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1 marzo 2012

Cambiamenti climatici, profughi e migrazioni sostenibili

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Quasi ogni giorno purtroppo si leggono drammatiche notizie o si vedono palpitanti immagini di evacuazioni per crisi ambientali. Fugge o precipitosamente evacua chi si salva. Spesso qualcuno non ce la fa, muore. Decine di migliaia di morti, decine di milioni di ecoprofughi: sono stabili “statistiche” di ogni anno ormai da almeno un ventennio. A Ottobre c’è stata l’acqua altissima a Bangkok, in Italia le gravi esondazioni a Genova e nel bacino del Magra. In Pakistan poco più di un anno fa le inondazione dell’Indo. In Somalia l’estate scorsa le mancate stagioni delle piogge, in Cina pochi mesi fa le piogge torrenziali.

Ulteriori esempi, grandi e piccoli, sono innumerevoli e recenti: cambiamenti climatici e crisi ambientali hanno indotto a fuggire dai luoghi di pacifica civile convivenza comunità di milioni di donne e uomini, fra i quali la maggior parte sono propriamente profughi, rifugiati.

Le situazioni (storie e geografie) che ho richiamato sopra risultano ormai frequenti in quelle e in altre aree del pianeta, la causa prevalente sono i cambiamenti climatici antropici globali. Tali cambiamenti sono stati indotti dalle emissioni di gas serra avvenute non in quei paesi, ma nei 39 paesi industrializzati del secolo scorso, questo ha concluso e sancito l’Onu con unitarie ricerche da almeno 20 anni a questa parte.

Il primo rapporto dell’ International Panel on Climate Change, l’organismo scientifico ONU noto come IPCC, risale al 1990 e nel 1992  fu approvata a Rio la conseguente convenzione sui cambiamenti climatici, la UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climate Change (il prossimo vertice di Rio 2012, detto Rio+20,  si terrà dal 4 al 6 giugno 2012). Sinteticamente si può dire che gli molti ecoprofughi, in particolare i profughi climatici, sono migranti forzati da scelte cattive e comportamenti sbagliati di altri umani, fuggono da lì per cose che abbiamo fatto e facciamo qui.

Nel 2008, nel 2009 e nel 2010 il numero dei rifugiati internazionali politici (quelli con lo status di rifugiato) è stato di circa 15 milioni, gli ecoprofughi internazionali sono stati ufficialmente di più. E anche i rifugiati politici interni (che non superano il confine) sono ormai meno degli ecoprofughi interni. Ci piaccia o meno, qualche centinaio di migliaia arrivano in Europa ogni anno, ancor più ne arriveranno in futuro. Li abbiamo fatti sloggiare noi, non tutti possono restare in un campo profughi, non tutti riescono (ancora?) a risistemarsi in patria. È bene rendersene conto.

Provò a calcolare i profughi ambientali un noto docente ecologista inglese alla metà degli anni novanta, Norman Myers, dopo che un decennio prima la categoria dei rifugiati politici era stata già riconosciuta dal giovane ricercatore egiziano El-Hinnawi in uno studio dell’UNEP (UN Environment Programme).  Molta letteratura è passata da allora sotto i ponti (insieme a derelitti e relitti). La Banca asiatica per lo sviluppo ha parlato di 30 milioni di ecoprofughi solo nel 2010. In un intero capitolo del suo ultimo saggio, anche Lester Brown dedica pagine significative alla marea che sale, i rifugiati ambientali. Ho provato a studiare il fenomeno degli Ecoprofughi in un omonimo volume che forse è ancora possibile trovare in libreria e che è stato presentato in oltre quarantacinque città di tredici regioni italiane.

Tendenzialmente sarebbe preferibile distinguere fra profughi ambientali e profughi climatici. Non è possibile per il passato remoto, sarebbe possibile ma abbastanza inutile per il passato prossimo, ma è utile e significativo da un trentennio a questa parte, almeno da quando (1994) è stata votata la Convenzione ONU per la lotta alla siccità e alla desertificazione (UNCCD) ed è entrata in vigore la Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Oggi i profughi climatici, a titolo di tutela dei loro diritti, hanno il retroterra di un accordo e di un protocollo per la riduzione delle cause e l’adattamento agli effetti. Con il termine ecoprofughi mi riferisco soprattutto ai profughi climatici che hanno ormai diritto a una definizione istituzionale nel diritto internazionale e a uno status giuridico, seppur diversi da quelli dei rifugiati definiti e regolamentati dopo la seconda guerra mondiale (l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i rifugiati, fu istituito nel 1951). Ovvio che tutti i profughi hanno diritto ad aiuto e assistenza, nel caso degli ecoprofughi possiamo chiedere prevenzione e tutela, impegnarci per qualcosa di più.

Profughi ambientali e climatici ci sono sempre stati, da Adamo ed Eva e nella notte dei tempi. Basta fare un salto alla bellissima mostra “Homo Sapiens” curata da Luca Luigi Cavalli Sforza e Telmo Pievani, a Roma fino a metà aprile, per rendersene conto. Le tante specie di Homo ramificatesi (non linearmente) da poco meno di 2 milioni di anni e l’unica ora rimasta, Sapiens, erano diffuse in Africa, poi si sono mosse altrove. Erano (eravamo) di pelle nera, primati parenti di scimmie, cugini di umani.

A noi sapienti, spostandoci, è capitato di convivere anche con altre specie umane sullo stesso pianeta e comunque, sempre, in ecosistemi in cui ci organizzavamo in una piccola nicchia fra tante altre specie, quasi mai commestibili e predabili, senza ancora porci problemi di coltivazione, domesticazione, allevamento.

I geni, i popoli, le lingue mostrano come prima del Neolitico c’è stata la Rivoluzione Paleolitica: arte, riti, tecnologie, comunicazione, cottura dei cibi, innumerevoli adattamenti cominciano ad accompagnare l’atlante del popolamento umano, sopravvivenza e riproduzione in tutti i continenti dove siamo via via arrivati, attraverso multiple, lente e differenti ondate di animali sociali in Australia prima che in Europa. Gli umani sapienti si fermano a lungo, escono dalla nicchia e adattano l’ecosistema alla propria migliore sopravvivenza, non in sincronia e in progressione, sempre mescolando caratteri antichi e recenti.

Le “impronte” idriche, energetiche, produttive, sanitarie (quella che oggi chiamiamo sostenibilità) andrebbero calcolate da quando si comincia a coltivare, agri-culturare. Anche la storia delle migrazioni umane diventa allora contemporanea: si emigra e si immigra da un ecosistema umanizzato, da un insediamento (villaggi, poi città, stati), evolve il mosaico della diversità biologica e il puzzle della diversità culturale.

Utilizziamo nel linguaggio quotidiano e nello studio disciplinare parole e concetti legati al migrare, al viaggio delle specie e dei sapienti in giro per il pianeta, all’andare oltre, all’estendere l’areale, al cambiare residenza, ovvero superare una barriera e cambiare territorio, ecosistema, comunità, popolo, città, stato. Volendo si dovrebbe approfondire molto, perché la biologia evolutiva e ogni altra scienza antica e moderna, sociale e naturale, fisica e umana o definisce male o definisce solo a suo modo il fenomeno migrazione.

Sono stati i cambiamenti climatici e le migrazioni che hanno fatto la storia di continenti ed ecosistemi, confini e popoli. Per la nostra specie le migrazioni sono state uno straordinario ordinario meccanismo evolutivo, una strategia prima inconscia poi conscia, iniziata prima dell’agricoltura e continuata poi, come mutazione/selezione/speciazione, come derive/estinzioni, come polimorfismo genetico/sociale. Nel corso della nostra evoluzione, ben presto migrare è stata un’alternativa alla crisi della sopravvivenza o della riproduzione, un retaggio filogenetico di altre specie, di precedenti generazioni, un costrutto identitario ontogenetico e culturale.

I cambiamenti climatici globali sono stati all’origine di tutto il percorso evolutivo delle specie umane. E le migrazioni di individui e gruppi della nostra specie hanno sempre avuto concause-contesti-effetti-impatti ambientali e climatici. Soprattutto quelle forzate, che hanno obbligato a fuggire da un luogo di residenza (e da un eco-sistema). Nella storia e nell’evoluzione della specie umana sapiente l’altra grande costrizione a migrare sono state le guerre e i conflitti.

Rifugiati e profughi (sinonimi), rifugiati politici (refugees) ed ecoprofughi non sono un’invenzione della modernità. Oggi coloro costretti a diventare profughi da ragioni politiche (violenza o persecuzione di istituzioni e comunità umane verso altri umani) possono/dovrebbero acquisire lo status di rifugiato (refugee) e sono assistiti da una convenzione e da un commissariato dell’ONU. Anche gli attuali profughi climatici hanno origine da comportamenti di altri umani, pur se non avrebbe senso dare loro lo stesso status. Troviamo allora uno specifico modo di prevenire e assistere le emigrazioniforzate dai cambiamenti climatici antropicicontemporanei!

Serve uno strumento legale ONU dedicato al riconoscimento, alla prevenzione mirata, alla protezione e all’assistenza di profughi climatici.

Abbondano proposte di definizioni e politiche, dottamente argomentate, bisognerà valutarle in sedi istituzionali dotandosi di solide basi scientifiche interdisciplinari e cercando un complesso consenso intergovernativo. Una soluzione globale, rapida e ottimale non c’è, ognuna sconta limiti e controindicazioni, ognuna richiede volitività incerta negli esiti, ognuna impone modifiche al sistema del diritto internazionale.

E’ riassumibile qui un elenco di soluzioni e strumenti.

È possibile approvare una specifica Convenzione internazionale per le migrazioni causate dai cambiamenti climatici, valutando bene tempi e scadenze. È oppure possibile definire un Protocollo, un meccanismo, o una serie di accordi regionali o di cooperazione interregionale, corollari del nuovo accordo globale sui cambiamenti climatici in via di negoziazione, all’interno dell’attuazione dell’UNFCCC: molte organizzazioni internazionali (come IOM, NRC) e strutture del sistema ONU (come UNU, UNHCR, IASC, OCHA, UNPFII) hanno sollecitato l’UNFCCC a occuparsi di migrazioni forzate. È forse possibile definire un meccanismo o un vero e proprio Protocollo attuativo di un’altra convenzione globale, come quella contro la siccità e la desertificazione, l’UNCCD (a Rio 1992 si parlava di rifugiati ambientali nel capitolo dell’Agenda XXI dedicato alla minaccia di desertificazione, sono anche stati organizzati convegni sul tema sia nel processo negoziale che nell’attuazione dell’articolato) o la stessa Convenzione di Ginevra del 1951.

E’ stato anche ipotizzato di integrare formalmente il mandato UNHCR, per esempio, con un esplicito riferimento ai rifugiati climatici. L’esigenza di riforma e riordino dell’intero comparto ONU sui diritti umani è avvertita da tempo, è già matura all’interno dell’organizzazione, in parte in via di realizzazione. L’UNHCR non può che essere  parte in causa di qualsiasi soluzione, forse più di supporto e consiglio che di diretta specifica responsabilità.

È comunque necessario aumentare i fondi e rafforzare le politiche per l’aiuto umanitario con specifiche misure per prevenire e assistere profughi climatici. È necessario aumentare i fondi e rafforzare le politiche per la cooperazione allo sviluppo sostenibile e il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio, che consentiranno anche di prevenire e assistere profughi climatici, di garantire a ogni individuo il diritto di restare e la libertà di migrare con risorse sufficienti. È necessario definire anche accordi regionali, intese fra due o più stati limitrofi (tipo quella Tuvalu in Nuova Zelanda), intese fra unioni regionali (come Europa e Africa), misure a scala regionale, nazionale e locale, specifiche linee guida di assistenza umanitaria con il contributo di organizzazioni non governative.

Serve comunque al più presto un accordo multilaterale legalmente vincolante, dedicato solo ai profughi climatici. L’importante è intendersi rapidamente sui principi e sui contenuti, si possono decidere poi mezzi e meccanismi migliori, ben consapevoli di lentezze, burocrazie, contraddizioni del sistema legale internazionale. Il principale contenuto sostanziale è il processo di delimitazione, cioè d’individuazione delle aree (a prescindere inizialmente dai confini statali), ove è quasi certa la necessità di future delocalizzazioni, e una individuazione delle comunità di individui e gruppi potenzialmente interessati.

Ognuna delle costrizioni climatiche ha specificità geografiche e temporali: pensiamo alle isole o ai delta e all’innalzamento del mare, alle aree secche degradate e alla scarsità d’acqua per ogni uso non solo umano, alle aree urbane e costiere inondabili nei vari bacini idrografici, a fenomeni con alto livello di probabilità a breve medio e lungo termine. Basandosi sui materiali dei rapporti IPCC si può giungere a un elenco di aree abitate e di eventi molto probabili che possano renderle inabitabili, un elenco certificato visto che un’elencazione informale degli evidenti potenziali hotspots è diffusa in letteratura e diventa spesso oggetto di drammatiche cronache contemporanee. L’individuazione delle aree consente anche di articolare i possibili interventi: la prevenzione e l’assistenza alle migrazioni forzate non garantiscono che non si determini comunque un collasso di risorse e un insieme di disastri per la biodiversità (anche umana) che resta.

Non si tratta di scrivere solo un bel testo giuridico. L’accordo ha bisogno sia del consenso degli stati su come trattare la delocalizzazione interna rispetto a quella internazionale o la delocalizzazione temporanea rispetto a quella transitoria, che del consenso d’individui e gruppi minacciati dagli impatti dei cambiamenti climatici e delle conseguenti delocalizzazioni. Infine è necessario tener conto di specifiche questioni dei popoli indigeni (molti dei quali nomadi secondo lo UN Permanent Forum on Indigenous Issues, UNPFII).

Vi sono svariati nessi con comparti del sistema ONU, per esempio con le organizzazioni legate ai sistemi di early-warning e ai vari primi soccorsi (cibo e medicine innanzitutto), con le organizzazioni che si occupano di cooperazione allo sviluppo e che spesso intervengono con improvvisate tattiche o diversificate strategie sui fenomeni migratori connessi a eventi meteorologici, a eventi stagionali, a cambiamenti climatici, a complessive strategie di adattamento. Vi sono rilevanti questioni informative, culturali, religiose, istituzionali da affrontare, non dando mai per scontati percorsi migratori obbligatori, affermando, anzi, che ci si muove dentro riconosciuti diritti (a restare) e libertà (di muoversi). Prima di optare per scelte irreversibili, forzate o consensuali, occorre lavorare a scelte consapevoli e a sperimentazioni partecipate.

Nel prossimo ventennio vi saranno decine di milioni di nuovi ecoprofughi, soprattutto in alcune aree, soprattutto verso l’Europa e attraverso il Mediterraneo.Dai rapporti IPCC emergono alcuni impatti globali, univoci, certi, seppur in dimensioni diverse nei vari scenari temporali e con un grado diverso di vulnerabilità geografica: l’innalzamento del mare, la scarsità d’acqua, gli eventi meteorologici estremi (più frequenti e intensi).

Ad esempio, secondo l’ISDR (International Strategy for Disaster reduction), i rischi reali di morte per inondazione sono cresciuti del 13% dal 1990 al 2007, la percentuale di popolazione coinvolta del 28%. Sulla base delle esperienze del passato e degli scenari di previsione, oltre il 75% degli stessi rischi si concentreranno in pochi paesi: quelli dei monsoni (Bangladesh, India, Pakistan) e la Cina. I rischi non sono conseguenza solo dell’esposizione e dell’intensità: un’isola o un paese poco popolato o un piccolo paese povero rischiano vita e sviluppo delle intere popolazioni per generazioni.

Complessivamente, al 2050 il rischio di divenire profughi climatici a causa di tali impatti, il rischio anche nello scenario migliore, non riguarda meno di 200 milioni di donne e uomini. Alcuni sono nei nostri ricchi paesi di antica industrializzazione, penso soprattutto ad alcune aree costiere. Molti di più sono negli altri paesi, i paesi poveri e i paesi di recente tumultuosa industrializzazione, le drylands, gli arcipelaghi del Pacifico, le aree monsoniche. Valutiamo come prevenirle quanti più possibile, come ridurne il numero, come assisterli se costretti a fuggire.

Una riflessione e un percorso normativo sugli ecoprofughi richiama la più generale questione della lotta (prevenzione e riduzione e adattamento) alle emigrazioni forzate. In base al diritto internazionale una emigrazione forzata è di norma arbitraria e vietata, transitoriamente ammissibile solo in casi eccezionali, in sostanza quando non c’è alternativa alla necessità immediata di spostare qualcuno. 

Ancora non c’è un patto in vigore un patto di convivenza fra di noi come esseri umani e fra noi e il contesto non umano. Esistono comunque patti fra stati che rappresentano i cittadini di ogni Stato nazionale. Molti di questi patti prevedono la libertà di migrare. Scritta solennemente, ereditata da millenni e secoli di migrazioni forzate, proclamata dalla Rivoluzione Francese, la libertà di migrare costituisce elemento essenziale del liberalismo. Diritto di partire, libertà di migrare.

La Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948) contempla il diritto alla libertà di movimento e di migrazione. Il primo comma dell’articolo 13 dichiara che ogni individuo ha il diritto di muoversi e risiedere entro i confini di ogni Stato (ecco anche una libertà individuale e collettiva di migrazione interna al singolo stato nazionale). All’art. 29 si aggiunge che eventuali limitazioni devono essere stabilite dalla legge per rispettare eventuali diritti e libertà di eventuali altri. Il secondo comma dell’articolo 13 dichiara che ogni individuo può liberamente lasciare il proprio paese e ritornarvi, lasciare qualsiasi paese e ritornare nel proprio (ecco anche una libertà individuale e collettiva di migrazione esterna e generale, come andata, come ritorno, come andata senza ritorno, come andata con ritorno!). L’articolo successivo contempla il diritto di asilo.

Abbiamo il diritto di restare vivi e liberi dove ci troviamo a risiedere. Non si può e non si deve obbligare a migrare! Di qui è storicamente derivato il diritto d’asilo, accogliere chi viene rifiutato dalla comunità di originaria residenza, una sorta di diritto di fuga dalla violenza, dalle persecuzioni militare, razziale, sessuale, politica, religiosa. Il diritto d’asilo ha una specifica normativa internazionale, si fa domanda e se è accolta (in base ad una precisa casistica di discriminazioni e violenze cui si può essere sottoposti nel proprio paese) si diventa rifugiati.

Da oltre 60 anni c’è una apposita Convenzione ONU e un apposito Alto Commissariato che si occupa dei rifugiati che attraversano il confine e assegna loro uno specifico status, tradottosi spesso in lunghe penose soste nel limbo dei campi profughi. Gli ultimi dati ci parlano ancora di circa 15 milioni di rifugiati politici, di cui 4 milioni sono i profughi palestinesi.

Chi è partito e partirà da Tunisia e Libia in genere non cerca il primo asilo, non si tratta di rifugiati e non sono solo tunisini e libici, già oggi vi sono tante persone che vengono dall’Africa sub sahariana, in fuga da altre rivoluzioni armate e climatiche. Finora è stato chiesto alle nazioni del Maghreb (dall’Italia e in  parte dalla stessa EU) di fare da tappo per i flussi migratori sul Mediterraneo da Sud a Nord. Lo hanno fatto, i porti costieri si sono riempiti di potenziali migranti, alcuni dei quali sono stati rinchiusi, altri indotti a guadagnare qualcosa per trovare rotte diverse (e ancor più clandestine), altri si sono inseriti in circuiti criminali, altri sono riusciti a integrarsi. Il regime di quelle nazioni era poco importante per le democrazie europee. Ora tutto sta cambiando e i flussi sono ripresi.

La previsione è che saranno sempre più frequenti e intensi nel prossimo decenni.

Solo un’effettiva cooperazione allo sviluppo sostenibile e un’effettiva eventuale accoglienza possono far fronte a questi esodi che sono destinati a crescere e non possono essere comunque repressi. E’ un loro diritto internazionale, è una nostra consapevolezza umana. I rifugiati climatici o ecoprofughi non hanno alcuna responsabilità degli eventi, causati invece da comportamenti di altre comunità in tutt’altra parte del mondo (la nostra).

Ecco, va affermato per tutti un diritto di restare, un diritto a non migrare forzatamente, ovviamente adattandolo con misure di prevenzione, riduzione, mitigazione e con fondi per l’assistenza. Questo diritto dovrebbe correre parallelo ad una libertà positiva, la libertà di migrare. La libertà di poter scegliere il luogo dove risiedere.

Le migrazioni sostenibili, ecco il nostro obiettivo! Potremmo chiamarle forse così, libere e sostenibili migrazioni; e suggerire questa definizione a chi sta organizzando il summit di Rio del 2012. Bisogna avere, però, i presupposti di conoscenza, informazione, mezzi materiali. E ovviamente scegliere il luogo significa anche scegliere le regole e i lavori della comunità nella quale si vuole integrarsi.

Libertà abbinata a sostenibilità. Libertà come capacità effettiva di scelta. Libertà come responsabilità!

Bibliografia

El-Hinnawi E., Environmental Refugees, Unep 1985

Myers N., Esodo ambientale, Edizioni ambiente 1999 (orig. 1995)

Brown L. R., Un mondo al bivio, Edizioni ambiente 2011 (orig. 2011)

Calzolaio V., Ecoprofughi, Ndapress 2011, pag. 288 euro 18

L.L. Cavalli Sforza – Pievani T., Homo Sapiens, 2011 (catalogo mostra)

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