0

1 marzo 2012

Sensemaking: un approccio cognitivo alle identità e alle culture organizzative

image

Ora, l’atto concreto attraverso cui noi riafferiamo il passato nel
presente è il riconoscimento. [H. Bergson, Materia e Memoria]

Partiamo da una osservazione che riguarda l’azione sociale finalizzata e che costituisce un invito, oltre che un’occasione, per riflettere su come integrare fra loro gli aspetti contrastanti che derivano dalla condizione di essere dei singoli, coscienti di possedere un certo potenziale, situati fra un certo numero di simili con dei potenziali che presentano fra loro aree di sovrapposizione: esiste un fenomeno di sviluppo antropologico che costantemente ci influenza, ci rasserena e a volte ci inquieta, ci consente di sentirci parte di un gruppo e di una cultura garantendoci una certa quota di mobilità mentre siamo ingaggiati in una relazione formale con qualche altra, ci fornisce regole di condotta più o meno esplicite, limiti pragmatici e confini spazio-temporali in cui collocare l’esperienza del risultato e dello scopo.

Questo fenomeno – che potremmo descrivere come il prodotto dell’attività di una “rete d’azione collettiva” basata su procedure routinarie anche non compiutamente formalizzate, agite da persone che si trovano fra loro in interrelazione e che portano a termine compiti specializzati in modo coordinato al fine di raggiungere un obiettivo generale, condiviso e definito – prende il nome di organizzazione.

Nel leggere questa parola, tutti sono in grado di richiamare la propria rappresentazione dell’oggetto che corrisponde al termine organizzazione: per qualcuno può essere un apparato burocratico con i suoi processi, per qualcun altro una profittevole industria, per qualcun altro ancora una rete di entità benefiche che si occupano di soggetti svantaggiati in aree geografiche fra loro molto lontane, ma accomunate da alcune emergenze umanitarie o addirittura può esserlo un istituto religioso. Gli esempi potrebbero essere ancora tanti, ed ogni lettore potrebbe aggiungerne qualcuno.

E ciò anche a dispetto di una certa prevalenza attuale dell’immaginario connesso alle discipline economico – manageriali attivato dalle discussioni intorno al tema dell’organizzazione. In fin dei conti, per dirla con Karl Weick (un autorevole psicologo che si occupa di comportamento organizzativo), la realtà può essere uno strumento con cui fare le cose. E per questo motivo ogni individuo deve confrontarsi con il possibile e non solo con il dato, quindi con i processi costruttivi e generativi, fra i quali quello di interazione sociale ha una rilevanza tutt’altro che trascurabile.

Osservare la realtà organizzativa consente di accettare, e forse riscoprire, che l’ambiguità è una proprietà emergente delle organizzazioni in quanto l’essere vivente non è solo organizzato, ma soprattutto auto-organizzato, ovvero in grado di mantenere l’ unità funzionale ed operazionale, sia come singolo che come gruppo, rispetto alle continue variazioni del contesto in cui si trova ad operare e che il cambiamento, più spesso di quanto si creda, origina dall’interno.

Tale chiusura operazionale, definita da Francisco Varela e Humberto Maturana con il termine autopoiesi, consente di traslare il punto di partenza dell’approccio alle organizzazioni da quello in cui ci si interroga su come è meglio organizzarsi, tipico delle teorie sul management, a quello in cui ci si chiede perché l’organizzazione è una proprietà emergente dell’interazione umana e sociale.

Per introdurre le principali caratteristiche del contesto organizzativo in grado di evocare il legame tra ambiguità e creazione di senso all’interno dei processi organizzativi, vi invito a seguire Virginia Woolf in questa descrizione:

Fu così che mi trovai ad attraversare in fretta un tratto di terreno erboso. Subito apparve ad intercettarmi la figura di un uomo. Dapprima non capii che le gesticolazioni di questo oggetto dall’apparenza così curiosa erano rivolte a me. La sua faccia esprimeva orrore e indignazione. L’istinto, più che la ragione, mi venne in aiuto: lui era un bidello; io ero una donna. Questo era il prato del college; quello era il sentiero. Solo i professori e gli studenti universitari vi sono ammessi; il mio posto è la ghiaia. Furono pensieri istantanei. Appena raggiunsi il sentiero, il bidello lasciò cadere le braccia, il suo viso assunse la consueta rilassatezza…”

Nello svolgersi del fatto raccontato in queste righe, a partire da una situazione ambigua ed apparentemente incongruente, la protagonista si riappropria di una chiave per la (ri)strutturazione del contesto in cui si trova ad agire e può in questo modo riformulare il proprio comportamento influenzando di conseguenza il comportamento altrui in modo così efficace da ristabilire nell’ambiente un equilibrio che per una certa durata è stato alterato.

Analizziamo la sequenza ed approfittiamo di questa ghiotta occasione letteraria per acquisire qualche informazione in più sui processi di generazione di senso nelle organizzazioni, o sensemaking organizzativo, e alla domanda sul perché questo episodio può essere un buon esempio da cui partire rispondo anticipandovi che in esso troviamo tutti gli elementi alla base dei processi di sensemaking organizzativo: l’ambientazione (il college) è un’organizzazione; gli individui interagiscono fra loro sia in modo “naturale” che “mediato” da specifici ruoli; una situazione da principio ambigua per la protagonista viene chiarificata; l’effetto di questa chiarificazione agisce su entrambi gli individui coinvolti nell’episodio generando fra i due uno spazio d’azione che non possiamo definire unilaterale, ovvero del tutto soggettivo, e forse nemmeno del tutto oggettivo in quanto esclude alcune informazioni date, ma non rilevanti se considerate dal punto di vista di uno soltanto dei due soggetti coinvolti.

Perché è nello spazio di interazione che i processi di sensemaking hanno luogo e l’interpretazione soggettiva è una classe di operazioni inclusa in esso, ma non sufficiente a definirne le qualità dinamiche. Virginia Woolf nel suo saggio continua con una parafrasi calzante del ruolo dei processi di sensemaking nella vita di una organizzazione: si sposta dall’erba e continua a camminare sulla ghiaia pur dissentendo dal modello mentale che suppone guidi il bidello nel suo agire, esponente e tutore in questo episodio, secondo la sua critica, di una certa società maschilista.

E include questo aneddoto in un progetto più ampio, ovvero nel percorso di preparazione di due conferenze (rispettivamente tenute nel 1828 presso la Arts Society di Newnham e la ODTAA di Griton) a proposito dei rapporti che intercorrono tra la letteratura e il genere femminile. Un progetto che possiede un livello di astrazione diverso dal fatto descritto nel passaggio citato seppure quest’ultimo sia in esso contenuto come elemento caratterizzante, progetto di cui la realizzazione rappresenta un risultato in funzione di uno scopo individuato, appunto, da una rete d’azione collettiva diversa da quella in cui opera il bidello. In altri termini, di fronte ai molti significati che l’episodio considerato può avere, l’autrice si comporta in funzione del senso che essa gli ha attribuito sulla base della coerenza, più che della corrispondenza.

Nel contesto dell’approccio cognitivo alle organizzazioni (qui inteso come una disciplina in cui fra le altre cose si apprende come e da cosa è costituita la vita di una organizzazione) il sensemaking viene distinto da altri processi esplicativi come la comprensione, l’interpretazione o l’attribuzione. Il suo ruolo sembra essere connesso ad una serie di operazioni sia prospettiche che retrospettive, in grado di amministrare l’ambiguità che la ricchezza di significati possibili presenti in una situazione è in grado di generare.

Si tratta di un processo che osservato da questa angolazione si allontana naturalmente dal concetto di information processing e si avvicina di più ad operazioni interne al soggetto in cui la chiarezza sui valori e la lucidità rispetto alle proprie preferenze illuminano ciò che è rilevante nell’esperienza. Per quanto sfumata possa sembrare quest’ultima affermazione, non sarà difficile renderla più concreta se la consideriamo in funzione delle proprietà del sistema attentivo di cui ogni essere umano è dotato.

Prestare attenzione a qualcosa significa selezionare una informazione da un flusso continuo di stimoli provenienti dall’ambiente esogeno ed endogeno di cui abbiamo consapevolezza. Questa semplice operazione, mediata da processi di selezione che possono essere etero o auto innescati, guidati dai dati percettivi o guidati dai concetti che animano le nostre decisioni rispetto a come ci muoviamo nel mondo, ha implicazioni che nel 1980 William James aveva già circoscritto nei Principi di psicologia a proposito del discorso sui “due grandi temi del ragionare”: “innanzitutto un aspetto [indicazione] selezionato è assunto come equivalente all’intero dato da cui proviene” e “il carattere selezionato così assunto suggerisce una certa conseguenza in maniera più ovvia di quanto fosse suggerito dal dato totale come si dava in origine”.

In altre parole, sulla base dei processi di selezione, è possibile generare o assumere dei punti di riferimento, che in termini organizzativi possono tradursi in un articolato reticolo costituito da connessioni fra elementi eterogenei come ruoli, processi, operazioni, leader, obiettivi, scopi.

Dunque i processi di sensemaking organizzativo se distinguibili in base a caratteristiche specifiche da altri processi cognitivi, come si possono descrivere e riconoscere? Una congrua letteratura di ricerche sperimentali nell’ambito delle discipline psicologiche hanno fornito elementi importanti per rispondere a questa domanda. Le sette caratteristiche del sensemaking sono sinteticamente definibili in questo modo:

1. fondato sulla costruzione dell’identità

2. retrospettivo

3. istitutivo (enactive) di ambienti sensati

4. sociale

5. continuo

6. centrato su (e da) informazioni selezionate

7. guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza

Le attività portate a termine dalle ed entro le organizzazioni, vengono influenzate dai processi di sensemaking nella misura in cui la mobilità autorizzata dallo spazio intersoggettivo è maggiormente riferita al ruolo o all’attività che il singolo è portato a svolgere.

In altri termini tutte le variabili che concorrono all’attuale configurazione dei processi di socializzazione nei paesi fortemente sviluppati, come ad esempio l’evoluzione e la diffusione delle tecnologie dell’informazione e degli strumenti di controllo, fondamentali nel determinare la rapidità di molti cambiamenti sociali , concorrono in modo particolare anche nel centrare il senso delle operazioni di una organizzazione verso una forma di soggettività generica che favorisce il controllo delle premesse all’azione e l’interscambiabilità fra le persone, lasciando però (quasi) inalterato il valore simbolico di cui è costituita ogni tradizione.

In tal senso le implicazioni del sensemaking sono strettamente connesse sia alle spinte conservatrici che a quelle innovatrici, sia alle spinte manipolative che a quelle rivelatrici, e la bontà di ogni risultato raggiunto da un’organizzazione dipende, di fatto, dal criterio per determinarne l’efficacia che viene adottato in sede di valutazione.

La lezione fondamentale dell’approccio cognitivo alle organizzazioni in termini di sensemaking è che qualunque concetto che lo caratterizza e che viene generalizzato per semplicità di esposizione, diventa specificamente declinato ed assume un peso non sempre determinabile a priori, anche rispetto a se stesso se considerato sull’asse temporale, nella vita e nell’evoluzione di ogni singola organizzazione.

La meta-prospettiva del sensemaking organizzativo si rivela nel momento in cui si acquisisce l’informazione sul fatto che si tratta di uno schema mentale in cui collocare altri schemi mentali e che rappresenta il punto di accesso riservato ad una certa forma di indeterminatezza di cui è possibile riempire i vuoti in base al potenziale di autonomia soggettiva (che dipende anche dal livello di discrezionalità del ruolo) nel quale è inclusa la possibilità di agire come sensemaker.

Il che conforta la diffusa idea secondo cui l’osservatore più felice sembra essere colui che è meno accurato. Agli altri resta la possibilità di riflettere.

Bibliografia

Barbara Czarniawska (2000). Narrare l’organizzazione. Edizioni di Comunità.

Wirginia Woolf. Una stanza tutta per sé. Tascabili Newton.

Karl Weick (1997). Senso e significato nell’organizzazione. Raffaello Cortina Editore.

Humberto Maturana e Francisco Varela (1987). L’albero della conoscenza. Garzan

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *