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28 ottobre 2011

Seconde generazioni: invisibilità e utilizzo della rete

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È possibile definire un giovane di “seconda generazione” in maniera più o meno ristretta. In senso stretto si definiscono di seconda generazione i figli nati in Italia da due genitori stranieri. Si definiscono generazioni uno e mezzo o uno-virgola-due i figli nati da coppie miste o entrati nel paese di accoglienza in tenera età e, secondo alcuni autori, fino alla prima adolescenza.

Le informazioni statistiche sulle seconde generazioni sono alquanto frammentarie: riflettono, accrescendole, le incertezze dei numeri relativi alla prima generazione di migranti. Di fatto i membri delle seconde generazioni esistono solo a scuola, poi scompaiono.

Parto da un problema statistico e da una prospettiva che potrebbe sembrare estremamente settoriale ma mi propongo di allargare presto il problema per vedere se e fino a che punto abbia senso parlare di “seconde generazioni” e quale ruolo possa giocare la rete nel rendere visibile un gruppo sociale relativamente nuovo per l’Italia.

Partiamo quindi dal problema statistico; le seconde generazioni sono facilmente individuabili al giorno della nascita, ed ogni anno contribuiscono a tenere il tasso di natalità del nostro paese in positivo. Dopo di che, perdono la loro specificità.

Come fa notare Jacquiline Andall – una delle prime a studiare le seconde generazioni italiane – definire e osservare le seconde generazioni appare difficile dal momento che i figli di stranieri assumono, in Italia, la cittadinanza dei genitori e solo al compimento dei diciotto anni possono intraprendere il percorso per ottenere la cittadinanza italiana.

In questo modo un sedicenne appena arrivato in Italia dal Marocco risulta generalmente indistinguibile, nelle statistiche ufficiali, da un coetaneo nato in Italia da genitori marocchini. Entrambi risultano essere minori stranieri avendo però profili sociali estremamente diversi.

Ancora più difficile seguire i figli di stranieri arrivati nel nostro paese in tenera età. Prendiamo un ragazzo arrivato in Italia a due mesi, figlio di Filippini. In prima media sarà indistinguibile da un ragazzo arrivato nella stessa classe dall’Egitto appena una settimana prima dell’avvio dell’anno scolastico. I due compagni di classe saranno entrambi “studenti stranieri”, ma saranno assai diversi dal punto di vista identitario, delle competenze relazioni, culturali, linguistiche, etc.

Qualora il ragazzo figlio di filippini abbandonasse la scuola a 14 anni uscirebbe dalle statistiche del tutto e a da lì in poi avrebbe lo stesso status dei suoi genitori pur avendo passato tutta la sua vita in Italia. Non parla filippino, non è mai stato nelle Filippine ma rischia, compiuta la maggiore età, di vedersi negato il permesso di soggiorno ed essere invitato a tornare in un paese in cui ha passato forse solo pochi giorni.

Mi pare che l’invisibilità statistica delle seconde generazioni faccia il paio con la loro invisibilità sociale, o – per meglio dire – con la difficoltà nell’attribuire loro uno status diverso da quello degli immigrati. Come se il sangue, l’origine, non fosse criterio definitorio solo per la legge italiana e per le sue statistiche, ma anche per l’interazione sociale e politica.

Al di là della questione statistica, mi domando quindi: ha senso parlare di seconde generazioni? Possiedono una loro specificità come gruppo sociale? O sono solo “altri” italiani? Magari “nuovi” italiani?

Internet mi aiuta, e come punto di accesso scelgo il blog G2-Seconde Generazioni (http://www.secondegenerazioni.it/) associazione nata a Roma nel 2005 e poi allargatasi a livello nazionale. Sul blog è possibile leggere quanto segue: “Chi fa parte della Rete G2 si autodefinisce come “figlio di immigrato” e non come “immigrato”: i nati in Italia non hanno compiuto alcuna migrazione, e chi è nato all’estero ma cresciuto in Italia non è emigrato volontariamente, ma è stato portato in Italia da genitori o altri parenti. “G2” quindi non sta “per seconde generazioni di immigrati” ma per “seconde generazioni dell’immigrazione”, intendendo l’immigrazione come un processo che trasforma l’Italia, di generazione in generazione. La Rete G2 è un network di “cittadini del mondo”, originari di Asia, Africa, Europa e America Latina, che lavorano insieme su due punti fondamentali: i diritti negati alle seconde generazioni senza cittadinanza italiana e l’identità come incontro di più culture”.

Il blog è un punto di riferimento importante per quanto riguarda le rivendicazioni in materia di cittadinanza e il forum è piuttosto animato e frequentato. Primo nel suo genere non ha nessuna caratterizzazione nazionale, tende ad aggregare tutti i figli di immigrati residenti sul territorio italiano.

Accanto al blog di G2 troviamo Yalla Italia (http://www.yallaitalia.it/) che si definisce: il blog delle seconde generazioni. Yalla Italia è prima di tutto una rivista online che tratta temi cari ai membri della seconda generazione, con una particolare attenzione al mondo arabo. Una rivista che parla di attualità, politica, cultura a partire da una giovane redazione di figli di stranieri non necessariamente residenti o formatesi esclusivamente in Italia.

Ecco come si autodefiniscono: “Yalla Italia è una piattaforma di ritrovo per giovani che nessuno ha trovato il modo di definire: seconde generazioni, nuovi italiani, generazioni 1.5, figli di immigrati, bla bla bla…espressioni lente, lentissime, che non colgono la dinamicità e la rapidità con cui la società italiana sta cambiando, i mille volti che ne rappresentano il carburante silenzioso, il paese reale. Ragazze e ragazzi, studenti e lavoratori, laici o praticanti…siamo tutti giovani che offrono il proprio punto di vista su una realtà complessa, senza offrire rassicuranti schemi stereotipati, provocazioni violente e fini a se stesse, assurdità e generalizzazioni che regalano gloria immediata…[…]Diremo la nostra. Non da italiani, o da arabi, o da eurocentrici: semplicemente come nuovi cittadini che appartengono contemporaneamente a due mondi e che si divertono a coglierne gli aspetti più interessanti, contraddittori, ambigui, problematici e perché no, provocatori

Infine, la terza realtà che credo si utile segnalare è quella di Associna-Seconde-generazioni (http://www.associna.com), la rete dedicata ai figli dell’immigrazione cinese. Quest’ultimo esempio declina il tema delle seconde generazioni in senso nazionale. Ecco la loro presentazione: “Associna è la prima e principale associazione delle nuove generazioni italo-cinesi nati o cresciuti in Italia. Nata spontaneamente sul web nel 2005, essa è divenuta nel tempo un’associazione di respiro nazionale. […]. Oggi l’Associazione rappresenta un punto di riferimento non solo per le seconde generazioni italo-cinesi, ma per tutti coloro che vogliono conoscere più da vicino la cultura cinese e la multiculturalità di ragazzi cresciuti in Italia, dall’aspetto orientale”.

Anche la sezione “chi siamo” di Associna, come quella di G2 e di Yalla! Italia, sottolinea la differenza tra i figli di immigrati e i genitori: “siamo ragazzi nati o cresciuti in Italia che, stufi di essere giudicati e classificati per il proprio involucro esteriore, cercano di sfatare i luoghi comuni […] Noi siamo i loro figli, nati o cresciuti in Italia, che hanno frequentato scuole italiane, con uno stile di vita italiano, che parlano l’italiano come madrelingua, con nuove esigenze e prospettive di vita. Non abbiamo necessità di integrarci quanto non ne ha qualsiasi persona nata o cresciuta in Italia, noi seconde generazioni non siamo degli immigrati: nel Bel Paese ci siamo sempre stati”.

Da questa breve e parziale rassegna mi sembra possibile dire che la rete offra effettivamente un importante spazio di auto-rappresentazione per le seconde generazioni italiane. All’invisibilità statistica corrisponde su Internet un desiderio di specificità e, forse, la necessità di “fare gruppo”, di “esistere” almeno virtualmente.

Nel navigare questi ed altri siti mi pare che termini come multiculturalismo, sincretismo e cosmopolitismo tornino ad avere una certa concretezza e la complessità identitaria che caratterizza ognuno di noi venga rivendicata e rispettata senza ricorrere alla facile dicotomia italiano/straniero.

Internet, in questo caso, offre una vetrina ad una realtà sociale ignorata dai media tradizionali e che sembra fare fatica a trovare un canale di rappresentanza politico/culturale.

Il web, poi, si presta particolarmente a mettere in rete soggetti diffusi su tutto il territorio nazionale ma accomunati da un sentire simile. Attraverso la non linearità della scrittura in rete, uno strumento come il blog permette di esprimere, meglio che in altre forme i molteplici punti di vista, lo stare “tra” culture e generazioni di questi giovani.

Un’analisi più approfondita, che mi propongo di svolgere nelle prossime settimane, permetterebbe di capire più in dettaglio gli aspetti qualitativi di questa auto-rappresentazione e di tratteggiare meglio la condizione specifica di questi giovani, condizione che cambierà ulteriormente quando diventeranno, a loro volta, genitori della terza generazione.

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