0

1 marzo 2012

Ecoprofughi. Risorse idriche e migrazioni

image

L’acqua è una elemento fondamentale per la vita: ogni essere vivente ne è costituito per il 60-99% e per questo motivo ogni giorno ne deve assorbire una certa quantità per ripristinare quella persa fisiologicamente per traspirazione.

Questa sostanza è ampiamente diffusa sulla Terra poiché ne ricopre circa tre-quarti e, grazie alla radiazione solare, svolge un percorso ciclico attraverso oceani, atmosfera e terre emerse, passando nei diversi stati della materia: liquido, solido e di vapore. Ogni anno, quindi, il bilancio tra precipitazioni ed evaporazioni si chiude con un saldo attivo a favore dei continenti, pari a circa 40.000 km3, che rappresenta la disponibilità idrica per gli ecosistemi terrestri e le attività umane.

L’acqua, pertanto è una risorsa rinnovabile e relativamente abbondante sulla Terra anche se spesso non è sempre disponibile dove occorre e nelle quantità richieste. Infatti, la maggior parte delle precipitazioni sono concentrate in aree scarsamente abitate, come le regione subartica (Canada, Alaska, Russia, ecc.) o equatoriale (bacini idrografici dei fiumi Congo o Rio delle Amazzoni) (Peter 2008). Inoltre, l’inquinamento diffuso, i mutamenti climatici e l’aumento della popolazione mondiale e del benessere hanno determinano una vertiginosa crescita della domanda idrica, rendendo ancora più limitata la sua disponibilità.

Secondo l’UNEP (United Nation Environmental Programme) attualmente circa 1/3 degli esseri umani vive in uno stato di “stress” o “crisi” idrica [1]. Oggi i Paesi che si trovano in questa situazione sono soprattutto quelli africani e medio-orientali dove un individuo dispone giornalmente di poche decine di litri, spesso con caratteristiche igienico-sanitarie molto scadenti.

Lo sviluppo economico, il cambiamento delle abitudini alimentari (oggi sempre più cinesi, indiani, ecc., consumano prodotti carnei, caffè, ecc., che richiedono un alto dispendio idrico per ottenerli) e la crescita demografica stanno aggravando ancora di più l’accessibilità all’acqua di queste nazioni e di altre come Cina, India, Indonesia, ecc. che fino ad oggi non avevano tali problemi.

Secondo alcune previsioni la situazione è destinata ad accrescersi nei prossimi decenni, anche in quelle Nazioni caratterizzate al momento da una rilevante presenza di risorse idriche, come il bacino del fiume Nilo, Volga, Colorado. (figura 1).

Illustrazione 1: Disponibilità idrica pro-capite relativa all’anno 1995 e previsioni al 2015 (fonte: Lee et al, 2008)

Poiché, in generale, la scarsa o l’eccessiva disponibilità di risorse naturali concorrono in modo determinante allo spostamento delle popolazioni ci si aspetta, pertanto, in un prossimo futuro, un incremento di tale fenomeno.

Tuttavia, già oggi questo evento comincia a manifestarsi nella sua drammaticità, infatti, rispetto al passato, quando le comunità si trasferivano in altri territori principalmente per le persecuzioni politiche o ideologiche, attualmente migrano a causa del peggioramento delle condizioni ambientali, dell’inondazione di vasti territori o della carenza di acqua.

Secondo la IOM (International Organisation for Migration) le persone che lasciano i propri luoghi di nascita a causa del degrado ambientale possono essere suddivise in tre tipologie quali:

  • migranti temporanei (environmental emergency migrants): sono quei popoli che fuggono temporaneamente dai territori dove normalmente vivono a causa di improvvisi ed imprevedibili disastri ambientali;

  • migranti obbligati (environmental forced migrants): sono quelle genti costrette a lasciare le aree dove vivono a causa del peggioramento delle condizioni ambientali (ad esempio la deforestazione, l’alterazione delle qualità igienico-sanitarie delle risorse idriche, ecc.);

  • migranti motivati (environmental motivated migrants): sono persone che scelgono volontariamente di lasciare le zone in cui vivono per evitare possibili problemi ambientali futuri (ad esempio qualcuno che lascia le aree rurali a causa del declino della produzione agricola dovuta alla desertificazione).

Occorre evidenziare, però, che queste migrazioni possono avvenire non solo tra una nazione e l’altra ma anche all’intero della stessa dalle aree rurali verso quelle urbane. In quest’ultimo caso sono sopratutto gli uomini a spostarsi alla ricerca di lavoro, mentre donne, bambini e persone anziane restano nelle campagne aspettando le “rimesse” degli emigrati.

Tale situazione porta nelle campagne inevitabilmente a cambiamenti sociali poiché non sono più gli uomini a capo delle famiglie ma le donne le quali, a volte, sono spinte anche esse a partire in quanto non in grado di far fronte al carico di responsabilità che le competono come membro più importane del nucleo famigliare.

Inoltre, l’esodo verso i centri urbani comporta spesso, per i migranti, un peggioramento delle condizioni di vita poiché costretti a trovare alloggio in baraccopoli sovraffollate dove mancano i servizi e le infrastrutture di base.

Migrazioni e cambiamenti climatici

I numerosi studi sui “migranti ambientali” indicano che tale processo è destinato a peggiorare in futuro, anche a causa degli effetti dei cambiamenti climatici come gli eventi meteorologici estremi, l’innalzamento delle temperatura terrestre e del livello dei mari. (Boiano, 2008; UN-Water, 2009).

Poiché il 41% della popolazione mondiale vive in prossimità delle coste un aumento dell’altezza degli oceani potrebbe causare lo spostamento di miliardi di persone con gravissime conseguenze sociali e economiche come sta già avvenendo in vaste zone costiere del Vietnam, del Bangladesh e di molte piccole isole della Micronesia e dell’Oceano Indiano.

Lo scioglimento dei ghiacci polari e il conseguente aumento del livello dei mari, infatti, oltre ad allagare intere province produce una maggiore infiltrazione di acqua salata lungo i litorali diminuendo la qualità e la disponibilità di acqua dolce. In Bangladesh, ad esempio, centinaia di migliaia di persone migrano dalle aree rurali nei centri urbani o nella vicina India a causa della scarsa qualità dell’acqua potabile e della perdita progressiva di suolo agricolo.

La maggior parte del Paese ha un’altezza inferiore ai 10 metri per cui il mare, che ora riesce ad avanzare nell’entroterra fino a 240 km, rende sterili i terreni attraversati e aumenta la salinità delle falde acquifere che pertanto non sono più idonee al consumo umano.

Inoltre, l’ingente uso di pesticidi che si è fatto nel corso degli anni passati ha provocato l’avvelenato della maggior parte delle falde acquifere, per cui ogni anno 200.000 persone si ammalano a causa dell’acqua contaminata da arsenico: questo ulteriore problema spinge le popolazioni a migrare in territori meno inquinati.

Migrazioni e dighe

Poiché le risorse idriche spesso non sono disponibili in modo continuo durante l’anno per poter sopperire ai periodi di magra e stoccare le precipitazioni meteoriche sono costruiti sbarramenti lungo i fiumi in modo da avere acqua in tutte le stagioni.

Pertanto tali strutture assolvono a varie funzioni come: rifornire le utenze domestiche, agricole ed industriali, produrre energia elettrica; regolare il flusso dei fiumi evitando le esondazioni; ecc. Grazie a questi numerosi vantaggi le dighe costruite nel mondo negli ultimi 60 anni sono state oltre 40.000 anche se, attualmente, questi grandi serbatoi sono divenuti oggetto di controversie e accesi dibattiti tra gli studiosi in quanto, il bilancio costi e benefici è considerato decisamente sfavorevole.

Le grandi dighe, infatti, durano al massimo 50 anni poiché i detriti le riempiono rapidamente; in media costano il 50 % in più dei costi previsti; nel momento in cui si vuole smantellare queste opere diviene un grosso problema lo smaltimento dei sedimenti, spesso ricchi di metalli pesanti.

Nella maggior parte dei casi, poi, la resa in termini di energia idroelettrica è di tre quarti inferiore a quella prevista, mentre il 70% di esse fornisce meno acqua del previsto per l’irrigazione agricola. Generalmente la superficie occupata dall’invaso determina la perdita migliaia di ettari di terreno fertile e lo spostamento di milioni di esseri umani verso altre regioni: nel corso dell’ultimo mezzo secolo più di cento milioni di persone sono state sfollate a causa della costruzione di queste strutture.

Il caso più drammatico avvenuto recentemente è stata la realizzazione una delle più grandi dighe mai costruite (lunga 2.235 metri e alta 185 metri) quella delle Tre Gole in Cina, un progetto faraonico sul Fiume Azzurro[2] che, con la creazione di un bacino esteso per più di 10.000 km², ha sommerso più di 1.300 siti archeologici e molti centri urbani che ha comportato il trasferimento di circa 1,4 milioni di abitanti (sono 116 le località finite direttamente sott’acqua).

Le autorità cinesi prevedono il trasferimento di almeno altri quattro milioni di persone nei prossimi anni (figura 2).

Illustrazione 2: Il bacino del fiume Yangtze prima (1987) e dopo (2006) la costruzione della diga delle Tre Gole (Fonte: NASA, 2009)

Le guerre dell’acqua

Nel mondo il 32% delle frontiere è tracciato da corsi d’acqua che rappresentano una “barriera strategica” ma anche un criterio per la spartizione della loro portata; inoltre, la Nazione che si trova a monte di un fiume svolge un’azione di controllo su quella a valle[3].

Pertanto la mancanza di accordi sulla gestione di tali risorse (in termini di proprietà, diritti di accesso e di utilizzazione), soprattutto in aree con scarsa piovosità, possono portare a violenti conflitti e all’esodo della popolazione locale coinvolta nelle ostilità (Wolf et al, 1999).

Secondo alcuni ricercatori poco meno del 90% delle guerre tra Stati è legato direttamente o indirettamente a problemi idrici (Wolf et al, 2003). Ad esempio, la grave crisi mediorientale nasce dalla ripartizione delle acque del fiume Giordano in un territorio caratterizzato da una bassa piovosità e da una elevata densità abitativa.

Israele, infatti, per poter sviluppare l’economia e garantire il benessere dei propri cittadini ha condotto una politica di accaparramento della poche risorse idriche presenti del territorio a spese della Siria, Giordania, Libano e della popolazione palestinese.

Un altro caso è il bacino del Tigri-Eufrate il quale è al centro di un contenzioso tra Turchia, Siria e Iraq. Entrambi i fiumi nascono in Turchia e dopo un breve tratto in Siria entrano in Iraq.

Questi Paesi, caratterizzati da un clima molto arido, dipendono per la loro attività economiche dalle acque dei due fiumi, la cui portata potrebbe essere ridotta dal progetto Anatolia o GAP (Great Anatolian Project) che prevede la costruzione, in territorio turco, di decine di dighe sul Tigri e sull’Eufrate destinate principalmente alla produzione di energia elettrica e allo sviluppo del settore agricolo.

Ad esempio la sola realizzazione della diga di Ataturk, una delle più grandi tra quelle programmate, ha già causato lo spostamento di oltre 110 mila persone (AA.VV., 2007). Quando l’intero progetto sarà realizzato, la Turchia si accaparrerà una quantità così rilevante di acqua (fino al 35%) da determinare l’impoverimento delle risorse idriche delle regioni a valle e conseguentemente la perdita di una parte della scienza idraulica della Mesopotamia, vecchia di oltre quattromila anni, e la possibile migrazione delle popolazioni locali (Maury, 1999).

Già nell’anno 2000 l’ultimazione di alcune dighe del GAP e la presenza di altre sul territorio siriano ed iracheno hanno determinato la scomparsa di vaste aree umide; successivamente la situazione è parzialmente migliorata grazie ad un riequilibrio della portata dei fiumi anche se una grave siccità, avvenuta nel triennio 2008-2010 ha ridotto nuovamente l’apporto di acqua nella regione per cui oggi la vegetazione secca ha ripreso ad espandersi con grave danno per l’economia locale basata principalmente sull’agricoltura (figura 3) (UNEP (a), 2011).

llustrazione 3: Interventi di ingegneria idraulica sul bacino del fiumi Tigri ed Eufrate ed effetti sul territorio negli anni 1973 e 2000 (fonte adattato da: (Partow, 2001; Lasserre et Descroix, 2003)

Inoltre, questo progetto rischia di aggravare i già tesi rapporti tra turchi e curdi, in quanto alcuni sbarramenti costruiti sul Tigri, come ad esempio la grande diga di Ilisu, sembrano abbiano provocato l’allagamento di vaste aree e lo spostamento di circa 60.000 persone (Elia, 2009).

Anche l’Africa è particolarmente esposta a tensioni o conflitti di natura idrica sia perché tale risorsa non è distribuita equamente nel continente sia a causa del fatto che almeno 34 grandi fiumi sono condivisi tra due Paesi e altri 28 da un numero maggiore (figura 4).

Illustrazione 4: Aree di potenziali conflitti del continente africano (fonte: Ashton, 2000)

Come si può osservare dalla figura 4 i maggiori problemi si hanno sopratutto in corrispondenza delle regioni con una scarsa presenza di risorse idriche come quelle attraversate del fiume Nilo o lungo la fascia meridionale del Sahara o del deserto del Kalahari, tra Namibia e Botswana, ecc. (Ashton, 2000). Ad esempio uno dei più cruenti conflitti degli ultimi tempi è quello che ha interessato il Dafur, una regione situata nella parte occidentale del Sudan, ai confini del Sahara.

Le numerose carestie susseguitesi nel corso degli anni (ad esempio quella tra il 1983 e il 1984 provocò la morte di circa 95.000 persone) e l’avanzata del deserto hanno determinato lo spostamento delle diverse etnie in territori sempre più ristretti nei quali la popolazione umana ed il bestiame hanno dovuto contendersi un quantitativo di risorse, in particolare quelle idriche, sempre più limitato.

Questa situazione ha, quindi,  favorito lo sviluppo di accese rivalità tra agricoltori, nomadi e pastori sfociate nell’anno 2003 nella sanguinosa guerra (UNEP (b), 2008). Parte delle cause sono, però, da attribuire al governo centrale, il quale da sempre ha emarginato questo territorio dimenticando di avviare programmi di gestione oculata delle risorse idriche e di sviluppo  economico tali da aumentare il reddito della popolazione locale e ridurre il degrado ambientale.

Il conflitto, durato sei anni, ha provocato la morte di oltre 300.000 persone e la fuga di circa 2 milioni di profughi. Nonostante sia stata raggiunta una tregua, essa resterà incerta, fino a quando non saranno risolte le questioni relative all’accesso alle terre agricole e all’acqua.

Conclusioni

Da quanto detto sembra che nei prossimi anni le migrazioni causate dai cambiamenti climatici sono destinate a diventare un fenomeno molto regolare se non saranno prese tempestivamente contromisure volte a ridurre le emissioni dei gas serra in atmosfera (in particolare quelle di anidride carbonica). Secondo alcune previsioni, infatti, la temperatura terrestre dovrebbe aumentare, in futuro, di 4°C con conseguenze catastrofiche sopratutto per i paesi in via di sviluppo dove più stretto è il rapporto tra uomo e ambiente naturale.

Gli organismi internazionali, come ONU, Unione europea, ecc., sebbene abbiamo avviato negli ultimi anni una serie di accordi (Convenzione sui Cambiamenti Climatici, Protocollo di Kyoto, ecc.), dichiarazioni (Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite, ecc.), iniziative (Agenda 21, Agenda 21 Locale, Patto dei Sindaci, ecc.), ed incontri (Conferenza Internazionale su Ambiente e Sviluppo di Rio de Janeiro, Conferenza di Johannesburg sullo Sviluppo Sostenibile, Conference Of Parties –COP, ecc.) per risolvere globalmente questa problematica, non sembrano aver raggiunto gli obiettivi previsti quali, ad esempio, la diminuzione, tra il 2008 e il 2012, di almeno il 5% delle emissioni di gas serra mondiali rispetto ai valori 1990.

Alcune Nazioni sia dei paesi industrializzati (Stati uniti d’America in testa) sia in via di sviluppo (come ad esempio la Cina), infatti, nel timore di rallentare la crescita economica hanno contrastato il raggiungimento di tale traguardo. Per altro neanche nell’ultima COP, tenutasi a Durban (Sud Africa) nel dicembre dell’anno 2011, si è raggiunto un accordo che possa cambiare questa condotta così irresponsabile: il futuro sembra, quindi, essere molto cupo.

Inoltre, per ridurre l’impatto della costruzione delle dighe è di fondamentale importanza eseguire una valutazione che tenga conto dell’effetto che tale struttura provoca sull’ambiente e sulla popolazione; qualora, poi la sua realizzazione fosse inevitabile si dovrebbe prevedere la ricollocazione in aree simili per le popolazioni obbligate a lasciare i territori allagati, oltre a congrui risarcimenti.

Infine per scongiurare la fuga di intere popolazioni dalle terre di origine, in quanto vittime delle “guerre dell’acqua”, è di fondamentale importanza il raggiungimento di accordi condivisi, tra tutte le Nazioni che possiedono tale risorsa, in termini di proprietà, diritti di accesso e di utilizzazione. Secondo Thomas Thomas Naff, un famoso idrologo e studioso della questione mediorientale, non ci sarà pace in questa regione se non verranno risolti i problemi idrici; sarà proprio questa sostanza a determinare il futuro dei Territori occupati (Cisgiordania) e, al di là di questo, la pace o la guerra.

Se la crisi dell’acqua dovesse avverarsi, ovvero non verrà risolta, sarà probabile un conflitto tra Giordania e Israele e che coinvolgerà certamente anche altri paesi arabi.

Bibliografia

AA.VV., Environmental Change and Forced Migration Scenarios, FP6 – Priority 8.1 – Policy-oriented research, 2007, da sito web: http://www.each-for.eu/documents/EACH-FOR_Synthesis_Report_090515.pdf consultato nel gennaio 2012.

Ashton P., Southern African water conflicts: are they inevitable or preventable?, The African Dialogue Lecture Series, Pretoria University, 24 Febbraio 2000, in http://waterwiki.net/images/7/76/Ashton_Southern_Africain_Water_Conflicts_2000.pdfconsultato nel gennaio 2012.

Boano C., Zetter R., Environmentally displaced people Understanding the linkages between environmental change, livelihoods and forced migration, Refugee Studies Centre – University of Oxford, 2008, da sito web: http://www.reliefweb.int/node/24373  consultato nel gennaio 2012.

Elia C., Affonda il progetto della diga di Ilisu, 13-07-2009, da sito web: http://www.kurdish-info.euconsultato nel dicembre 2011.

Gleick P.H., The World’s Water 2008-2009(Volume 6); The Biennial Report on Freshwater Resources. Island Press, Washington D.C., 2008.

Lasserre F., Descroix L., Eaux et Territoires : tensions coopérations et géopolitique de l’eau et L’eau dans tous ses états, L’Harmattan, Paris, 2003.

Lee E., Chung J., Huttner M., Danely C., McKnight C., Langlois A., Levinson A., Watching water – A guide to evaluating corporate risks in a thirsty world– J.P. Morgan Securities Inc., 2008, da sito web: http://pdf.wri.org/jpmorgan_watching_water.pdf consultato nel dicembre 2011.

Maury R.G., Potenza dell’acqua, potenza del fuoco: il progetto GAP, Limes – Rivista di Geopolitica, 3, 1999, 65-77.

NASA Goddard Space Flight Center’s Scientific Visualization Studio, da sito web: http://svs.gsfc.nasa.gov/vis/a000000/a003400/a003433/index.html consultato nel gennaio 2012

Partow H., The Mesopotamian Marshlands: Demise of an Ecosystem, UNEP Division of Early Warning and Assessment (DEWA), Nairobi, Kenya, 2001.

UNEP – United Nations Environment Programme (a), Keeping Track of Our Changing Environment, 2011, ISBN: 978-92-807-3190-3 DEW/1234/NA, da sito web: http://www.unep.org/GEO/pdfs/Keeping_Track.pdf consultato nel dicembre 2011.

UNEP – United Nations Environment Programme (b),From Conict to Peacebuilding. The Role of Natural Resources and the Environment, 2008, da sito web: http://www.unep.org/pdf/pcdmb_policy_01.pdfconsultato nel gennaio 2012.

UN-Water Decade Programme on Capacity Developmen, Water related migration, changing land use and human settlements, Knowledge No. 4, Topic 1.2 of the 5th World Water Forum, “Bridging Divides for Water” 17-18 March 2009, Istanbul, Turkey, da sito web: http://www.unwater.unu.edu/file/get/47   consultato nel gennaio 2012.

Wolf, A.T., Natharius, J.A., Danielson, J.J., Ward, B.S., and J.K. Pender. 1999. International River Basins of the World” International Journal of Water Resources Development, 15(4). da sito web: http://www.transboundarywaters.orst.edu/publications/register/register_paper.htmlconsultato nel genaio 2012 .

Wolf A.T., Yoffe B.S., Giordano M., International waters: identifying basins at risk, Water Policy, 5, 2003, 29–60.

Note

[1] Tale indice (Water Stress Index), proposto negli anni ’70 del secolo scorso da Malin Falkenmark, valuta la quantità complessiva di acqua dolce rinnovabile disponibile per un cittadino e necessaria per le sue esigenze fisiologiche e per la produzione di beni e servizi. Pertanto un individuo che possiede tra 1.000 e 1.700 m3 si trova in uno stato di “stress” e potrà soffrire, frequentemente, di penuria idrica; con meno di 1000 e fino a 500 m3 è in una situazione di “crisi” o “scarsità cronica”, cioè in una condizione di costante carenza di acqua, con la compromissione delle attività economiche; se la disponibilità scende al disotto dei 500 mla situazione diventa ancora più critica per diventare insostenibile quando è minore di 100 m3, in questo caso le risorse sono talmente insufficienti che occorre ricercare sorgenti o sistemi non convenzionali di rifornimento come ad esempio la dissalazione industriale.

[2]La diga, costruita nell’arco di vent’anni, è costata 25 miliardi di dollari, produce circa 100 TWh di energia elettrica all’anno e regola le acque dello Yangtze un corso d’acqua lungo circa 600 km. Oltre a produrre corrente essa ha anche la funzione di regolare i flussi del fiume in una regione storicamente afflitta dalle alluvioni. Secondo le autorità cinesi, infatti,  negli 100 anni le esondazioni del fiume hanno ucciso 300.000 persone.

[3] Attualmente nel mondo si contano 261 bacini idrici internazionali suddivisi fra 145 nazioni e che coprono il 45,3% della superficie terrestre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *