare la versione religiosa-musulmana. Per quel che concerne le critiche, Fani ha sempre avuto l’impressione che la sfera personale della Shafik influisse un po’ troppo sul suo operato, come se tutto ciò che facesse, lo facesse più per rispondere a proprie necessità, che per la causa. Il Professor Kather pensa che Doria adottò un approccio femminista di stampo borghese che la portò a trattare con fare paternalistico le donne appartenenti a classi più disagiate.

La professoressa Portolés imputa la mancanza di studi alla visione postmodernista delle teorie femministe. Le critiche riguardano il:

(…) voluntarismo, el creer que se podía conseguir en la sociedad muchas propuestas suyas, y eso porque ella misma había conseguido muchas cosas que parecían impensables y que se hicieron reales en su vida. No quiso darse cuenta de que la sociedad no funciona igual que un individuo. Y, ligado con esto, el que en los últimos momentos de su lucha se planteara esta como algo que ella debía realizar sola, aunque no rechazara el apoyo de sus compañeras y amigas.

La Dott.ssa Sha’rawi Lanfranchi, invece, non condivide le critiche sull’egocentrismo di Doria:

(…) Forse a volte egocentrica come dicono i suoi nemici, ma solo perché era ossessionata dalla missione che aveva scelto per se stessa. Il problema di Doria era la sua eccessiva intelligenza e sensibilità e il fatto che non riuscisse a capire il pericolo di una lotta individuale e della sua vulnerabilità, in un mondo senza protezioni costituzionali assicurate[…]Penso che le critiche a Doria si inseriscano allo stesso tempo nel binomio oriente-occidente, per il modo di vestire, la conoscenza perfetta della lingua francese, e anche per un certo atteggiamento libero e sicuro che non era basato su un appoggio potente […] Ma le critiche erano anche rivolte alla sua persona dopo il suo arresto, perché molte donne erano gelose di lei e perché aveva forse offeso le donne con la sua caparbietà e arroganza… non perché fosse arrogante di carattere. L’ho conosciuta abbastanza per essere sicura che era estremamente vulnerabile e sensibile. Era arrogante d’intelletto e di pensiero, soprattutto quando sapeva di avere ragione e di essere nel giusto.

Come abbiamo visto l’apporto di questa donna alla causa femminista è stato di innegabile importanza e per tanto merita di non essere dimenticata ma, al contrario, di riscoprire la sua figura. Leggere la sua storia ci aiuta a comprendere meglio la società egiziana del tempo, grazie a lei possiamo vedere il passaggio nelle strategie politiche adottate dai movimenti femministi precedenti e come, anche grazie al suo impegno, le donne abbiano acquisito diritti che prima non erano riconosciuti e hanno potuto proseguire nella battaglia. Doria era una donna forte ed eccezionale, che ha pagato con la reclusione il suo amore per la libertà. Pierre Seghers[28] ha descritto l’isolamento di Doria Shafik questi in termini:

A quali veri responsabili… ha pagato il suo riscatto Doria Shafik? Non importa! Idealista, appassionata, Doria Shafik, ai loro occhi, s’introduceva in luoghi proibiti, dove i buoni sentimenti non avevano spazio. Quelli che pretendevano di salvare l’uomo dalla sua miseria da secoli si dedicavano in realtà a schiavizzarlo e a perseguitarlo ancora di più. La GIUSTIZIA, l’ASSOLUTO, la LIBERTÀ, l’AMORE, l’INFINITO, la VERITÀ, la BELLEZZA, il BENE, di quanti battaglioni blindati disponevano queste nozioni astratte? Per scongiurare i drammi del tempo e del sangue, Doria Shafik continuava a proclamarle. Era diventata coscienza, uno sguardo implacabile, insostenibile. Una voce che parlava a nome di tutti. I Poteri non potevano più tollerarla. “Non ci sono suicidi, ci sono soltanto assassinii!” Queste parole di Pierre Reverdy sarebbero qui da meditare.[29]

Bibliografia

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Badran Margot, Feminist, Islam and Nation. Gender and the making of modern Egypt, Princeton University Press, Princeton (NJ), 1995, Feminism in a nationalist century, Al-Ahram Weekly ,30 Dec. 1999 – 5 Jan. 2000 Issue No. 462.

Booth Marilyn, Biography and Feminist Rhetoric in Early Twentieth-Century Egypt: Mayy Ziyada’s Studies of Three Women’s Lives, Journal of Women’s History, Volume 3, Number 1, Spring 1991.

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Campanini Massimo, Storia del Medio Oriente. 1798-2006, Il Mulino, Bologna 2007, Storia dell’Egitto contemporaneo. Dalla rinascita ottocentesca a Mubarak, Edizioni Laterza, Roma, 2005, Il pensiero islamico contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2005

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Hacia una genealogía del pensamiento crítico feminista en Egipto, articolo per l’incontro internazionale su Feminismo, Ilustración y multiculturalidad: Procesos de Ilustración en el Islam y sus implicaciones para las mujeres

SHAFIK DORIA, La femme et le droit religeux de l’Egypte contemporaine, Librarie Orientaliste Paul Geuthner, Parigi, 1940.

BINT AL-NIL, Digital Archive and Research Repository, American University in Cairo.  — La Storia della Donna Egiziana, Bint al-Nil, Febbraio 1956. — La Patria. Settembre 1956.


[1] Territorio che comprende  le regioni dei paesi arabi all’est di Egitto e nord della Penisola Araba .

[2] Badran Margot,  Feminist, Islam and Nation. Gender and the making of modern Egypt, Princeton University Press, Princeton (NJ), 1995, p. 3.

[3] Cooke Miriam, Women Claim Islam. Creating Islamic Feminism Through Literature, Routledge, New York-London, 2001, p. vii.

[4] La fonte che ho deciso di utilizzare sulla vita di Doria Shafik è Nelson Cynthia, Doria Shafik, Egyptian Feminist. A Woman Apart, The American University in Cairo Press, 1996, pp. 3-284.

[5] Shafik Doria, “Memoirs“, Manoscritti non pubblicati, Collezione Privata di Jehane Ragai e Aziza Ragai Ellozy, in Nelson Cynthia, op. cit., p.9.

[6] Shafik Doria, op. cit., in Nelson Cynthia, op. cit., p. 122.

[7] L’art pour l’art dans l’Egypte antique e La femme et le droit religieux de l’Égypte contemporaine.

[8] Intervista al Professor Akram Khater, Bonanini Elena, Alla Ricerca dell’Assoluto: riscoprendo una femminista egiziana. Vita e pensiero di Doria Shafk, 2012.

[9] Intervista Sania Sha’rawi Lanfranchi, Bonanini Elena, Alla Ricerca dell’Assoluto: riscoprendo una femminista egiziana. Vita e pensiero di Doria Shafk, 2012.

[10] Mubarak Nany, “Letters to Editor”, Akhbar al-Yawm, 14 Giugno 1975, in Nelson Cynthia, op. cit., p. 268.

[11] Badran Margot, op.cit., Al-Ahram Weekly.

[12] Al-Ali Nadje, op. cit., p. 50.

[13] Al-Ali Nadje, op. cit., e Portolés Oliva Asunción, op. cit.

[14] Al-Ali Nadje, op. cit., pp.62- 64.

[15] Nelson Cynthia, The Postcolonial Crescent. Islam’s impact on contemporary literature, J. C. Hawley, 1998, p. 100, op. cit. in Al-Ali Nadje, op. cit., p. 65.

[16] Campanini Massimo, Storia dell’Egitto contemporaneo. Dalla rinascita ottocentesca a Mubarak, Edizioni Laterza, Roma, 2005, pp. 11-24.

[17] Nelson Cynthia, op. cit., pp. 281-283.

[18] Shafik Doria, Conferenza al Semiramis Hotel, Cairo, 1948, In Nelson Cynthia, op. cit., p. 148.

[19] Shafik Doria, La Patria, Bint al-Nil, Settembre 1956.

[20] Shafik Doria, La Storia della Donna Egiziana, Bint al-Nil, Febbraio 1956.

[21] Kandiyoti Deniz, Identity and its Discontents:Women and the Nation , Millenium, 1991, pp. 429–43, in Al-Ali Nadje, op. cit., pp. 54-55.

[22] Al-Ali Nadje, op. cit., p. 66.

[23] Hatem Mervat, Economic and Political Liberation in Egypt and the Demise of State Feminism, International Journal of Middle East Studies, 1992, p. 232 in Al-Ali Nadje, op. cit., p. 68.

[24]  Akram Khater, professore di storia presso la North Carolina State University. Khater si è specializzato in storia del Medio Oriente. Appena laureato ha aiutato Cynthia Nelson nelle ricerche sui movimenti femministi egiziani per la stesura del suo libro Doria Shafik. Egyptian Feminist. A woman apart.

[25] Alessandra Fani si è laureata all’Universitá degli Studi di Roma, La Sapienza, Facoltá di Studi Orientali (anno accademico 2007/2008) con la tesi La rivista “Bint al-Nil “: tra tradizione e impegno politico 1945-1957, sotto la direzione della Professoressa Isabella Camera D’Afflitto.

[26] Asunción Oliva Portolés è professoressa di filosofia all’Universidad Complutense di Madrid e direttrice del Dipartimento di Filosofia della IES Tirso de Molina. Ha scritto diversi libri tra cui La recuperación de un voz marginada: Doria Shafik, feminista egipcia.

[27] Sania Sha’rawi Lanfranchi  nipote di Huda Sha‘rawi, è una traduttrice freelance.

[28] Pierre Segher era un poeta e un editore francese. Conobbe Doria quando lei studiava a Parigi e rimasero amici negli anni seguenti. Pubblicò anche la prima raccolta di poesie di Doria, La Bonne Aventure.

[29] Sania Sha‘rawi Lanfranchi, Doria Shafik, Enciclopedia delle Donne, www.enciclopediadelledonne.it